“Fenomeni. Il lamento delle tenebre” Autori vari, Progetto Parole edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

La paura è da sempre stata uno dei sentimenti più controversi che l’uomo abbia mai provato.

E’ spesso considerata corrispondente a una mancanza di coraggio, una non volontà di correre i rischi.

Eppure, per alcuni psicologici la paura è molto di più ed è strettamente collegata alla sopravvivenza.

Dell’anima o della psiche.

Eh si cari lettori, il fatto di aver timore, terrore di qualcosa, è connesso con il nostro istinto di auto protezione, che ci consente di riconoscere le sfide pericolose quelle che possono mettere a repentaglio il nostro intero sistema biologico. Aver paura non è mancanza di coraggio, è la capacità di non sottovalutare le scelte e le responsabilità a esse conseguenti. E questo permette all’uomo di non compiere passi azzardati, di non scivolare verso bivi perigliosi, ma sopratutto ad avere quella coscienza in grado di farci redimere qualora la tentazione della via facile sia irresistibile.

Ecco che il lato oscuro, tanto esaltato da Jung, diviene terreno prolifico di elementi utili per la nostra evoluzione. Laddove si nascondo i demoni, si nasconde, per ironia della sorta anche la parte divina di noi. Perché il termine stesso di demone, come il termine sacro contiene in se una sorta di dualità: demone non è solo il terrificante maestro delle tenebre ma è anche il daimon, il genio sovrumano. Sacro significa tanto puro quanto impuro, in una scala cromatica che va dalla purezza assoluta alla blasfemia più abietta.

E chi decide quale identità debba prevalere?

Beh per dirla alla Silente le nostre, personali, spesso difficoltose scelte.

Siamo noi a creare il paradiso in terra, la poesia incarnata o la violenza più brutale.

Siamo noi a far emergere il senso di colpa salvifico e quello dannato che ci condanna, cioè, a una non vita, un’esistenza perduta.

Siamo noi, dunque, a avere streghe demoni, vampiri dentro di noi, cosi come possiamo avere fate, angeli, divinità benevole.

L’uomo è il contenitore in cui convive il terrore e la meraviglia.

Terribilis est locus iste, è un motto che si rivolge alla nostra interiorità, dove tutto esiste e tutto convive in perfetto equilibrio. O almeno dovrebbe, ma non sempre ci rendiamo conto che il dualismo una volta che si riconosce nelle sue differenti metà diventa monismo, diventa l’uno.

Ecco che le paura essendo connaturate con la psiche di questo strano animale uomo, evolve assieme alla sua mente. Avremmo paure peculiari per ogni epoca, e ogni epoca provocherà i suoi mostri. Se prima l’ignoto, il mondo considerato ostile aveva dato vita alle rappresentazioni di quest’avversità chiamata esistenza, oggi le nostre paure sono rivolte all’incapacità di trovare un equilibrio stabile tra il nuovo e la tradizione. Ci sentiamo minacciati dalla decadenza dei valori, incapaci di suggerire alternative valide. Ci sentiamo soffocati dall’aumento della tecnologia che spesso ci isola, in una privata bolla priva di veri stimoli sensoriali. Basta un click per avere tutto a portata di mano, senza uscire di casa e senza, quindi, affrontare non tanto le avversità della vita, quanto l’interazione con l’altro e la possibilità che da questa cadano gli ultimi vessilli delle nostre certezze. Sostituiamo le parole come empatia, compassione, solidarietà perdono, con vendetta, apparenza, successo, anaffettività, competitività parole che risuonano a vuoto, come campane a morto, in uno spirito inaridito privato di passione e di dolore.

Perché il dolore ci fa più paura di un vero demone cornuto, perché la perdita ci rende fragili e la fragilità non sappiamo gestirla.

Ecco che in questo Halloween che inaugura un’epoca apocalittica ( o almeno cosi la percepiamo) ma che invece è semplicemente tutta da riscrivere, ricca di semi e possibilità il progetto Parole inaugura un horror innovativo, che racconta senza pudori i veri terrori umani di oggi. E sono terrori che dobbiamo raccontare per scendere a patti e per far pace con le nostre lacune. Le streghe, le presenze che incontrerete in questo libro non sono più i ghignanti e spaventosi mostri di tanti altri horror. In loro si avverte la tristezza, la nostalgia per un tempo passato, in cui il simbolo ci aiutava a dare ordine e significato alla nostra vita. Perduti quelli tentiamo di trovare e di costruirci feticci, sostituti finendo per, per essere fagocitati da essi. Non è la strega reale protagonista del primo racconto di Emanuel D’Avalos. Lei non è altro che l’archetipo della disperazione, della fallace speranza di un uomo che, lungi dall’affrontare se stesso e i propri limiti, li sublima nella ricerca ossessiva del successo.

E non è forse, il dramma di noi tutti?

Quel non voler curare la ferita ma semplicemente coprirla fino a che essa non si infetti, con conseguenze spaventose.

Incontriamo anche, nell’arte di Dal Pont, l’incapacità di perdonare, di accettare la morte di trovare nell’orrore più osceno, una piccola speranza di redenzione. Di fronte a un mondo che con la violenza si impone, con la sottomissione dialoga, con quella assurda stevensoniana volontà di sostituirsi a dio, non riusciamo a reagire spezzando la catena di odio, ma semplicemente usando le stesse armi che ha usato l’aguzzino. Violenza con violenza, occhio per occhio, concetti resistono anche se svuotati di significato, in un mondo che chiede di essere compreso, che chiede a gran voce di essere definito in tutte le sue sfaccettature colorate, anche di tinte fosche, oramai stufo di essere relegato nello stantio binomio vittima carnefice, nemico amico.

E arriviamo all’orrore più claustrofobico definito dalla prefazione:

dalla frustrazione creativa dei metaforici Criceti di Emily Hunter

In questo racconto quello minacciato è il pensiero. Oggi come oggi esso viene talmente ingabbiato, talmente esautorato dall’informazione, bombardato da stimoli eccessivi privi della necessaria creatività atta a stimolarne le sinapsi. In parole povere, siamo in grado di sapere tutto e al tempo stesso nulla, siamo capaci di reperire informazioni senza il minimo sforzo e questo le priva della necessaria capacità del ricercatore, quella di farsi domande, di muoversi, metaforicamente parlando, di sforzarsi di cercare. Ecco perché la frustrazione creativa, tutto troppo, tutto eccessivo, tutto a portata di mano.

Abbiamo il senso di colpa in Apatia, laddove l’incapacità di elaborare gli eventi luttuosi, la perdita, rende la mente oramai morta. Il dolore non diviene porta ma muro, e questo muro che ci separa dalla realtà diviene cosi scivoloso, impossibile da scavalcare rendendoci preda del più nefasto destino. Eppure proprio vivere il dramma alla fine ci risveglia il cuore.

Loop invece racconta la difficile separazione tra realtà e sogno.

Dove finisce uno e inizia l’altro?

Cosa è reale e cosa no?

La realtà è stata definita da molti mistici come illusione, mentre per ironia della sorte è il sogno a essere la vera realtà. Ma una volta che i due piani vengono coscientemente uniti la mente è in preda alla più tragica delle situazioni che io definisco Overload emotivo.

E poi abbiamo uno dei drammi peggiori della nostra vita: l’ossessione della giovinezza. Consumata tra chirurghi e apparenza, tra osceni patti in cui di sacrifica la dignità l’uomo o la donna che fanno della bellezza un culto non sono altro che vampiri o morti viventi.

La tredicesima strega invece mescola le carte, e i buoni e i cattivi si inchinano scambiandosi i ruoli ed è al centro del dramma l’isteria religiosa che porta a considerare, come sempre, il sabato più importante dell’uomo.

E ancora l’uomo dentro la gabbia rosa, racconto strano, strambo, fatto di allegorie, laddove il ruolo centrale lo gioca la convenzione sociale, che va rispettata e osannata, il senso di repulsione verso la perdita del sè sociale, simboleggiata dalla possessione diabolica, un must ancor oggi presente

Ma la vera possessione è opera del diavolo o dai limiti imposti dalla società?

A voi la risposta

Troviamo ancora la vendetta, turpe figuro nella storia di Giuseppe Balsamo ( un nome che evoca le sulfuree atmosfere del suo omonimo) il desiderio di immortalità gabbato dall’impossibilità di superare le leggi divine. Abbiamo, insomma un campionario vasto di umanità allo sbando, alla deriva, incapace di essere pienamente se stessa, avvinta dalla vischiosità di un mondo che è incapace di conoscere e quindi incapace di ricreare.

Un mondo che è il vero demone, colui che fagocita la loro capacità di vivere appieno la bellezza.

Ma, in questo girotondo di terrori, la speranza non è affatto morta e la si ritrova nei due migliori racconti, per me simboli del vero Halloween, la festa che celebra la riunione del mondo spirituale con quello materiale e che apporta nuove energie nuova genialità al mondo.

Halloween lo ritroverete in Angeli un omaggio alla vera forza umana quella che:

«I veri Angeli siete voi che siete in grado di vivere in questo mondo.

Nonostante tutta la sofferenza che vi sobbarcate quotidianamente, riuscite a gioire delle piccole cose e delle opportunità che la vita vi offre.

Siete voi i veri Angeli.»

La ritrovate nell’amore costante e sacro, nel suo senso più puro di Fiori rossi, di Camilla Athena Restelli. Ed è quella fede nel sentimento, nella famiglia che impedisce all’orrore impersonato dalla guerra di uccidere davvero la redenzione. Essi gli uomini che sanno amare, che sono nutriti da questo sentimento non dall’odio, dalla rivalsa, dalla vendetta, dal rancore, torneranno sempre, per proteggerci o solo per regalare un fiore.

E allora Halloween ci insegna che in fondo, la morte è solo un passaggio. E la porta di questo passaggio la apre solo quel sentimento che:

che move il sole e l’altre stelle

Io vi consiglio di immergervi nel ribrezzo, aspettando come premio succoso, una poesia che non ti aspetti, ma che ti avvolge l’anima

Blogtour “I Medici. Lorenzo il Magnifico.” di Michele Gazo, mondadori editore. I personaggi e il periodo storico.

 

Il contesto storico

Ai tempi in cui si svolge la vicenda che ho narrato nel romanzo “I Medici – Lorenzo il Magnifico”, (1469-1478) la penisola italica era ancora suddivisa in molteplici parti, tra ducati (come quello di Milano), regni (come quello di Napoli) e repubbliche (come quella di Firenze). Benché questi Stati (a cui si aggiungeva quello della Chiesa) attraversassero anche periodi di relativa quiete, la lotta tra loro per il predominio era costante, e ciò si manifestava anche nel micromondo fiorentino, dove invece degli Stati erano le famiglie a essere in eterna competizione. Tra queste, spiccavano la famiglia Medici e quella che si sarebbe rivelata la loro più spietata rivale, la famiglia Pazzi.

Fu in questo clima di tensione costante che emerse la figura del giovane Lorenzo de’ Medici. Dopo la morte del padre, Lorenzo divenne capo della banca della propria famiglia e, anche se in modo non ufficiale, signore assoluto di Firenze (nel caso dei Medici si parla infatti di governo occulto, o cripto-signoria, proprio perché nessuno dei membri della casata fu apertamente il capo dichiarato della città).

Come narratore (non solo storico) sono sempre stato attratto più dagli individui e dal loro “viaggio” personale che dai grandi movimenti politici e sociali. Per questo, romanzando la vicenda di Lorenzo, ho voluto raccontare, più che una storia corale, un intreccio di vicende umane, i cui percorsi hanno poi finito con l’incidere sul cammino della Storia con la “s” maiuscola. In particolare ciò che ho ricercato è stato il lato “straordinario” di questi personaggi, la forza concettuale che trasmettevano le loro vite.

Lorenzo de’ Medici

Lorenzo è senza dubbio il fulcro di tutto, il protagonista assoluto non solo del romanzo ma anche del Rinascimento, il perno attorno a cui ruota il destino della sua città e, di riflesso, quello della penisola e dell’Europa. Lorenzo esercitò infatti una politica improntata non alla competizione diretta ma alla diplomazia, cercando quanto più possibile la mediazione invece dello scontro, e fu per questo che venne definito “ago della bilancia” del suo tempo. Nel romanzo, la sua opera è in linea con l’eredità spirituale lasciatagli dal nonno Cosimo, un percorso che potremmo definire iniziatico in cui sono racchiusi degli obiettivi salvifici: attraverso l’arte e la riscoperta degli splendori dell’epoca classica Lorenzo vuole unire l’umano al divino, rendendo l’uomo davvero protagonista della bellezza del creato, restituendogli la libertà di essere padrone del proprio destino e della propria grandezza. Per riuscire a fare ciò deve però prima sedare ogni conflitto, deve creare l’equilibrio necessario a far sì che il genio umano possa esprimersi. In questo lo aiuta l’amore di due donne, alle quali è legato in modo diverso e di cui ho parlato ampiamente nella precedente tappa del blogtour: la sensuale Lucrezia Donati, di cui è l’amante, e la morigerata Clarice Orsini, a cui si lega in matrimonio per motivi politici. Ma ai tormenti di Lorenzo, ritrovatosi fin troppo giovane a doversi sobbarcare il peso di una simile missione (aveva vent’anni quando salì al potere), si sommano le difficoltà generate da rivali senza scrupoli, primo tra tutti Jacopo de’ Pazzi, intenzionato a mantenere il caos per poter ottenere i migliori vantaggi per sé e per la propria banca. Al fine di rendere il romanzo il più avvincente possibile mi sono approcciato agli aspetti più politici della vicenda narrandoli come fossero tappe di un viaggio avventuroso, prove che rendessero Lorenzo (e con lui i suoi comprimari) sempre più forte e pronto ad affrontare il cosiddetto show down della vicenda, il confronto finale, drammaticissimo, tra ciò che lui rappresenta (l’uomo nuovo, libero, padrone del proprio destino), e ciò che rappresentano i suoi nemici, in particolare Jacopo de’ Pazzi (l’uomo del passato, incasellato in una dimensione limitata e repressa, che esterna i propri rancori e i propri dolori nella ricerca del conflitto e della sopraffazione).

L’arte, la filosofia e i simboli segreti di Botticelli

Destreggiandosi tra agguati e intrighi, Lorenzo trova modo comunque di portare avanti la propria attività di mecenate, rappresentata nel romanzo soprattutto dal suo rapporto con la figura di Sandro Botticelli, uno dei più grandi maestri indiscussi della storia dell’arte. Sandro è per Lorenzo un amico, al pari di Poliziano e di altri illustri uomini di genio, e ne condivide gli ideali improntati alla filosofia neoplatonica, corrente di pensiero di epoca ellenistica che proprio i Medici, e Lorenzo in particolare, contribuirono a diffondere nel XV secolo. Nel romanzo vediamo Botticelli alle prese con un insolito “triangolo” insieme a Giuliano (fratello di Lorenzo) e a Simonetta Vespucci, l bellissima moglie del priore Marco Vespucci. Nei dipinti dell’artista, alcuni dei soggetti femminili hanno proprio il viso di Simonetta e la cosa interessante è che Botticelli, per indicare la bellezza della giovane come il tramite verso il divino, pare avesse nascosto in quegli stessi quadri alcuni simboli neoplatonici, individuati dagli studiosi solo in epoca recente. Si tratterebbe della riproduzione di polmoni umani, due nella “Primavera” (mimetizzati tra il fogliame), e uno nella “Nascita di Venere” (delineato dalle pieghe del mantello sorretto dalla dea Flora): i polmoni, per la dottrina neoplatonica, simboleggiavano il respiro divino che infonde la vita.

La conoscenza perduta degli antichi

Oltre alla narrazione delle vicende storiche, degli intrighi, del fiorire dell’arte e del susseguirsi delle avventure, ho voluto ricordare come l’opera di Lorenzo (la sua missione, potremmo dire) sia servita anche a riscoprire una serie di conoscenze scientifiche perdute. Mi riferisco in particolare alle tecnologie e alle macchine del passato classico che erano state dimenticate (o volutamente occultate?) nel corso dei cosiddetti “secoli bui”, e che diversi uomini di genio hanno contribuito a riscoprire e a reinventare proprio grazie all’appoggio dei Medici, che hanno fornito loro non solo il supporto economico, ma anche, pare, i manoscritti con le descrizioni di tali invenzioni arcaiche. Penso per esempio alle invenzioni di Ctesibio di Alessandria, vissuto nel III secolo a.C., che secondo Vitruvio aveva creato macchinari che funzionavano ad acqua e a pressione, oltre a veri e propri automi. In alcuni punti del romanzo, si vede come Lorenzo ricerchi ingegneri in grado di approcciarsi a queste tecnologie, ma nessuno di essi sembra in grado di comprendere e replicare le più complesse tra quelle invenzioni, tranne, forse, uno solo di loro…

Anche da questo tipo di ricerca scientifica emerge il carattere di Lorenzo così come l’ho voluto rappresentare: un individuo capace di valorizzare e sfruttare ogni aspetto del genio umano per costringere il mondo a ri-strutturarsi a misura d’uomo. E, nel romanzo come nella realtà storica, è proprio questo suo intento, questa sua vera e propria missione, a fare paura a chi vuole mantenere lo status quo, fino a spingere i suoi nemici a ordire una delle più sanguinose congiure mai attuate per cercare di fermare Lorenzo nel più drastico e spietato dei modi…

E salutiamo il rosa con un ultima degna recensione: “Il gusto speziato dell’amore” di Silvia casini, Leggereditore. A cura di Ilaria Grossi

 

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Ci sono più fili che intrecciano la storia di Stella Revel, trasferitasi da Firenze a Roma dopo una cocente delusione e una lettera d’addio a pochi giorni dal matrimonio, le cui parole suonano nella testa come un tamburo che torna con il suo timbro fastidioso quando tutto attorno rende vulnerabile la protagonista.

Stella vive su una casa galleggiante con la sorella Lisa, gestiscono insieme una libreria e con il pseudonimo Josephine Alcott ha pubblicato un ricettario gastronomico- musicale “Florario Rock”, dedicato alle ricette senza tempo della sua amata nonna Egle e in cui si mescolano sapori, profumi, spezie e la voglia di superare ferite indelebili cucite sul cuore di chi ha sofferto e ha scelto di andare avanti “nonostante tutto”.

Gabriele, si trasferisce dalla grande mela a Roma, dopo la separazione dalla moglie Beatrice, per gestire un nuovo format tv, nella società Dream Atlas del suocero Bruno Colangeli, che ha per lui un ruolo di prestigio e un sogno da realizzare. Gabriele ama cucinare e inventare nuove e originali ricette grazie all’amore per la cucina tramandato dalla sua mamma. Sarà “Florario Rock” e la tanto riservata scrittrice Jo, dietro cui si nasconde Stella, il filo portante che intreccerà le loro vite. Il filo che cuce e tiene unite le vite dei protagonisti, è il tradimento e la delusione di non aver capito chi era la persona accanto, un filo che all’inizio non riesce a stringere perché è troppa la sfiducia, la paura di soffrire ancora, quel sentire perennemente la pioggia dentro. Ecco che Florario Rock, tra ricette, musica e ricordi, è capace di legare assieme passato, presente e un futuro tutto da scoprire.

 

“A volte nella vita capita di fermarsi. Ripartire è un atto di coraggio. Così come è vero che noi siamo la nostra memoria, è anche vero che siamo la nostra felicità. E allora, talvolta, vale la pena seguire solo l’istinto, perché sentire le proprie paure e i propri battiti significa coprirsi dentro e essere capaci di navigare in qualsiasi tempesta”

 

Grazie a Florario Rock, ci sarà una fitta corrispondenza di mail tra Gabriele e la scrittrice Josephine Alcott, entrambi inconsapevoli di conoscersi già come Gabriele e Stella, se avete visto il film C’è posta per te con Meg Ryan e Tom Hanks, ricorda tanto quella bellissima sinergia virtuale e la stessa antipatia/attrazione della vita reale.

A me è piaciuta particolarmente questa parte del romanzo, leggere le loro riflessioni, le confessioni senza filtri, a cuore aperto, c’era sincerità nonostante non si guardassero negli occhi, perché le parole erano il ponte in cui si incontravano le loro anime.

Quanto è sottile la linea che separa il mondo virtuale da quello reale? Perché nulla può per sempre nascondersi dietro un computer e Gabriele lo scoprirà ben presto.

Anche Stella e al tempo stesso è come se seguisse un percorso necessario per potersi sentire finalmente libera da quel macigno sul cuore, troppo grande, perché la perdita di una persona cara richiede un tempo che non possiamo definire e soprattutto accettare la pioggia dentro la propria anima, per poter assaporare ancora una volta la vita con nuovi profumi e sapori.

“..E dalle sue lezioni Stella aveva compreso che ogni grande amore era indissolubilmente legato a un sapore speciale e che per lei era giunto il momento di trovare il suo..

 

Lo stile di Silvia Casini è particolarmente descrittivo di paesaggi, luoghi, tramonti della magica Roma, capace di risvegliare i sensi con sapori e profumi speziati delle ricette senza tempo, i cui ingredienti si mescolano con la musica, a personaggi ironici e direi molto “particolari”, ai ricordi, alla delusione, ai tradimenti, alla voglia di tentare ancora per sentirsi vivi, alla voglia di ricominciare guardando avanti senza dimenticare il passato e amando ogni giorno le piccole cose della vita e i “nonostante tutto”.

 

Buona lettura Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario

 

E anche il nostro blog partecipa, con al Rewiev Party. “La progenie di Abbadon” di Rob Himmel, Dark zone. A cura di Alessandra Micheli

 

Sono convinta che ogni libro rappresenti per noi un’attrazione fatale, perché parla al nostro io più profondo.

Chi per esempio ha dei tabù così intensi e quasi nascosti alla psiche profonda, magari è attratto dal proibito, dalla trasgressione, dal sesso più oscuro, proprio perché nella sua vita cosciente lo rifugge o non può viverlo appieno per motivi religiosi, personali o fisici.

Chi rifiuta la realtà magari ama rifugiarsi in mondi fantasiosi, laddove le regole che lo ingabbiano e lo soffocano sono sovvertite.

Chi ha un’insaziabile curiosità scientifica, chi ha una mente agile ma inserita in un contesto chiuso e gretto magari si immerge nella fantascienza, sognando al di là del limite l’evoluzione più assoluta.

Chi odia l’etnocentrismo e si ribella alla visione egoica dell’uomo, trova soddisfazione nella letteratura alternativa alla Von Daniken. E poi ci sono coloro che vorrebbero incidere sulla realtà, sulla politica, sulla compagine sociale, ma si sentono senza voce e allora per loro arriva il libro di denuncia sociale a parlare con forza e a partecipare a quei “no” urlati.

E tu Alessandra?

Io ho il terrore del male, che esorcizzo grazie agli horror e ai thriller. Sono quelle atmosfere noir che mi aiutano a non guardare direttamente l’abisso, ma a dargli un nome e un volto. Sono loro che mi aiutano a capire perché l’uomo è così speciale, così intellettualmente elevato, eppure ama rimestare nel torbido, nutrirsi degli istinti più bassi e blasfemi. Consapevole che la linea che ci separa dalla follia è così labile, così sottile e che noi siamo acrobati spaesati che camminano costantemente sul questo filo sottile, consci che basta solo gettare lo sguardo sotto di noi per essere sedotti dall’oscurità.

E sembra essere il nostro destino quello di essere lacerati da una lotta interna: quella tra luce e ombra, tra istinto bestiale e aspirazioni elevate, tra spirito e materia. Ed è nei momenti più bui, quando la speranza si offusca, che il principe dell’inganno ci rende suoi schiavi.

La progenie di Abbadon è oscuro, devastante, ambiguo. Senza né vinti né vincitori. È il racconto di chi e cosa sia davvero Abbadon, il famigerato signore degli inferi in lotta con un dio del Bene che è assente, silenzioso, inerme davanti allo sfacelo della sua umanità.

Spesso viene “bestemmiato” Or, Padre della luce, considerato addirittura l’illusione suprema, quella che confida nell’elemento migliore dell’essere. Come crederci quando la violenza, l’orrore, la barbarie, il sangue non sono altro che le nostre uniche realtà?

Come credere a un dio benevolo che lascia morire i suoi diletti figli?

Se il male può essere purtroppo toccato, se i seguaci della notte sono materiali, tangibili e si mostrano senza vergogna ai nostri occhi, il bene è al contrario quasi soffuso, nascosto, difficile da osservare e da toccare con mano. È come un vento lieve che passa, forse lascia qualche odore, forse un cenno, ma non si può afferrare. Allora è più facile cedere all’immediato, al bisogno soddisfatto, alla brama di potere che si risolve nel dominio o peggio nell’omicidio. Al sesso senza nome, fino a toccare la lacerazione della dignità e del rispetto per sé stessi. In questo libro regna Abbadon più che il suo alter ego Or. Per ogni protagonista, impegnato nella sacra, millenaria lotta, sono solo ideali e ideologie a cui ci si appoggia, pur non credendo. Ogni seguace del nome si sente autorizzato ad avere la verità in tasca, giustificato dalla necessità di compiere ogni nefandezza, per la sopravvivenza, per la rassegnazione, perché è l’unica via che conoscono o che intravedono come possibile, per la pigrizia che li spinge a non cercare una terza via, per vigliaccheria perché che beneficio esiste nel contrastare l’oscurità?

Perché l’unica orribile verità è soltanto una: Abbadon… il vero Abbadon è dentro di noi.

Siamo noi il signore della menzogna quando mentiamo a noi stessi sulla sfaccettata, variegata natura umana, accettandone un solo lato. O luna o sole. Questo rende l’esistenza di questo mondo distorto, incupito rassegnato. Una sola grande notte.

È questo insensato combattere che crea la vera oscurità, quando empatia, compassione, amore e bellezza muoiono. Perché non ci crediamo più, perché non vogliamo più che il pensiero li renda vivi e veri, allora è solo una lunga e impenetrabile oscurità.

Non vi è oscurità peggiore di quella celata nel cuore dell’uomo. In esso si nascondono i pericoli più insidiosi. In esso emerge, tra le più torbide bramosie, la più limpida delle verità: non vi è nemico peggiore di sé stessi.

Vedete, Abbadon e Or DEVONO combattersi. È solo dal loro incontro-scontro che la vita si rinnova, cresce e si ricrea. Notte e giorno si susseguono ognuno con il proprio unico compito. Mentre il Male spinge l’uomo a trovarsi di fronte ai suoi limiti, alle sue debolezze, il Bene lo spinge a superarle, ad abbracciarle, a dare loro un nome affinché trovino pace. È solo sbrogliando il passato, che si può costruire il futuro. È solo trovandosi di fronte alle imperfezioni che si brama sempre di più la perfezione.

Senza la tentazione, senza la menzogna, senza l’orrore, noi non saremmo mai spinti verso la pace, verso la verità, verso la bellezza. Senza una grande notte non avremmo mai il benefico delle luminose stelle. Ecco cosa è tragico nel mondo delirante creato da Himmel: la rottura dell’’equilibrio. Rottura che è propria non solo di quel mondo, ma del NOSTRO. È la società che viviamo quella che Rob descrive così bene, persa tra intransigenza, il terrore che ha annientato la gioia di vivere.

Dov’è Or mentre i suoi discepoli vengono fatti a pezzi sulle mura di Abaddar?

Dov’è Or mentre noi patiamo il buio nel tentativo di sopravvivenza?

Dov’è Or mentre i nostri figli, le nostre mogli e i nostri genitori vengono violentati, derubati, aggrediti ammazzati?

Or non esiste. Dubito che persino Abbadon esista. Io dico che tutto questo male, tutta questa oscurità non esce da altri che noi

È un lamento che sembra nascere dal nostro io più profondo, quando assistiamo a guerre, devastazioni, crolli di ponti, terremoti, quando assistiamo al politico che si ingrassa, al prete che predica e ruba, alla finanza che ride mentre il risparmiatore si suicida. È il lamento che nasce quando le speranze di un giovane vengono distrutte fino a mostrargli la sua unica chance nella malavita o nel grande fratello. Quando il baratto per la sopravvivenza è con la nostra dignità.

Tutto quello che leggerete non è che allegoria dei giorni d’oggi, perduti e sperduti, lasciati marcire senza mai muovere un dito.

Eppure basterebbe poco per sconfiggere Abbadon. Non Or, non i talenti, ma quella compassione che spinge un semplice essere umano, Bohr, a un atto di pietà. A una coscienza che gli urla costantemente di fronte all’ingiustizia. È lui il vero eroe, colui che protegge, che sacrifica sé stesso per un amico, per la vita di una bimba, che salva una donna perduta, invisibile ai più.

Il vero eroe non è lo spendente, l’arcangelo, l’eletto, l’arconte. È nella semplicità di un gesto sentito. Non è nei più remoti atti magici, non è nella capacità di spazzare via i servi dell’oscuro. È in un istante, nel quale soltanto compiere la cosa giusta, ci fa toccare la pace.

Facciamo qualunque cosa pur di sopravvivere ma quando comprendiamo che niente può salvarci riusciamo a trovare la pace che cercavamo da sempre

Niente può salvarci.

Ma qualcuno sì: noi stessi.

“E se poi te ne penti” di Cristina Vichi (Fonte https://amiamoinostrilibri.blogspot.com/2017/02/recensione-e-se-poi-te-ne-penti-di.html)

 

Destino, finali alternativi, le mille strade che le nostre scelte ci portano a percorrere è stato oggetto di riflessioni per ogni autore. Addirittura fece la fortuna di una serie di intelligenti libri a scelta multipla, una sorta di “rule game” chiamati appunto “Libro Game”.

In questi testi il lettore, immedesimatosi nel protagonista, poteva scegliere la sua storia con scelte responsabili di azioni da compiere a ogni drammatico bivio.

Lo stesso percorso l’ho ritrovato sviluppato con originalità in altri testi contemporanei, in cui il doppio finale dà una sorta di innovativa spunta alla narrazione facendo comprendere come, l’universo, non sia uno schema compatto ma piuttosto una sorta di ragnatela di complesse interazioni causa effetto.

A tal proposito è interessante citare la teoria dell’effetto farfalla che calza a pennello con l’intento del libro che sto per analizzare. Non temete. La mia digressione è utile e consona alla recensione.

E pertanto mi trovo in diritto di richiamare ancora una volta la vostra attenzione e appellarvi alla vostra pazienza.

L’effetto farfalla è la protagonista indiscussa del testo della Vichi.

Che lei ne sia consapevole o meno.

Del resto non è l’unica a esserne stata ispirata pensiamo allo straordinario racconto di Ray Bradbury “Rumore di tuono” del 1952,un viaggio immaginario in un futuro vivibile grazie a una macchina del tempo. Grazie a questa si organizzano dei veri e propri safari temporali per turisti, in una remota preistoria. Il punto focale della storia avviene quando, un escursionista del futuro calpesta distrattamente una semplice, innocente farfalla. Da questo gesto, apparentemente innocuo, si scatenano una catena di conseguenze, catastrofiche per la storia umana.

Vi invito caldamente a leggerlo.

Fidatevi è un racconto straordinario.

Già nel 1950 Alan Turing, anticipava il concetto espresso da Ray in un saggio chiamato “Macchine calcolatrici e intelligenza

 Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza. »

(Alan Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950)

Interessante, direte voi, ma qual è l’utilità immediata di questo excursus letterario e quale attinenza ha con il testo in esame?

Tutto vi rispondo io.

Perché il succo del libro della Vichi è in questa frase: ogni singola azione, ogni scelta può determinare eventi imprevedibili nel futuro. Cosi come avviene alla protagonista del libro, che rifiutando, o alternativamente accettando un semplice invito a un aperitivo, determinerà tre scenari diversi.

Che ovvio, non posso svelarvi.

Complimenti alla sua fantasia?

Diciamo che i miei complimenti vanno alla sua intenzione, lodevole di affrontare in chiave moderna un tema dibattuto già da tempo.

Che si sappia, nulla nella letteratura è innovativo.

Originale.

O eccentrico.

Ogni trama, ogni sviluppo è solo una diversa modalità con cui l’autore, affronta i temi donando qualcosa della società dell’epoca in cui esso scrive.

Pertanto la Vichi, elaborando questo eterno tema, apposta modifiche ai dettagli, introduce elementi di romance contemporaneo e una sua personale riflessione su un altro tema chiave proposto da Freud: cosa davvero desiderano le donne?

La risposta della Vichi, per fortuna si distacca dalle tristi riflessioni odierne ( in cui l’unico scopo è di trovare un manzo miliardario, possibilmente preda di schizofrenie e doppie o triple personalità, dedito al sadismo) proclamando una verità anch’essa eterna appartenente al filone femminista, (cito Clarissa Pinkola Estes o Betty Fridan o Simone de Beavoir. Se non le conoscete vi perdete molto) in cui si sciorina che quello che la donna cerca è la realizzazione personale come essere umano a prescindere dalle limitazioni del sesso.

Che sia una carriera, che sia il ritrovare l’equilibrio in amore, che sia il ritorno alle origini, quello che la protagonista cerca è la sua egoistica felicità. Un egoismo che come direbbe il grande religioso alternativo Anthony de Mello, è un egoismo sano che si erige contro la dannosa idea del sacrificio per amore. Non siamo stati creati per quello ma per onorare la divinità con occhi brillanti, orgoglio di se e dignità mostrata con fierezza.

E qua va il mio plauso all’autrice.

Finalmente qualcuna che, al bello e ricco preferisce la cultura, la cura di se e perché no la semplicità. Ben venga.

Come ho già detto, il testo si basa tutto su una precisa idea, espressa nella metafora che, un semplice movimento di molecole d’aria generato dal battito di ali di un insetto possa causare una retroazione di altre molecole fino a scatenare addirittura un uragano. E la storia di Viole è un susseguirsi di uragani più o meno devastanti ma che portano lo stesso a una medesima conseguenza: l’incontro con il destino scritto sul libro della vita piuttosto che quello considerato l’unico possibile da una serie di strane aspettative.

Come dire non siamo noi che possiamo sapere quale futuro meglio si adatta ai nostri talenti, alle nostre capacità. Ma è una forza che vede la vita attraverso una prospettiva più ampia, scevra da ogni condizionamento. E tutti noi siamo, più o meno condizionati. Dalla nostra cultura, dal nostro ambiente, sociale o fisico. Dalla nostra educazione ma soprattutto, dai nostri terrori. E spesso le scelte sono le modalità con cui ci approcciamo a questa fragilità nutrendole quando in un mondo sano, dovremo osservarle per sottometterle.

E siccome siamo guidati da radici oscure che fanno da motore pulsante a ogni nostra azione si può comprendere come i sistemi complessi, come spero sia l’uomo (anche se ultimamente ne dubito. Che sia composito e che sia umano) è difficile non solo prevedere ma soprattutto conoscere.

E schematizzare.

Inutili diventano, quegli stereotipi con cui cerchiamo di catalogare la realtà che ci circonda. E sono dannosi perché sacrificano la complessità con la varietà. Ne è un esempio lampante il protagonista maschile del testo, Patrick che è il contrario del  prototipo che si affligge a impersonare. Se dicesse semplicemente sono un insicuro bisognoso di una giusta terapia, sarebbe la sua salvezza.

Ma leggete il libro per capire meglio codesta affermazione.

Lo stile è gradevole scorrevole e impegnato a dar conto delle diverse sfumature psicologiche dei protagonisti e a inserire dettagli e indizi. Lodevole.

E qua faccio un altro complimento all’autrice, invitandola a migliorare, rendere ancora più preciso, ricco e sfaccettato il suo intento di indagine psicologica che per fortuna, lo fa diventare molto più ricco del solito romance.

Quello che invece posso dire è che mi aspettavo una dedica personale della scrittrice ai libri e ai film che l’hanno ispirata. Trovo che informarsi, lasciarsi influenzare dalla cultura sia una lode invece che un biasimo. Qua potete trovare spunti per interessarvi ai film, posso citarvi “fino alla fine del mondo” di Win Wnders, “Naked “di Mike Leigh, “Lola corre” di Tom Howitt e lo splendido film “Sliding Doors” che ha profondamento ispirato il testo, un film a sua volta influenzato dal quello del polacco Krzysztof Kieslowski con “Destino cieco” del 1981. O il film “the butterfly effect” di Eric Bress e J. Mackye Gruber.

Perché ho citato le influenze?

Perché vi serva da esempio.

Si dico a voi mie testoline ricce di idee.

Ma spesso confuse e nebulose.

Un libro non è solo una affannosa opera di fantasia. In cui cercate disperatamente un’ispirazione che sia straordinaria e unica.

Neanche gli scienziati inventano.

Un libro è il frutto di una attenta ricerca, esempio di come una di una scrittrice possa riuscire con un semplice libro a raccontare la cultura occidentale in un libro di narrativa.

Non sottomette nulla alla tua originalità ma la esalta.

E da parte mia ripeto come l’artista che raccoglie queste eredita, prometta un radioso futuro letterario. E soprattutto possa donare a lettori ignari e costretti nel buio dell’oblio a prendere in mano testi antichi e dimenticati, a sacrificare un’oretta sui sociale per visionare film indimenticabili. Ovviamente rielaborandoli e personalizzandoli a seconda delle capacità, dei gusti e delle volontà private.

E resto con la consolante convinzione che la nostra Cristina Vichi quei film, quei libri li ha divorati come me.

Diventi una sorta di sorella spirituale.

Se non è cosi ha una notevole dote mesmerica.

Brava.

“Giusto per chi” di Alessia di Maria. A cura di Alessandra Micheli

 

Sono una blogger esigentissima.

Questo mi porta spesso a rifiutare le recensioni a libri, che considero non all’altezza di determinati standard qualitativi.

Nulla di straordinario.

Seguo i canoni classici dove struttura, coerenza del genere con la trama, leggerezza dello stile, attendibilità e significato identificano la bellezza secondo l’idea di equilibrio armonico.

E spesso qualcosa manca. Specie nei rosa, che sono considerati livelli leggeri nonostante parlino di emozioni importanti e delicate, di concetti che sono stati osannati da ogni grande filosofo e che Sant’Agostino considerava parte di verità universali che travalicano i tempi.

Assurdo pensare come per noi, amore, bellezza, magia, dolore e armonia siano semplicemente faccende da gossip.

Ecco che, nel marasma di lavori più o meno accettabili, destreggiandosi tra veri orrori prodotti dalla mente umana ( purtroppo le donne scrittrici, sono in maggior parte traditrici delle conquiste femministe) emergono piccoli ma indispensabili gioielli.

Come quello scritto da Alessia di Maria.

Io non faccio sconti.

Seppur con correttezza e buon gusto le mie critiche vengono donate laddove possano trovare una loro utilità nell’indicare, non la giusta via ( non ho pretese messianiche), ma una via aggraziata e quantomeno responsabile.

Ecco Alessia io a te non posso donare nessuna critica.

Il tuo lavoro va esaltato e portato come esempio a tutte coloro che pensano, erroneamente, che nello scrivere un buon romanzo e un romanzo vendibile, debbano essere ignorati non solo il buon gusto, ma la profondità del significato e la realtà dei personaggi.

Non cadere in questo errore, continua a scavare nell’animo portando alla luce bellezza e orrore perché a volte, e tu lo hai dimostrato con il racconto di Atena, è una porta da cui si può accedere a uno splendido giardino incantato.

Atena è il simbolo dell’anaffettività creata dall’ambiente malsano. Un caso classico, uno psicologo direbbe da manuale, in cui c’è un’ impossibilità oggettiva di instaurare veri rapporti umani.

Quello che noi apprendiamo dalla famiglia nell’infanzia è di importanza cruciale per un sano sviluppo sociale e soprattutto umano. Se mancano le basi di una corretta affettività si rischia di diventare autistici all’amore. E questo non comporta soltanto la solitudine, ma una sorta di baratro che diversifica noi dall’altro. La persona anaffettiva è più fragile di chi apre se stessa al mondo e al contatto umano, perché semplicemente si preclude la possibilità di vedersi allo specchio, riflessa nell’altro. L’altro ci definisce in virtù della diversità .

Per essere noi stessi dobbiamo essere altro, e possiamo essere altro solo se possiamo avere termini di confronto E la Di Maria lo spiega perfettamente con penna agguerrita tratteggiando ogni psicosi e ogni ossessione di chi è ingabbiato da muri invisibili ma potenti.

Atena lo sa.

Atena è consapevole di essere “distorta” e si difende rivendicando la sua distorsione come un grido di libertà dai conformismi che le hanno legato l’anima in passato.

Atena ha voglia di vivere e di essere libera e questa voglia la dimostra perché ha scelto un mestiere che necessita di quel contatto umano a cui non è abituata e che teme perché sconosciuto.

Non ha fatto questa scelta per protesta, così come si racconta, ma per salvare quel pezzo di umanità dentro di sè.

L’amore, in senso largo e non solo relativo a un uomo, è qualcosa che dà calore, che dona emozioni e bellezza e noi, lo ripeto abbiamo uno struggente bisogno di bellezza. La malattia mentale di Atena è una malattia guaribile soltanto da quella scintilla di volontà, di cui forse non siamo consapevoli, ma che Atena tiene viva abbracciando un cane, gustandosi la corsa, la fatica e immergendosi nel dolore, che ci sporca ma ci consente di non inaridirci.

Senza quegli input Atena non incontrerebbe mai il suo salvatore, non amerebbe la stupenda bastardina Greta, non lavorerebbe con il dolore.

Esisterebbe rinchiusa in un folle paese delle meraviglie ghignante fino a languire.

Quello che ho letto è un racconto perfetto ma non romantico di una realtà che ci è vicina e che temiamo.

Non è edulcorato, non è dai toni sommessi né eccessivamente dipinto di rosa.

E’ vita, una vita che in Atena lotta, per non morire, ma che sa, che conosce la possibilità dell’altra strada quella che porta al rifiuto del camminare, che si rinchiude in se stesso e si dissolve nell’oblio come racconta splendidamente con queste parole:

Non mi salverete mai. Io ci proverò ancora e ancora e

ancora. . Potete leggere tutti i libri che volete ma non potrete mai

capire cosa c’è qui dentro. Indicava le sue tempie e bussava su di

esse con forza che se avesse potuto avrebbe scavato con le sue

mani ed estirpato tutto. In quei momenti, quando tutto sembra

complicarsi e spariscono le soluzioni, quando si amplifica tutto quel

che di sbagliato c’è in me e nella mia vita, in quei brevi momenti io

DESIDERO morire. Gran bel mestiere il vostro. . distruggere i sogni

di noi poveri pazzi”

Non mi soffermerò sullo stile ( per quanto sia semplice e complesso da linguaggio forte ma aggraziato) perché per me Alessia va osannata per il coraggio di creare un romanzo diverso, intenso e che alla chiusura ti lascia dentro un’emozione, una sensazione che cambia per sempre la tua anima.

In questo caso, Alessia, non ci interessano i refusi, né la sintassi (ineccepibile) ci interessa quanto c’è di raro nelle tue pagine.

Tanto.

C’è un universo intero.

C’è finalmente e lo dico con forza una profondità che, non in tutti i libri di emergenti, ho letto.

Troppo prese da se stesse per poterci donare un po’ di sè.

Tu invece, concentrata sul lettore riesci a parlarci, a sedurlo e affascinarlo.

Per me vai premiata a pieni voti.

Brava.

Er ritorno de Pasquino presenta “Stavamo mejo quanno stavamo peggio”

 

T’ha ricordi roma Pasquino mio?

Quant’era bella!

Annavamo n’giro pe li vicoli pieni de storia, immersi ner profumo della ruta e der mughetto, de Ninetta bella affacciata ar barcone.

Era li rosea e rubiconda che cantava e cantava.

Mo se vai n’giro ar massimo senti l’odore dello smog e d’ha monnezza. E mica ce stanno li stornelli che risuoneno dar vicolo, quelli irriverenti che rasserenavano l’animo e perché no, te davano quel senso de ribellione che ce faceva sentì omini.

Mo se sentimo solo stronzi.

Mo trovi le facce sconfitte, quelle rassegnate, che ripeteno solo sto mantra

se stava bene, quanno se stava peggio!”

E sai che significa Pasquì?

Che la gente nun s’è rotta li cojoni.

Macchè.

La gente ha perso proprio a speranza.

Nun ce crede più alla favola della comunità. Alla fiaba dell’evoluzione e der progresso.

Je damo torto?

Ndo cazzo lo trovi sto progresso?

Negli sbarchi compiaciuti de poveri cristi, accolti da chi co loro se nutre che manco Nosferatu. E sta co la panza piena e er sangue sulle mano a di cazzate alla Leopolda e pensa che semo cosi stronzi che ce ponno incula co le belle parole, co li cortei de pori deficenti invasati, convinti che stanno a salva l’umanità.

E invece ognuno se salva er culo suo.

E poi basta na sarciccia alla festa dell’unità no?

Magari se sei scrittore te fanno presentà pure er libro de cazzate tue, basta che sostieni la menzogna a scapito della patria tua e dell’umanità intera, che more ogni volta che na ferita egoistica viene inflitta al core suo.

Na parola de solidarietà e uno sti cazzi ar prossimo e annamo a balla la danza dell’ipocrisia allegri e salvati.

Ma nun se salva n’cazzo.

E che ne dimo de chi tronfio e satollo, urla oh regà salvamo l’italia e mettemo un muro ai confini.

Che mettemo?

Un muro a che?

Se manco sapemo che so sti confini perché a noi dell’italia non ce ne frega un cazzo e n’ce ne mai fregato un cazzo.

A patto che non giochi a calcio.

Poi certo se m’ho dici spaparanzato nella Jacuzi, mentre investi nelle imprese che fottono la gente e che sfruttano l’altri sei credibile come il lupo travestito da pecora.

E chi urla scandalo e rispettate l’italiani, mentre se fa li cazzi sua co li sordi nostri. Però a loro l’immigrato je piace.

Specie se ventenne e bona.

Ndo sta er progresso?

Nei nostri figli vilipesi, violentati, sfruttati, resi rincojoniti dalla Tv che te atrofizza er cervello co li Reality non più reality ma realtà.

Come disse er più grande paraculo del nuovo millennio

Non è un reality questa è la realtà.

Benvenuti nel mondo de Orwell dove n’se pensa, n’se lotta, n’se spera.

Perché chi spera lotta.

Chi spera sogna e se sogna lo cambia sta merda de mondo.

Vedi n’tempo n’ciavevamo un cazzo.

I nonni, manco la libbertà, ne li diritti.

Non avevamo il voto né la serenità.

Ce stavano le bombe e il pericolo costante de perde la vita.

E forse pe quello l’amavano.

Oh se l’amavano.

Cosi tanto che ce se attaccavano co l’unghie e co li denti.

C’avevamo un futuro.

La possibilità di un futuro.

Che un giorno se saremmo sollevati e avremmo dato un nuovo colore all’orizzonte.

Che i figli nostri avrebbero morso la vita, si sarebbero realizzati.

Avrebbero dato un calcio in culo alle nostre insane ideologie e colorato l’italia di altri brillanti colori.

E per sto sogno che lottammo.

Fino a sacrificà la vita.

A me oggi quei morti me pesano.

Me pesano le immagini che vedo.

Me pesano ste facce rassegnate.

Me pesa sta politica che tradisce il patto cor cittadino.

Che se ne frega e litiga tra loro pe un pezzo de carne.

A noi ce lasciano l’osso.

Mo tutto scontato.

Er voto, er diritto, la libbertà, la salute.

A possibilità de studià.

De dire NO

Se la semo giocata male, Pasquì, sta possibilità.

Semo stati noi a buttalla ar cesso e tirà la catena.

E manco lo volemo ammette.

E’ altro, l’invasore, lo straniero.

Sai che te dico?

Oggi me so rotta de pensà.

Me ne vado a casa a ubriacamme de stronzate.

Risvegliame Pasqui, quando qualcuno arzerà a testa.

Magari però, se rivedemio domani, e ricominciamo a fa casino.

In fondo a st’orizzonte armeno noi ce credemo no?

“Ossido di rame”, di Federico Monterastelli. A cura di Vito Ditaranto.

 

“…Tra i muri verdi lanciati verso il cielo; tra il freddo ed umido inverno ed il caldo insopportabile l’estate; tra giorni monotoni ed esasperanti si era insinuato il tempo…”

Quando il tuo respiro si paca e fluisce adeguatamente nell’interno del tuo corpo, affluendo nei polmoni, ogni essere incrementa la sua energia, la mente si tranquillizza e si accede facilmente alle potenzialità interiori. Tutto intacca l’essere interiore come ossido, cambiando il colore del rame.

Un ragazzo senza nome rivive il suo vissuto non felice, allietato solo da una combriccola di amici. Un ragazzo profondo che come un fiume in piena, esonda le sue emozioni in riflessioni profonde.

“…Ci sono momenti di incoscienza in cui la vita ti sfugge di mano e scappa via velocemente; altri invece, quelli in cui sei cosciente, in cui ti accorgi che il tempo è il più rapido dei ladri, e ti domandi come fare per prenderne le misure. Ogni uomo ha il nome stampato su una clessidra e il tempo vi scorre dentro, scandito da granelli che cadono nel passato. Si può rimanere seduti a piangere sulla sabbia ormai immobile, oppure piantare un seme e sperare che le radici della vita rallentino quella corsa irrefrenabile…”

Cercare di cambiare la propria vita trasferendosi a New York, darà al protagonista l’opportunità per ripartire, azzerando un passato da dimenticare. Cercherà di riempire una vita vuota con un amore burrascoso e inusuale.

Una vita piatta e monotona che improvvisamente si trasforma in un incubo.

Non si tratta di un libro scialbo, ma mi ha lasciato l’amaro in bocca, ho avuto come la sensazione che l’autore abbia voluto di proposito lasciare alcune ombre nella narrazione. Si rimane stupiti e anche amareggiati quando vengono alla luce particolari…storie familiari colorate di giallo cupo.

Lo stile di questo scrittore è essenziale, volendolo definire con un’unica parola, lo chiamerei: minimalista.

Un opera stile “diesel”, nel senso che la lettura inizialmente scorre lenta senza nessun particolare su cui porre attenzione, a tratti un po’ noiosa intenta soprattutto a descrivere i personaggi che animano il romanzo. La storia sviluppandosi si rivela più avvincente facendo accrescere la curiosità per iniziare a percorrere la strada che sembra divenire in discesa occorre attendere un po’, ma poi, va che è una bellezza, appunto come un “diesel”.

Un romanzo scritto con molti punti di vista che lo rendono più completo, mostrandoci tante sfaccettature e facendoci entrare ancora di più nella mente dei protagonisti. I vari caratteri, sono descritti abbastanza bene, non tutti positivi o simpatici al primo impatto, ma rendono il tutto reale e che permette di immedesimarsi.

Personalmente ho apprezzato gli ultimi capitoli e la conclusione della storia da farmi quasi dimenticare l’impatto iniziale con il libro.

L’autore ha saputo ben dosare ogni elemento.

Ho apprezzato molto, anche, i viaggi interiori dei protagonisti.

Il finale non è proprio originale lasciando trapelare già da metà del libro il probabile epilogo, ma mi sento di consigliarlo ugualmente per passare qualche ora in compagnia di una piacevole lettura.

Consiglio questo libro a tutti coloro che amano passare alcune ore leggendo un buon lavoro, con qualche riserva agli amanti del thriller puro, (quello che crea ansia sino alla fine).

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

“Le memorie dal buio. La bestia” di Isa Pagliarini, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

La bellezza di un libro si manifesta quando ogni suo elemento è perfettamente armonizzato uno con l’altro. Ciò senza oscurare il vero protagonista del sogno di carta: il messaggio.

Tecnica, sintassi, struttura, devono essere perfetti arabeschi atti a incorniciare il senso stesso del libro che poi si risolve nell’intenzione originaria dello scrittore. Da quella, il nostro ardito e coraggioso fruitore, si immergerà in una storia fantastica, romantica e descrittiva, che però dovrà avere attinenza con il tempo che si trova a vivere, con le emozioni che bussano alla sua porta, con le sue peculiari, uniche, ma al tempo stesso archetipe esperienze di vita.

Tutto questo è lo si trova anche dentro l’horror, il fantasy è il genere più proiettato verso l’immaginazione, anzi oso dire che sono proprio questi che raccontano davvero l’uomo: l’orrore da voce alla sua parte più oscura, il fantastico descrive con i simboli i valori, le difficoltà, gli ostacoli nel percorso, atto a trasformare un soggetto in persona.

E diventare “persone” accettando i propri talenti e sbrogliando i vizi, è un lavoro certosino che prima o poi ognuno di noi deve compiere. E’ il dramma o l’opportunità della Vasilissa di fiabesca memoria, colei che per divenire Donna, deve sopportare i duri compiti della strega Baba Yaga, rappresentante sia la tradizione che la parte saggia e buia dell’animo. Una parte creata dagli archetipi, dagli elementi valoriali della società in cui si cresce, che vanno distrutti e al tempo stesso conservati. Senza la differenziazione tra cosa va salvato e cosa va rigettato, nessuna persona può diventare uomo, ma resta ingabbiato, burattino consenziente legato a fili invisibili che lo muovono a piacimento. Ci piace identificare questi fili con figure grottesche: demoni responsabili del male dilagante presente in ogni società sull’orlo del cambiamento. E sapete bene che per cambiare, per cessare di essere cosa si è per divenire altro, bisogna sopportare distruzione e sangue. E di solito sono eventi catastrofici i segni dell’avvenuta mutazione o della possibilità dell’evoluzione. Come reagiremo di fronte a questi bivi, deciderà chi siamo, e chi saremo.

Da questa premessa in pratica vi ho raccontato il meraviglioso libro di Isa Pagliarini.

Eh si miei adorati lettori, anche stavolta la Dark Zone ci presenta un testo che ai più apparirà come un bellissimo gotico, ma che conserva elementi di narrativa contemporanea e di saggio storico, nonché di elevato libro di formazione.

Ma iniziamo per gradi.

Il primo elemento che appare in maniera perfetta e netta è ovviamente il racconto del rapporto che ogni società, per quanto evoluta sia, ha con il diverso, con il mostro.

Oramai chi legge le mie recensioni sa benissimo che “mostro” ha due diverse accezioni: quella spaventosa di un essere che terrorizza per la sua deformità, rispetto alla convenzione che stabilisce sia canoni estetici che morali, e una più “sovrannaturale” oramai quasi dimenticata: il mostro è colui che, rispetto alla maggioranza del popolo, ha caratteristiche di potenza e di potere maggiori.

Mostrum diviene quindi l’eroe di antiche ballate, il frutto di un incontro con il divino che, una volta toccato il cuore o la mente umana, lo fa partecipe di una strana, oscura ma luminosa essenza che lo rende porta per l’alto dei cieli una vera “domus Dei” e “porta Coeli

Prendete il buon vecchio Giacobbe, colui che lottò con Dio:

Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba; quando quest’uomo vide che non poteva vincerlo, gli toccò la giuntura dell’anca, e la giuntura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui. E l’uomo disse: «Lasciami andare, perché spunta l’alba». E Giacobbe: «Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!»L’altro gli disse: «Qual è il tuo nome?» Ed egli rispose: «Giacobbe».Quello disse: «Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto».Giacobbe gli chiese: «Ti prego, svelami il tuo nome». Quello rispose: «Perché chiedi il mio nome?»E lo benedisse lì. Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, perché disse: «Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata».Il sole si levò quando egli ebbe passato Peniel; e Giacobbe zoppicava dall’anca (Genesi 32,24-34)

Come potrete notare dallo strabiliante passo biblico, Giacobbe non solo combatte con una strana entità, ma riporta anche una sorta di menomazione. Dopo l’incontro, infatti, è claudicante. Ma essa ne fa al tempo stesso un uomo sacro, toccato dal divino che, appunto perché ha superato con coraggio e ardore la prova, ne viene da esso Benedetto, tanto da mutare la sua essenza da semplice umano a essere “semidivino”. Capite che, quindi, il monstrum deve la sua dicotomica natura a seconda dell’azione che compie e di come impiega i suoi nuovi talenti: possiamo essere sia sacri che impuri.

E questo libro, per la gioia di tutti, abbonda di mostri.

Ma la nostra autrice fa un passo in più.

Inizia a seminare pacatamente e intelligentemente nella mente del lettore un dubbio: alla fine, chi è il vero mostro?

L’essere toccato dalla divinità sia in modo caotico (demoni) o dedito all’ordine cosmico (streghe, magus e protettori delle foreste) o l’uomo stesso?

E l’attenzione si sposta sull’essere umano, impegnato in una delle sue maggiori atrocità, quella che coinvolse secondo le più rosee stime, quasi 15 mila persone: la caccia all’eresia.

Questo simpatico passatempo creato dall’Inquisizione Cattolica, ebbe per oggetto non soltanto le donne sapienti, le medichesse, le levatrici, le donne sole, quelle che oggi chiamiamo “Streghe”, ma anche ogni sostenitore di idee contrarie alla prassi etica e filosofica accettata dalla Chiesa. Un nome? Giordano Bruno, Galileo che, per evitare il rogo, dovette abiurare.

Indici di libri proibiti, che oggi sono per noi sostanza preziosa per allietare e far crescere la mente.

Ovviamente il peggiore trattamento fu riservato (che fortuna!) alla donna, che fu vittima non solo di una persecuzione fisica, ma soprattutto filosofica atta a spersonalizzarla a privarla di dignità e diritti e relegarla in un posto di estrema sudditanza. Così la donna smise di divenire persona per essere solo un oggetto da commercializzare.

L’inquisizione fu attiva in particolare nel XIII e nel XIV secolo per contrastare ogni minaccia ereticale e soprattutto gnostica che minava alla base il suo potere. E nel XV e XVI secolo si alleò con una classe medica decisa a brillare come una fulgida stella di autorità incontrastabile.

E quale miglior modo se non quello di allearsi con l’autorità più influente?

E la loro rabbia si canalizzo in ogni prassi scientifica anche se infarcita ancora di superstizione che metteva in dubbio la teoria aristotelica. Insomma, invece di stimolare la conoscenza e di usarla per scacciare l’oscurantismo della tradizione magica, (in questo caso onore a Paracelso che almeno ci provò) decide di contrastarla svalutando l’azione e la rispettabilità di donne sapienti.

Fu con l’affermarsi dell’ideologia illuministica e della volontà liberale di alcuni stati che l’orrore si attenuò, ma non sparì mai questa paura per l’ignoto, trasformandosi in ideologia.

Questa però è un altra storia.

Quando l’Illuminismo comparve sulla scena europea attrasse le menti più brillanti, iniziò a distruggere i vecchi sistemi di pensiero, scatenando in modo ovvio e scontato la reazione dei più, che si trovarono spaesati dinnanzi alla perdita costante di sicurezze.

In particolare questo disagio si avvertì nelle campagne, protagoniste indiscusse di questo libro. Ed ecco che Isa inizia a raccontare una parte dimenticata della nostra storia: l’Italia (ma io direi l’Europa) rurale di fronte all’innovazione portata dai tempi.

Vedete, per la mentalità contadina, l’avanzare del progresso e il conseguente cambiamento della mentalità da essa veicolato, fu difficile e devastante per un motivo: per impiantare nuovi valori bisognava per forza spezzare le solidarietà antiche, quelle che facevano di ogni villaggio rurale un microcosmo, organismo perfettamente oliato e perfettamente bilanciato. La strega, il magus, il “druido”, il saggio e il consiglio di anziani era il garante del legame che si fondava sulla capacità di trovare un equilibrio tra le varie parti, onde assicurare una certa autosufficienza. In pratica, ogni comunità era un perfetto esempio di equilibrio omeostatico, quello che fu poi sviluppato nella teoria cibernetica.

Il potere era, dunque, non gerarchico ma orizzontale. Ognuno era importante tassello della comunità, come elemento unico e inimitabile e importante di un completo mosaico. Per dominare questo particolare tipo di società, bisognava sostituire il precedente schema organizzativo con uno gerarchico, che presupponeva un elemento dominante e tanti piccoli dominati, e il primo cardine da spezzare per ottenere questo era appunto rispetto e mutuo soccorso, tenuto assieme dall’empatia e da una considerazione dell’ambiente non come ostile ma come funzionale alla sopravvivenza, rispettando quindi le forze naturali con riti estremamente complicati e complessi, essi si assicuravano di volta in volta, prosperità e compiacenza dei numi. Ecco che la chiesa, destruttura il precedente schema mentale, sostituendolo con la paura del peccato e dell’ignoto, e con una divinità che lungi dal farsi ammorbidire con stupidi riti, era sospettosa e minacciosa. Unica salvezza era il totale affidamento alla gerarchia cattolica e la pedissequa accettazione di ferree regole da rispettare senza indugi ma in modo quasi ossessivo.

Piano, piano, nonostante delle resistenze nelle zone più impervie dove antico e nuovo cercavano di convivere seppur con difficoltà, dando vita a ibridi religiosi interessanti, il mondo contadino divenne assuefatto alla nuova morale; chinando la testa e denunciando per convenienza le parti del proprio corpo sociale divenne profondamente indifeso di fronte allo strapotere.

Il mondo contadino fu quindi privato della propria autonomia, divenendo merce, oggetto e nutrendo le pance dei nobili e del clero. Favolosa è la descrizione fatta da Mark Twain del mondo medievale e della sua barbarie nel testo “Un americano alla corte di Re Artù”. Ma anche durante il ‘500 (secolo di Rinascimento) e peggio nel ‘600, attraversato da una tremenda crisi economica, il contadino non brillava certo di soddisfazione e compiacimento. E gli unici momenti di svago erano, udite udite, proprio i sabba, rei di essere convitti di diavoli e esseri infernali.

Ora immaginate la loro rassegnazione, la loro triste accettazione dello status quo difficile e sofferta, e adesso applicate a questo consenso necessario, l’avvento di un ulteriore stravolgimento: il secolo dei lumi.

Il mondo rurale si trova di nuovo ad affrontare un complicato cambiamento culturale senza che, però, esso stravolga la loro condizione. La rabbia, il rancore, l’insoddisfazione, emergono in quello che poterà alla terribile rivoluzione francese.

Potevano susseguirsi Re e Imperatori, dittatori e Papi, ma alla fine i nobili avrebbero governato, spalleggiati dal clero, sul novanta per cento della popolazione in stato di indigenza. Se fosse andata bene, il governante avrebbe analizzato il territorio e preso le scelte migliori, se fosse andata male, avrebbe distrutto ogni conquista faticosamente raggiunta dal popolo.

Il nostro libro inizia in quel secolo di transizione, laddove la scienza titubante cercava di spiegare le sue ali fiammeggianti con la minaccia di distruggere ogni precedente idea, ogni sicurezza, ogni certezza.

Draco, Cècile, Tano, Etienne, sono gli ultimi legami che il mondo ha con il numinoso, legami che saranno poi tranciati di netto permettendo all’oscuro mondo dei demoni, di invadere e di ghignare in ogni nostra epoca.

Senza più la barriera del sacro a tenere a bada gli istinti più turpi, la violenza e l’orrore saranno liberi di dilagare e a pochi rimarrà la volontà di combatterli, perché il vero mostro, il vero killer, colui che nutrirà le sfere di Lucifero, non è altro che l’emarginazione, l’ignoranza, il pregiudizio e la sopraffazione.

Ognuno di questi turpi difetti umani nutrirà e nutre ancora oggi, il portale che divide il mondo ctonio da quello dei cieli.

Fondamentalmente, il mondo oscuro non è necessariamente “negativo”, maligno e disordinato. Lo diventa quando le pulsioni umane non vengono liberate dalle scorie, e queste scorie sono appunto frustrazione, voglia di rivalsa, voglia di piacere estremo, di trasgressione, rabbia e desiderio di vendetta. Il mondo della piccola Cècile è semplicemente questo: un mondo alla deriva che distrugge, senza pensare alle conseguenze di tale distruzione.

Vedete la scienza è importante, ma non se diviene strumento di potere, non se non viene elargita all’altro, al cosiddetto popolo.

Non se la definizione di popolo contiene in sè anche un giudizio di valore e un certo snobbismo.

Se resta nelle mani gelose di pochi non diviene strumento di liberazione ma una nuova schiavitù. La malattia è catena, la povertà alimenta la malattia, l’ignoranza ci costringe a rifugiarci in coloro o colui che ci promette la rivalsa.

Tutto è una catena torbida che l’umanità ancora non ha imparato, e che chissà se imparerà mai.

Di conseguenza Cècile, la rappresentante del legame tra il vecchio e il nuovo, colei che vive tra due mondi, è al tempo stesso la salvezza e l’ostacolo al potere. In lei convive la tradizione, quella che racconta di rispetto e crescita, e l’innovazione, quella che grazie a rispetto e crescita dona nuova luce al mondo. La sua curiosità è stimolo, la sua azione guaritrice è per tutti e a tutti apre il proprio bagaglio di conoscenza.

Lei, donna, diviene il simbolo del nuovo millennio che attendiamo da sempre, laddove la scienza e l’etica si abbracciano, dove i limiti sono rispettati con devozione e la bellezza del creato, la meraviglia, quella sensazione di appartenenza divengono una splendida filosofia ecologica.

Cècile non si fa spaventare dalle superstizioni.

Cécile era la rappresentante perfetta della contraddizione nella società di quel tempo : studiava con profitto insieme al nonno le più moderne teorie mediche e farmacologiche, ma nonostante la sua spinta illuminista e razionale, aveva mantenuto certe tradizioni apprese dai libri della madre.

Lei vuole sapere, vuole sbrogliare i segreti, come la Vasilissa è pronta ad affrontare la sua Baba Yaga e separare le scorie dai semi che danno frutti (uno dei compiti più importanti della Vasilissa nella splendida fiaba russa, è quello di distinguere tra sassi e lenticchie, simbolo della necessaria differenziazione tra elementi di crescita e di stasi), non a caso è in grado di penetrare nelle regioni inferiori, psichiche (la foresta) senza temerle anzi conoscendo, in virtù di un particolare retaggio, ogni suo segreto. Nella foresta non vive solo l’orrore ma anche i frutti del sostentamento e le erbe della guarigione:

Corse via, oltre le marcite fino a quel confine netto tra civiltà e mondo selvaggio, immergendosi nel verde fitto della foresta che cingeva d’assedio ogni insediamento umano in quella provincia agricola nel cuore della pianura padana.

E forse è in quel suo coraggio nell’immergersi nel bosco, che la nostra eroina riuscirà a salvare il suo mondo e persino a creare una nuova alternativa dove convivono, in armonia, i diversi. Ma è soprattutto la tramite la sua iniziazione, la perdita necessaria dell’innocenza che ci porta alla scoperta di un terribile segreto:

Cécile sapeva che l’inferno era lì, in terra. Nasceva, prendeva forza e si rinnovava a ogni azione empia degli uomini, del loro libero arbitrio.

Magari tatuiamocela addosso questa importante verità, perché solo conoscendo davvero la natura della bestia possiamo sperare di sconfiggerla e addomesticarla.

Altrimenti, credetemi, la nostra umanità è spacciata.

Torna l’attesissima rubrica i consigli Katya. oggi tocca al libro “Scacco alla regina” di Mario Mazzanti, Leone editore.

 

 “Il serial killer uccide per sentirsi potente”. Tre omicidi efferati. Tre vite spezzate. Tre donne colpite. Un nuovo mostro in città. Una giornalista senza scrupoli. A cui piace giocare con il fuoco. La caccia a uno spietato assassino porterà lo psichiatra Claps e la giornalista Greta a confrontarsi con una realtà oscura e inquietante, dalla quale si può riemergere solo come eroi o come vittime. Una disperata partita a scacchi nella quale ogni mossa comporta la perdita di una vita umana. La soluzione del caso sembra essere sempre a portata di mano, ma mai raggiungibile, e ogni gradino superato conduce soltanto più in profondità nell’antro dell’assassino. Fino all’ultima mossa. Contro tutto e tutti, Claps potrà avvalersi soltanto dell’aiuto di un hacker, ma forse questo non basta. Forse per fermare l’assassino, dovrà dare in cambio la sua vita: sacrificare un alfiere per salvare la regina. Un thriller che lascia senza fiato, in cui niente è come sembra e la verità affonda le radici nelle più cupe ambizioni umane.

 

Diamine!

Mazzanti è bravo forte!!!
Ho letto questo libro col cuore in gola.

Volevo sapere, capire, intuire; macché.

Niente!

Ci sono rimasta alla fine, perché che fosse quello lì, il colpevole, non me l’aspettavo proprio!

Ho comprato anche gli altri due libri della serie: divorati.
Mazzanti, scrive proprio bene, bene, bene.

Ti tiene incollata alle pagine, ti stuzzica, ti da un indizio e poi se lo ripiglia…

Un grande!
I personaggi sono molto ben caratterizzati e ti ci affezioni.

E magari non dovresti…
Però dai, in questo libro c’è un bel finale.
L’unico neo?

Gli scacchi; ma diciamolo pure, è un mio limite.  Non sapendoci giocare non ho potuto apprezzare in pieno le mosse dei giocatori, ma Mazzanti è, ripeto, molto bravo, e le sue spiegazioni sono esaustive e per nulla noiose o ridondanti.

Mi piace. Mi piace. Mi piace!
Ah, un altro neo…

Non so quando e se ne uscirà un altro!

Dati libro

Autore: Mario Mazzanti

Editore: Leone

Collana: Mistéria

Anno edizione: 2011

Pagine: 506