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Un libro, due interpretazioni differenti eppure complementari. Quasi simboli di universi distanti eppur necessari uno all’altro: quello maschile e quello femminile. Due poli che si attraggono e dalla cui compenetrazione non può non nascere la creatività, la crescita, l’immaginazione, in sostanza la vita.

Ascoltiamo le voci dei nostri due recensori che omaggeranno le cangianti sfumature del testo di Vincenzo Romano

Buona lettura.

Il blog Les fleurs du Mal

 

 

Il duro mestiere del genitore. A cura di Andrea Venturo

Il titolo è una crasi tra il cognome dell’autore e quello che è un sinonimo di “gabbia di matti”.
Credo riassuma, più di qualsiasi sottotitolo, il contenuto del libro e che solo un padre con un’esperienza simile o superiore possa comprenderne appieno tutte le sfumature.

Per tutti gli altri ci sono il sottotitolo “Storie di figli, pensieri di papà” e la quarta di copertina a togliere ogni dubbio.

Il libro  si legge molto in fretta, bastano un paio d’ore di relax, ed è rivolto a chi ha intenzione di mettere al mondo un bambino o ne ha già uno e vuole fare il secondo. Chi è andato oltre dovrebbe già conoscere tutto ciò di cui si parla e/o avere molto altro da dire al riguardo.

Con uno stile franco e colloquiale Vincenzo Romano pone i riflettori su quella figura che, con l’arrivo del bebe’ in casa, passa inspiegabilmente in secondo piano: il papà. Affronta i luoghi comuni della genitorialità smontandoli con esempi pratici provenienti dal proprio vissuto: ha tre figli e un grande spirito di osservazione. Pone l’attenzione su quelli che sono alcune colonne portanti della puericultura come il parlare assertivo (evitare come la peste i “non si  fa, non si deve, non si cerca… ecc… ), l’uso razionale dei divieti da associare solo ai pericoli reali, la condivisione delle regole e la guida attraverso l’esempio, l’uso razionale dei nonni sono solo alcune delle perle che Vincenzo mostra di aver ben compreso e messo in pratica nel corso degli anni.
Nonostante la brevità del testo (o forse grazie ad essa) si comprende bene che il mestiere di genitore è semplice, ma non per questo meno difficile e impegnativo.

Dal mio punto di vista (privilegiato: anche io sono papà di tre bambini) posso dire che dovrebbe leggere questo libro (e uso il verbo  dovere con cognizione di causa) chi figli non ne ha e magari sbuffa quando, durante una cena con gli amici, vede dei ragazzini scorrazzare per il ristorante o piangere a squarciagola sovrastando ogni altro suono nella sala al punto da invocare il cartello “no kids” affisso sulla porta d’ingresso.

I bambini sono persone (e qui cito volentieri l’autore) e come tali vanno trattati e l’articolo 3 della nostra costituzione è piuttosto chiaro in materia. Di recente è stato tolto il divieto d’accesso ai cani dai locali pubblici (il padrone risponde di eventuali danni) figurarsi se è possibile imporlo ad un essere umano, ancorché molto giovane.

Diventare genitore comporta, per una persona, una serie di trasformazioni non indifferente: si diventa più forti, più capaci, più resilienti… una specie di supereroe che nulla ha da invidiare a quelli del grande schermo. Il libro mette bene in chiaro, con esempi e citazioni di testi ben più autorevoli, come questa trasformazione avviene e cosa succede quando un uomo diventa padre che sia pronto o no.

Comprendere questo semplice concetto è, inspiegabilmente, difficile e Vincenzo riesce grazie al suo modo, serio e scherzoso allo stesso tempo, nell’impresa di far sorridere chi i figli li ha già e far riflettere chi invece finora non si è posto il problema.

 

 

 

Educare. La difficile strada verso la libertà. A cura di Alessandra Micheli

Sono convinta che le frasi che toccano il cuore e i momenti più belli, quelli magici e irripetibili, non siano accompagnati dalle lacrime ma dai sorrisi.

A volte sono adornati da risate così cristalline da ricordare l’allegro scampanio dei sonagli di Natale. (Non a caso uno dei libri più calorosi e immediati, ma al tempo stesso dotati di profondi significati morali, come Il grillo del focolare di Charles Dickens, apre con una scena che strappa un sorriso radioso. Una favola classica che restituisce alla festività l’identità originaria di rinascita dell’anima, a discapito della connotazione commerciale di cui è stata rivestita e che la snatura).

Il Natale sa di famiglia, di piccoli gesti, e dovrebbe avere il sapore della semplicità e della genuinità tipica dei bimbi.

Infatti, è grazie a quell’involontario curvare delle labbra che spesso si apprendono le lezioni più importanti. Ci consente di scavare riportando alla luce i messaggi etici basilari, quelli che gettano le vere fondamenta del vivere civile. Questo perché sposta il centro del discorso verso un livello meno impegnativo, restituendo levità a responsabilità enormi, a critiche sociali in grado di sfaldare ogni status quo, e a ogni granitica certezza.

È il classico escamotage dello spostamento percettivo: beffiamo le resistenze naturali al cambiamento, del nostro carattere e della nostra umanità, abbracciando il reale con un sorriso. Lo si priva di ombre e, decontestualizzandolo, innalziamo il livello di apprendimento che, senza accorgercene, ci catapulta verso il prossimo gradino del salto evolutivo.

La leggerezza, che è altro dalla superficialità, aiuta sempre: azzera le paranoie senza rinunciare a una lucida e disincantata visione dell’oggetto osservato; si libra a mezz’aria ma non per questo risulta meno profonda e incisiva.

Ci affianca perché siamo, nonostante i progressi scientifici, i soliti uomini impietriti davanti all’ignoto, soprattutto quando siamo privi della torcia capace di scacciare le semioscurità maligne.

Dinnanzi a eventi che stravolgono la stabilità acquisita, siamo al pari di creature primitive in balia di un mondo intellegibile e difficile da decifrare.

Ecco che il sorriso sincero distrugge l’orco e smitizza i fantasmi della mente, un po’ come ci racconta J. K. Rowling nel suo libro Il prigioniero di Azkaban.

Come si combattono i Mollicci, orribili creature capaci di incarnare le più profonde paure che custodiamo nel nostro intimo?

Con la risata: semplice e miracoloso dono divino.

Ridicolizzare la paura le toglie potere su di noi e la costringe a tornare nell’angolo buio dell’armadio in un cui è relegata, e dal quale ci sussurra.

Probabilmente è proprio perché la nostra esistenza è nata dal frammento della risata di un dio; o forse siamo noi stessi parte del sorriso dell’universo, felice di essere semplicemente ciò che è, ma è senza dubbio un invito importante che ci insegna che la paura è solo un altro filtro con il quale decidiamo di guardare il mondo, se glielo permettiamo.

E secondo voi qual è l’evento più traumatizzante e meraviglioso per un essere umano?

Ve lo svelo in un orecchio: diventare genitori.

Dare alla vita un essere che si deve formare, ma che nasce già con una propria coscienza, è qualcosa di terribile e maestoso che può lasciarci senza fiato. E questo vale per la donna, protagonista di stravolgimenti fisici ed emotivi verso qualcosa da amare che conduce anche all’estremo sacrificio di lei stessa, ma anche per l’uomo che, da egoico essere narcisistico (diciamocelo, lo siamo un po’ tutti), diviene un faro che DOVRÀ illuminare la strada di qualcun altro che a lui si affiderà fiducioso e indifeso.

Ma un bimbo non è solo un cucciolo da proteggere, è anche una mente da nutrire perché divenga, come dice Gibran, freccia in grado di colpire il centro della vita.

Se per le madri si sono spese montagne di parole, per i padri è diverso. Nonostante la cultura patriarcale in cui siamo immersi, nel caso della genitorialità, l’uomo è spesso “discriminato”.

Forse perché è incastrato in questo strano sistema autoritario che lo pone sia al vertice della creazione, ma che lo esclude al tempo stesso.  Dotato della capacità suprema di nominare l’universo a lui affidatogli e di attribuire, quindi, ordine e forma alla realtà regalatagli al momento dell’atto creativo, è signore e padrone messo in cima della gerarchia valoriale di un sistema società che ha bisogno, sempre più, di dominati e dominanti. La donna, in questo disegno, è relegata al ruolo di nutrice con il compito, spesso bistrattato, di perpetuare la specie e, con essa, di tramandare attraverso la maternità i valori fondanti il sistema sociale. L’uomo detta le regole e la donna le applica.

Questo distacco genitoriale del padre lo si scorgeva nell’usanza, in via di sparizione, di considerare il parto una cosa da donne. Esserne stati esclusi a lungo permetteva di percepirlo come qualcosa di estraneo da loro stessi, che non li coinvolgeva attivamente, non così importante da assolvere altre funzioni al di fuori di quella intrinseca, e nè necessario allo stesso ambiente che incoraggiava l’importanza del mantenimento del ruolo.

Il maschio aveva compiti più importanti che assistere faccende prettamente “femminili”, lo distoglievano da obiettivi più

sommi: prosperare, crescere, e acquisire sempre maggior potere.

Questa mentalità creava, e crea, un grande scompenso nella famiglia, specialmente ora che i suoi assunti principali vengono messi in discussione dall’evoluzione sociale e mentale che oggi ci rende spettatori.

La famiglia non è più così gerarchica: i sistemi educativi tengono conto dell’individualità, della specificità umana e del talento. Le potenzialità diverse divengono importantissime per non far morire tutto il progresso che abbiamo faticosamente conquistato, apportando nuove energie e una ventata di freschezza su un mosaico stantio e polveroso.

Ma, soprattutto, la Teoria del gender mette a rischio i ruoli così nettamente separati di uomo/donna, facendo sì che la coppia debba trovare nuove modalità di contatto e di sviluppo.

Tranquilli.

Citando il gender non intendo dire che sono spariti i generi sessuali biologici: esistono ancora tanto che la riproduzione è ancora possibile. Intendo dire che la percezione di cosa DEBBA essere un uomo e di cosa DEBBA essere una donna viene messa in discussione. Donne e uomini divengono anch’essi maschere sociali limitate dalla volontà di definire, controllare e ingabbiare le potenzialità umane. Questo significa che, in una famiglia, bisognerà non solo ripensare al modo con cui si interagisce con l’altro, ma anche a come le diversità possano e debbano essere una componente amalgamante non più in senso verticale ma in orizzontale, non più come dominato e dominante ma coesi in una logica cooperativa.

E il libro di Vincenzo Romano parla proprio di questo.

Racconta con una notevole verve la sua esperienza, unica e sicuramente personalissima, di uomo che ha dovuto reinventarsi per vivere appieno, e in modo più profondo e fecondo, il proprio rapporto con i figli. Un qualcosa che lo mette certamente in discussione, che lo porta a distruggere tanti preconcetti e a ritrovare una diversa dimensione, molto più valida, coraggiosa e importante all’interno del suo nucleo familiare. Mamma e papà non sono nettamente divisi: si compenetrano, si compensano e, più che dividersi ruoli, riescono a ricoprire in perfetta sintonia, di volta in volta, le tessere scoperte del loro personale unico mosaico.

Mi spiego: la divisione netta dei ruoli presuppone una rigidità del sistema impossibile da mantenere dinnanzi al miracolo della vita.

I figli ci osservano, imparano, e crescono assieme all’esempio che diamo loro. E imparare che ci sono cose da uomo e cose da donna, non è un bene per un corretto sviluppo psico-emotivo. Imparare, invece, come racconta Vincenzo Romano, l’abilità della condivisione e dello scambio è  importantissimo. L’uomo sarà, infatti, a volte sostegno e a volte da sostenere, diventerà il perno attorno a cui la donna potrà muoversi andando a ricoprire le lacune nel suo eccesso di amore. Così, il padre diviene multifunzionale, capace di essere complice e educatore, severo ma al tempo stesso morbido, interpretando con la compagna una sorta di danza rituale in cui ogni movimento è ben armonizzato e sincronizzato con quelli dell’altro.

Vincenzo Romano non consiglia ma racconta, lo fa con apparente frivolezza ma donando rare perle di saggezza con una dote inconsueta: la meraviglia della rivelazione continua.

Pur essendo un uomo fatto, non perde quegli occhi pieni di incanti che sono tipici delle anime pure. Conosce l’enorme responsabilità del ruolo ma la sa vivere con leggerezza, muovendosi con un’eleganza soffice tra i diversi, duri, e tosti impegni.

Quello che ne esce è un libro fresco e commovente, ritratto di un uomo che non ha paura delle proprie fragilità e debolezze, che sa essere sia arco che freccia, che non si chiude alla vita ma ha intenzione di evolvere assieme a essa. Un uomo che ha capito come un figlio sia qualcosa di più che una diramazione del proprio essere, una creatura viva che muta ed evolve, che ha una coscienza individuale da coltivare, una propria personalità, e una propria specificità.

È nell’onorare la bellezza della diversità che si incentra il vero segreto dell’educazione. Sapere che essa non è una prigione rigida ma una strada piena di possibilità da elencare con entusiasmo e serietà al proprio pargolo.

Io spero due cose: che leggendo questo libro possiate vivere la genitorialità in modo più sano, ma anche che possiate trovare un’idea di uomo molto più sfaccettata, vera e complessa; che si discosti dalle tante millantate immagini patinate che oggi vi propinano per gabbarvi.

Buona lettura.

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