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Ricordate, alcuni giorni fa avete fotografato la superluna rossa, ma ora torniamo indietro. Torniamo a novembre, oppure viaggiamo verso il futuro, verso il prossimo novembre. Ma io preferisco parlare del passato, poiché il futuro è incerto.

Era novembre, la notte della superluna piena, e le foglie cadute al suolo si agitavano come topi in una cloaca, smosse dal vento che alitava su di loro il respiro di una stagione morta. Le stelle si tenevano a distanza senza illuminare nulla; una volpe trovò la tana occlusa dalla neve ormai ghiacciata. Un gufo attendeva paziente di cominciare la caccia dal suo rifugio in un vecchio noce grigio e contorto, deformato da un fulmine tempo addietro. Sul sentiero che portava sulle basse collinette passando attraverso un foro nella recinzione, un cane stava annusando il metallo freddo fino a farlo vibrare leggermente. Da un tumulo rotolò una pietra, un ramo fremette, la luna dipingeva ombre infette dove il nero creava una sottile trama di ombre.

Faceva freddo, e le luci creavano un effetto nebbioso che non comunicava alcun conforto. Il vetro delle finestre aveva un’aria fragile. Le doppie porte un aspetto inconsistente.

Aggrottai la fronte. No, era ingiusto. Eppure, notti come quella non le avevo mai viste.

“…L’aria è pesante e umida, tira un vento fresco, anche se non si può dire che faccia freddo, ma il cielo grigio non promette nulla di buono…”

Le stufe a legna negli angoli erano quasi spente e il freddo si stava facendo strada. Sospirai profondamente, e il fiato si trasformò in vapore.

Mi ero catapultato a Roma, protetto da quella che io chiamo il “vecchio stregone”: il Vaticano. Nel frattempo qualcosa con lunghe zanne affilate aveva scosso Milano.

Tutte le notti di luna piena nascondevano un segreto che solo il Vaticano sapeva, ma perché?

Lo scoprirete solo leggendo l’opera di Angelo Basile.

Oserei definire questo romanzo un misto tra horror, mistero, thriller e fantasy, con leggero gusto per il macabro e il gotico.

Tutta la narrazione è avvolta in un alone di impenetrabile mistero, ogni singolo luogo o avvenimento infittisce l’enigma e non concede al lettore nessuna tregua.

La luna è sempre la spettatrice onnipresente nella trama del romanzo. A essa si legano paure e speranze, addii e ritorni, alternano certezze a oscure profezie. Luce e Ombra, Vita e morte, sempre in continua mutazione. In “Plenilunium”, si respira tutta l’incertezza dell’uomo. Una narrazione che lascia costantemente basito il lettore, in un luogo ove nulla è certo.

“…Lo aveva visto e riconosciuto… Si è offerto in sacrificio, perché non uccidesse nessun altro e per regalargli altro tempo da vivere, ma non poteva accettare che facesse altre vittime, così mi ha rivelato chi sia…”.

Al di là di quella che può essere una buona trama, coinvolgente e di grande suspance, l’autore nasconde tematiche assai più profonde: l’ineluttabilità del destino che si manifesta nelle maniere più strane e imprevedibili ma che raggiunge sempre il suo scopo finale, l’eterna lotta tra bene e male, la capacità di quest’ultimo di trovare sempre una via per manifestarsi, la buona fede che finisce col rivelarsi disastrosa, la redenzione.

Il romanzo, ha uno stile che lascia senza respiro fino all’ultima pagina, permeando ogni singola riga con un senso di inquietudine e di tensione unici: mai una parola di troppo o un passaggio prolisso, mai una frase fuori posto. Tutto è voluto e tutto concorre al fine ultimo.

In una notte si consuma la lettura di questo testo, nonostante le trecento pagine, magari accompagnati da un buon pacchetto sigillato di sigarette e qualche sorso di alcolico, non di più.

Ci si trova, inspiegabilmente trascinati nella storia, e come in un vortice non si può uscirne prima che la musica creata da Basile, finisca.

Toni cupi, quelli in cui ci si addentra, è tenebra fitta, un bianco e nero perpetuo, fino all’arrivo dei personaggi che sembrano colorare finalmente l’universo attorno a cui ruota l’enigma.

Rosso sangue, nero pece, nero asfalto e poi blu notte, quel blu cobalto che sembra essere perfetto per la notte in cui tutto succede.

Il tempo si ferma, e improvvisamente bene e male diventano concetti astratti, guidati solo dall’istinto, dalle parole spezzate, dal respiro che trema, dalla frenesia che si scioglie tra le pagine. Una dopo l’altra fino alla fine.

Queste pagine sono gli occhi in primo piano del lupo che alberga in ogni uomo, con le sue paure, le sue inquietudini di umanità al contempo, con la sua immancabile ed eterna solitudine.

Non si rimane annoiati, la narrazione è veloce come veloce è il sogno e l’incubo dentro al quale si crede di vivere.

Quando i minuti perdono importanza e c’è solo la carne e il sangue, profumato e dal sapore delizioso sul palato.

Possessione, gelosia, desiderio. Questo è, questo siamo.

In un mondo che marchia a fuoco i ” diversi”, ci sono spie di “Luce” sempre accese, come fari nell’oscurità dell’ottusità umana, alle quali aggrapparsi per non crollare. Amore e Morte. Vita o Dannazione. Scelte da compiere, nemici che diventano amici e quasi protettori nascosti delle nostre pacifiche vite. Un mix di arsenico e ambrosia. Un odore di terra bagnata di pioggia, di libertà. Un libro che diviene una musica dai toni altissimi, dolente, come un lamento, o un grido. E’ l’ultimo e meraviglioso canto di chi ha scelto cosa essere. Il giglio che appassisce, sotto il candore pesante della neve e rinasce rosa carnivora.

Buona lettura!

Che la luna v’illumini il cammino, sempre.

“…io, ti avrei sottratto la tua vita…”

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

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