“Realismo magico”. A cura di Gianmario Mattei

 

Lautremont, E.T.A. Hoffmann, Bulgakov, Carroll, Gogol, Evangelisti, Buzzati, Meyrink, Rodari, Gogol, Jodorowsky, Fritzgerald, Fante, Carpentier, Pelevin, Suskind, Moye, Marquez, Poe, Sepùlveda, Kafka, Zola.

Una lista di grandissimi autori così diversi tra loro per stile, tematiche e capacità di trasmissione al lettore (ovviamente nella scala dell’elevatissima capacità menzionata), eppure, allo stesso tempo, così simili, uguali, perché uniti dall’impalpabile e invisibile fili conduttori “magia & realismo”.

Sì, avete letto bene: magia e realismo.

Due termini che per significato letterale cozzano l’uno contro l’altro, allo stesso modo in cui i famigerati scudi spartani si scontrarono e resistettero alle Termopili agli assalti persiani.

Eppure, servendosi di filosofia spicciola, il primo termine non può esistere senza il primo e viceversa, perché entrambi appartengono al riflesso interiore che l’uomo apprende sondando quotidianamente la realtà.

Certo è che oggi risulta difficile capire in che modo la magia possa permeare il mondo che ci circonda, perché il magico ha come peculiarità intrinseca quella di essere lì in ogni cosa e di non poter essere mai del tutto compreso o afferrato, mentre noi viviamo nell’epoca dei filtri digitali e del distacco sensoriale dalla realtà. Eppure è perpetua componente della realtà materiale, ed opera indisturbato senza mai dare troppe spiegazioni. A noi miseri mortali non spetta altro da fare che “scovarne la schiena” guardarlo e apprezzarne le sensazioni che ci dà, senza porci troppe domande in proposito.

Ad esempio: pensate alla sensazione che proviamo nei primi istanti in cui ci troviamo in compagnia di un amico che non vedevamo da molto tempo; o allo sbandamento che ci invade intravedendo tra la folla una persona che ci colpisce per bellezza, fascino, bruttezza e scompostezza; o ancora, tutto lo spettro di emozioni forti che proveremmo addentrandoci in un luogo sconosciuto, magari buio e lasciato all’incuria, e a quanto i nostri sensi si amplino fornendoci sensazioni tali da stravolgerci nel profondo dell’animo. Sono tutte cose realissime, vere, ma che “magicamente”, per l’appunto, ci lasciano qualcosa di inspiegabile.

Con una frase secca, per non continuare e risultare ripetitivo, il magico è l’anima della realtà, la luce che infiamma la materia e la rende viva e in movimento ai nostri occhi.

Ora, tornando a noi e agli autori menzionati in testa, magari ripensando a loro con occhi nuovi, notiamo immediatamente quanto il connubio magia-realtà sia stato fondamentale per loro e lo sviluppo delle opere. In tutte, senza alcuna esclusione se si sa “guardare bene”, emergono elementi caratterizzanti la loro potenza narrativa al pari di “onde ingrossate da improvvisi venti di tempesta” (citando Poe).

Queste “onde” sono varie e tutte egualmente funzionali: un elemento magico, sovrannaturale o paranormale (che viene intuito dai personaggi dell’opera e dal lettore senza poter essere spiegato, ma solo di metterne in questione la logica stessa dell’evento magico); arricchimento eccessivo con dettagli percettivo-sensoriali; distorsione/assenza del Tempo e utilizzo di elementi di ciclicità (hanno la tendenza a far “collassare il tempo” in modo che nell’ambientazione possano coesistere passato, presente e l’intuizione del futuro); inversione della dualità causa-effetto (i personaggi, o uno di loro, possono soffrire dolorosamente prima che l’elemento tragico si manifesti); fondere in un unico campo di esistenza realtà e folklore; ambientazione in area di mescolanza etnica o culturale (ad esempio le prospettive contemporanee di credenti e non-credenti, colonizzatore e colonizzato, aristocratico e povero, colto e ignorante).

Tutti elementi che non devono assolutamente essere confusi con gli elementi caratterizzanti altri generi letterari: il Post-modernismo, ad esempio, poiché il Tempo è in esso lineare e “tracciante” la trama; o il Surrealismo, poiché il realismo magico descrive il mondo reale stesso come dotato di meravigliosi aspetti inerenti ad esso, non come un luogo in cui l’onirico deve valicare le barriere dell’inconscio e concretizzarsi nel reale come indicato dal suo teorico, André Breton; o il Fantastico (fantasy) o la Fantascienza, in quanto il realismo magico descrive la realtà presente e le sue componenti, oppure una realtà temporale in cui qualcuno credeva o potrà crede, mentre questi generi sono creati in realtà immaginarie in cui l’elemento magico o scientifico sono potenziati fino alla tangibilità e apertamente manifesti.

Ritornando alla lista, molti di questi temi sono facilmente individuabili nelle opere degli autori citati mentre in altri sono “collaterali”.

Prendiamo come riferimento del palesato nell’opera Cent’anni di solitudine. Il romanzo che ha reso celebre Gabriel Garcia Marquez si basa sull’osservazione della realtà e la narrazione, come proseguire indistinto, degli avvenimenti che coinvolgono il nucleo familiare dei Buendìa. Fa da sfondo il microcosmo dell’immaginaria città di Macondo che risulta arcano, segregato, arretrato e capace di annullare la linea di demarcazione tra vivi e morti attraverso il dono della chiaroveggenza di cui godono alcuni dei personaggi.

Marquez è l’emblema di quella letteratura latinoamericana che attinge a piene mani dal mondo che lo circonda, dove culturalmente un fatto reale, nel momento in cui viene raccontato, può divenire un fatto soprannaturale, mentre ciò che è di pura fantasia può divenire reale. In Cent’anni di solitudine, Marquez ha conferito un’entità soprannaturale ad alcuni oggetti della vita quotidiana, mentre ha voluto naturalizzare alcuni fenomeni straordinari. È così che prende risalto il senso di “meraviglioso” raccontato come se fosse normale, mentre tutto ciò che è sancito dalla storia convenzionale appare come una cruda deformazione della realtà. Ecco quindi che diviene palese la naturalizzazione del soprannaturale che rende fantastico il quotidiano di tutta la realtà latinoamericana.

Stesso può dirsi per Jodorovsky nel suo “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” o per Sepùlveda ne “La frontiera scomparsa”.

Mentre nelle opere di Hoffman, Meyrink, Poe e il connubio realtà-magia è palesato e complessato a tal punto da risultare inscindibile e irriconoscibile, per molti altri autori “il collaterale” risulta molto più difficile da cogliere, per vari motivi legati al contesto storico e sociale o alla classificazione propria o a posteriori da parte della critica.

Mi riferisco in particolar modo a Zola, padre del Naturalismo, a Kafka e a Gogol.

Parto proprio da quest’ultimo e dalle sue opere più conosciute: il Cappotto, la Taras Bul’ba e Anime morte. Il padre della letteratura russa (detto da Fedor Dostoevskij, quindi inopinabile), è abile maestro della narrazione del reale e delle sue componenti quotidiane. Leggendo le sue opere risalta immediatamente il senso di aridità della società russa che gli era contemporanea, che basava tutto sull’arricchimento smodato di pochi a discapito delle classi sociali inferiore, di manodopera. Ma è proprio in seno a questo suo estremo realismo narrativo che è possibile cogliere il magico: ne “il Cappotto” la spinta del protagonista al risparmio per farsi confezionare una nuova mantella e le sue reazioni nel momento di riceverla, raggiungo un lirismo tale da far sì che i sentimenti del protagonista diventino del lettore e quella felicità momentanea, dettata dall’idea di non essere più diverso dagli altri, diviene “magicamente” contagiosa perché simbolo della possibilità dell’impossibile. In “Anime morte”, invece, l’elemento magico è dettato dal realistico mercanteggio ipotecario da parte del protagonista, delle anime morte, ovvero dei servi della gleba maschi deceduti che non verranno classificati come tali prima del nuovo censimento. Tutto molto reale e allo stesso tempo marcato dalla componente dell’inganno che rende la trattativa e gli sviluppi marcati dagli elementi menzionati come classificanti il Realismo Magico. In Taras Bul’ba, la questione è palesata soprattutto nel racconto Vij, basato sul folklore connesso alle anime dei defunti e della paura della morte.

Per quanto riguarda Zola, so che molti storceranno il naso nel mio tentativo di connetterlo al Realismo magico, non è forse vero che il termine “naturalismo” concerne in sé proprio il connubio di cui stiamo parlando? La descrizione iniziale di Germinale, nuda, cruda e arida del paesaggio, del vento freddo e del vecchio carrettiere che sputa “nero come catrame”, compongono di per sé un quadro talmente realistico che nella sua estremizzazione della sua naturalezza piega la schiena scheletrica e mette in mostra tutta la potenza magica del mondo.

E in Kafka? Potremmo scrivere un intero saggio esclusivamente dedicato all’autore ceco. Nelle sue opere, infatti, non solo l’incanto che adorna la realtà è palesemente manifesto (merito del suo background culturale, soprattutto dello spiritualismo religioso ebraico) ma anche i personaggi, che tratteggia e mai delinea in maniera netta, emanano un’essenza così singolare che valica il termine stesso di Realismo Magico per sfociare nell’Onirismo Magico.

Il Processo, ad esempio, scritto con uno stile apposito a rendere la narrazione spersonalizzante e angosciosa, parte dal presupposto che la giustizia stessa funzioni come un fenomeno fisico manifesto nel mondo attraverso logiche insondabili a autoreferenziali, contro cui Josef K., il protagonista arrestato e accusato per motivi misteriosi, non può combattere. La trama stessa è magistralmente elaborata in maniera tale gettare congetture contraddittorie appositamente volute con lo scopo di indurre il lettore all’assecondamento e all’incapacità di poter prendere una posizione netta. Stesso può dirsi de Il Castello, centrato sui labirintici sentieri della burocrazia della legge inteso come agente di ordine globale, responsabile in primis dell’alienazione e frustrazione dell’uomo e della sua incapacità ad integrarsi nei suoi schemi divenendo, in fine, un emarginato. Anche in questo secondo caso, l’estremo realismo e la sua complessità oggettiva – quella delle leggi – sfociano nel mare del magico nella sua pura potenza disorientante.

Venendo ai giorni nostri è lecito pensare che, data la nostra condizione di uomini prettamente dediti alla materialità e alla realtà, gli autori contemporanei cerchino in qualche modo di riprendere tematica e tecniche del Realismo Magico e riproporle con lo scopo di redarguire l’uomo di oggi a quel qualcosa in più (che in passato ci ha distinto dalle bestie).

Che, come in Anime Morte, i nuovi scritti possano sferzare l’uomo e spingerlo a scollare gli occhi dagli smartphe e ad osservare la bellezza senza prezzo del mondo e lasciarsi trasportare dalla sua semplice complessità. Invece no, continuiamo nella nostra squallida materialità senz’anima, senza spirito, senza magia.

Citando J. K. Huymans, concludo con la speranza che:

 

“Quando il materialismo impera, risorge la magia”

“Evelin e il segreto di Hammelin” di Emanuele Montinaro. A cura di Alessandra Micheli (Fonte http://amiamoinostrilibri.blogspot.it/2016/11/evelin-e-il-segreto-di-hammelin-di.html?spref=fb)

 

Lo ammetto. Non sono soltanto una divoratrice di thriller. C’è un altro genere letterario che non soltanto adoro, ma considero indispensabile per l’umanità: la fiaba.

La fiaba non è soltanto un racconto per l’infanzia, un racconto fantastico di mondi irreali. La fiaba è molto di più. Veicola valori, significati, tradizioni millenarie e conoscenze arcaiche. Tutto in un linguaggio evocativo e simbolico che deve avere, appunto perché rimescola nel profondo humus dell’inconscio umano, una parte di oscurità che non sovrasti il valore morale ma che lo completi riuscendo a dare tutte le sfumature dell’essere umano. Perché l’uomo è come la fiaba, eroe inconsapevole immerso in un mondo spesso incomprensibile, dove bene e male si danno la mano, si abbracciano e si affrontano in una straordinaria tensione creativa.

Emanuele Montinaro è un autore, la cui giovane età era per me un ostacolo alla piena realizzazione di tale genere. E invece sono felice e orgogliosa di essermi sbagliata. In questo splendido affresco, il nostro Emanuele riesce con grazia, leggerezza e potenza del linguaggio (mai pesante e mai fuori dalle righe) a immettere ogni elemento costitutivo delle fiabe: dall’oscurità alla luce, dal valore morale alla fantasia, creando un mondo che è sì immaginativo, ma fondamentalmente anche parte di una tradizione più ampia e antica. Emanuele gestisce con raffinatezza questo universo mitico, un’eleganza che dovrebbe  imbarazzare i più consumati autori. E’ qualcosa che risulta innato in lui, un dono,  quello di rendere vivi e palpabili i personaggi senza scadere nel banale e nel sentimentalismo. Un viaggio iniziatico quello della nostra Evelin, un viaggio il cui simbolismo sboccia quasi naturalmente dalla penna di questo autore da tenere in considerazione. E credetemi, ci sa fare con le parole. Riesce a evocare, a creare e a farci ricordare la nostra tradizione più antica. E questa fiaba scaturita dalle profondità dell’inconscio, dell’immaginario mondo numinoso affascina, conquista e trascina fino al capitolo finale che finale non è, ma è soltanto l’inizio di un’avventura che trasforma, che insegna e che seduce.

La protagonista Evelin richiama alla mente il prototipo dell’eroe epico. Inconsapevole di sé, capitata in un mondo che non è suo, che sente estraneo ma che le consegna la meravigliosa possibilità di sperimentare l’alterità, la differenza e di crescere forte e decisa,  Evelin è simbolo della fantasia, di quel potere che plasma il destino, e la realtà, quella genialità senza briglie, dall’istintualità potente e selvatica di una diversità portatrice di innovazione e riverenza sacrale verso il mistero. Evelin è il tocco di colore che manca al tranquillo grigiore di una città sonnacchiosa, quasi ripiegata su se stessa, sulla tranquilla ripetizione di gesti quotidiani, che si concede il lusso di un passaggio verso il mistero una volta all’anno, in occasione di una festa in cui i cantastorie si ritagliano il loro dominio, assurgendo a depositari di antichi miti e di tradizioni sepolte. Ecco che in quell’unica occasione le cose si rovesciano, e i ruoli si mescolano  e  il sovrano tanto riverito  appare senza veli,  per quello che è: violenza alimentata dal desiderio di potere ,dalla volontà di controllo di un mondo che per sua natura deve sfuggire alla manipolazione: il mondo sacrale della magia. Evelin è l’eletta, colei che riporterà l’armonia in terra, che si ergerà come una furia o come un novello Artù contro l’invasore, contro colui che rende la terra fertile una terra desolata:

 

“Era la loro arma letale, la causa della fuga degli animali e dei lamenti delle terra. Questo fa l’uomo quando vuole qualcosa. Distrugge. Che sia un cuore infranto che sia un castello di sabbia o una parte della natura”

 

Evelin è il salvatore, colui che ha il potere di dominare la natura, di riportare il benessere e la speranza. Evelin è la figura quasi graaliana, una sorta di Graal vivente, dotata di compassione ed empatia per gli altri e per l’universo intero:

 

“battiti per gli altri Evelin, aiutali e sostienili perché chi fa del bene riceverà sempre del bene ma non dimenticare di guardare dentro di te stessa e capire per quel motivo hai iniziato a combattere la guerra”

 

Si tratta di un antico e sempre presente codice cavalleresco, dove il guerriero sostiene i deboli, aiuta gli infermi, dice sempre la verità, perché la trova in se stesso e combatte i demoni, non soltanto quelli esteriori ma soprattutto quelli interiori. E leggere queste parole da un autore così giovane, per noi amanti del genere epico, dà un senso di infinita bellezza e commuove. Perché Montinari ha scelto di scrivere non una storia soltanto di colpi di scena, ma qualcosa che, per la sua importanza etica, scava nel profondo. E ci restituisce a noi stessi.

La storia di Evelin ha molti elementi folcloristici e mitologici  e si sposa con la fiaba più affascinante, più misteriosa di tutte: quella del pifferaio di Hammelin. Tutti noi la conosciamo, una fiaba inquietante e oscura dai risvolti totalmente magici e ctoni. Perché il pifferaio di Hammelin è la personificazione della forza selvaggia, di quelle divinità nate dalla terra scura che alimentano e nutrono la fauna, la natura e la parte più nascosta di noi stessi. Il pifferaio salva e punisce chi manca alla parola data. Il pifferaio è in grado di scendere nell’abisso, una sorta di dio dell’altro mondo, di dio selvatico delle tradizioni antiche. Essenza stessa della natura, potere puro che per questo può essere usato per il bene e per la prosperità come per l’oscurità, per rendere infertile la terra ( il simbolo dell’allontanamento dei bambini non è che una allegoria del potere che nasconde e ruba la parte creativa di noi stessi) E il Montinari lo sa bene, sa il vero segreto del pifferaio: che il potere non è bene o male, il potere è,  sta a noi saperlo usare con discernimento:

 

“noi non siamo i giusti. C’è del bene e del male in ognuno di noi ma sta alle persone usare al momento opportuno entrambi”

 

Un segreto semplice eppure così complesso che il giovane autore comprende alla perfezione. E grazie alla musica, (considerata il soffio vitale che manifesta questa magia, una sorta di anima mundi che possiamo percepire come vibrazione di un’energia pura e terrificante), Evelin prende il posto che le spetta nel mito: quel re- sacerdote che tornerà sempre quando la terra reclamerà un aiuto. Soltanto che stavolta, finalmente, il re di stampo arturiano è una ragazzina forse ribelle, eppure così dolce come la musica che suona incantando gli animi. Ed Evelin ha incantato letteralmente anche me.

Consigliato!

E mi permetto di regalare  un complimento a Emanuele Montinaro.

Raramente ho potuto leggere storie che rasentano la perfezione, doni naturali che scaturiscono dal cuore…continua e non smettere mai di creare sogni.