“La stella del diavolo” di Jo Nesbo. A cura di Gianmario Mattei

 

“Un pulp americano anni ’20 trapiantato ad Oslo”.

 

Non credo esista una definizione migliore per classificare e recensire il 5 volume della saga di Nesbø incentrata sull’ispettore Harry Hole: contenuti forti, crimini violenti, efferatezze macabre e azione, controbilanciate discretamente con l’introspezione del personaggio principale e la presenza di figure femminili che riempiono alla perfezione i vuoti della controparte maschile.

È un libro cinematografico, nel senso che è scritto per scene ben congeniate per attirare l’attenzione del pubblico anche se queste risultano connesse da ponteggi abbastanza traballanti e a volte forzati. Con quanto detto non voglio assolutamente attaccare uno scrittore di questa portata, ma scegliendo “il nome” tra gli scaffali delle librerie ci si aspetta di ritrovarsi tra le mani un thriller perfetto o, quanto meno, un lavoro che sfiori la perfezione.

(Molto probabilmente sono io ad essere un lettore troppo esigente).

Hole è il classico “sbirro pulp”: geniale, intuitivo, caparbio, con un passato terribile alle spalle e possessore di una affascinante trasandatezza indotta dal vizio dell’alcool (non solo whiskey, ma anche birra); il suo è un richiamo dalle ferie e forzato, ma la sua intuitività quando raggiunge la scena del crimine gli consente di essere il primo a cogliere gli elementi nel omicidio e a suggerire che nell’eccezionale e bollente estate di Oslo è in azione un serial killer, il fattorino in bicicletta. Ed è anche il primo tra i suoi colleghi a rendersi conto che le azioni criminali sono troppo “perfette” e strane.

Alla componente “della caccia”, ben fatta e armonizzata nell’intreccio e nell’inganno, l’autore ha controbilanciato elementi che completano e allargano la vita letteraria dell’ispettore Hole. Sono principalmente due: il primo è il rapporto con la donna da cui si è allontanato per il vizio dell’alcool, ma che ancora ama, Rakel, e il figlio di quest’ultima, Oleg; il secondo è dettato dalla volontà di rendere giustizia alla morte di Ellen, la sua collega, uccisa secondo le indagini personali di Hole da un loro collega, l’ispettore Tom Waller.

Ed è proprio qui, purtroppo, che iniziano le note dolenti del romanzo. Anche se l’intreccio della storia nella storia è ben riuscito (per forzature di trama che non voglio contestare), si nota come la conclusione della linea narrativa più profonda e importante, la risoluzione dell’omicidio di Ellen, risulta come compressa, tagliuzzata e sistemata nelle pagine finali da dare l’idea di essere forzatamente introdotta per chiudere il duello Hole-Waller.

Aggiungete a tutto ciò il richiamo ad alcune pellicole famose (che preferisco non menzionare evitando così di influenzare chi vorrà leggere il romanzo) che danneggiano più che migliorare il finale de La stella del Diavolo.

Giudizio definitivo: un libro di discreto trascinamento, moderno e rapido. Una lettura consigliata per le estati calde, appunto, come quella dell’Oslo narrata.