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A mio avviso, Il conte di Montecristo dovrebbe essere letta in tutte le scuole e approfondita in classe, cercando il confronto e spronando gli studenti all’interazione.
Perché? È semplice: i ragazzi non sono in grado di gestire i sentimenti negativi e perciò, vi cedono miseramente con le dovute conseguenze. Anche gli adulti lo fanno e ne vediamo gli effetti ogni giorno, ma i bambini e i ragazzi sono il futuro ed è su di loro che dovremmo puntare per far funzionare le cose. I sentimenti negativi sono pericolosi, perché più intimi dell’irriverenza adolescenziale: sono legittimati dalla profondità dell’emozione nera e si spandono nel petto dei nostri ragazzi come l’amore, il dolore o l’odio. Mentre il sentimento positivo arricchisce, quello negativo incattivisce, sfibra, travia il cervello con la solidità del suo essere emozione reale e quindi, rispettabile in quanto tale.
Il punto è che i sentimenti negativi vanno vissuti, perché permettono di crescere, ma vanno anche saputi trattare, come qualsiasi cosa che in apparenza sembra negativa, pericolosa o disonesta. Bisogna voler andare in fondo alle cose, senza mai fermarsi al tocco superficiale: la volontà, oggi, è tutto. Se si scende in profondità, si scoprono particolari, dettagli e forse, anche la verità concreta e totale delle cose.
Ecco perché questo lavoro risulta inutile con gli adulti, abituati a generalizzare, che si appellano a presunte esperienze di vita e che spesso dimenticano il detto “fino alla bara, sempre s’impara”. I ragazzi danno molta più soddisfazione, perché sono curiosi al punto di ascoltare l’altro ed è quella curiosità che ci salverà, un giorno.

La vera educazione deve essere un’educazione alla critica

Uno dei sentimenti negativi più logoranti è il dolore che, come la reazione che risponde all’azione, genera a sua volta diversi altri tipi di emozioni nere, imprevedibili e inaspettate. Il dolore è come aprire un libro a caso, scuotere la palla delle risposte o aprire un biscotto della fortuna, sperando di trovare all’interno la spiegazione a tutti i nostri malanni. Siamo disposti a credere anche alla buonafede della casualità pur di strappare via il dolore dal petto.
La vendetta è una delle reazioni più scontate al dolore, perché si collega a un altro sentimento negativo che ci rende comunque umani: la rabbia. Nel momento in cui il nostro onore, il nostro orgoglio viene ferito, la nostra imperfetta umanità ci spinge a reagire, cercando di infliggere all’altro la stessa quantità di dolore che lui ha inflitto a noi. La base della legge del taglione, per dirne una: un’azione fatta a sangue caldo che spesso non ha niente a che vedere con la giustizia.
E perché la vendetta non è da considerarsi giusta? Spesso, perché non è intelligente. Spesso, noi umani siamo così deboli di fronte alle emozioni negative (che non sappiamo affrontare e superare), che diamo per scontate molte, troppe cose. Simone scarabocchia il mio quaderno e allora, io scrivo a casaccio sul suo… ma a Simone importa qualcosa di quel quaderno? Ecco la debolezza della vendetta, la sua superficialità, l’emotività che la rende piatta e poco interessante: dare per scontato che ciò preme a me stia a cuore anche a te.

È un diritto naturale saziarsi l’anima con la vendetta

Alexandre Dumas ha scritto un libro degno di nota, perché profondamente intelligente oltre che bello. Sì, concede al povero Edmond Dantès tutti i mezzi per scalare la montagna della perfezione, ma ragioniamo sulla sua vita: è un marinaio e sta per diventare capitano, ha al suo fianco l’amata Mercédès e sembra essere felice. Un brutto giorno, Danglars, lo scrivano della nave, incastra Edmond con una lettera anonima che lo accusa di essere un bonapartista (il tutto con l’aiuto di Fernand Mondego, cugino di Mercédès, interessato ad averla solo per sé). Edmond finisce in carcere e viene spogliato di ogni titolo, progetto e desiderio e aggiungo: ingiustamente. Oggi, ci divideremmo tra innocentisti e colpevolisti, ma all’epoca non era possibile buttarla in caciara e sperare nello sconto di pena e qualche ospitata in tv.
Dantès viene condannato e in cella conosce l’Abate Faria, l’uomo da cui tutti noi vorremmo essere istruiti, che consegna a Edmond non solo l’occasione di elevarsi culturalmente, ma anche quella di fuggire e arricchirsi.
La vendetta viene dopo, in quel valzer di trucchi e bugie che Dantès attua sotto le spoglie del misterioso Conte di Montecristo; ricchissimo, intelligente, di buone maniere e ombroso aristocratico venuto da chissà dove. Il protagonista studia tutti gli elementi della sua vendetta e soprattutto i destinatari di questa: Mondego, Gérard de Villefort e ovviamente, Danglars. Qui sta l’intelligenza di Dumas (e quindi, del protagonista): ogni azione è studiata fino al minimo dettaglio e ogni vendetta è adattata ai principi e agli ideali a cui la vittima ha deciso di votarsi.
Per vendicarsi non basta scarabocchiare il quaderno del nostro vicino di banco, Simone. Dobbiamo conoscerlo, studiarlo e sapere cosa genererà in lui lo stesso quantitativo di dolore che ha fatto sorgere in noi. Ecco la profonda intelligenza del racconto di Dumas, che non è da confondere con la sopraffina crudeltà, bensì da riconoscere come eccelsa forma di ragionamento superiore, che sa andare oltre l’Io e oltre il proprio dolore.

Prima di intraprendere la strada della vendetta, scavate due tombe

E il messaggio per i giovani lettori? E il salvaguardare l’integrità morale dei nostri ragazzi? Dov’è finito tutto quel ben pensare montessoriano che si prefiggeva di aiutare gli adolescenti ad essere migliori degli adulti?
Alexandre Dumas pensa anche e soprattutto a questo, nel finale. L’insegnamento che lascia Edmond Dantès, togliendosi la cappa ammantata del Conte di Montecristo, è la certezza che oltre il dolore si può ancora esistere. Oltre la rabbia ostinata, dopo la smania di vendetta e la follia cieca, il cervello dall’intelligenza sopraffina permette al cuore di accettare e superare il sentimento negativo, evolvendo l’uomo in un essere migliore del modello precedente. Un essere umano in grado di capire il dolore, accettare il dolore e superare il dolore e farlo attraverso l’elaborazione macchinosa della rabbia che arma la vendetta, che altro non è se non la dimostrazione pratica della meravigliosa complessità rappresentata dall’intelletto umano.
Intelletto che, se ben stimolato, trova sempre l’accordo con il cuore.

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