“Miss detective: In vacanza con il morto” di Robin Stevens, Mondadori. A cura di Milena Mannini

 

Non ho particolare talenti, sono soltanto appassionatamente curioso

Albert Einstein

Molto spesso vediamo intorno a noi ragazzine felici, ben inserite, che mostrano sicurezza in tutto ciò che fanno, e poi ne vediamo altre più timide che non emergono per carattere ma per meriti scolastici o perché sempre disponibili verso gli altri. Molto spesso questi due tipi di ragazzine diventano amiche perché i loro caratteri, complementari, fanno sì che diventino migliori nonostante non manchino gli scontri che però, così come nascono, spariscono.
In questo secondo capitolo l’Autrice ci svela molto della piccola Daisy e delle dinamiche della sua famiglia, attraverso gli occhi della nostra narratrice, Hazel. La piccola Daisy, suo malgrado, dovrà affrontare la delusione di scoprire che la percezione che aveva della sua famiglia non corrisponde alla realtà.

A preoccuparmi ancora di più, tuttavia, era il modo in cui il signor Curtis sorrideva alla madre di Daisy, e il modo in cui indugiava con la mano sul suo braccio… molto più a lungo del necessario. Era quel nauseante modo di fare da adulti che non capivo… o forse capivo, ma avrei preferito non capire.

Attraverso la piccola Daisy, le piccole lettrici a cui il libro è dedicato, si trovano a riflettere su un tema non facile per loro, i sentimenti che uniscono i genitori e che spesso non coincidono con quelli che i ragazzi idealizzano.

«Dovremmo tenere d’occhio il signor Curtis questo fine settimana» ha continuato Daisy. «Potrebbe non essere niente, come dice lo zio. Ma se si sbaglia… be’, non voglio scoprirlo troppo tardi. Il signor Curtis non può fare nulla se gli teniamo gli occhi addosso, giusto?»

A complicare maggiormente le cose è il luogo in cui si svolgono le indagini delle nostre investigatrici e i personaggi coinvolti. Il romanzo ha subito un colpo di scena che lascia tutti sorpresi.

«Ragazze» ci ha detto, «mi dispiace ma porto cattive notizie. Il signor Curtis è morto.»


Perché il tutto accade sotto gli occhi degli ospiti alla festa di compleanno per Daisy.
È adesso che la società investigativa riapre i battenti, e la piccola Daisy dovrà indagare sulla sua famiglia cui vuole bene. Deve quindi riuscire a non cedere all’amore che prova per loro, alla paura di scoprire informazioni che la devasterebbero per sempre.

Era ormai evidente che ci stavamo occupando di un caso davvero serio, e la verità sarebbe stata molto più tremenda di quanto potessimo immaginare.

In questo Hazel è sempre al suo fianco e, come può una giovane donna della sua età, sostiene la sua amica e l’aiuta a svelare, indizio dopo indizio, il mistero sulla morte del Sig. Curtis.

Ormai eravamo molto vicine alla soluzione, eppure continuavo a domandarmi se quello fosse un caso che la società investigativa avrebbe dovuto risolvere. Sembrava che ci fosse qualcosa che ci sfuggiva, ma stava lì, fermo ad aspettarci.

Buona lettura

Milena

La letteratura IspanoAmericana, a cura di Valentina Menechini

 

La narrativa breve messicana è stata sia il simbolo dell’anti-commerciale di fronte agli interessi degli editori, sia il mezzo di comunicazione di maggiore immediatezza tra gli autori e i lettori dell’epoca. In questo campo letterario a partire soprattutto dal secolo scorso, si sono cimentati molti autori sia maschili che femminili, che non trattano però argomenti stereotipati, anzi molti spesso trattano temi come i movimenti rivoluzionari, che hanno caratterizzato molto il Paese nel secolo scorso, oppure temi classici come l’amore, vi è perfino il poliziesco e il fantastico. Sono in gran parte caratterizzati da una forte ironia e da diversi stili di scrittura, alcuni molto particolari.

Un esempio di testo con uno stile di scrittura particolare è Rapporto in nero di Francisco Hinojosa. Il testo è caratterizzato da brevi paragrafi numerati, simulando una serie di appunti annotati dal protagonista della vicenda.
Il tema è poliziesco e in questa particolare vicenda, scritta in prima persona dal narratore, il protagonista è un ex dipendente di una fabbrica di graffette che ha deciso di investire su sé stesso e di autonominarsi investigatore privato, così modifica il salotto della sua casa trasformandolo in ufficio, mette un annuncio sul giornale e nel bar vicino al suo ufficio porta dei biglietti da visita e mostra una foto di usa madre, mentendo sulla sua identità e dicendo  che è ricercata per omicidio.
Dopo poco tempo viene contattato dalla figlia della sua ex-moglie e si presenta nel suo ufficio ingaggiandolo per investigare circa la morte del suo fidanzato Chucho e di una minaccia di morte rivolta a lei, ricevuta tramite un telegramma firmato da una certa Manola.
Subito l’uomo si mette alla ricerca di informazioni e scopre che il ragazzo è stato ucciso da narcotrafficanti, in quanto faceva uso di droghe e farmaci. Al termine delle sue investigazioni, scopre che anche la figliastra abusa di questi prodotti, confessa il nome dello spacciatore; contemporaneamente viene chiamato dal barista il quale comunica all’ispettore che la donna nella foto si trova nel loro bar.
La donna in realtà non è affatto sua moglie e spiega che il vero assassino si trova in un altro locale, il barista lo accompagna e, fingendosi poliziotti, simulano un arresto dello spacciatore che si offre di portarli da Manola, purchè non venisse consegnato alla giustizia. L’ispettore accetta l’offerta e chiede supporto ad un suo collega poliziotto. Qui c’è un colpo di scena. Gli uomini arrivano nel luogo indicato dallo spacciatore e viene scoperta l’identità di Manola: questa è proprio la madre dell’ispettore.
L’autore ha sapientemente creato un’atmosfera di suspence e mostra come anche un membro della propria famiglia possa in realtà celare un’identità segreta davanti ai nostri occhi, in questo racconto è presente anche il cliché che gli europei spesso hanno riguardo gli abitanti dell’America Latina, ovvero storie di narcotrafficanti e omicidi compiuti da questi, con la particolarità di inserire a capo una donna e per la precisione, la madre del protagonista il quale, invece, si dedica alla giustizia.
Qui è presente una sottile ironia, atta a mostrare l’ingenuità del protagonista e il suo sgomento riguardo la scoperta di avere una madre assassina e spacciatrice. L’ingenuità dell’ispettore si mostra sia all’inizio della storia, fidandosi del racconto della figliastra per poi scoprire la verità su di lei e successivamente anche nei confronti della madre, in particolar modo quando egli la chiama per farsi prestare del denaro per iniziare la sua indagine. La donna lo invita a prendere i soldi nella sua casa, viene accolto dalla sorella che gli porge un grande fascio di banconote e lui si stupisce che sua madre riesca a guadagnare così tanto vendendo solo sciarpe.

 

Un altro racconto caratterizzato da uno stile simile al precedente, ma con un argomento completamente differente è: “da Istruzioni per attraversare la frontiera: Avvertenze- Il lungo viaggio verso la cittadinanza” di Luis Humberto Crosthwaite.
Il testo è scritto sotto forma di un elenco di regole e azioni da svolgere correttamente per poter appunto oltrepassare la frontiera e divenire un cittadino degli Stati Uniti d’America.
La prima parte è caratterizzata da un serie di “norme” da rispettare per riuscire ad attraversare la frontiera ed evitare di non essere ammessi, qui l’autore usa utilizza un’ironia molto forte, che evidenzia come gli Stati Uniti abbiano forti pregiudizi nei confronti dei messicani e della quasi impossibilità di passare il confine senza problemi. Annota perfino la differenza tra due tipi di poliziotti presenti sul luogo, quelli dell’Aduana e quelli della Migra, i quali controllano rispettivamente: presenza di droga e il motivo per cui si sta varcando il confine; entrambi sono molto puntigliosi, ma in particolare la Migra, questi possono essere molto crudeli.
Enfatizza molto anche i tempi di attesa infiniti e come una coppia si debba separare per evitare contrattempi, solitamente la donna rimane in macchina, mentre l’uomo è costretto a scendere a piedi e a ritrovarsi con la moglie in un punto d’incontro.
La seconda parte invece narra del cammino che molte persone intraprendono per ottenere la cittadinanza americana, viene enfatizzato il mito degli Stati Uniti, come un luogo in cui è facile trovare lavoro e che, nonostante il lavoro sia completamente diverso rispetto al proprio campo di studi o al mestiere precedente, la paga sia molto più alta rispetto a quella del Messico.
Perciò molti uomini disprezzano il proprio Paese d’origine e vorrebbero essere nati nel Paese a loro confinante per godere di questi vantaggi fin dalla nascita, ma i loro figli godranno di questi diritti, se loro riescono ad entrare negli USA ed è per questo che iniziano tutte le infinite pratiche per poter ottenere la cittadinanza.
In questa parte del racconto, l’autore mette in evidenza le differenze di due grandi Paesi quali il Messico e gli Stati Uniti, questi ultimi vengono ritenuti più progressisti, hanno un ottimo sistema sanitario e abbiano un fondo pensioni per gli anziani e come vengono assistiti, un Paese perfetto e ricco di speranze; mentre invece il Messico non è altro che un Paese morente e arretrato e dal quale bisogna fuggire e liberarsene al più presto.
Sono presenti però degli elementi che rifiutano però queste “meraviglie” del paese confinante: i genitori di queste persone desiderose di partire. Questi preferiscono vivere come hanno sempre vissuto, hanno una sorta di rifiuto riguardo il trasferimento e non rinnegano affatto le loro origini.
Lo scrittore, in questo testo, ha saputo rappresentare sempre in chiave ironica, oltre che le difficoltà di un trasferimento in paesi completamente diversi di cultura, anche la differenza tra generazioni.

Infine vi è un ultimo testo in cui si parla di un altro mito degli Stati Uniti, visto però sotto un altro punto di vista, più reale e meno conosciuto rispetto a quello che viene solitamente raccontato.
Questo racconto presenta uno stile completamente diverso rispetto ai due citati sopra, non è pi in forma di elenco o annotazioni, ma si presenta sotto forma di intervista.
Il testo in questione si intitola “Marilyn a letto” di Beatriz Espejo Díaz;
come si intuisce dal titolo, l’intervista è quindi rivolta ad un personaggio che ha influenzato particolarmente il secolo scorso, solo non attraverso guerre o rivoluzioni, bensì con il cinema e lo spettacolo: Marilyn Monroe.
Marilyn è stata un idolo, una donna desiderata da tutti, un sex symbol, una persona che ha influenzato generazioni intere. Eppure in questo racconto non è la donna che tutti conoscono, anzi risulta quasi irreale.
La storia inizia con una giornalista che è riuscita ad ottenere un’intervista da Marilyn, dopo la notizia del suo aborto al sesto mese di gravidanza. La giornalista viene ricevuta direttamente nella stanza di Marilyn, una stanza circondata da specchi e con un odore di Chanel n°5 misto ad altre fragranze prodotte dal corpo umano, la donna è coperta da un semplice lenzuolo bianco sporco e non sembra affatto la stessa persona che appare nelle foto dei giornali o sui calendari.
Appare come una persona normale, colta durante il suo risveglio quotidiano. La giornalista non si scoraggia e inizia a chiederle informazioni alle quali Marilyn risponde con voce assonnata e molto bassa raccontando della pietà provata verso i gatti randagi, che la costringevano a scendere fino in cantina per nutrirli, di come suo marito pensava che fossero solo frutto della sua immaginazione e che temeva per la sua salute mentale.
Purtroppo il suo tono è troppo basso e la giornalista insiste con le sue domande alle quali, nuovamente, l’attrice risponde con lo stesso tono e racconta anche parte della sua infanzia vissuta negli istituti e del suo terrore di ritrovarsi instabile mentalmente come sua madre.
Il racconto si conclude con la giornalista che è costretta ad avvicinarsi fino alle labbra di Marilyn, senza però riuscire a capire cosa questa raccontasse.
Se nel precedente racconto viene narrata l’immagine di un’America ricca di speranze, questo rappresenta uno dei lati oscuri che questo paese tanto idealizzato in realtà nasconde, mostra come dietro al successo e alla bellezza non si nasconda altro che depressione, tristezza e finzione.

“Daanan – Il destino degli Uomini” di Jordan River, DarkZone Edizioni. A cura di Davide Lambiase

Il panorama Fantasy italiano si arricchisce ogni anno con miriadi di nuovi titoli, che spesso però si rivelano grandi calderoni vuoti, senza spirito e contenuti, trainati soltanto dall’ego di chi li ha scritti (o li ha pubblicati); questo crea dinamiche di sfiducia nel lettore e fa perdere molto interesse sul genere.

Daanan di Jordan River, al contrario, è un titolo valido che si ritaglia il suo angolo tra mille altre pubblicazioni. L’energia del testo si percepisce, così come l’impegno dell’autore, nel portare una buona storia, scevra di ridondanze o dinamiche stucchevoli.
Fin dalla prima pagina veniamo catapultati all’interno del mondo di Daanan senza mezzitermini. Ci troviamo a Prime, per l’esattezza, a seguire la statuaria figura del nostro protagonista, appena arrivato alle porte dell’impero: Ryan Rhadamantys, feroce combattente e saggio oratore dal passato avvolto nel mistero.

«Nome e motivo del tuo arrivo a Prime.»
«Sono Ryan Rhadamantys e vengo a Prime in cerca di un lavoro.»
Il legionario prese nota e alzò lo sguardo. «Qualcosa da dichiarare? Oggetti particolari, armi, merci?»
Il giovane alzò le mani e le poggiò a due daghe che portava con sé e che estrasse con naturalezza. 

Il ritmo è subito repentino e spedito; l’autore vuole portarci al fulcro della narrazione. Ryan si mette al servizio del senatore Sirio Batai, dopo essergli giunto in soccorso. Lo strambo uomo dell’alta società si offre di ospitare il nostro protagonista fin quando non avrà trovato un vero e proprio lavoro, assumendolo nel frattempo come propria guardia del corpo.
Subito dopo i destini dei personaggi cominciano ad intrecciarsi in modo interessante. Facciamo la conoscenza di molte nuove facce, personalità intriganti che fanno da carburante per intrighi politici e ci forniscono informazioni sull’Impero, il suo monarca e la sua storia.
Abbiamo Lord Upyr, tenebroso combattente e fidato uomo dell’imperatore Aeon Prime: figura intrigante, la sua, che nasconde alcuni segreti, persino al suo stesso signore. L’Imperatore è un altro personaggio interessante, preoccupato da ciò che accade ai confini dell’impero e tra le mura del palazzo. Ai nostri occhi si rivela la figura di un governante spezzato dal dubbio e schiacciato dal peso del suo stesso potere (che, come sappiamo, comporta molte responsabilità).
Personaggio che risalta su tutti e veicola in gran parte la prosecuzione della trama di questa avventura, è Lilith, tenebrosa principessa del nord. Misteriosa, incrocio tra la dea Morrigan della mitologia celtica e la sua omonima dal Vecchio Testamento, intriga il lettore fin dalla prima comparsa. Degna di nota è la scena, memorabile quanto magistralmente scritta, della Danza delle Carte e della Spada del Demone che Ride; vediamo Lilith e Lord Upyr dare incredibile spettacolo delle loro abilità, per intrattenere i membri della corte di Aeon Prime.

“Lilith e Upyr a quel cambio di ritmo si staccarono uno dall’altro e diedero inizio a quello che apparve un duello. Mentre Upyr sfoderava la lama dal fodero, Lilith iniziò a lanciargli le carte, con movenze fluide e precise. I tarocchi volarono come rasoi verso l’uomo, che li colpì uno dopo l’altro.” 

Che nell’Impero ci sono grossi problemi è chiaro fin da subito. La pace e l’ordine vengono mantenuti con fatica e l’equilibrio della mastodontica colonia deve essere preservato. Questo viene costantemente minacciato dal resto del mondo di Daanan; in particolare, ci viene fatto capire, la cosa che più preoccupa l’Imperatore è la guerra nei territori del nord, dove la misteriosa figura di un cervo incupisce gli animi.
Insomma, Ryan sarà la nostra guida attraverso le strade del mondo di Daanan; ci aiuterà a scoprire gli intrighi che circondano Prime, i misteri celati da Lilith e i luoghi pregni di storia e conflitto, man mano che compirà il suo viaggio. Sarà la nostra porta aperta sugli eventi, il nostro confidente…e allo stesso tempo lo vedremo evolversi, capendo come ragiona nella selva di intrighi e difficoltà.
Come avete potuto leggere, ho cercato di essere esaustivo nell’incuriosirvi su questo testo, ma allo stesso tempo ho voluto darvi poche informazioni su quella che sarà la trama, perché altrimenti toglierei il gusto della lettura. Dovrete essere voi a farvi coinvolgere da Ryan, a camminare tra i vicoli di Prime per scoprirne i segreti e tutti i personaggi che, guardinghi, lo abitano. Non sarà solo il nostro tenebroso guerriero a farci da “contenitore”: avremo, nell’avanzare del romanzo, capitoli in cui seguiremo personaggi in situazioni e luoghi diversi da Ryan.

Ma questa recensione non è ancora finita. Bisogna spendere due parole sull’impressione che mi ha dato il worldbuilding in questo libro. Daanan è un mondo vivo, e l’Impero di Prime è di lampante ispirazione a uno dei più grandi domini che la storia abbia mai conosciuto: Roma. Una scelta che ho apprezzato e trovato originale, in linea con il resto dell’ambientazione. Tutti i luoghi che visiteremo nel libro, da Prime al misterioso Abisso, sono pregni di un senso di tridimensionalità: creati sotto un inchiostro saggio, vivi sotto gli occhi del lettore più attento.
Lo stile di Jordan River, poi, si lascia apprezzare per la semplicità e la scelta di un lessico sì ricercato, ampolloso, ma mai eccessivo. I periodi brevi, i dialoghi veloci, le descrizioni semplici ma chiare; tutto ci permette di leggere questo tomo con particolare rapidità, senza sentire il peso delle parole sulla mente. Unica pecca è che, in alcuni casi, i periodi mancano di qualche virgola in più, che sarebbe stata capace di fornire la giusta pausa.
Per il resto è tutto gusto personale e sta a voi giudicare se Daanan, di Jordan River, sia un libro da apprezzare, bocciare oppure inserire tra le vostre letture preferite. A me, Davide Lambiase, il testo non ha deluso. Attendo di veder continuare le avventure di Ryan e le sorti dell’Impero nei libri che verranno.
Buona lettura!

“Miseri resti sepolti” di Miriam Palombi, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Sarà la tua anima disperata e sola fra i bui pensieri di una grigia lapide

-Edgar Allan Poe

 

Il grande oscuro, il nostro Edgar, con il suo delirante genio fu colui che riportò la morte ad abbracciare di nuovo la letteratura, divenendo suadente e affascinante protagonista di tanti inconfessabili sogni. Se prima la morte aveva quell’alone di orrore, avvolta dalla sensazione di annullamento totale, tipica dei tempi sfarzosi della scienza, con l’ottocento, finalmente si ri-celebrava la sua oscura bellezza. Ed Edgar ne fu fervente sostenitore.

Non perché fosse un pessimista cosmico o una mente malata, ma perché con il suo visionario talento sapeva che la signora con la falce possedeva un volto anche benevolo, colei che allieta le ansie e distrugge le ossessioni del vivere moderno. Ecco che la genialità, quella mente così superiore da travalicare il buon senso comune, di propendere con un coraggio invidiabile su un piano percettivo totalmente alieno al valore sociale, trovava un conforto (forse per molti macabro) nella lieta novella della nostra Hel (la morte scandinava NDR)

Una fine del viaggio beffarda, grottesca, latrice di ricompense, grande livellatrice e soprattutto agguerrita nemesi, colei che ripara i torti, raddrizza le ingiustizie e dona finalmente pace alle anime dannate.

E ogni mente sensibile, dotata di uno strano terzo occhio, di un’intuizione che scavalca i sensi comuni e la banale percezione terrena, è inesorabilmente attratta dal pensiero del dopo.

Cosa ci aspetta alla fine del viaggio terreno?

Ricompense paradisiache o atroci sofferenze del dannato?

Miriam Palombi si interroga, gioca con i versi e le immagini che, seppur terrorifiche, conservano un macabro fascino. Tiene avvinto il lettore con una musicalità, a volte dissacrante, che viaggia tra il lieve malinconico suono di un’arpa e lo stridere di unghie che stuzzicano il vetro.

Versi intensi e suggestivi si alternano a rabbiosi “No”, conditi con il sangue brillante della vendetta.

 

Si dice che i morti debbano restare in pace nelle loro tombe.

Ebbene io non ho una tomba.

Sono costretta a errare tra i frammenti spettrali

Ecco che le sue donne, vittime della spersonalizzazione classica operata dalla violenza di genere, divengono eroine raccapriccianti, Strix capaci di succhiare l’energia vitale dagli stessi uomini che volevano renderle inerti.

Altresì, le figure femminili divengono prototipi della Dea dell’oltretomba, la Lilith, con il suo tenebroso fascino o la dea Kali, con la sua capacità di distruzione e di ricostruzione in una forma diversa. Abbiamo la Dike, la giustizia che punisce i malvagi e ristabilisce l’ordine, una Mater tribale che domina il cosmo e tutela l’equilibrio dell’universo stesso, epurandolo dalle scorie caotiche che ne minacciano la forma.

E così le donne che vengono sottomesse all’uomo, muoiono nella loro forma sociale più che mortale, travalicando i ruoli da loro imposti (la vittima) per divenire spietate vendicatrici, romantiche arpie, terrificanti ma seducenti Lamie. È un ritorno alle antiche ritualità che ponevano la Dea morte accanto alla Dea vita, ristabilendo il legame antico con i cicli dell’esistenza.

In fondo il vampiro non è altro che una figura mutuata dagli antichi rituali del fuoco Stellare, laddove il sangue lunare rappresentava non una fonte di vergogna, ma una sorta di elisir di lunga vita (si legga a tal proposito il libro di Lawrence Gardner “i Re del Graal”). Più potenti dell’uomo, esse tornano diverse dal viaggio nel regno di Hel: meno fragili, molto più consapevoli del loro potenziale, feroci e severe come le Parche.

Loro le vittime designate, i capri espiatori, i burattini in mano a una società che le vuole privare della creatività, ingabbiarle nelle ferree convenzioni sociali e renderle solo strumenti di piacere, divengono potenti psicopompi che, liberando i carnefici dalle pastoie della mortalità, quella deviata e privata dell’anima o coscienza, divengono Salvatrici. Esse, in fondo, non sono altro che la redenzione per il manipolatore:

Aveva deciso di diventare cattivo, sempre più cattivo fino a spaventare persino quegli esseri rintanati sotto il suo letto

Ecco che la violenza non è altro che una sorta di perverso e infantile reazione a un terrore antico, ignoto reso ancor più tremendo dalla mancanza di un senso da dare al mondo.

 

Ma c’era una cosa che suo padre non gli aveva insegnato. Come superare la paura del buio, l’oscurità che avvolge ogni cosa. In cui anche le ombre scompaiono. Era stata proprio quella paura infantile a far diventare Igor l’essere spietato che era

Privati del legame tra uomo e ambiente, privati del senso di dio, il buio è il senso di vuoto che accompagna un’esistenza priva di significati alti, di elettrizzanti salti nel vuoto, di pindarici voli di fantasia. Il vuoto è opprimente, devastante, un arconte che non fa altro che divorarci fino a non farci immaginare nessuna salvezza.

Era vero Skinny riusciva a scorgere l’oscurità negli uomini e tra loro sceglieva le proprie prede

Ma improvvisamente l’arte di Miriam stravolge il libro e l’orrore dei racconti cede galante, il passo alla poesia con l’immagine della Dama che dorme:

Il suo giaciglio è un cespuglio di rose.

L’erba cresce verde e rigogliosa

Nel sonno eterno tutto riposa

 

E non a caso quest’immagine ci ricorda il bellissimo, intenso e triste, terribilmente triste quadro del pittore preraffaellita John Everett Millais, “Ophelia con il volto della ragazza abbandonato, circondato dalle acque con le mani tese come una preghiera la cielo, quasi un lamento di intensa sofferenza. E questi versi sembrano descriverlo perfettamente:

Era coricata in quel giaciglio di raso e sembrava felice

I lineamenti del suo viso erano distesi e le rughe leggere che le indurivano lo sguardo sembravano sparite

Come Ophelia di Millais, solo la morte sembra porre l’animo in uno stato di quiete e allora le mani parte sembrano quasi un ringraziamento a qualche benevola divinità che l’accoglie nella culla, lavando via ogni disonore, ogni fallimento, ogni strazio.

Ecco che il simbolo della Dea Bianca, così come è raccontato nella fiaba della “Fanciulla senza mani”, dove le privazioni, il dolore, la mutilazione, non sono altro che mezzi per ridare purezza, rendendo incontaminata la propria anima, congelandola in quell’istante supremo in cui la bellezza risalta fulgida.

Sonnecchia sulla tomba il rosmarino

il giglio si china sull’onda

Cingendosi di nebbia il petto

Il rudere si sgretola nella quiete

Ma guarda!

Il lago simile al Lete par che voglia ora cedere al sonno

E non più ridestarsi per il mondo

Dorme ogni bellezza…

Dorme o bella dama

Oh sia il tuo sonno altrettanto profondo

Il cielo l’abbia in sua sacra custodia

“The Sleeper”

-Edgar Allan Poe

Le assonanze con la leggiadria di Poe si manifestano come un’oscura ma meravigliosa eredità. Ma le differenze sono altrettanto ovvie alle menti allenate. Se Poe era una tormentata anima aliena a questo mondo distorto, la Palombi è regina fiera e sfrontata di entrambe le dimensioni, il reale e il numinoso. Prende la sua corona e si siede sul trono assiso di colori sgargianti e crepuscolari, si fa Matrona e scaccia i fantasmi poeiani. Si muove con delicatezza e sicurezza, datagli dall’accettazione della sua essenza totale, ricca di luce e di ombre, e ne è fiera, orgogliosa, come una signora della vita e al tempo stesso della morte, di cui conosce i segreti e i più sottili sussurri. E lei, demiurga di questo caliginoso mondo, capisce e conserva l’arcano, imperscrutabile segreto.

La morte non è la fine di tutto

Sono polvere leggera che giace sotto le assi del pavimento

Sono ossa calcinate rese fragili dal tempo

Sono brandelli di stoffa disfatta

Un dramma che ha come protagonista assoluto l’uomo reso marionetta da un fato serafico, schiavo dei suoi turpi vizi, ingabbiato tra tetri palazzi di una società decadente. In Miseri resti sepolti si entra quasi in punta di piedi, per restarne incantati, muoversi tra polverosi ricordi, tra immagini che terrorizzano e affascinano… È ascoltare un urlo sommesso che dalle pagine si propaga nelle ossa, tra in nervi, aizzando e stimolando le sinapsi addormentate.

E non c’è più scampo, Miriam ti trascina con se in una danza senza fine, dalla quale vorresti uscire… eppure sai che non puoi.

E in un giro di valzer vorticoso abbracci quelle ombre lacere, osservi gli orrori e non puoi, non devi, abbassare lo sguardo.

Perché comprendere come i demoni, l’abisso, la vendetta e ogni altro impulso segreto non sono altro, in fondo, che un’immagine speculare ma non meno reale di te stesso.

Nel cuore nero alberga l’ardore di chi cerca vendetta per il proprio dolore

Placa la tua sete con il sangue degli empi

Fa che dal loro castigo non siano esenti

Arma la tua mano come falce argentata

Dona alle vittime la pace agognata.

“Gli spiriti selvaggi” di Andrea De Angelis, DarkZone Edizioni. A cura di Sara Canini

Immaginate una casa, anzi, un grosso castello dell’Europa dell’est: la cancellata ha le punte aguzze e due leoni, fieri e feroci, sormontano le colonne; il giardino è semiabbandonato, ma qualcuno lo curerà…forse, ogni tanto; una vecchia auto d’epoca è parcheggiata in un garage dalla serranda sempre alzata e la parte principale del castello, imponente come poche, sta arroccata su una collinetta che guarda tutto e tutti dall’alto. Avete pensato alla villa degli Addams, eh? Beh, magari ci si ispira, ma l’importante è dentro… come sempre.
Pensate al nostro castello come una metafora fantasiosa (e spettrale) del mondo editoriale, dove ognuna delle decine e decine di stanze corrisponde a un genere, abbellito e addobbato da abat-jour con le frange, drappi rossi sulle finestre e tappeti venuti dai mercati più sciccosi dell’estremo oriente.
Ecco, una delle camere più belle e ampie è quella del fantasy classico. Se accarezzata nel verso giusto, la coperta rivela una stoffa squamosa: non viscida come quella dei serpenti, bensì maestosa, dura e resistente quanto lucente e viva. Una coperta di pelle di drago. E di là, allo specchio, il riflesso ci mostra un lettore con le orecchie a punta, lo sguardo fiero e il petto pieno d’orgoglio. Nella teca dei trofei, custoditi sotto chiave, ninnoli e reliquie di ogni tipo e alle pareti troviamo mappe, regioni e posti tratteggiati dall’abile maestria degli illustratori più capaci.
Bella roba il fantasy, eh?

 

Sembra che ne sia valsa la pena

 

Andrea de Angelis è un illustratore ed è anche un musicista, oltre che essere l’autore de “Gli spiriti selvaggi”, fantasy classico edito dalla DarkZone di Francesca Pace. Quando si sfoglia il primo volume della saga, perché di questo si sta parlando, si ha subito la sensazione che il viaggio di Mohegan, il protagonista, non sarà un’esperienza di sole parole. L’autore prova a fornire al lettore una storia che va al di là della semplice trama del giorno, e che sa circondarsi di specifiche che stuzzicano i più curiosi o tutti quelli che adorano perlustrare ogni angolo del nuovo mondo. Come ogni buon giocatore di Skyrim, il lettore di De Angelis se ne va in giro per le Terre di Asha con la speranza di imbattersi in qualcosa di straordinario e l’autore non delude, offrendo razze, particolarità e chicche per i veri amanti del world building.
D’altronde, chi è abituato a comporre, illustrare e scrivere, ha la mente che lavora in multitasking e riesce a rappresentare la stessa storia in modi assai diversi. Prendete ad esempio Harry Potter: libri, cinema, concerti, teatro, parchi a tema, merchandising di ogni genere; la Rowling ha caratterizzato così bene la sua opera da averla resa immortale, perché rappresentabile sotto ogni forma d’arte conosciuta.

 

La quiete spesso inganna

 

 In “Gli spiriti selvaggi” si ritrovano tutti gli ingredienti classici del fantasy: le razze, le mutazioni e soprattutto, i draghi. L’autore caratterizza le creature (e ogni descrizione) in maniera discreta, tanto da lasciar vagare il lettore per le Terre di Asha. Basti pensare al Lavico dei vulcani, creatura maestosa con non poche qualità.
Se tornassimo nella stanza fantasy del nostro castello, l’angolo degli esordienti sarebbe diviso tra amanti del classico, sperimentali e del tutto folli, siamo onesti. De Angelis prenderebbe posto tra i primi e lo troveremmo lì, impelagato tra matite, pennelli e altri strumenti del mestiere. Tra gli amanti delle storie vecchio stampo, lui sta lì e racconta il raccontabile in ogni modo che gli è possibile… perché illustratori si nasce e si resta, anche quando si sostituisce il pennello con una penna nuova di zecca. La “malattia di raccontare” non è propria solo allo scrittore, ma infetta chiunque riesca a far uscire qualcosa da sé per regalarlo al mondo. Che sia colorato, che sia parlato, che sia cantato, che sia creato dal niente con le proprie mani.

 

L’eroe controvoglia

 

Nella nostra stanza fantasy troveremo eroi di ogni genere: dal più abile al più inconsapevole, dal più testardo al più insicuro, dal più esperto al più negato. Eppure, tutti sono eroi, ma ognuno lo è a modo suo. Oggi si ha predilezione per quelli come Mohegan, il nostro protagonista con il cranio glabro e la barbetta simpatica, e non per i suoi occhi di ghiaccio e lo sguardo intenso.

Oggi, l’eroe moderno è “vero eroe”, cioè colui che supera ostacoli insormontabili e lo fa soffrendo, senza l’innata capacità, l’esperienza e la forza di un novello Hercules dei giorni nostri. I nostri eroi, come Mohegan e come il suo diretto rivale, sono fallibili e fragili nella loro condizione di essere umani, al di là delle razze. Il realismo piace al fantasy moderno e per quanto questo possa risultare un paradosso, è così che stanno le cose: il lettore vuole poter credere che sia vero, che Silente o Frodo vengano a bussare alla sua porta, con l’intento di portarlo via verso un mondo nuovo.

Forse, il lettore è un eroe come Mohegan… che sbaglia, che ha dubbi, che si ritrova a vivere avventure in cui magari non si ritrova spesso vincente, ma che vive perché lui è ciò che è: un eroe moderno, che soffre e riesce… anzi: con la speranza di riuscire.

“L’enigmatico caso di Cesare Lombroso” di Diana Bretherick, Newton e Compton editore. A cura di Sabrina Giorgiani

 

Quello di Diana Bretherick, si può a tutti gli effetti definire un giallo storico, ambientato a Torino alla fine del 1800.

L’autrice è in grado di farci rivivere l’epoca in cui, il capoluogo del Piemonte, era realmente considerato la “città del Diavolo”, (a differenza di oggi che resta una mera superstizione folcloristica) creando una storia criminale  di fantasia che andrà ad intrecciarsi con la vera vita e i veri studi del Dottor. Cesare Lombroso.

Andiamo per gradi…

Torino 1887

La città, a quell’epoca, era considerata un covo di Satanisti.

La verità è che il governo risorgimentale piemontese, in netta contrapposizione con i dettami della Chiesa di Roma, tollerò ogni forma di movimento religioso, spiritista e occultista.

Tra leggenda e realtà Torino si conquistò l’etichetta di essere una delle tre città, con Londra e San Francisco, che formavano il triangolo della magia nera e del satanismo.

Questo il clima, il periodo storico e l’ambientazione del romanzo, che l’autrice riesce a ricreare e a far risaltare egregiamente attraverso la sua scrittura usata quasi fosse un pennello su tela intinto di colore grigio a tratti nero, cupo da togliere il respiro al lettore che, continuamente, si ritrova alla ricerca spasmodica di aria e di luce.

Protagonista del racconto, è ovviamente,  il dott. Cesare Lombroso.

Marco Ezechia Lombroso detto Cesare. Medico, antropologo, sociologo, filosofo e giurista padre della moderna criminologia. Genio per alcuni, folle per altri.

I suoi studi si basavano su un concetto cardine: “criminale si nasce”.

Secondo Lombroso, le caratteristiche fisiche di nascita dell’uomo dettavano le future turbe criminali  dello stesso.

Ne consegue che : l’inclinazione al crimine era congenita.

Negli anni in cui il libro è ambientato, se ne fa menzione nel racconto, Lombroso aveva fondato un museo presso l’università di Torino , nel quale raccolse e catalogò resti umani ed animali, in particolare teschi di criminali, che utilizzò a suffragio del suo studio dando poi vita a “l’uomo delinquente”.

Ogni capitolo del libro della Bretherick si apre con un concetto estrapolato dall’opera di Lombroso ,in modo da evidenziare e dare indizi al lettore, sullo svolgimento della trama. Ma è anche un modo per definire il crimine che, di volta in volta, il killer mette in scena, con la sua peculiare e indiscutibile firma

I protagonisti riusciranno a svelare l’identità del mostro attraverso gli studi del Dottore?

Il libro in se non può non essere definito un buon prodotto, grazie alla combinazione di elementi diversi in  grado sia di appassionare il lettore, di  scatenare la curiosità, spingendo la fantasia ad andare oltre e, magari, addentrarsi vero l’approfondimento dei vari argomenti trattati. E’ questo meccanismo che si farà scoprire nuove realtà e valutare l’attendibilità di altre verità.

“Il cammino neocatecumenale. Storia e pratica Religiosa” di Danilo Riccardi, il terebinto editore. A cura di Alessandra Micheli

 

 

Perche interessarci a un libro che analizza e racconta uno dei movimenti ecclesiali più diffusi e controversi dei nostri giorni?

La risposta è semplice e scontata: perché è soltanto attraverso la loro analisi, la loro comprensione, possiamo altresì comprendere e scendere a patti con gli stravolgimenti valoriali e emotivi dei nostri tempi postmoderni.

Ed è questa,  la base ontologica dell’autore il bravissimo Danilo Riccardi, che con una notevole apertura mentale e una grande capacità di introspezione, utilizzerà gli strumenti della sociologia e dell’antropologia religiosa per svelare cosa si cela dietro gli oscuri anfratti del rinnovato interesse per la spiritualità.

Inizio con l’affermare che questo saggio si legge velocemente ed è adatto anche ai non addetti ai lavori. La notevole capacità di semplificare senza banalizzare dell’autore, rende il saggio avvincente come un racconto storico ponendo le giuste domande e soprattutto riuscendo ad ottenere la giusta distanza con l’oggetto in questione.

Infatti, spesso, i ricercatori odierni non riescono del tutto a estraniarsi dalla propria peculiare visione del mondo e di conseguenza della religione. Essa è spesso considerata ostacolo alla scienza, intralcio che limita la nostra percezione del reale.

Quest’atteggiamento eccessivamente scientista non tiene conto però, dei profondi impulsi viscerali, a volte oscuri a volte luminosi cosi com’è in fondo la definizione stessa di sacro ( da sacer ossia purezza o impurità) che sono alla base di ogni nostra azione e persino di ogni nostra ideologia.

Cito spesso, a tal proposito, il bellissimo saggio di Maria Luisa Maniscalco a proposito della filosofia di Vilfredo Pareto, e vi riporto uno stralcio per farvi comprendere quanto, lungi dall’essere una limitazione, l’attrazione verso i numinoso è una profonda esigenza umana che stimola e risveglia quella parte del cervello dedita all’emozionalità e all’attrazione dell’ignoto

 

Attratto dagli aspetti nascosti della modernità e cioè dal perdurare di vitalismi tessuti ed impastati di superstizione, di disordine intellettuale e privi di ogni tensione progettuale, Pareto illustra come il comportamento si ponga molto spesso la di fuori delle forme modellate dalla ragione e rintraccia il non logico fin nell’interno degli stessi ideali della cultura moderna.

Vilfredo Pareto e il senso della modernità

 

E’ questa che ci permette di reagire alla tendenza pericolosa dell’equilibrio che conduce, spesso alla stasi e quindi alla morte, è l’attrazione assurda per il caos e il disordine che mette in moto l’azione vitale per eccellenza che abbraccia l’ignoto, fonte di ogni modifica essenziale della nostra struttura sia fisica che emotiva.

Pertanto, la religione e ancor più la spiritualità sono in fondo nostre compagne da sempre e rappresentano il modo con cui rendiamo intellegibile la realtà e organizziamo il nostro spazio sia interiore che esteriore.

Del resto ciò che è dentro è fuori e ciò che è fuori è dentro.

Ecco che i residui non logici sono quasi sempre alla base del nostro vivere sociale, e vanno in disaccordo con la pretesa della logica ad ogni costo. Privati di quest’arcana area soprannaturale ( ossia sopra e oltre la natura non fuori dalla natura ossia diversa e aliena da noi) possiamo correre incontro a disastri terribili rendendo tutto privo di magia, di sogno e pertanto di empatia.

Che sia il sogno la base delle nostre costruzioni mentali e quindi della realtà, è la scienza che lo dimostra. E’ dal sogno ossia dall’afflato verso l’ideale che molte delle nostre conquiste si sono mosse, senza di esso avremmo accettato pedissequamente ogni valore e teoria imposta dall’alto.

Ma per fortuna siamo e restiamo uomini e non ci facciamo squarciare inermi l’altra parte del nostro io, quella in cui risiede la fame di Dio e dell’essenza della vita.

Tuttavia, una pericolosità insita in questo tempo privo di riferimenti e distruttivo nelle sue contestazioni feroci, se non uccide il lato spirituale o meglio intuitivo e magico dell’uomo, lo avvolge però di invisibilità e di indifferenza.

Una volta rotto il collegamento originario con la coscienza vigile esso prolifera indisturbato creando a volte muri, a volte deliri oppure disastri. E’ la reazione contro la costrizione, il rifiuto di Dio che contribuisce a creare l’integralismo e il fanatismo, e che ci porta a riscoprire posizioni che non sono più adattabili né all’ambiente ne alla nostra evoluzione: il fantomatico e tragico  binomio tra amico e nemico. Tutto ciò che mi spaventa, minaccia e ostacola è nemico, ciò che mi protegge mi rassicura mi dà stabilità è amico.

E’ ovvio che rifiutare il confronto provoca sempre più frustrazione e sempre più isolamento, e alimenta in modo spropositato l’oscurità in noi. Che come racconta Jung non è fonte di male e perversione ma di innovazione e libertà. Tutto dipende dalla nostra capacita e dalla modalità con cui l’accogliamo.

Pertanto, il movimento ecclesiale che tenta di riportare in auge una “primitiva” religiosità sentita e non imposta o seguita per socializzazione secondaria, (quel meccanismo con cui si mantiene una tradizione e una società reiterando valori condivisi ma non creduti) non è di per se maligno o perturbante, è semplicemente frutto e Riccardi lo spiega bene, di un contesto storico, ambientale, politico e sociale privo di sicurezze in cui l’antico spazio sociale e le antiche forme di solidarietà vengono messe in discussione e processate senza che, però, si riesca a pensare a una sostituzione alternativa. Bene dunque criticare e reagire contro le definizioni tradizionali, male è non saper, però, proporre successioni valide.

E in questo caso ci pensa, appunto, il ritorno a una religiosità naturale, più ristretta capace di ricostruire ciò  che si è perduto.

E questo terreno fertile per una sorte di misticismo più emotivo, è stato possibile dall’azione riformatrice di Giovanni XIII e del Concilio Vaticano II. Movimenti nati in condizioni di disagio, di solitudine di isolamento e di mancanza assoluta sia di diritti che di capacità di esprimere il proprio potenziale umano, possono ora diffondersi e andare a colmare quei vuoti lasciati bellamente sotto il sole.

La riscoperta di una divinità più intima e più vicina alla nostra realtà, meno trascendente e più immanente è cosi pronta per essere regalata a chi soffre del disagio di un mondo globalizzato, incerto e eccessivamente dedito all’apparenza, un mondo che seppur capace di mettere tutti in contatto, rende, però molto più soli e abbandonati.

Con questo né io ne l’autore vogliamo proteggere i movimenti che, se non controllati e regolarizzati, possono sfociare nel settarismo e nell’ossessione. Ma vogliamo poter capire come essi nascono cosa offrono e cosa rappresentano non tanto per la Chiesa di oggi, ma per la società odierna.

Perché soltanto rendendosi conto delle proprie profonde cesure, dei drammi e delle sue lacerazioni è possibile pensare e istituire un vivere comune e una collettività più attenta anche ai bisogni interiori, all’arte, alla cultura e meno alla soddisfazione di vizi e piaceri.

“Tra Versi e righe” di Alessandro D’Amico. A cura di Ilaria Grossi

 

La raccolta di poesie è introdotta da un breve racconto, un primo e ben riuscito esperimento narrativo, la storia di un “incontro” attraverso gli occhi del protagonista Giulio.

 

Racchiuderò in una lettera
ogni mio pensiero
e lascerò che il vento
la porti a te,
cullandola in un dolce oscillare.
Mi nasconderò
tra le pieghe del tuo cuore
per sentirti leggere,
il tuo respiro fermarsi
ed il battito tremare.
Ed emozionandoti
lasceresti andare una lacrima
perdendoti tra le righe
della mia anima?”

 

“Non lasciare la mia mano
voglio sentire il battito
e il peso del tuo cuore
attraverso il suo calore”

 

“Gli occhi ti guardano,
mentre la mente fantastica
su pensieri scabrosi
che tolgono il fiato
ed accelerano i battiti.
Immagino il tuo corpo
alla mercè di peccaminose voglie
che quest’anima dannata
immagina”

 

Le poesie di Alessandro D’amico mettono letteralmente a nudo la sua anima, i suoi pensieri, “emozioni” tra versi e righe, c’è passione nelle sue parole, desiderio e voglia di ricordare sensazioni mai dimenticate e sentimenti mai assopiti.

Si mescolano così pensieri intimi, confessioni e ricordi.

Tutti protagonisti indiscussi, tutti passeggeri di un viaggio chiamato “Amore”.

Leggendo poesia dopo poesia, ci si sente un po’ passeggeri perché tutti noi abbiamo avuto le nostre pene d’amore, momenti felici e indimenticabili, delusioni e illusioni, è così naturale e spontaneo trovare un pezzettino di sé tra versi e righe.

Non vi dirò quali sono le mie preferite, vi invito a ”nutrirvi di poesia”, di guardare la bellezza delle piccole e grandi cose che ci circondano e di lasciarvi toccare dalle parole di Alessandro D’amico.

Nella dedica mi hai sottolineato con le parole di Richard Bach che un libro non è mai finito, è sempre in attesa che qualcuno lo migliori ancora ..dopo una nuova lettura.
Io credo che quando abbiamo un libro tra le mani, non c’è cosa più bella che scoprire un mondo nascosto in un altro mondo e sai cosa succede a chi con le sue parole apre la porta del proprio cuore?

E’ inevitabile regalare al lettore un pezzo di sé, il più intimo e nascosto, il più sensibile e vulnerabile.

La scrittura di Alessandro D’amico è dolce, intensa come un incastro perfetto tra due corpi e leggera come una carezza che difficilmente si dimentica.

Lascia parlare ancor più il tuo io, perfezionando sempre, giorno dopo giorno la scrittura, sarà la tua alleata e la tua sfida.

Buona Lettura
Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario

 

“Violetta dal mare” di Raffaele Colelli. A cura di Milena Mannini

 

“Non muovere mai l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima, affinché difendendosi l’uno con l’altra, queste due parti mantengano il loro equilibrio e

Platone

 

Ogni bambino ha il diritto di vivere le tappe della vita, tutte le tappe. Purtroppo per molti non è così, le cronache sono piene di notizie su bambini che troppo presto devono abbandonare i giochi d’infanzia per entrare nel mondo degli adulti.

Violetta è una bambina spensierata che cresce in una modesta famiglia del sud, il padre pescatore, strappato troppo presto a questo mondo, lasciando la madre ad affrontare la vita con il dolore nel cuore.

Violetta ebbe la necessità di crescere in fretta; abbandonò prima del tempo il ruolo di bambina, ancora adolescente era già grande. Un pensiero costante occupava la sua testa, prendersi cura di sua madre, non poteva certo abbandonarla. Avrebbe rischiato di offrirla in pasto ai giudizi diffamanti della gente. Boicottò la sua stessa esistenza per lei, smise di sognare, cosciente che perfino i sogni sarebbero stati troppo, si accontentò del poco per non cadere nel nulla

Ma quando anche la madre muore, Violetta tenta di cambiare la propria vita, e accetta la proposta di un coetaneo che ha trovato fortuna al nord.

In un primo momento sembra davvero che tutto possa filare nella giusta direzione, ma la vita ha in serbo ancora molte prove e Violetta resta, suo malgrado, coinvolta nelle scelte sbagliate dell’uomo che le dà ospitalità.

Sappiamo della tua ospite, una donna, una tua compaesana, per giunta molto bella. Bene, caro ragazzo, questo è il punto: passala a me, nella nostra scuderia, lavorerà per noi sino a quando non avrà raggiunto l’importo del tuo debito… poi… poi si vedrà.»

Di certo non si sarebbe mai aspettata di essere iniziata alla prostituzione da persone senza scrupoli che hanno come unico scopo il guadagno economico.

 Solo quando Violetta si vide immersa nel fumo denso tra il bagliore delle luci rosse; solo quando i corpi seminudi delle ragazze si sfregarono sui peccaminosi pali di acciaio; solo quando il puzzo insopportabile del sudore dei clienti le fece rigurgitare il cibo non digerito che dal fondo dello stomaco risalì sino alla gola; solo allora capì di essere precipitata nell’ultimo girone dell’inferno.

Droga e alcool riescono in quello che le minacce non sono riuscite e Violetta, contro la sua volontà, si ritrova a subire attenzioni di clienti ai quali non si sarebbe mai concessa, a differenza delle sue compagne di viaggio. Il suo stato d’animo è tale che a quella vita preferisce la morte che molte ragazze nella sua stessa situazione le prospettano, se non comincerà a ubbidire ai vari uomini che ne rivendicano la proprietà.

Appena tre anni dopo, si presentava ancora una volta in una situazione assurda e irreale che mai si sarebbe immaginata. Di una cosa comunque era assolutamente certa: anche a rischio della sua vita, non avrebbe mai ceduto alle richieste intimidatorie dell’algerino. Per nessuna ragione al mondo sarebbe ritornata sui suoi passi, nemmeno quando Imma, insistentemente, la implorò.

Tutte queste situazioni mettono a dura prova non solo il corpo, ma anche la mente e lo spirito di Violetta, e anche se dopo la liberazione dall’inferno che da anni era la sua vita, sembra aver trovato la sua pace…

Violetta ripose nella nuova famiglia tutta la voglia e l’impegno di ricominciare. Antonio fu la cosa più bella che le potesse capitare in quella assurda storia dove si era andata a cacciare. Una mano tesa all’ultimo istante a un passo dalla fine.

…la mente e lo spirito sono più difficile da curare e le cicatrici più profonde, tanto da portare sull’orlo del baratro la nostra protagonista.

Aveva rischiato grosso, aveva compiuto il gesto autolesionistico più estremo che una persona possa infliggersi. Consapevole di porre fine al disgusto di un male che da molto tempo la tormentava.

Come può Violetta curare le sue ferite, quando nemmeno l’amore della sua famiglia vi è riuscita?

L’Autore affronta un tema scottante, molte giovani donne vengono ingannate da uomini senza scrupoli con il miraggio di un lavoro e una vita migliore, per poi trovarsi per strada, sfruttate e sempre ad un passo dalla morte.

E in poche, dopo l’inferno in terra, trovano la pace e una nuova vita.

Per la maggior parte di loro c’è solo la liberazione della morte.

Quale strada percorrerà Violetta?

Buona lettura

Milena

“Pulp napoletano” di Vincenzo Carriero, Mezzelane editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Ho potuto apprezzare la genialità di Carriero nei suoi lavori, che, lo ammetto, mi hanno sempre strappato un pezzo di cuore.

Nella sua ironia tutta napoletana la sua sensibilità mascherata da guascone ria, riesce a tracciare le più recondite note dell’animo umano su un foglio che regala, senza paural, a noi tutti.

Non si prende sul serio Carriero, neanche quando racconta i drammi, quando denuncia, riesca sempre a colorare il buio di ironia. Ma lungi dal rendere i suoi silenziosi urli poco incisivi, dona a loro la forza indomita della tempesta.

E oggi con Pulp napoletano non si smentisce.

Pulp è un termina che ricordiamo e ci solletica la mente grazie a straordinari film decadenti come il famoso Pulp fiction. Pulp il termine che indica la produzione letteraria o cinematografica caratterizzata dal alone del popolare, cosi come richiesto da artisti di nicchia quale il nostro Pasolini.

Vi ricordate il pianto della scavatrice?

E’ sicuramente la mia poesia preferita, laddove tra fango a umanità sporca abbruttita, Pierpaolo riusciva a trarre a se la vera essenza della poeticità, quella di rendere la vita più leggera, estrapolando emozioni autentiche e non ingabbiata nelle rigidi leggi della teorica e senza la briglia della tecnica.

Ecco cos’ il pulp.  Con la sua esasperazione del sensazionale riesce davvero a darci un idea della pateticità dei nostri mille, angosciosi difetti. E’ con quest’eccesso che possiamo riconoscere quei minimi, ossessivi comportamenti che creano disordine e disastri.

Minimi perché cosi nascosti in fondo alla nostra coscienza da essere identificati con i famosi residui paretiani. Quelli che in fondo danno forma e struttura alle nostre azioni.

Ecco che di popolo si tratta.

Ma non dei grandi slanci etici tanto amati dall’apologia, ma quelle minuzie che come sanguisughe succhiano la linfa vitale che rende la vita degna di essere vissuta.

Eroi non eroi, svuotati e sconfitti da un mondo in tre D.

E’ un libro sul pericolo che la finalità cosciente, oramai insinuata nei meandri del nostro vivere, tende a prometterci beffarda, la realizzazione del nostro personale mondo ideale.

Anche il bravissimo Peter Gabriel cercava il suo regno segreto in Secret World capace di trasportarlo oltre la banalità, la noia e lo stantio ripetersi di gesti senza senso, laddove anche l’amore e l’atto supremo in cui esso si esprime, viene commercializzato e banalizzato.

 La situazione “ideale” diviene quindi il paradiso perduto unica fonte di felicità unico luogo in cui la soddisfazione di bisogni istinti e impulsi può essere garantito. Dove l’equilibro è possibile in quanto, appunto, domino dell’irreale e del transitorio.

Nella vita concreta, infatti, esistono le due diverse forze che danno origine alla vita, la tendenza al disordine (entropia) e la volontà di ordine(omeostasi) è i loro scontro che dà il movimento necessario affinché la mobilità sconfigga la stasi. E sappiamo oramai che stasi è uguale e morte.

Sono felice a patto che” è la frase che echeggia per tutto il testo, abbracciando le pulsioni più lecite e innocue a quelle più malsane.

Carriero è fondamentalmente un fine psicologo e nei suoi testi noni può non affrontare con la spada tinta di inchiostro il difficile compito di descrivere lo spazio interiore di ciascuno, dando una sbirciata ai meandri occulti di una mente che a stento conosciamo, che però desideriamo sperimentare e magari rinchiudere nelle nostre teorie tanto comode e rassicuranti. Ma la differenza il precedente testo “Una giornata Bestiale” è evidente e interessante. In questa sua fatica si stacca parzialmente dall’ambiente fisico. Intendiamoci. Siamo sempre nel contesto campano, ma per la particolarità delle descrizioni psicologiche potremmo essere ovunque.

Tolto il dialetto, il testo è applicabile a ogni psiche.

Del resto il linguaggio usato non è che  l’intromissione del Narratore che tenta di smitizzare e sdrammatizzare l’orrore tramite l’escamotage dell’ironia, che per ironia della sorte ha l’effetto opposto, contrario e voluto di accentuarlo.

Diffidenza, abbandono, noia, asocialità, grigiore, paure del tempo che passa, apologia del potere, voyeurismo ecco radunati tutti i mali del nostro vivere che ci scorrono davanti con immagini inesorabili che inchiodano il lettore e lo rendono partecipe di una decadenza di cui è, effettivamente, complice.

Complice perché lungi dal ricercare la felicità con poco e con armonie semplici e immediate, si cerca l’acme dell’emozionalità, il picco sempre più alto capace di far scorrere l’adrenalina.

E cosi la scena iniziale, quasi irreale, (il rito di preparare il pomodoro in casa, con tutte le conseguenze simboliche del gesto, invito a tal proposito di leggere la recensione di Vito di Taranto N.D.R.) appare come un ricordo sofferto di un antico spazio sociale, dispensatore di significati, di valori contadini con la sua accettazione e venerazione per il ciclo vitale di nascita morte vita, laddove i nemici si abbracciavano e si influenzavano a vicenda, creando un flusso di energia che riusciva a colmare cesure e vuoti.

La morte e lo scorrere del tempo non erano affatto temuti, ma anzi celebrati e forse attesi, come compimento di un lungo e faticoso ma bellissimo viaggio umano.

Al di la della soglia non esisteva inferno né cinereo, esisteva il mondo in tutto il suo splendore,speculare la nostro e che con il nostro intesseva un dialogo fatto di lievi sensazioni e sogni.

Ma siamo nel post moderno, fatto di terrori, in cui esseri umani spaesati vagano in cerca di appigli e di certezze.

E qual è oggi l’unica certezza possibile?

Non l’accettazione, la solidarietà, ma il potere e la sottomissione.

Ecco che feroci essenze arcontiche,, che malevole invadono uno spazio sociale già tentennante e ferito, rimasto orfano dove, al posto della collaborazione, si manifesta l’apparire sempre e comunque, unico mezzo per sentirsi vivi, per sapere di esistere.

 Ma è quell’apparire che uccide l’essenza e la forma a cui essa stessa da forza.  Non si sopravvive più con il ricordo, con l’esempio, con il perpetuarsi della tradizione rinnovata dal pensiero.

Si sopravvive in un’immagine sfocata, in un video, in un atto che sfida le leggi a cui più non crediamo. Ed è questa sfida, come moderni icari bruciati dal sole, che noi giornalmente perdiamo, perché il Dio Ecologico, quello che struttura il nostro reale, non si può beffare.

E si rivolterà sempre contro chi osa erigersi a dominatore.

L’elemento del mosaico che si ribella al mosaico stesso, non fa che generare la controreazione atta a mantenere la sopravvivenza dell’organismo stesso. Come virus verremmo annientati dalle stesse forze che pensiamo, erroneamente, di violentare per piegarle ai nostri fini.

Ecco che i protagonisti di Pulp tentano di sfatare il mito della redenzione. Non c’è nulla da redimere perché non c’è nulla da perdere.

Si redime chi desidera tornare tra le braccia di un idea che è il suo porto sicuro. Se non c’è nulla se non un immenso egoico delirio non ho nulla da “salvare” o da riscattare.

Ecco la parabola dell’uomo che vuole divenire Dio, soltanto cosi potrò avere riparazione dei torti, potrò ottenere il posto che mi spetta nella società e potrò superare le mie insicurezze. Non sarà più dolore come spinta per poter attraversare la soglia oscura, quella che si permetterà di penetrare su un diverso piano percettivo.

Ci sarò solo io, solo e disperso.

Ci sarò solo io in eterna assuefazione dell’apparire.

Ci sarò solo io in perpetua condanna verso il riscatto “Tanto ho sofferto, tanto devo prendere”

E prenderò ancora, e ancora fino ad annullarmi del tutto in quest’insana ricerca.

Non ci sono né vincitori né vinti in questo testo.

C’è solo il racconto di anime che non sanno abbracciarsi, solidarietà spezzate, empatie rinnegate.

Emozioni che non ti rendono integro, perché essere integro significa osare guardarsi allo specchio e ammettere il proprio personale fallimento.

Che Pulp possa farvi rabbrividire e magari spingervi a scegliere una via diversa.

Laddove l’essere è più importante della forma.

E dove la forma può essere plasmata soltanto dall’essenza dell’essere.

E se dentro non affrontiamo i demoni, non li guardiamo fissi per poi partire in cerca di un’altra realtà, non ci accorgiamo del disastro: siamo oramai divenuti parte di quella nube tossica creata dal male.

Siamo demoni noi stessi inconsapevoli di esserlo.