“Gli spiriti selvaggi” di Andrea De Angelis, DarkZone Edizioni. A cura di Sara Canini

Immaginate una casa, anzi, un grosso castello dell’Europa dell’est: la cancellata ha le punte aguzze e due leoni, fieri e feroci, sormontano le colonne; il giardino è semiabbandonato, ma qualcuno lo curerà…forse, ogni tanto; una vecchia auto d’epoca è parcheggiata in un garage dalla serranda sempre alzata e la parte principale del castello, imponente come poche, sta arroccata su una collinetta che guarda tutto e tutti dall’alto. Avete pensato alla villa degli Addams, eh? Beh, magari ci si ispira, ma l’importante è dentro… come sempre.
Pensate al nostro castello come una metafora fantasiosa (e spettrale) del mondo editoriale, dove ognuna delle decine e decine di stanze corrisponde a un genere, abbellito e addobbato da abat-jour con le frange, drappi rossi sulle finestre e tappeti venuti dai mercati più sciccosi dell’estremo oriente.
Ecco, una delle camere più belle e ampie è quella del fantasy classico. Se accarezzata nel verso giusto, la coperta rivela una stoffa squamosa: non viscida come quella dei serpenti, bensì maestosa, dura e resistente quanto lucente e viva. Una coperta di pelle di drago. E di là, allo specchio, il riflesso ci mostra un lettore con le orecchie a punta, lo sguardo fiero e il petto pieno d’orgoglio. Nella teca dei trofei, custoditi sotto chiave, ninnoli e reliquie di ogni tipo e alle pareti troviamo mappe, regioni e posti tratteggiati dall’abile maestria degli illustratori più capaci.
Bella roba il fantasy, eh?

 

Sembra che ne sia valsa la pena

 

Andrea de Angelis è un illustratore ed è anche un musicista, oltre che essere l’autore de “Gli spiriti selvaggi”, fantasy classico edito dalla DarkZone di Francesca Pace. Quando si sfoglia il primo volume della saga, perché di questo si sta parlando, si ha subito la sensazione che il viaggio di Mohegan, il protagonista, non sarà un’esperienza di sole parole. L’autore prova a fornire al lettore una storia che va al di là della semplice trama del giorno, e che sa circondarsi di specifiche che stuzzicano i più curiosi o tutti quelli che adorano perlustrare ogni angolo del nuovo mondo. Come ogni buon giocatore di Skyrim, il lettore di De Angelis se ne va in giro per le Terre di Asha con la speranza di imbattersi in qualcosa di straordinario e l’autore non delude, offrendo razze, particolarità e chicche per i veri amanti del world building.
D’altronde, chi è abituato a comporre, illustrare e scrivere, ha la mente che lavora in multitasking e riesce a rappresentare la stessa storia in modi assai diversi. Prendete ad esempio Harry Potter: libri, cinema, concerti, teatro, parchi a tema, merchandising di ogni genere; la Rowling ha caratterizzato così bene la sua opera da averla resa immortale, perché rappresentabile sotto ogni forma d’arte conosciuta.

 

La quiete spesso inganna

 

 In “Gli spiriti selvaggi” si ritrovano tutti gli ingredienti classici del fantasy: le razze, le mutazioni e soprattutto, i draghi. L’autore caratterizza le creature (e ogni descrizione) in maniera discreta, tanto da lasciar vagare il lettore per le Terre di Asha. Basti pensare al Lavico dei vulcani, creatura maestosa con non poche qualità.
Se tornassimo nella stanza fantasy del nostro castello, l’angolo degli esordienti sarebbe diviso tra amanti del classico, sperimentali e del tutto folli, siamo onesti. De Angelis prenderebbe posto tra i primi e lo troveremmo lì, impelagato tra matite, pennelli e altri strumenti del mestiere. Tra gli amanti delle storie vecchio stampo, lui sta lì e racconta il raccontabile in ogni modo che gli è possibile… perché illustratori si nasce e si resta, anche quando si sostituisce il pennello con una penna nuova di zecca. La “malattia di raccontare” non è propria solo allo scrittore, ma infetta chiunque riesca a far uscire qualcosa da sé per regalarlo al mondo. Che sia colorato, che sia parlato, che sia cantato, che sia creato dal niente con le proprie mani.

 

L’eroe controvoglia

 

Nella nostra stanza fantasy troveremo eroi di ogni genere: dal più abile al più inconsapevole, dal più testardo al più insicuro, dal più esperto al più negato. Eppure, tutti sono eroi, ma ognuno lo è a modo suo. Oggi si ha predilezione per quelli come Mohegan, il nostro protagonista con il cranio glabro e la barbetta simpatica, e non per i suoi occhi di ghiaccio e lo sguardo intenso.

Oggi, l’eroe moderno è “vero eroe”, cioè colui che supera ostacoli insormontabili e lo fa soffrendo, senza l’innata capacità, l’esperienza e la forza di un novello Hercules dei giorni nostri. I nostri eroi, come Mohegan e come il suo diretto rivale, sono fallibili e fragili nella loro condizione di essere umani, al di là delle razze. Il realismo piace al fantasy moderno e per quanto questo possa risultare un paradosso, è così che stanno le cose: il lettore vuole poter credere che sia vero, che Silente o Frodo vengano a bussare alla sua porta, con l’intento di portarlo via verso un mondo nuovo.

Forse, il lettore è un eroe come Mohegan… che sbaglia, che ha dubbi, che si ritrova a vivere avventure in cui magari non si ritrova spesso vincente, ma che vive perché lui è ciò che è: un eroe moderno, che soffre e riesce… anzi: con la speranza di riuscire.

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