testaatesta

 

 

La bellezza di questo testo è nella sua capacità di sfatare tanti resistenti miti. E la lode va, innanzitutto, alla Triskell edizioni.  questa coraggiosa casa editrice, ci dimostra la fallacia del pensiero odierno che divide la letteratura secondo il genere sessuale.

il secondo mito che sfata, è quello che tende a dividere la letteratura in gerarchie ferree: di serie B e di serie A, in letteratura colta e letteratura di svago.

Fidatevi.

L’unica differenziazione possibile quando si parla di libri è una: i testi scritti come dio comanda, e quelli approssimativi.

Per testi scritti “bene” intendo sottolineare qualcosa di ben più ampio che il  perfetto uso del vostro idioma italico. Non siete da lodare se sapete scrivere correttamente in italiano, a meno che non siate cinesi che sono riusciti a impadronirsi della lingua in soli tre mesi.

Se così non fosse, non siete straordinari, siete sani e normali.

Lo scrivere in modo perfetto come lo intendo io è semplicemente riuscire a comunicare, rendere vive e dialoganti le immagini della vostra mente attraverso la scrittura. Questo significa che ogni lettera, ogni frase, ogni articolo o aggettivo devono grondare di emozione, devono aprirmi uno spiraglio sul vostro mondo interiore e spalancare le porte dell’iperuranio di plutoniana memoria, laddove nascono e prolificano le idee. E tutto questo arricchito dal patto interpretativo che prevede un costante flusso intercambiabile tra autore e lettore nutrendo la semantica di ogni frase con nuovi incantati significati.

Pertanto, un thriller può appartenere all’unica classificazione possibile di libri, ossia quelli ricchi di talento, a patto che risponda alle caratteristiche sorpaccitate.

E un thriller può o non può rispondere a queste caratteristiche e appartenere a questa classificazione letteraria, l’unica degna secondo il mio banale sentire, di essere citata.
Il resto è mero esercizio filosofico abbastanza inutile e arido.
Secondo questa “ribelle” visione della scrittura, il testo propostomi dalla Triskell Edizioni si colloca nella costellazione dei romanzi ben congeniati, degni di forgiarsi del termine to thrill ossia rabbrividire. E il tremore non è dato solo dall’incastro perfetto delle scene, ma anche dalle riflessioni che scaturiscono durante e dopo la lettura.
Andiamo, dunque, a stanare questi messaggi.
Possiamo iniziare con un succulento piatto, un antipasto niente male che individua il primo livello interpretativo nel moderno dramma della distruzione dell’infanzia. Non vi tedio con i dati statistici, ma sembra che il bambino, oggi, sia considerato un terreno fertile su cui infondere ogni malvagio proposito, quasi infastidisse o stonasse quel loro essere innocenti. Trovo che esista qualcosa di veramente malsano in una società che fa dell’annientamento dell’ingenuità e dei sogni il suo mantra principale. Trovo allarmante quel rifiuto pedissequo dell’innocenza e della purezza, intese non come elemento morale ma etico, ossia la capacità di essere preservati dal male. Badate bene. Questo non significa che un bambino non conosce l’altro lato della natura umana, semplicemente non lo concepisce come base primaria su cui far ruotare le proprie azioni. E per male intendo qualcosa di diverso da una rottura dei tabù, quelli sono sempre benaccetti per l’evoluzione umana. Il vero male è da ricercarsi nella finalità cosciente che adombra di sporco ogni nostra apparentemente benevola azione.
Desiderio di dominio, volontà di sopraffazione, deliri di onnipotenza, potere, denaro, lussuria, trasgressione dei limiti etici, sono disordini nati dalla necessità di assecondare un fine, appagare un bisogno con qualunque mezzo. Significa che le ossessioni egoiche dominano ogni nostra visuale, ogni interpretazione del reale, rendendo l’umanità e la natura semplici oggetti da asservire e usare. Il bambino non lo concepisce. Esso cerca il bello, il piacere semplice del contatto perché è ancora nella fase primordiale dell’incanto. Un bambino non ha ancora oscuri residui lasciati da esperienze distruttive, da mancate gratificazioni o da ambizioni frustrate. Un bambino non deve stare al centro dell’attenzione, ma fa parte di quel centro che condivide con gli altri. Un bimbo non divide in utile o inutile ma in piacere o dispiacere, in modo spontaneo, naturale e arcaico. Vive in un sistema apparentemente lineare e i suoi bisogni sono resti di un mondo incantato di cui, forse, conserva il ricordo. Sorride con poco. Va dove il calore è più concentrato. Dove lo spazio è meno ristretto. Ama la scoperta e l’avventura che sia soltanto l’annusare di un fiore o il raccogliere la terra e sentire il suo ruvido strusciare la pelle. I desideri sono ancora doni delle fate. Ricordo benissimo i miei nipotini convinti che una fettina di carne fosse un drago sconfitto dalla loro zia e che mangiandolo avrebbero avuto quel mastodontico, magio essere dentro di sé. Credevano che le farfalle fosse fatine e le seguivano con occhi sgranati. Un soffione era formato da minuscoli omuncoli che giocavano con il vento. Dei sassi erano fortini, da difendere con rami che rappresentavano magiche spade.
Rompere questo magico mondo, facendo confluire la nostra bestialità, è l’atto più osceno che l’essere umano possa compiere.
Questa riflessione ci porta diritta a un’altra a essa collegata, come in un gioco di scatole cinesi: il male.
Se il male è la finalità cosciente cos’è quella follia che spesso troviamo nel thriller?
E parlo di quella non benevola, ma distruttiva e nutrita da vendetta, rancore, dolore e frustrazione. Un filo sottile separa la sanità mentale dall’abisso della pazzia. Basta poco per cadere dall’altra parte e perdersi in deliri che portano a un’inumanità inconcepibile. E questo significa che la finalità cosciente sposata con la follia spersonalizza l’altro fino a renderlo marionetta su cui spostare l’attenzione, come se fosse un fantoccio in grado di incanalare la propria sofferenza per essere liberi. Ecco che la vittima diviene capro espiatorio, reo di avere una serenità, una vita agognata ma mai raggiunta, dei benefici che al killer sono stati preclusi. Dolore contro dolore, occhio per occhio dente per dente, tu riparerai il torto che io ho subito.
Tu sarai colui che farà di me, reietto e abbandonato, il superuomo capace finalmente, di controllare quella vita che mi hanno strappato.

Ma anche questa riflessione apre un altro spiraglio di significati ancor più perturbanti: criminali ci si nasce o ci si diventa?
Lombroso aveva ragione?
Tutti immagino conoscerete Cesare Lombroso vero?
Seppur controverso e contestato è comunque considerato il padre della moderna criminologia, in quanto fu il primo ad applicare il metodo scientifico alle indagini investigative. Certo le sue idee non sono condivisibili o meglio non tutte, visto che affermava come l’atto criminale, il delinquere, fosse frutto di una distorsione genetica o mentale. Nel secondo caso abbiamo riscontri nello studio dei serial killer, spesso coinvolti da problematiche psichiatriche molto gravi. Nel primo caso ancora nessuno ha individuato, che io sappi, il gene della criminalità. Se così fosse vi prego di informarmi. Questa sua convinzione della predisposizione all’atto violento, Lombroso la ritrovava in alcune caratteristiche fisiche, nel cranio e nel viso, tanto che in seguito, queste teorie degenerarono nel razzismo di stato.
Per molto tempo esse, però, ebbero una certa risonanza, forse perché i suoi sostenitori, illustri scienziati, preferirono appoggiare tali idee piuttosto che iniziare a indagare il sistema sociale, economico e politico: questo avrebbe avuto conseguenze molto “rivoluzionarie” portando alla scoperta dai lati inquietanti del perfetto mosaico civile. Questo, avrebbe messo in pericolo la casta, che di quel sistema si nutriva, esponendola a critiche feroci, specie da parte dei primi socialisti. Insomma l’ordine costituito andava protetto. Con ogni mezzo, anche con la negazione.
Eppure, oggi non possiamo non inserire nella spiegazione sulla genesi del criminale, l’impatto delle teorie sociologiche, di quelle sull’educazione e sulla socializzazione. Non possiamo più negare che, questi mezzi con cui una società tenta di perdurare nei secoli possano essere fallaci e malati, ricchi di patologie atte a creare, in un futuro lontano, un bel serial killer. Perché la socializzazione e l’imprinting dato dal contesto familiare e ambientale posso destrutturare alla radice una personalità che di malato all’inizio non ha nulla. Un abuso, un contesto grondante di violenza possono portare il bambino a divenire sempre più sconnesso dalla personalità sempre più disordinata fino a cadere dall’altra parte del labile filo. Ossia l’abisso della follia.
Capite bene che se il meccanismo educativo, se l’esempio familiare è patologico, pieno di lacune il risultato potrebbe essere disastroso.
E Moccioso, il terribile protagonista del testo, rappresenta questo concetto, semplice ma basilare: l’educazione può sia far crescere che far marcire una persona. Prigioniero di atroci violenze, con un esempio paterno che odora di morte e squilibrio, acquisisce una definizione del reale e del mondo sempre più tendente all’instabilità. Nutrito solo da atrocità e con rari, quasi spaventati, gesti di affetto, si convince che quello è l’unico approccio consentito e valido nei confronti dell’altro, che i gesti di compassione sono tabù e che l’unico modo di vivere e inserirsi nel contesto societario sia la violenza e la morte. È la morte l’unica sua realtà, non la vita né la crescita.
Reagire all’isolamento creato dalla mancanza di esempi sani e di possibilità di evasione è una riparazione dei torti che lo rende un feroce giustiziero. Con una rabbia crescente verso il destino considerato sì punizione, ma come una punizione meritata, moccioso percorre la strada sanguinaria della sopraffazione.
Ecco che le catene che lo legano al suo ambiente originario divengono impossibili da spezzare: l’esempio paterno si ripete ancora e ancora in una scia di violenza e di orrore. In sostanza, l’autorevolezza del genitore non si riassume nella capacità di renderlo autonomo, ma lo saldano alla visione disarmonica dell’esistenza che deriva da una catena infinita di soprusi. Moccioso è lo sconfitto che, incapace di rompere il circuito malsano che lo lega al suo passato, tenta di inglobare in questa sua folle corsa gli altri, rei di essere liberi e felici come lui non può essere e non sarà mai.
Nel racconto proviamo varie emozioni, oscillanti tra compassione, pena, rabbia e disgusto. Ma non soltanto verso i protagonisti, soprattutto verso una società che nasconde la testa sotto la sabbia, perché dei mostri ne ha disperatamente bisogno. Per sentirsi migliore, per esorcizzare in un rito apotropaico il suo lato oscuro. Nessuno aiuta Moccioso. Nessuno lo ascolta, nessuno si fa domande. È un mondo che accetta la violenza in silenzio, purché sia pudicamente nascosta, purché il fetore del male sia mascherato. Perché disturba.
Dietro il perfetto thriller, dunque, si cela una sottile ma potente voce di protesta che si scaglia contro l’immobilismo e la stasi, contro il complice silenzio e contro la nostra vigliaccheria.
Il risultato è un libro elegante, mai squilibrato, mai banale, in grado di coniugare impatto scenico e profondità psicologica, capace di far riflettere sull’annoso e mai risolto dilemma del male
È qualcosa di atavico e innato?
È qualcosa che è connesso con il vivere moderno?
Non è un caso che, oltre Moccioso, ci siamo altri due protagonisti splendidi e ben delineati, che simboleggiano le diverse modalità con cui si può affrontare il passato doloroso. C’è chi vuole comprenderlo attraverso la scienza (il dottor Black) chi lo sfugge cercando di compensare i torti subiti con una dedizione quasi ossessiva verso la causa della giustizia (Claire) e chi ne resta inglobato, ripagando i torti della vita con altri torti inflitti agli altri, come giusta ricompensa per l’infelicità subita.
A voi la scelta non come lettori, ma come esseri umani, su quale sia la migliore strada da intraprendere.
Buona lettura.

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