“Brandelli d’Italia” di Marco Crescizz, Delos Digital. A cura di Alessandra Micheli

 

Basta dare un’occhiata al titolo del testo di Crescizz per domandarsi se ci si trova davvero davanti a un horror a una lucida e crudele cronaca del nostro tempo.

Lo hanno definito cattivo, eccessivo, sconvolgente e hanno spesso criticato l’ambientazione e la scelta degli espedienti letterari.

Per questi motivi ero davvero curiosa di immergermi in una lettura tanto controversa, per capire il motivo per cui il suo “splatter”, non più fastidioso di tanti altri libri, fosse cosi contestato. Capire nel profondo le motivazioni che portano un giovane autore a non scrivere di speranza, ma a delineare un tetro scenario post apocalittico.

Senza redenzione.

E sapete cosa mi ha stupito?

Che il senso del libro, si è presentato a me in tutto il suo sanguinoso splendore, un urlo che attraversava in lampi infuocati la mia mente mettendomi di fronte ai pericolo insiti OGGi, Ora e non in un fantomatico domani, nella nostra società.

E mi sono chiesta se sono io la solita esagerata, pronta a cogliere un senso etico in ogni libro, convinta che sia quello a dover creare le fondamenta del testo, o se semplicemente l’autore si è divertito a creare un clima ansiogeno senza ulteriori intenti.

Cosi ho letto e riletto Brandelli.

A ogni lettura una sottolineatura, a ogni nuova analisi una frase che spiccava tronfia e decisa a farsi notare.

Allora ho compreso.

No, non sono io esagerata, semplicemente il libro è una sorta di prova per il lettore, pronto a dargli quello che la sua evoluzione richiede. Solo i degni capiranno che, dietro l’avventura al limite, i personaggi assurdamente amorali, gli scenari tragici e il taglio crudo delle scene, Crescizz descrive una realtà sotto gli occhi di tutti. Siamo noi incapaci di vedere, talmente presi da una realtà virtuale, precostituita da non accorgerci della manipolazione che ogni giorno la nuova teocrazia ci propina.

Perché ripeto Brandelli non è un horror fantascientifico, ma una tetra allegoria di cosa accade alla nostra spaurita pseudo civiltà.

Ma andiamo con ordine.

Anche in questo testo l’ambientazione è apocalittica.

E indovinate di chi è la colpa?

Di un essere apparentemente superiore, ma che è in realtà troppo stupido per amare la vita e troppo preso da se stesso dalle sue mire espansionistiche, troppo preso dalla brama di potere, tanto da deturpare l’ambiente in cui vive e opera. Anche qua si rivela fallimentare la parabola batesoniana della finalità cosciente: l’uomo cosi convinto di essere padrone del mondo, al centro di questo blando universo tanto da reclamare come diritto assolutistico il suo potere di nominare (ossia dominare) la materia, si rivolta contro l’energia creatrice nelle sue vesti di equilibrio cosmico. Di armonia, di perfezione o per dirla come gli egizi al principio della Maat. Ma il dio ecologico, il dio che soprassiede i processi vitali, non si può beffare e si rivolta, sprofondando l’uomo in una sorta di medioevo. Ed è un medioevo più dell’animo che reale, creato e intessuto con i peggiori istinti, impulsi e oscenità umane. Tanto che in un’antica volontà di ritorno allo stato di natura, si avvera la profezia hobbesiana: homo lupis. Ed è questo che porta la lacerazione del tessuto sociale italiano (oserei dire mondiale) rendendo appunto la nostra civiltà a brandelli. O in maniera ancor più pessimistica, rendendo ovvia la vera situazione attuale: quella appunto di una compagine sociale lacerata, ridotta allo stremo che si teneva unita da pallidi e inesistenti principi.

Che il nostro paese si regga su assunti fallaci e poco sentiti, quindi decadenti perché non accettati nel profondo di noi stessi dai suoi cittadini è oramai un fatto assodato. L’Italia è un nome non una realtà, tenuta assieme da legami fittizi di convenienza e dominata da assurdi giochi di potere.

Ma badate bene, non è un risultato ma il suo punto di partenza.

Mi spiego meglio.

La storiografia ci ha fatto sempre credere che, l’idea italiana, di patria di struttura organizzata e organica fosse un sentito bisogno del popolo, portata avanti da eroi che si sono sacrificati per il bene comune.

Nulla di più errato.

L’Italia e lo stato italiano è nato da un preciso piano di dominazione che intendeva, semplicemente, sostituite il dominante. Ma non intendeva assolutamente annientare lo status di dominato. Da democrazia a oligarchia e poi successivamente da dittatura il passo è breve. Son entrambe accomunate da una falsa prospettiva, da una falsa origine e alimentati da meri interessi personalistici. La teocrazia descritta da Crescizz esiste: la si ritrova quando ogni idea diviene ideologia e serve per mascherare i veri intenti. E da qua torno a citare il mio amato Vilfredo Pareto, dietro a ogni grandioso pensiero si cela il più turpe interesse: sono i residui non logici dietro alla perfezione dei sistemi di pensiero. Cosi comunismo, socialismo, persino fascismo e nazismo, la tecnocrazia, diventano figlie aberranti di quella smania di conquistare, di primeggiare, di sottomettere per emergere. Cosi come la democrazia con i suoi comandamenti cosi rigidi tendenti ad annullare, annichilire e annientare la diversità in favore dell’uguaglianza. Fu Tocqueville a metterci in guardia dal pericolo del motto tutti uguali: ossia l’omologazione.

E l’omologazione, l’annientamento delle potenzialità servono per far emergere il demiurgo di turno, colui che plasma non tanto il sistema di governo ma la nostra percezione del reale.

In questo testo questa si rivolga alla tecnica più antica del mantenimento del potere ossia la creazione del nemico. Questo concentrerà attorno a se ogni terrore, ogni paura, ogni oscurità presente nella psiche più profonda, quel luogo dominio dell’ombra da cui possiamo trarre paradiso o inferno. Nel testo è ovviamente l’inferno a emergere.

Immaginate tutto questo in una situazione di totale devastamento delle certezze, in una sorta di mondo post atomico da cui ricominciare.

E come si ricomincia?

In questo ambiente fintamente multiculturale, in cui il messia prende le redini del comando e manipola le coscienze, si alimenta non il lato migliore dell’uomo ma quello oserei dire più tenebroso: le inquietudini. E queste non possono che generare divisioni, rabbia, violenza e caccia al colpevole capro espiatorio di una società che non sa o non può prendersi la responsabilità del proprio fallimento.

è necessario un nemico da temere, degli esseri inferiori che facciano stare bene gli altri.

E’ l’esaltazione dell’individualismo estremo quella descritta da Crescizz che mitizza la mancanza di responsabilità a favore della sopravvivenza.

E cosa diventa la sopravvivenza personale senza responsabilità?

Violenza. Orrore. Sangue. Blasfemia.

Senza più limiti etici l’essere umano si spinge oltre il lecito e il consentito, sfida dio con arroganza e inizia a sostituirsi a lui. Grazie a questo delirio di onnipotenza l’essere umano diviene oggetto e non più soggetto,un semplice mezzo per raggiungere i suoi fini. E rendere l’uomo svuotato di ogni diritto di ogni dignità è il passo indispensabile per dominare.

È facile muovere una rivoluzione, sovvertire il potere dominante… ma poi, figlio mio, cosa resta? Macerie… e gente pronta a ricostruire. Aspettano solo che tu dica loro in cosa credere.

Ed è una terribile verità: senza più il libero pensiero, spronato dalla dignità, senza più la capacità di autocritica, siamo solo facile preda per il dittatore di turno, che sia un leader politico, religioso, un life coach, o semplicemente uno che decide, per suoi interessi come dobbiamo usare la nostra creatività e i nostri doni.

Crescizz maschera un atto di denuncia in romanzo, conscio che è il mezzo migliore per far germogliare idee non per creare una rivoluzione, ma per stracciare questo osceno e putrido velo di Maya. Solo comprendendo cosa si cela dietro i dogmi è possibile non solo la salvezza ma anche la scelta. Chiunque creda di avere oramai la strada spianata, chiunque sia stato “clonato” per meglio assecondare le malate pulsioni di una società allo sbando, con la gnosi, con la consapevolezza può rompere questa catena che ci rende schiavi.

E scegliere.

E diventare pienamente umani.

E quando qualcuno si arrogherà il diritto di scegliere per noi, saremo protetti e capaci di lanciarci come novelli Vendicatori sulla prigione che tenta di costruirci attorno.

Io decido cosa è giusto e cosa non lo è, fiuto i bisogni del popolo, ne alimento le speranze, creo le necessità e smonto le teorie. Posso rielaborare i fatti, gestire le paure, veicolare i gusti, dare coerenza a ciò che non ne ha. Sono in grado di manipolare gli ideali e i loro simboli, come la svastica e il crocifisso, e posso reinventare il nazismo e il fascismo e mischiarli al cattolicesimo, fondere insieme scienza e religione, governando con la prima e facendo credere al popolo di vivere sotto l’ala protettrice della seconda.

Dubitate dei lupi travestiti da agnelli, degli imbonitori, di chi si sostituisce alla vostra mente, di chi vi dice cosa è giusto e cosa è sbagliato, chi odiare, e chi amare.

Sperimentate, crescete, evolvete.

Fate domande, ascoltate la vostra voce interiore diventate capaci di buttare la cesso ogni vostra certezza.

E ricominciate da zero.

Siate coraggiosi.

E questo libro vi aiuterà.

Sapete perché?

libri sono gli oggetti più pericolosi che possano esistere per chi detiene il potere. Forniscono informazioni utili per ogni cosa, da come costruire un edificio stabile a come ricavare un farmaco dalle piante. Ma non solo, i libri muovono le coscienze, accendono gli animi, danno sfogo al libero pensiero. Lo stesso si può dire di internet e dei telefoni, dei film, dell’arte, ecco perché ho bandito le comunicazioni e anche il cinema. Queste forme di espressione portano a un massiccio scambio di informazioni e di idee, formano le opinioni, creano alternative… e io non l’ho mai permesso. Le coscienze non devono avere coscienza affinché io possa governare su di loro.

 

Ecco perché molti sono stati sordi al grido lancinante di questo libro. Ma voi tenete le orecchie bene aperte e quando Brandelli vi chiama, rispondete.

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“L’impero d’acciaio. Il segreto di Vesta” (Vol. 3) di Claudio Bolle, Lettere animate Editore. a cura di Frank Slade

 

Uno degli errori madornali che fanno spesso gli autori di saghe è rallentare il ritmo dei loro racconti man mano che la storia va avanti, durante l’arco della pubblicazione dei libri.

Nel racconto strepitoso del nostro autore, invece, accade letteralmente il contrario: ovvero si passa da una normalissima vita, a tratti monotona, a nuove situazioni che, incrociate insieme, creano una combinazione di eventi schietti e veloci che non danno adito al lettore di annoiarsi.

Anzi voi che leggerete questo ed i precedenti libri, rinnoverete le vostre coscienze con punti di vista che vanno oltre l’ottica piatta ed in serie che gli anni 2000 ci hanno consegnato.

Leggendo questo terzo capitolo, è apparsa nella mia mente una citazione di uno dei miei cantautori preferiti, che, a mio modesto avviso, rappresenta a pieno titoto ciò che il nostro “Claudio” vuole esporci:

 

“C’è un cartello appeso in mezzo al cielo -Se vuoi vivere alla grande devi stare con l’Impero-.
Ma una ragazza un giorno m’ha spiegato che il mare ha tante onde e non finisce all’orizzonte”.

 

Ecco, mie cari lettori, il punto della questione è proprio questo.

L’Impero romano, grande ed immenso (come lo conosciamo), andrà oltre i suoi limiti, imparerà a sviluppare il suo immenso potere, in un modo che va oltre le possibilità del periodo storico, in questione.

I nostri sette amici, prenderanno maggiormente coscienza di quello che significa vivere nella Urbe, con tutti i pregi ma anche ostacoli che troveranno nella loro avventura.

Inizialmente, loro non si renderanno realmente conto delle grandiosità che la loro presenza ha portato all’Impero ma sarà proprio Tiberio a fargli comprendere l’importanza del loro lavoro ma soprattutto a fargli capire che è fondamentale, da parte loro, integrarsi bene nel tessuto sociale dell’epoca.

Accanto alla realizzazione dei progetti che loro stanno portando avanti, gli ostacoli, però, non smetteranno di mancare. Infatti, il manifesto rappresentativo dei vari problemi che incontreranno risiede in una citazione che il nostro autore evidenzia più volte nell’arco dei tre libri:

 

“Il nemico maggiore di Roma sarà Roma stessa”.

 

La storia ci racconta che l’Impero Romano cadde vittima di sommosse e guerre di potere al suo interno ed è proprio quello che potrebbe accadere. Ma i nostri amici, con l’appoggio e la fiducia dell’Imperatore, faranno di tutto per non far avvenire ciò e cambiare definitivamente la storia.

Se riusciranno a sconfiggere chi brama alle spalle dell’Urbe, avranno la strada completamente in discesa, portando avanti i loro progetti di rinnovamente della sicurezza, dell’economia fiscale e non, della materia giuridica, ecc, ecc.

In questo terzo libro, i nostri Neo-Senatori verranno ancor maggiormente influenzati dagli stili di vita del periodo, anche se decisamente trasgressivi.

E di conseguenza, uno dei grandi meriti dell’autore è stato quello di affrontare la tematica “sesso” e rapporti sociali, con una naturalezza ed un innocenza, che, nei tempi nostri, nessuno capirebbe mai, o quasi.

Ma il vero nodo cruciale di questo terzo capitolo è un altro…

Come evidenzia il titolo, c’è un mistero che attanaglia o meglio che lega i nostri amici al culto di Vesta.

Cosa può mai legare quei ragazzi a Vesta?

Cosa possono mai c’entrare loro con le custodi del “Fuoco Sacro”?

Beh… miei cari lettori, ormai la storia come voi la conoscete è stata avviata su una strada completamente nuova, nulla tornerà più come prima e la risposta a questo mistero vi fornirà la chiave per comprendere, realmente cosa è accaduto e soprattutto come è cambiata la vita, non solo dell’Impero ma del mondo intero.

Adesso voglio lasciarvi con una citazione di questo testo che, non solo, rappresenta a pieno il potere del cambiamento ma vi farà riflettere su cosa significa creare e donare cultura:

 

“-Un libro si scrive, non si fa, mi pareva di averti insegnato a parlare-.

“-Loro l’hanno scritto e anche fatto, vedrai-”.

 

Homo faber fortunae suae …

“I frammenti del nostro sogno di Rossella Gallotti. A cura di Alessandra Micheli

 

Lo ammetto.

Uno dei miei punti deboli è il romance.

E’ un genere che proprio non riesco a amare, eccessivamente chiuso nei suoi rigidi e aridi clichè. Molto distante dall’eccelsa narrativa rosa, brillante, dei racconti della Delly, della Cartland o della nostra Liala, schizzi di una società in continuo mutamento. Ed è questo percorso delle civiltà che destabilizzava, proponendo sempre nuove filosofie, nuove tecnologia e un mutamento sempre più veloce, che, però trovava una sorta di punto fermo, nei gemiti d’amore, nei sospiri e nella difficoltosa ma affascinante corsa verso l’interazione con l’altro. L’amore è un sentimento da riverire con pacata meraviglia, da rispettare come il dono donatoci dagli Dei, non da banalizzare e da ferire con puerili immagini che trasudano violenza e orrore da ogni poro.

L’amore è una forza indomita è vero, a volte selvaggia, come selvaggi e senza freni sono i nostri sensi. Ma a differenza della passione sessuale, questo suo caotico impulso è fatto di ordine, di pacate emozioni che una volta liberate, si acquietano in un respiro che sa di assoluto e di magico. L’amore, come leggiamo in alcuni testi, è il vero unico incantesimo, sublime e disperato, reo di abbracciare in un tutt’uno coerente ed esaltante, abisso e paradiso.

Ecco perché oggi tendo a non leggere i romance, distorsione linguistico culturale del cantar d’amore.

Se pensiamo che, queste emozioni hanno dato vita alle opere più mirabili per il nostro spirito, capiremo come, è necessario e rispettoso, approcciarsi al mutevole mondo dei sentimenti con rispetto e devozione.

Ecco che spesso la letteratura rosa viene bestemmiata in tanti libri, in quanto si predilige non l’aspetto emotivo, emozionale e formativo di questo sentimento, ma quello scenico, trasgressivo e voyeuristico tipico di una società annoiata, che non sa più come e dove provare il brivido.

Beh se non riuscite a provarlo soltanto guardando negli occhi, o il sorriso, o la voce, o il camminare dell’oggetto della vostra passione, siete messi male.

Ma tanto male

Significa che siete vittime di una società che ostacola la fluidità delle sensazioni con i muri della noia della finta ribellione e dell’ipocrisia bigotta.

Solo una società siffatta, infatti, ha bisogno di trasgredire.

Premessa a parte, sono lieta di comunicarvi che Rossella esce dal cliché.

Esce dall’odioso stereotipo machista dei tanti libri che usano hot al posto del termine emozione. E invece di emozione, il libro i Frammenti del nostro sogno ne è pieno, trasuda perciò luminosità a ogni riga, a ogni parola, a ogni frase. Apparentemente scritto secondo la prospettiva di un uomo cinico, esso è il canto dello sposo alla sposa perduta, dell’anima che urla il suo dolore al cielo, bestemmiandolo. Ma ironia della sorte, viene benedetto da una sorta di regalo angelico: Alessia.

Se Sam è il prototipo della persona perduta oggi, in un mondo che esalta e fa del suo mantra la violenza e il dileggio di ogni sacro legame, di ogni empatia, Alessia è l’elemento necessariamente angelico che serve e DEVE servire perché l’anima risorga dal fango. Ella è la Beatrice che accompagna un Sam/ Dante lungo la strada impervia del proprio io, facendogli affrontare paure, remore, occulti orrori e curando con un balsamo afrodisiaco le ferite. Alessia è rappresentata perfettamente dallo sguardo, sono i suoi occhi, quelli puri, quelli limpidi non toccati dal male. Alessia è l’animus bambino che pur conoscendo l’orrore da esso non ne viene sporcato.

Anzi.

E’ dal dolore, è sperimentando l’altra parte della vita, quella che usa la sopraffazione, che lei ne esce più salda, la vera vincente.

Da anima infantile a donna, cosi come la fiaba della Fanciulla senza mani (anch’essa mutilata dal male) Alessia affronta il suo percorso assieme e per mano a Sam.

Una storia dai toni delicati eppure pesanti come la violenza di genere, affrontati con somma responsabilità da una giovane che non disdegna di far piangere il suo eroe, conscia che non è debolezza il pianto, consica della possobilità, anzi della responsabilità che la scrittura porta con se, anche sul più infimo degli autori. Ecco che il non modellare un personaggio dotato di crudeltà, di attributi maschili che vorrei fossero oramai cenere per i ricordi, è sinonimo di maturità, dare forma a un personaggio che, è bello nella sua pedissequa scelta della legalità è un atto etico di profondo rispetto per l’altro., per chi legge, per chi con i libri forgia i suoi sogni. Perché in questo libro non è vero che non conta chi sei e cosa hai fatto.

Anzi.

Non si salva l’uomo o la donna che trovano l’amore. L’amore è la ricompensa suprema, per aver affrontato con fede, senza abbrutirsi i lunghi oscuri sentire di una vita che a volte è famelica e aggressiva.

I Frammenti del nostro sogno indagano gli inizi dello Scrigno di Sam, uno scrigno che ricorda il fantomatico Vaso di pandora al contrario, caricato di ogni emozione positiva, di ogni ricordo, di ogni atto fisico che fa della bellezza, dell’armonia e del rispetto, la sua guida.

Emozionatevi.

Vivete una storia sana e pura.

Qualcosa che vi darà la carica di non soccombere, come
Alessia, a quel infausto demone ghignante che è, oggi, la perdita di eticità.

Complimenti Rossella.

“Blake, il divenire degli Dei” di Simone Alessi, Vertigo editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Quello che avete tra le mani non è un libro semplice.

Vi avverto.

Anzi nulla ha da invidiare a un accademico saggio gnostico.

Blake non sarà il bel e rilassante fantasy, ma una visione onirica, non per questo meno reale, che riguarda la divinità, o meglio la sua natura, la sua genesi e la sua evoluzione.

Iniziamo con lo spiegare perché ho detto che, considero il libro un testo gnostico. La spiegazione è semplice e esaustiva: perché parla del divenire Elohin ossia la divinità che va oltre.

Oltre capite?

E oltre significa che guarda al di là della sua mera apparenza, rinnovandosi e seguendo, in modo fluido e semplice, la natura dei cicli armonici dell’universo. Questo la metterà in conflitto con l’altra religione, nata e prosperata dalle ceneri della “vecchia” e che venera la forma, quella che mai muta e mai cambia: JHAVE colui che è. E come sempre ripeto, per essere non devo Mai divenir altro,quindi non posso progredire. E’ da questa strana ma intrigante differenziazione che, le religioni sorelle, cristianesimo e gnosticismo si dividono combattendosi in modo atroce a volte, ma dinamico, innescando il necessario movimento rotatorio per dare vita, stranamente e ironicamente, all’esistenza cosi come la conosciamo noi. Eh si miei cari lettori.

Nonostante le terribili atrocità commesse, non solo verso i seguaci della vecchia religione ma anche verso la nuova forma di religione (sicuramente elegante, complicata e raffinata del cristianesimo) ossia lo gnosticismo, quella dinamicità tra poli opposti, tra negativo e positivo, dona la capacità di rigenerazione necessaria alla nostra realtà materiale. E’ un arcano segreto prigioniero dei grandi sistemi filosofici e delle grandi spiritualità di stampo iniziatico egregiamente espressa dalla frase di Alessi

l’evoluzione delle divinità non è diversa da quella degli esseri umani. Tutto si trasforma e nulla si distrugge, ricordatelo sempre.

La divinità è parte dell’inconscio umano, da li si origina e da li si manifestano i suoi mille rami, i filamenti che creano quella rete di interdipendenze, di relazioni, di scambi, di informazioni che noi, chiamiamo vita.

Al tempo stesso noi siamo parte del soffio divino, di quell’energia che muovendosi, cadendo, perendo o semplicemente distruggendosi, dà origine a piccoli frammenti di sogno (come direbbero gli aborigeni australiani) che fanno parte del fiume tortuoso della realtà. Sogno e materia divengono sostanze che apparentemente si scontrano, ma che fanno parte di quell’immensa e creativa entità che Bateson chiamava mente. E’ dalla mente universale, quindi che la religione, il sacro e l’uomo stesso discendono, rendendo con la loro capacità di nominare, di scegliere e di immaginare, reale l’irreale. Materiale l’immateriale. Fisico il numinoso.

Grazie alla capacità di percezione, il pensiero/sogno diviene tangibile, grazie al nostro cervello connesso con l’intelligenza superiore noi riusciamo a creare la nostra civiltà, il nostro cammino e dare persino le sfumature all’indivisibile, operando quella separazione tra luce e oscurità, tra opposti tanto cara alla nostra saggezza occidentale, che in realtà appaiono cosi solo alla nostra volontà di immaginarli tali.

Non a caso Marion Zimmer Bradley raccontava come:

è il nostro pensiero a creare giorno per giorno la realtà che ci circonda.

Ecco che Dio e la sua interazione con il mondo e il creato, fatta di sottili e imperscrutabili legami (la religio appunto) diviene sia prodotto che dominatore di quelle menti che, unite assieme, donano corporeità a quel labile numinoso pensiero appartenente, come direbbe Platone all’iperuranio, una regione celeste o infera, a secondo del tipo di pulsioni, che accoglie le potenzialità inespresse dei nostri sogni. Li, in quel luogo che molti chiamano Ade, Eden o Paradiso esiste il seme di ogni realtà, esiste l’embrione di ogni alta costruzione filosofica, esiste la materia grezza da cui plasmare il nostro reale.

Complicato come discorso?

Forse.

Ma necessario.

Perché il divino torni a essere, in fondo non un qualcosa di stazionario, rigido stabile ma partecipe con l’uomo e per l’uomo dell’evoluzione. Tutto il significato del testo di Alessi, dunque, possiamo trovarlo nel titolo: non il racconto del divino, ma il divenire degli Dei. E una divinità che diviene diventa sempre più simile all’essere umano, creato forse, per premettere alla volontà di incremento patrocinata dagli Elohin, di ampliarsi sempre di più grazie all’amore e alla deferenza. Ma al tempo stesso, questa spinta alla maturazione verrà bilanciata da una sorta di ritrosia e di terrore del cambiamento, perché cambiare si collega a signora Morte, perché presuppone l’abbandono totale di ogni certezza, di ogni privilegio, significa, forse, soffrire per l’atroce mancanza che la dea bianca ci fa subire quando, nelle vesti della Parca, taglia con ardore i fili del nostro personale arazzo.

Ecco che una divinità che soffre diventa, come in questo testo, immanente, non più trascendente, non più diversa, altro da noi, ma profondamente legata e padrona e gemella della nostra anima.

Questa riflessione profonda sul divino continua raccontando con una grazia e una capacità immaginativa eccelsa, il dramma della Pistis Sohpia, ossia il viaggio dell’essenza umana e divina verso la liberazione. Spesso cito questo testo che è di una bellezza abbagliante, come uno dei drammi fondamentali dell’uomo che ha escluso dalla nostra fisicità un vivere più armonico, nei confronti non solo della natura ma del suo stesso fratello.

La pistis sophia racconta la discesa nelle regioni degli inferi (Jung lo chiamerebbe inconscio profondo) a causa di una distrazione o di un inganno. La sua luce inizia a abbracciare pensieri di potere, di ribellione alla sua stessa natura, che può esistere e svilupparsi in completezza soltanto nelle regioni alte dell’universo. Ma questa pienezza è la pienezza del vuoto: in esso esiste tutto, ma il tutto allo stesso tempo si disperde poiché non ha una sua personale natura. E’ la completezza del caos da cui tutto può essere, ma per essere deve scindersi in piccole multiformi particelle.

Sophia inizia, così, a essere corrotta dagli arconti, da divinità minori che la seducono la illudono e la dominano, in un brutale atto di violenza perpetua. Liberare la Sophia, ossia la conoscenza, dalle pastoie della mortalità, intesa come viaggio senza ritorno verso le regioni basse dell’istinto e della volontà egoica, è quello che farà l’essere di luce nelle vesti del Cristo, ossia del consacrato, del benedetto, colui che, sconfiggendo l’ego il basso impulso ridarà luce e luminosità alla Sophia. Liberandola dalla ragnatela delle illusioni la riporterà in alto, nelle regioni della luce, assisa sul suo trono sfavillante.

E’ una parabola bellissima della caduta dell’anima nella materia, quella che viene corrotta dai peggiori residui umani. Ma è anche una parabola della Dea detronizzata dalla volontà di far predominare il maschile. In questo libro Selene, o meglio la dea Bianca racconta, in immagini allegoriche tipiche del fantasy epico, il suo dramma quello di essere dimenticata dall’uomo e di essere esclusa dalla sua creatura: la vita. Senza la Dea noi siamo in pericolo, in balia della materia, in balia della volontà di dominio senza l’empatia necessaria per riconoscere un pizzico di divinità in tutto il creato. Il risultato è un dio rancoroso, geloso, primo di compassione.

nel momento in cui il secondo millennio cristiano si è concluso, sia il lato maschile che il femminile sonoprofondamente feriti…i doni del femminile non sono stati pienamente apprezzati né accettati. Mentre il maschile frustrato dall’impossibilità di armonizzare tutte le sue energie con un lato femminile pienamente sviluppato, procede con il braccio armato brandendo imprudentemente le armi. Nel mondo classico le energie opposte erano perfettamente bilanciate. Oggi invece c’è un predominio dell’aspetto maschile. Solo un passo separa la venerazione del potere e della gloria del principio maschile e della gloria del principio maschile/solare dalla venerazione del figlio un culto che troppo spesso porta ad un maschile immaturo arrabbiato, frustrato, annoiato e spesso pericoloso…il risultato finale della svalutazione del principio femminile non è solo inquinamento ambientale edonismo e crimini dilaganti, l’esito ultimo corrisponde all’olocausto”.

Margaret Starbird

Con queste parola Margaret Starbird racconta il nostro postmoderno. Un psot moderno affranto, sconvolto, pieno di violenza ma sopratutto alieno a se stesso. Ecco che Virbi Road diviene immagine speculare del nostro mondo, alienato dalle emozioni, che ha sostituito la vecchia religio con una tecnologia che rende aridi e spenti gli animi:

La religione in un mondo di tecnologia e scienza non esisteva, l’unica certezza era la materia e la sua origine ma solo se provata. Le antiche religioni avevano fatto storia, ma nel cuore degli uomini batteva sempre una speranza per quelle luminose divinità.

E ancora

La tecnologia è il nuovo mezzo per idolatrare il divino. Non c’è bisogno di un nome o di un corpo, pensa quanta gente dona i suoi pensieri a quella finta magia e pensa quanta energia scaturisce in quel piacere tanto fittizio. Eccoti la risposta: il lupo travestito da agnello cammina per le strade del futuro.

E allora ci rendiamo conto, nella nostra folle volontà di annientare la religione, anzi il sacro, che l’unica strada per porre fine alle atrocità combattute in nome di un Dio è quello di ristabilire l’equilibrio tra caos (necessario alla creazione) e l’ordine rappresentato della Dea, nelle sue vesti di sposa, madre, signora degli incanti e della magia.

Ma anche nella sua veste di Bianca signora.

E un altro intrigante riferimento.

Nel testo di Alessi esiste un accenno alla splendida, estatica visione dell’amore e dell’origine degli esseri umani: ossia l’androgino.

Tutti conoscete la storia di Platone delle anime gemelle?

E’ quella storia che rende superflua ogni identificazione di genere capace di influenzare il percorso verso il riconoscimento dell’altro, della parte mancante di noi stessi. Secondo la teoria di Platone, all’origine dei tempi gli esseri umani non erano suddivisi per genere sessuale. Ciascuno di essi aveva quattro braccia, quattro gambe e due testa. Con il passare del tempo, e per effetto di un Dio solo, geloso di contante interezza vennero separati per punizione in due esseri distinti da un fulmine ( non a caso JAHWE è considerato un antico dio delle tempeste mesopotamico).

Ecco perché ogni essere umano cerca di trovare la propria anima gemella, l’altra parte di sé, la propria metà perduta. E questa ricerca non riguarda uomini e donne, ma la loro anima che è immortale e asessuata, figlia e elemento dell’anima mundi. E’ l’appartenenza il vero sogno dell’essere umano, quella che ci riporta indietro quando una divinità sconosciuta disse:

E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.

Dio creo l’uomo, maschio e femmina a sua immagine e gli diede la capacità di nominare il creato, di fecondarlo con la propria energia e sopratutto diede all’essere perfetto, bastante a se stesso, la capacità di amare. Ed l’amore la vera forza che si moltiplica, che invade e possiede e si identifica con lo spirito dell’universo.

E’ un libro arduo, affascinante, capace di trasportarti in un altra dimensione, un libro pregno della filosofia occidentale in tutte le sue versioni. E’ un libro che conquista e sconvolge ma che omaggia e riporta alla luce una delle migliori tradizioni occidentali: lo gnosticismo.

Che si chiamino catari, che si chiamino bogomili, o pauliciani,naasseni, cainiti,sethiani, che si chiamino ofiti, esso resta quella luce nella barbarie che era in grado di donare, forse, la vera sostanza dei racconti biblici: non un calvario di punizioni e di crudeltà, frutto di un dio geloso e prevaricatore. Ma una parabola di liberazione per l’anima, capace di sentirsi parte di un disegno più grande, frutto dell’immenso amore che ha reso possibile il concepimento di un essere straordinario, capace di lenire la solitudine di una divinità grandiosa, luminosa e oscura ma bisognosa di un atto di riverito amore.

Alessi I miei omaggi, per un libro che non stento a definire prezioso e fratello della più antica Pistis Sophia. Tu sei il nuovo profeta. E con questo fardello ti benedico in questa strada verso il ripristino dell’equilibrio.

“8” di Dustin Lance Black, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli (Fonte http://www.letturesalepepe.com/category/recensioni/)

 

Ho pensato molto a come scrivere questa recensione, tanto da prendermi qualche giorno di riflessione, cosa mai avvenuta in quasi due anni di attività di blogger. Questo non perché non avessi argomenti o perché il libro sia privo di contenuti. Diciamo che da raccontare, da mostrare al lettore c’è tanto, troppo e quindi bisogna operare una scelta.

Non me ne voglia, dunque, la Casa editrice e l’autore ma mi focalizzerò su alcuni dettagli che non solo mi hanno colpito (anche perché chissenefrega di cosa mi colpisce o no) ma che sono importanti e pietre d’angolo di tutta la struttura del testo.

Non vi tedierò con i dettagli tecnici, vi ritengo in grado di destreggiarvi abilmente tra generi e stili. Se cosi non fosse, alla prossima definizione di lettrice compulsiva, avrò sicuramente una crisi di nervi. Che almeno la patologia psicologica, per nulla simpatica, abbia un senso.

Il testo 8 di Dustin Lance racconta il processo vero, per nulla inventato (anche se a volte ho sperato che lo fosse) che aveva per oggetto di dibattito una decisione direi inquietante presa dallo stato della California riguardo i matrimoni tra soggetti dello stesso sesso. Il 4 Novembre del 2008 si tenne, infatti, il referendum denominato appunto “Proposition 8”, che chiedeva l’inserimento di un emendamento nella costituzione dello stato affinché fosse considerato valido solo il matrimonio fra uomo e donna. In seguito all’approvazione della Proposition 8 numerosi gruppi a sostegno del matrimonio egalitario, ritenendo l’emendamento incostituzionale, hanno portato il caso alla Corte Federale californiana, che al termine di un processo ne ha riconosciuto l’effettiva incostituzionalità.

Per questo l’intero documento non è altro che il resoconto spietato e oggettivo della dialettica operata tra i due diversi avvocati ripresi in modo mirabile dallo sceneggiatore Dustin Lance Black. E pubblicato con coraggio dalla Triskell editore.

Perché la scelta di portare a conoscenza atti di un processo?

Il motivo è molto diretto ed è spiegato nell’introduzione:

dimostrare in modo evidente come certe prese di posizione da parte dei sostenitori del matrimonio eterosessuale come unica unione legittima risultino insostenibili, se non apertamente ridicole, in un’aula di tribunale. Che certi pregiudizi, di fronte al giuramento di dire tutta la verità nient’altro che la verità, appaiano davvero difficili da sostenere.

Le testimonianze, le spiegazioni scientifiche sul matrimonio messe su carta in bianco e nero, hanno una strana conseguenza. Mentre vengono declamate, grazie a le tecniche della comunicazione non verbale, alle diverse modulazioni della voce, (quella cadenza altisonante che caratterizza di solito le invettive pubbliche) hanno una sorta di aura di intoccabilità. Il flusso comunicativo è pieno di trabocchetti, tanto da minare il grado di attenzione dell’utente. Bastano poche frasi ad hoc tipo diritto naturale, oppure delegittimazione, pericolo gender, per evocare nell’interiorità profonda e ombrosa (Jung insegna) una sorta di atavica paura che genera il pregiudizio e lo stereotipo.

Badate bene.

Non è il pregiudizio la causa ma la conseguenza e quell’idea preconcetta diviene barriera culturale tra noi e l’altro, ma anche tra noi e la logica.

Scritte, le parole divengono diverse, perdono la loro forza di incantesimo e si trasformano in qualcosa di vero, puro e reale. La mente, leggendo, si sofferma e inizia a pensare. Magari il lettore passa oltre ma alla fine, capita quasi sempre, torna indietro.

E si domanda.

E si ri-domanda.

Ed è nel riscoprire questa ars perduta ( la domanda appunto) che si stuzzica la curiosità, attivando zone del cervello credute atrofizzate.

Ecco che sentire asserire “Esiste solo un tipo di famiglia” provoca una reazione, mentre leggere codesta frase fa assumere alla stessa una dimensione diversa, meno autoritaria.

Durante il processo si attua qualcosa di ancora diverso. La domanda e non l’acquisizione pigra di conoscenze, porta a un successivo sfaldamento delle costruzioni mentali, poiché la domanda diviene una chiave e apre canali proibiti. La domanda è ribellione, ma è anche riflessione, tanto che nei racconti graaliani senza question non si aprono le porte del castello del Graal.

Leggete questo passo straordinario:

Quando si presentano in aula e sono costretti a sostenere e difendere le loro opinioni sotto giuramento e a sottoporsi al controinterrogatorio, quelle opinioni si dissolvono. Semplicemente, non ci sono prove. Non ci sono studi empirici. Solo invenzioni. Scienza spazzatura. È facile propinare certe cose in TV, ma il banco dei testimoni è un luogo solitario in cui mentire e, quando ti presenti in tribunale, non puoi farlo. Ed è questo che abbiamo fatto. Abbiamo messo sotto processo la paura e il pregiudizio.

Ecco la chiave.

La paura

E sapete di che paura si tratta?

Del cambiamento.

Certe convinzioni sono per noi una coperta di Linus. Ci proteggono da un esterno che, tutt’oggi consideriamo ostile e brumoso. Nonostante i progressi scientifici, nonostante la tecnologica dentro restiamo uomini primitivi in balia di una notte senza luce, piena di sussurri paurosi e di strani pigolii. Restiamo inermi di fronte a un nemico immaginario, che lede o tenta di ledere la nostra sopravvivenza. Immersi un un ambiente difficile da comprendere dobbiamo per forza di cose, usare la nostra migliore facoltà ossia la percezione e l’identificazione. Siamo noi a catalogare e costruire, tramite appunto la percezione, una sorta di ambiente fittizio su cui possiamo agire e sono proprio le nostre costruzioni mentali. E questo significa, udite, udite, che non esiste una realtà, ma una delle tante realtà, in particolare quella più rassicurante per noi.

La concezione della morale, della società, la tradizione, la cultura, sono tutte le rassicurazioni che usiamo per acquietare quel demone chiamato ignoto. Divengono cosi importanti da definire, persino, chi siamo in rapporto all’ambiente che oggi ci ospita. Possiamo essere conquistatori, uomini in grado di dominare la natura e di nominarla, ossia di sottometterla ( nominare qualcosa, infatti, ha lo scopo di legarla a se e quindi di divenirne il demiurgo). Tutto ciò che nominiamo esiste, prende vita e diviene parte della nostra personale proiezione mentale. La realtà è perché noi decidiamo che divenga.

Questo, ovviamente, vale con i valori, con le idee che sono il mezzo con cui riusciamo a rapportarci e interagire con l’esterno. Anche quando quest’esterno è l’altro. Capite bene come la conservazione delle conoscenze acquisite e delle categorie che, durante la lunga esperienza umana, abbiamo deciso che fossero fondamentali per la nostra sopravvivenza, divengono intoccabili.

E sono quasi una religione, nel suo senso etimologico puro di legame con il microcosmo (società) e macrocosmo (universo). E sono ancor più importanti quelli che fondano quel ventre materno, quel nucleo protettivo che è la società.

Guai a cercare di sfaldare questo lido felice.

E la società si basa anche sui rapporti, quelli considerati leciti, tra i membri di questa sorta di compagnia di mutuo soccorso, mentre l’altro è il nemico, il deviante da cui dobbiamo proteggerci, stringendoci sempre di più uno all’altro. E il deviante è il diverso, il ribelle, quello che mette in pericolo lo status quo.

Ma sono abbastanza convinto che esista una concreta possibilità che il matrimonio tradizionale risulti indebolito dal processo di deistituzionalizzazione. Se il modo in cui definiamo una cosa cambia, è difficile pensare che questo non abbia alcun impatto sulla cosa stessa. Quindi, anche se non credo che qui nessuno possa dire con assoluta certezza cosa accadrà, credo in tutta onestà che questo sarà il più probabile… un probabile risultato della legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso

E ancora

Credo che dovremmo cominciare con due asserzioni. La prima è che ridefinire l’istituzione finirà col modificarla.

Capite il terrore?

E’ nella possibilità eventuale di una modifica di un’asserzione che rappresenta una stabilità e una certezza.

Nominare e quindi, legalizzare un qualcosa, ha il potere di renderla reale, e di conseguenza porta a una ridefinizione del concetto su cui si basa una società.

E la cambia.

E questo ci terrorizza.

Ci spaventa la possibilità di ammettere una possibilità di cambiamento belle nostre personali definizioni morali o etiche, facendoci giungere alla consapevolezza che, la vita, l’uomo, è diverso dalla creatura che noi vogliamo conoscere. Non possiamo mica sostare sul pericoloso ciglio dell’evoluzione.

L’essere umano è lacerato da un continuo dialogo, a volte estremo, tra due diverse pulsioni: da una parte quello che ho definito come tendenza all’autoconservazione e dunque all’equilibrio, l’altro è la spinta al cambiamento e alla modifica.

Questa tensione tra queste posizioni inconciliabili causa il movimento. Un passo indietro e uno avanti verso chissà quale risultato. Ma è importante sapere e conoscere una verità: il movimento è caratteristico della vita.

La vita si modifica, cambia, cresce e si evolve.

Apprende.

Non è mai statica e ferma.

Si ferma solo quando le cellule di un organismo smettono di ricrearsi.

La stessa comunicazione si basa sul concetto di informazione che è, semplicemente, l’acquisizione della coscienza dell’esistenza di una modifica da inserire nel proprio bagaglio genetico affinché sia utile alla generazione successiva.

La volontà della vita è trasformarsi.

E ogni apparato prodotto dall’uomo subisce questo processo: stati, idee, concetti, morali e valori.

Noi siamo diversi a seconda dell’ambiente, del periodo storico, degli impulsi, dei bisogni e della volontà di alcuni soggetti di apportare nuove forze in concetti che, rischiano di diventare statici e quindi di morire.

E il matrimonio è uno di essi.

E’ un istituzione considerata cosi importante da essere inserita nella costituzione di uno stato.

Costituzione capite?

Ossia le sue fondamenta.

Se è cosi importante, cosi pregno di significati, come posso io vietarlo in nome di un idea che sta mostrando tutte le sue lacune?

Come può l’ampliamento di un concetto cosi difficile da definire precludere l’altrui libertà?

Ci sono paladini del no al matrimonio gay che sostengono due cose. Uno la sua impossibilità riferita a un fantomatico stato di natura. Due matrimonio è uguale a procreazione.

Dello stato di natura mi soffermo per poche righe. Secondo loro visto ,che dio ci ha creati uomo e donna, lo stato naturale garantirebbe solo questo modo di concepire amore e sessualità. Due considerazioni brevi. Uno la bibbia parla di esseri ermafroditi. E non solo la bibbia, ma ogni tradizione sacra. Esseri monisti divisi per chissà quale beffa del destino. La bibbia cita testualmente”Dio li fece a sua immagine e somiglianza UOMO E DONNA LI CREO’.

Quindi la divinità tanto venerata dai detrattori, è fondamentalmente ermafrodita. Non me ne vogliate eh, è scritto nel vostro testo sacro. E non invocate l’aramaico perché, fidatevi è peggio.

Seconda considerazione. Era stato di natura anche l’appropriazione indebita, la violenza e lo stupro. Se venerate tanto questa condizione primaria, beh, dovete venerarla fino in fondo. Io mi tengo l’evoluzione civile.

Voi fate quello che vi pare.

Matrimonio uguale a procreazione. A parte che riduciamo una delle istituzioni più romantiche a una sorta di allevamento delle vacche. Ma lascio al parola al giudice Walker

Il mio punto è che ci sono parecchie coppie eterosessuali che non “procreano naturalmente”, che richiedono l’intervento di una terza parte o qualche tipo di assistenza medica. Perché gli stessi valori di cui ha appena parlato non dovrebbero applicarsi alle coppie lesbiche e gay? Creare un’unione, supportarsi a vicenda, donarsi reciprocamente amore, conforto, sostegno. Perché tutte le considerazioni da lei fatte, legittime per i ricorrenti, non dovrebbero anche per due John e Jane Doe qualunque?

Solo una realtà è valide.

Paura.

Avete cosi paura dell’altro, che non si conformi alle vostre aspettative che trovate scuse assurde.

Vi svelo un segreto: nessun essere senziente avrà mai voglia di adattarsi alle vostre ipocondrie. Alle ossessioni. Ai terrori inconsci.

L’amore non vi creerà mai danno, non delegittimerà mai il matrimonio. Né metterà a repentaglio i vostri figli.

Lo stereotipo si. La mala educazione si, la venerazione di Mammona si. Insegnare la non compassione si. La mancanza di empatia si. La stronzaggine anche.

Quindi lasciate che ognuno ami chi voglia e imparate a valutare gli altri non dalle loro scelte sessuali, ma da come si comportano di fronte a voi, agli altri e al mondo intero. Sono le azioni a decidere chi siamo.

Io vi consiglio questo libro. E voglio vedere se, oltre alla cazzate piene di concetti al limite della decenza (uno che randella la sua partner o la umilia, o l’idealizzazione del mafioso o del serial killer, quelli si che sono pericoli!) vi resta un posto per un libro che vi possa aiutare a riflettere. E magari spingervi a cambiare, senza tutte queste fisime assurde, felici di evolvervi.

Invece di stagnarvi sulle vostre sicurezze buttando al vento ogni vostro talento.

“Plenilunium”, di Angelo Basile, Oakmond Publishing. A cura di Vito Ditaranto.

 

Ricordate, alcuni giorni fa avete fotografato la superluna rossa, ma ora torniamo indietro. Torniamo a novembre, oppure viaggiamo verso il futuro, verso il prossimo novembre. Ma io preferisco parlare del passato, poiché il futuro è incerto.

Era novembre, la notte della superluna piena, e le foglie cadute al suolo si agitavano come topi in una cloaca, smosse dal vento che alitava su di loro il respiro di una stagione morta. Le stelle si tenevano a distanza senza illuminare nulla; una volpe trovò la tana occlusa dalla neve ormai ghiacciata. Un gufo attendeva paziente di cominciare la caccia dal suo rifugio in un vecchio noce grigio e contorto, deformato da un fulmine tempo addietro. Sul sentiero che portava sulle basse collinette passando attraverso un foro nella recinzione, un cane stava annusando il metallo freddo fino a farlo vibrare leggermente. Da un tumulo rotolò una pietra, un ramo fremette, la luna dipingeva ombre infette dove il nero creava una sottile trama di ombre.

Faceva freddo, e le luci creavano un effetto nebbioso che non comunicava alcun conforto. Il vetro delle finestre aveva un’aria fragile. Le doppie porte un aspetto inconsistente.

Aggrottai la fronte. No, era ingiusto. Eppure, notti come quella non le avevo mai viste.

“…L’aria è pesante e umida, tira un vento fresco, anche se non si può dire che faccia freddo, ma il cielo grigio non promette nulla di buono…”

Le stufe a legna negli angoli erano quasi spente e il freddo si stava facendo strada. Sospirai profondamente, e il fiato si trasformò in vapore.

Mi ero catapultato a Roma, protetto da quella che io chiamo il “vecchio stregone”: il Vaticano. Nel frattempo qualcosa con lunghe zanne affilate aveva scosso Milano.

Tutte le notti di luna piena nascondevano un segreto che solo il Vaticano sapeva, ma perché?

Lo scoprirete solo leggendo l’opera di Angelo Basile.

Oserei definire questo romanzo un misto tra horror, mistero, thriller e fantasy, con leggero gusto per il macabro e il gotico.

Tutta la narrazione è avvolta in un alone di impenetrabile mistero, ogni singolo luogo o avvenimento infittisce l’enigma e non concede al lettore nessuna tregua.

La luna è sempre la spettatrice onnipresente nella trama del romanzo. A essa si legano paure e speranze, addii e ritorni, alternano certezze a oscure profezie. Luce e Ombra, Vita e morte, sempre in continua mutazione. In “Plenilunium”, si respira tutta l’incertezza dell’uomo. Una narrazione che lascia costantemente basito il lettore, in un luogo ove nulla è certo.

“…Lo aveva visto e riconosciuto… Si è offerto in sacrificio, perché non uccidesse nessun altro e per regalargli altro tempo da vivere, ma non poteva accettare che facesse altre vittime, così mi ha rivelato chi sia…”.

Al di là di quella che può essere una buona trama, coinvolgente e di grande suspance, l’autore nasconde tematiche assai più profonde: l’ineluttabilità del destino che si manifesta nelle maniere più strane e imprevedibili ma che raggiunge sempre il suo scopo finale, l’eterna lotta tra bene e male, la capacità di quest’ultimo di trovare sempre una via per manifestarsi, la buona fede che finisce col rivelarsi disastrosa, la redenzione.

Il romanzo, ha uno stile che lascia senza respiro fino all’ultima pagina, permeando ogni singola riga con un senso di inquietudine e di tensione unici: mai una parola di troppo o un passaggio prolisso, mai una frase fuori posto. Tutto è voluto e tutto concorre al fine ultimo.

In una notte si consuma la lettura di questo testo, nonostante le trecento pagine, magari accompagnati da un buon pacchetto sigillato di sigarette e qualche sorso di alcolico, non di più.

Ci si trova, inspiegabilmente trascinati nella storia, e come in un vortice non si può uscirne prima che la musica creata da Basile, finisca.

Toni cupi, quelli in cui ci si addentra, è tenebra fitta, un bianco e nero perpetuo, fino all’arrivo dei personaggi che sembrano colorare finalmente l’universo attorno a cui ruota l’enigma.

Rosso sangue, nero pece, nero asfalto e poi blu notte, quel blu cobalto che sembra essere perfetto per la notte in cui tutto succede.

Il tempo si ferma, e improvvisamente bene e male diventano concetti astratti, guidati solo dall’istinto, dalle parole spezzate, dal respiro che trema, dalla frenesia che si scioglie tra le pagine. Una dopo l’altra fino alla fine.

Queste pagine sono gli occhi in primo piano del lupo che alberga in ogni uomo, con le sue paure, le sue inquietudini di umanità al contempo, con la sua immancabile ed eterna solitudine.

Non si rimane annoiati, la narrazione è veloce come veloce è il sogno e l’incubo dentro al quale si crede di vivere.

Quando i minuti perdono importanza e c’è solo la carne e il sangue, profumato e dal sapore delizioso sul palato.

Possessione, gelosia, desiderio. Questo è, questo siamo.

In un mondo che marchia a fuoco i ” diversi”, ci sono spie di “Luce” sempre accese, come fari nell’oscurità dell’ottusità umana, alle quali aggrapparsi per non crollare. Amore e Morte. Vita o Dannazione. Scelte da compiere, nemici che diventano amici e quasi protettori nascosti delle nostre pacifiche vite. Un mix di arsenico e ambrosia. Un odore di terra bagnata di pioggia, di libertà. Un libro che diviene una musica dai toni altissimi, dolente, come un lamento, o un grido. E’ l’ultimo e meraviglioso canto di chi ha scelto cosa essere. Il giglio che appassisce, sotto il candore pesante della neve e rinasce rosa carnivora.

Buona lettura!

Che la luna v’illumini il cammino, sempre.

“…io, ti avrei sottratto la tua vita…”

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

“La bella e la bestia. Una favola Steampunk” di Elena Mandolini, Dario abate editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Leggete con attenzione queste parole:

Noi non siamo esseri umani liberi. La libertà non è parte del nostro mondo. Il nostro compito è di diventare potenti, acquisirne sempre più…

E ancora:

potere e pace sono due argomenti di fronte ai quali i legami di sangue vanno in secondo piano.

E un altra:

il potere è ciò che conta, la gloria eterna negli annali della storia. Solo questo

Tranquilli miei cari lettori.

Non ho voluto iniziare questa recensione con estratti per riempire i fogli, in quanto priva di idee.

Anzi.

Questo libro è un vulcano pronto a eruttare contenuti incandescenti come lava, capaci di distruggere ogni nostra umana concezione. Ma voglio focalizzare la vostra attenzione non sul lato “romantico” della storia della Bella e la bestia, ma sulla sua rivisitazione steampunk, che la rende profondamente diversa e con una morale molto più acuta e acuminata, rispetto alla storia originale.

Tutti voi sanno l’intento di quella strana e straordinaria fiaba:l’esaltazione della diversità considerata, non più come oggetto di timore, ma soggetto su cui riversare una venerata meraviglia. Un altro significato riguarda la banale (mica tanto) scoperta che l’abito non fa il monaco, per restare nel campo del folclore popolare. Che ha il significato di andare oltre le apparenze e addirittura oltre i preconcetti e il ruolo sociale. Ecco perché Beauty and the best, resta affascinante sia dal punto di vista semantico che antropologico, in quanto, reitera i concetti portanti della cultura umana, e osa addirittura, scontrarsi con quei tabù che sembrano necessari alla conservazione della tradizione e quindi della compagine umana.

La fiaba, in fondo, non è altro che un ripetere in una nenia ipnotizzante, tutti i capisaldi rigidi e venati da autorevolezza che, nei secoli, i nostri antenati hanno costruito come un perfetto intoccabile mosaico. Nessuno osa dubitare, quindi, di quegli assunti. Le fiabe non faranno altro che confermare queste ataviche prese di posizione, tanto che gli etnologi usano le favole proprio per comprendere appieno l’ethos di un determinato popolo o di una determinata etnia. Lì, in quello scrigno riservato ai più piccoli, in un atto di socializzazione primaria, si trovano le idee sullo stato, sulla persona, sul bene e sul male, sulle leggi e consuetudini sociali e persino sulla politica.

Ed è qua che vorrei focalizzare la vostra attenzione.

Che la politica non sia solo l’esercizio pratico del potere dato dalla sovranità, è oramai di pubblico dominio. La polis è tutto, tutto comprende, dai bisogni primari e quelli più privati, dalla volontà generale a quelle più particolari, dalla sociologia alla funzione giudiziale. Dalle leggi dello stato, alle consuetudini sociali. La politica invade ogni sfera del cittadino, persino quella privata dominando o tentando di dominare impulsi, indirizzando i talenti personali sulla via della pubblica utilità.

Le fiabe, in quest’ottica, assumono il valore di osservatori del proprio tempo, innovando a volte impedendo invece l’evoluzione politica. Ogni fiaba avrà, quindi, sia un potere adattativo, ossia inserirà il soggetto a cui è destinata nel mosaico civile, oppure distruggerà tale mosaico per ricostruirlo, usando l’arte della critica.

E lo steampunk, signori miei, fa parte della seconda categoria di storie.

Innova.

Distrugge.

Contesta.

Si ribella.

Al pari della forza propulsiva di quell’energia a cui deve il nome, ossia il vapore, parte come un treno spazzando via ogni nostra acquisita concezione sulla vita, sull’amore, sulla femminilità ( a tal proposito mi permetto di ricordarvi Caligo) e sopratutto sulla società.

Il libro di Elena Mandolino non stonerebbe in un trattato di Macchiavelli, di Rosseau o del buon vecchio Saint Simon.

Non li conoscete?

Beh vi consiglio di leggerli.

Vi apriranno un mondo che prima vi era precluso, un mondo in cui voi, oggi, vivete, agite, vi muovete e che per molti resta coperto da uno strano velo, una ragnatela fitta di illusioni e di irrealtà, quasi una sorta di mondo parallelo che, con l’autentico, poco ha da spartire.

Voi oggi, vivete nella stessa illusione di Bella, convinti che, la scalata al potere sia necessaria e vitale per il mantenimento e la prosperità della vostra vita. Siete convinti che la voce dell’autorità di turno dica solo egregie verità, che sia la sola voce autorevole, sia la sola affermazione valida e vi nutrite di bugie e menzogne.

Questo capita sia nella gestione del potere, nelle votazioni, nelle arti persino in questa favolosa giungla che è la letteratura, divenuta campo privilegiato per la rottura di legami di solidarietà e di mutuo soccorso. Rotta l’empatia che tiene unite le persone, quindi il micro-sistema, questa tendenza all’assolutezza del potere, all’egoismo del:

comparire negli annali della storia

invade anche le grandi idee, i gradi ideali, la grandi manifestazioni umanitarie, rendendo sempre più concrete le parole di Vilfredo Pareto quando asseriva che, dietro apparenti moti nobili dell’animo umano, come la beneficenza, la democrazia l’umanesimo, si celavano ancor più oscuri impulsi.

Questo steampunk è la prova dell’effettivo delitto avvenuto nei confronti degli ideali.

Bella rappresenta ognuno di noi, cresciuto con una ferrea disciplina ma sopratutto nutrita con il latte della fandonia.

Su tutto.

Sulla sua generazione, sulla realtà del mondo, sulla divisione in amici nemici, sulla natura intima del re considerato nemico e ingabbiato nel ruolo di cattivo.

Tanto che, il suo incontro con questo oscuro figuro, risulta strano, inquietante, oserei dire dissonante: l’immagine che le avevano fornito NON equivaleva alla realtà.

Si allontanarono con deferenza e con una sincera devozione negli occhi. Il rispetto che notò in loro la fece scuotere nuovamente. Trovava tutto questo molto ambiguo e anomalo

Vi do una dritta, custoditela in voi come un talismano: le persone non sono mai come la visione parziale delle convenzioni vogliono farci credere. Un nemico, tacciato tale dalla consuetudine e dall’apprendimento sociale, non sarà mai cosi oscuro come viene dipinto. Siamo esseri umani cosi complessi e cosi articolati, da sfuggire a ogni definizione. Queste forse ci fanno comodo per approcciarsi all’altro, costruire con lui un’interazione, per un pacato vivere civile, ma non sono mai la veridicità, non rappresentano l’interezza, non sono mai davvero fedeli al loro ruolo, sono molto di più di quanto questo tende a descriverceli.

E bella fa l’esperienza più drammatica: rompe i suoi schemi mentali. Li polverizza e li distrugge. E qua non rappresenta più il soggetto persona, ma l’ipotesi nobile di un essere umano che pensa, che elabora, che sperimenta. Tanto da abbracciare la nobile arte della domanda che ci spinge a voler sapere, a voler vedere oltre ogni aspettativa.

Ma non riguarda solo il rapporto a due, quello tra individui, ma l’approccio che essi hanno nei confronti del mondo e di quella polis sopra descritta. E cosi la nostra Elena si immerge nell’ardua riflessione sul potere e i regnanti, non prediligendo un sistema strutturale a un altro, ma mettendo la centro di questo “domino” nientedimeno che la Maat egizia.

Il mio popolo era stanco e sfiduciato e quando un popolo è stanco e sfiduciato alla fine si sfocia nella rivolta e nell’anarchia

E ancora

credo che la forza di un sovrano sia proprio nell’amare incondizionatamente la sua gente e NEL PRENDERSI CURA DI LEI

E insisto:

Molti sovrani, nella continua ricerca di accrescere domini e poteri dimenticano gli oneri verso il proprio popolo

Devo aggiungere altro?

Questa cesura sempre più profonda tra popolo, volontà popolare e sovranità, la stiamo vivendo oggi, sempre di più, sentendoci sempre più alienati. Carlo Mongardini metteva in allarme gli intellettuali e i politici, dallo svuotamento progressivo dell’istituto della rappresentanza. ( Forme e formule della rappresentanza politica, Franco Angeli editore NDR) Non ci sentiamo più cittadini ma vagabondi di passaggio. Non ci sentiamo più legati al territorio e traditi dall’istituto della democrazia rappresentativa. Noi abbiamo rinunciato a una parte della nostra libertà, e del nostro potere decisionale per far si che il bene comune promuovesse armonia, stabilità e progresso.

E non è stato cosi.

Il nostro diritto al governo è stato letteralmente infangato, deriso e ferito.

Il nostro legame con la città, con il territorio è stato reciso in modo atroce.

E siamo sperduti.

Ecco che allora, un libro può donarci una chiave di lettura.

Forse un libro può se non farci cambiare renderci almeno consapevoli di cosa davvero sta accadendo oggi.

Ed è questa la forza di questo libro, raccontare questa realtà che noi tutti viviamo ma a cui raramente diamo un nome: insoddisfazione.

Magari non avremmo Bella E Philip a darci speranza.

Magari non ci salveranno dal baratro.

Ma cavolo potremmo riflettere, sull’oggi, sulla nostra realtà, e immaginare uno scenario diverso. Ed è immaginando che davvero cambia il mondo, perché cambia la nostra percezione di esso.

Brava Elena. Altro colpo andato a segno!

“Come vento sul monte” di Alessandra Carnovale, Flower ed. A cura di Almaspina

 

Come vento sul monte (flower-ed, 2017) è la prima silloge poetica composta da Alessandra Carnovale.

flower-ed è una casa editrice indipendente fondata nel 2012 da Michela Alessandroni. Sbirciando il catalogo, si possono trovare libri di saggistica, narrativa, manualistica, poesia e diari letterari. La collana di poesia, di cui Come vento sul monte è il settimo figlio, si chiama Pegaso – il cavallo alato nato dal collo mozzato di Medusa, da sempre archetipo di libertà e forza. Una forte immagine da donare a dei testi poetici, lieri, cavalcanti le nuvole, le tempeste, nati dalla morte di un mostro leggendario (su questo ci sarebbe da ragionare parecchio!).

La scelta della Casa Editrice, per un libro, è quasi-tutto; per questo ho posto all’autrice alcune domande riguardanti la sua duplice esperienza (con flower-ed e con Eretica Edizioni, con cui ha pubblicato nel 2018 La scorza delle parole).

Hai pubblicato nel 2017 la tua opera prima con flower-ed. Puoi raccontarci la tua esperienza con questa Casa Editrice? La stessa si definisce una “Casa Editrice indipendente”; questo che cosa significa?

Ho partecipato nel 2017 al Premio Parole Magiche indetto da flower-ed. La vittoria al concorso ha avuto come riconoscimento la pubblicazione di una mia raccolta poetica; e così è nata Come vento sul monte. È una casa editrice molto attiva sul piano digitale, con la realizzazione di ebook e presentazioni online, conversazioni su Facebook con l’editrice, che consentono a chiunque sia interessato di intervenire e fare domande agli autori.

A: Essendo colleghe di catalogo, so che l’anno successivo alla pubblicazione di Come vento sul monte hai dato alla luce una nuova creatura, La scorza delle parole, edito da Eretica. Vuoi raccontarci quale è stata la differenza di esperienze tra le due C.E.?

Per quanto riguarda La scorza delle parole, questa è stata in realtà la mia prima raccolta realizzata, anche se ha visto le stampe dopo Come vento sul monte. L’avevo inviata ad alcune Case Editrici, ma non se ne era fatto niente, finchè non ho firmato il contratto con Eretica. Oltre alla differenza di iter nella pubblicazione, le due raccolte sono differenti in parte per il contenuto, più concentrato su tre temi Come vento sul monte, mentre La scorza delle parole spazia tra molti argomenti; inoltre la differenza di formato: digitale il primo (con possibilità di print on demand), cartaceo il secondo.

Avendo chiarito alcune possibili curiosità sulla Casa Editrice, passiamo al testo nel suo corpo.

Come vento sul monte si apre con una prefazione di Silvia Dionisi dal titolo importante: Dell’amore (e del sesso), dell’arte e delle donne; queste parole hanno preso la mia mente e l’hanno riportata riportata subito dentro ad Arte e menzogne di Jeanette Winterson, in cui, per altro, uno dei personaggi protagonisti è proprio Saffo, che sillabò il titolo di questa silloge.

La prima parte di Come vento sul monte è intitolata in modo omonimo all’intera raccolta. A qualche studioso accorto potrà infatti tornare alla mente quel frammento 168b Voigt in cui Saffo descrive la solitudine e l’abbandono causato dal rifiuto o dalla semplice assenza d’amore in modo incomparabile ad altra letteratura; per questo ci tengo a riportare l’intero frammento:

 

Tramontata è la luna 
e le Pleiadi a mezzo della notte; 
anche giovinezza già dilegua, 
e ora nel mio letto resto sola.

Scuote l’anima mia Eros, 
come vento sul monte 
che irrompe entro le querce, 
e scioglie le membra e le agita, 
dolce amara indomabile belva.

Ma a me non ape, non miele; 
e soffro e desidero.”

(Saffo, fr. 168b Voigt; trad. di S. Quasimodo)

Nelle poesie di questa prima parte ho trovato un’interessante utilizzo dei segni d’interpunzione e della spaziatura, che si fa sempre più piede (per fortuna!) nel linguaggio poetico. Dona al testo un ritmo completamente diverso che certamente non avrebbe in mancanza di pause visive. Un esempio lo troviamo a p. 20:


“Φάρμακον. Gift.

Poison.

Sei (in preda a)

veleno che cura

o (a) terapia

chimica che intossica?

Antidoto non è dato

per questo contrasto:

ciò che (ti) esalta

coincide

con quanto

(ti) affossa.

Sei viva

quel tanto che basta

sul crinale
della fossa.”

 

È da sottolineare come la Carnovale sia assolutamente auto-ironica – dote sempre apprezzabile nelle persone ma soprattutto negli artisti. Infatti, dopo colte citazioni, invocazioni ad Ulisse, utilizzi frequenti di richiami alla cultura greca, alle pp. 41-42 ci imbattiamo in un esilerante “Amore 3.0”, che potrebbe risultare banale alla prima lettura, ma andando a fondo genera una risata spontanea e priva di giudizio:

 


“Whatsappami tutta / la sera, non lesinare / sui giga, / fammi vibrare / di continuo / lo smartphone: / voglio sentire / il tuo trillo incalzare / a ogni nuovo messaggio. / Vedo / che sei online, / non tardare / ad arrivare / al punto, / non ti trattenere / con le icone: lo so / che ti fa impazzire / inviare faccine. / Sempre più serrato si fa / questo chattare / e la rete / diventa rovente. / Ma ecco che, all’apice / dell’interazione / (
virtuale), / si scarica / la batteria del cellulare / e ci ritroviamo, soli / a osservare / uno schermo spento. / Amore, almeno avessi avuto / con me il caricatore!”


A p. 45 si apre la seconda parte, L’Arte. In queste pagine l’autrice si lascia andare in un elogio all’Arte in quanto salvazione del sé e dell’umano tutto:

 

A parte l’arte, / di attraente, qui e ora, / c’è poco o niente.”

 

Arriviamo infine alla chiusa del libro, con un capitolo dedicato alle Donne. La Carnovale crea un quadro femminile a trecentosessanta gradi: incontriamo, infatti, da Medea, a Virginia Woolf, alla ginecologa, alla donna qualunque, alle principesse delle fiabe, Ipazia, Atena. La visione che comunque predomina è certamente femminista – si pensi a

 

“(…) con 7 nani da accudire, / Biancaneve / era la più stanca del reame (…)” (p.66). Il libro si conclude con un inno al corpo femminile – “intanto la donna lotta / con l’anoressia, la depressione, /il panico, l’ansia, la bulimia, / i disturbi del desiderio o l’anorgasmia / pagando sulla propria carne / ogni intrusione esercitata / con la pretesa / di condizionare la sua vita.” –

 

che apre visioni sulla condizione odierna della donna, sulle note positive e negative che ne conseguono dall’essere nate femmine.


Una conclusione è un po’ una preghiera. E noi preghiamo, insieme ad Alessandra Carnovale, di fronte ai corpi di donna che ci ha concesso di intravedere in queste sue parole.