“Lettere a un amore rubato” di Elisabetta Barbara De Sanctis. A cura di Micheli Alessandra

 

Letteratura e musica per me sono compagne e sorelle.

Ogni libro che assorbo, spesso lo identifico con una canzone specifica; una colonna sonora che è voce del testo stesso, e che mi conduce nelle pieghe segrete nascoste tra le pagine.

E la lunga, sofferta, lettera di Elisabetta non può che richiamare alla mente una canzone di Roberto Vecchioni:

 

Quando continuerà
Il tempo dove tu manchi,
Senza nostalgia
Di strofinare i tuoi fianchi;
Quando ti fermerò
Tra i due miracoli
Di averti amata e perduta,
E li ti schiaccerò
E li sarai finita…

Quando di questo amore
Saranno sparse le foglie,
E morirà l’orgoglio
Nel mio inventario di stelle;
Quando ti avrò battuta,
Cacciata sulla luna,
Dimenticata per sempre
E avrò cantato il giorno
Che tu non sei più niente…

Verrà la notte e avrà i tuoi occhi,
Verrà la notte con i tuoi occhi.

Io viaggerò l’inverno
Io giocherò con il mio cane;
Mi vestirò di nuovo
Sentirò sete e avrò fame,
Quando aprirò la stanza
Dov’ero chiuso a chiave
Fra le tue immagini spente
E sarò “io”: quel giorno
Che non sarai più niente…

Quanti di noi hanno aspettato invano un abbraccio, un impegno, o si sono fatti rubare l’amore dal suo miraggio?

Quanti hanno aspettato, in una notte di pioggia, che un sogno risplendesse negli occhi dell’altro?

Distese infinite di amori nati dall’illusione, e morti nella rabbia dell’essere stati ingannati da sé stessi; da quella pazza, assurda, voglia di appartenere ad altri, piuttosto che a noi stessi.

È così che ci poniamo a eterne bambine, in grado di abbigliare bambole inermi coi vestiti che la società ci convince siano adatti; gusci che di cuore non hanno nulla ma abbondano di bellezza esteriore. E noi, impegnate in questa recita infinita, perdiamo piano piano un pezzo di ciò che siamo.

Colui che ci ammaestra a essere crocerossine, a dire sempre di sì, è chi ci deruba davvero dell’amore.

Perché nessuno ci insegna che la vendetta di essere felici, nonostante il dolore di perdere, può essere una stella brillante da appuntarsi con orgoglio sul petto?

Che si deve un po’ morire quando si perde qualcuno perché questo sacrificio è necessario per poter rinascere?

Ci plasmano e ci convincono ad aspettare sotto la pioggia, a guardare il nostro rigagnolo di sogni correre via sul marciapiede, mentre recitiamo la parte della principessa che si strugge, ubbidiente, che deve riempire otri di lacrime per svegliare il suo principe.

E intanto la nostra anima, superbamente descritta da Clarissa Pinkola Estés come una lupa , si accuccia, si disidrata fino a divenire uno scheletro aggredito dalle tempeste.

E invece noi dovremmo cantare e ballare su queste ossa. Intessere la magia che ci riporta in vita, che riveste di carne e sangue quel patetico relitto consumato.

Dovremmo correre estasiate inseguendo l’odore del maestrale, rompendo ogni schema e ogni ruolo, e urlando alla luna finché la nostra protesta sovrasti il clamore di un dolore che, in fondo, non ci appartiene.

Ci rubano l’amore.

E ce lo facciamo rubare.

Anche essendo consci di essere qualcosa di più che bei visini, e semplici corpi da stringere, perché l’unico vero abbraccio che dovremmo agognare è quello del vento.

Amori rubati… quanti ne ho avuti.

Quante lacrime inutili e quanto livore per aver sperato, e aver tradito me stessa.

E quanto senso di colpa per amare la frase: il miracolo di averti perduto.

Siamo complici di questo ladrocinio.

Così consenzienti da aprire con uno scatto ferino le porte della nostra anima:

 

perché noi donne quando amiamo, amiamo per davvero

non ci risparmiamo

non sappiamo amare a metà, o quando ci fa comodo, o solo quando ne abbiamo bisogno.

 

Siamo lacrime scese dagli occhi di un Dio che, per amore, si è dissolto in mille pezzi originando noi e l’universo che ci contiene.

Che ci ospita come madre amorevole.

Noi donne ferite, e al tempo stesso così vive, come se quel sangue che sgorga dalle cesure fosse la linfa con cui nutriamo il terreno, per allignare nuovi sogni e nuove speranze.

È da lì che anche noi rinasciamo, in quell’utero fatto di dolore e di rassegnazione, come farfalle antiche ma giovani.

Un amore rubato ci insegna, nell’atrocità di quel taglio, cosa deve morire e cosa no. Ci fa comprendere che noi siamo di più di quello che ci hanno insegnato a essere. Frantumarci ci dà la possibilità di formare un’altra donna. Con un altro viso.

E un’altra anima.

Un amore rubato, in tutto il suo decadente splendore, a volte è la nostra più autentica, inconsapevole, salvezza.

 

E non si è soli quando un altro ti ha lasciato
si è soli se qualcuno
non è mai venuto
però scendendo perdo i pezzi sulle scale
e chi ci passa su
non sa di farmi male
ma non venite a dirmi
adesso lascia stare
o che la lotta in fondo deve continuare,
perché se questa storia fosse una canzone
con una fine mia,
tu non andresti via

 

Vi auguro che il dolore vi parli e che la sua voce possa divenire compagna soave, mano premurosa ad asciugarvi il viso. Che vi fornisca ali per volare via da un mondo che in fondo ci vuole meno fate e più ninnoli.

A te, che mi hai lasciata a pezzi sulle scale, io oggi regalo il mio sorriso, la mia voce e il mio avercela fatta.

A te regalo la mia indifferenza e il mio rancore, ma regalo anche il mio esempio.

Amare è crescere, rompersi è rinascere. Restare sull’uscio per paura e non affrontare mai il crollo è il modo migliore per morire dentro.

Le mie cicatrici risplendono all’incanto delle parole di Elisabetta e sanno abbracciare, libere dal pudore, l’infinito cielo che è parte di me.

 

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