“L’ombra del castigo” di Jacques Oscar Lufulabo. A cura di Alessandra Micheli

 

Non è semplice scrivere un noir, specie quelli che divengono e devono diventare intricati e affascinanti labirinti.

Ogni sezione,  ogni ramo del racconto, va perfettamente delineato e va seguita con costanza ogni diramazione della storia, fino alla scontata  concatenazione finale, che  possa risultare logica, coerente e credibile,  con gli eventi precedentemente narrati, a cui non può non dare conto.

Mi spiego.

Aprire sottostorie, per rendere la trama più complessa e sfaccettata, come simbolo di quell’umanità ingabbiata dentro le proprie frustrazioni è, in fondo, il vero senso del giallo. Perché la tinta ocra è quella del sospetto, della gelosia, del potere che irrompe beffardo nella tranquillità apparente di vite stantie, di vite sempre uguali, sempre ripetitive di stessi noiosi gesti.

Eppure il giallo è anche un colore che nasconde, che cela altro, è terreno  ctonio e racchiude in se mille oscuri organismi a volte affascinanti e volte nocivi.

E’ questo che ci terrorizza nella vita.

 Questa imprevedibilità degli eventi e dei nessi logici che li legano indissolubilmente uno all’altro,  che creano alternative bizzarre dagli oscuri risvolti.

E quindi per raccontare un umanità che imbocca ogni strada, dalla salvifica alla strada peggiore, quella che porta al disastro deve poter essere narrata in ogni sua particolarità. E sono quei dettagli quasi invisibili, quasi banali che invece lastricano la via del male. E dal tradimento, dalla volontà di arricchirsi, è chi venera il potere fino a portare tale sudditanza all’eccesso, è la rivalsa che nasce da lontano, da piccoli eventi incisi a fuoco nella nostra anima che creano le premesse del disastro.

Pertanto, portare avanti le piccole storie e non le grandi indagini fatte da inquietanti e anonimi supereroi, è questione di grande attenzione, di un arte sottile, quella leggiadra, quella attenta ai segni che dissemina sul suo percorso, acuminati indizi capaci di ferire l’attenzione spesso incostante del lettore.

 Per l’autore non è facile intrecciare questi fili in un grande arazzo, quello della migliore commedia dell’arte, tragica e devastante, fatta di solo vittime e nessun eroe. Un autore rischia di perdersi e addentrarsi sin dentro questo groviglio fino a essere letteralmente divorato dal suo Minotauro, ossia il lettore che si sente abbandonato dalla sua Arianna/scrittore.

E invece Oscar ci riesce perfettamente.

 Sa cosa vuole rappresentare, sa cosa vuole raccontare e lo ha cosi impresso nella sua mente che riesce a esplicarlo con le parole, senza timore e con una spontaneità che fa comprendere come, la storia, sia davvero nata come un profondo bisogno umano.

E qua dopo l’elogio dello stile e dell’indiscussa bravura tecnica che ne dite di  passare al dato che più mi interessa in un libro: il messaggio?

Ecco la domanda fatidica, cosa vuole descrivere Jol?

Non è soltanto una narcisistica forma di autoesaltazione come a dire osservata con che abilità intreccio le trame.

 No.

C’è anima che pulsa in questo libro, c’è una malinconia che lo attraversa con un sottile inalterato lamento, una nenia oscura che avvolge e dona il senso di angoscia propria dei vinti che, pur tentando di risalire sono sempre più inglobati da un fango vischioso e al tempo stesso attraente.  Perché la strada più facile, quella immediata che si beffa delle conseguenze è la peggior voce tentatoria che irrompe nelle nostre vite di adulti.

E sapete perché essa riesce a parlarci?

Perché non siamo altro che vittime della signora per eccellenza, manipolatrice e Maliarda: l’apparenza.

E’ dietro essa, che sia il ruolo sociale, o l’illusione di un benessere capace di sconfiggere ombre, demoni e persino un passato ingombrante che l’uomo decide di nascondersi, fino a fondersi cosi tanto dietro di essa da svanire, perso nel suo personale, strabiliante inferno.

E cosi ogni protagonista ha il suo brutto sporco segreto da nascondere con fretta e furia dietro quel tappato dai colori brillanti, magari di marca ma che dai suoi fili, simili a serpenti, emana un olezzo sempre più nauseabondo, sempre più forte, che non fa altro che annichilire ogni altro profumo.

Ognuno diviene burattino di un fato meschino che si diverte a mangiarsi ogni sana, positiva energia, che sconvolge i ruoli fino a rendere indefiniti i buoni dai cattivi, i falsi dai veri e le vittime dai carnefici. Tutti sono rei di non provare empatia per l’altro, sono tutti oggetti nelle loro mani, tutti meccanismi con cui difendersi da fallimenti reali e presunti, alibi per non prendere mai del tutto le responsabilità delle loro azioni.

Tutti partecipi di una folla insana corsa verso la sopraffazione, come se essa, in fondo, fosse l’unico modo per sfuggire al vero loro dramma: l’anima che si assottiglia sempre di più, divenendo inesistente peso morto. Eppure nessuno si duole per questa perdita, la  coscienza/anima non è che un ostacolo verso la realizzazione del proprio schema salvifico. Mi salverò se avrò l’amore di, mi salverò solo se riuscirò a vendicarmi di , mi salverò solo se riuscirò ad avere l’oggetto dei miei desideri, mi salverò solo se avrò finalmente tutto il potere accentrato nelle mie mani, un potere che può permettermi di comprare le persone e usarle a mio pieno legittimo piacimento.

E la peggiore di tutte, mi salverò solo se riuscirò a ignorare il richiamo del mio passato fino a cancellarlo, come se esso non fosse mai stato raccontato. Ecco l’errore, cancellare e mai affrontare.

Non sciogliere mai i nodi che divengono corde che non fanno altro che impiccare ogni lato sano e “buono” della nostra devastata psiche.

Burattini che si muovono, che pensano di fregare il mondo, la giustizia e l’altro, che si sentono potenti finché esiste il male da combattere con armi mai del tutto lecite: umiliazione con omicidio ad esempio, come se fossimo eterni debitori in attesa di un risarcimento che riteniamo ci sia dovuto.

Ma davvero la vita di DEVE qualcosa?

O la vita ci insegna semplicemente non a combattere noi stessi ma ad accettarci e usare le più terribili tragedia per poter cambiare prospettiva, interpretazione e visione del mondo?

E’ l’emblematica domanda che si pone nel finale, un finale che si sconvolge ma che in fondo ci aspettiamo.

Perché in fondo, in questa giostra bizzarra di volti contorti e di valori rovesciati, nessuno è mai davvero innocente.

Neanche chi della giustizia fa scudo per arginare un dolore che, invece forse, dovrebbe abbracciare, come un amico perduto e presto ritrovato.

Davvero un libro indimenticabile sapientemente orchestrato da un demiurgo che fa della compassione il meraviglioso influsso che permea ogni pagina. Non un vero je t’accuse, non una vera denuncia, ma una lucida e per nulla rassegnata visione di un mondo che corre verso il baratro.

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“Prendiluna” di Stefano Benni, Feltrinelli editore. A cura di Davide Lambiase

 

Prendiluna emana una forte puzza di realtà, di quel sentimento che ti rimbalza nel petto quando cammini per strada e ti guardi intorno. Vecchie rachitiche vanno a fare la spesa, trascinandosi dietro come macigni quei carrelli vetusti, di solito di un orrendo marrone sporco. I senzatetto se ne stanno rannicchiati a dormire vicino ai semafori, con sfilze di ricconi che passano davanti a loro senza degnarli di uno sguardo. E senti il trambusto dei tram, delle auto, mentre avverti il terribile olezzo di aria stantia, contaminata da ogni odore, non più vergine. Questa è l’immagine della realtà odierna che mi trovo ad affrontare, quando esco di casa, qui in Italia. Un quadro che mi sembra anacronistico e deprimente. Tra le pagine di Prendiluna di Benni, ho ritrovato trascritte le stesse sensazioni, la stessa cruda e opprimente realtà.

Prima di entrare nel vivo della recensione, però, è giusto spendere due parole in merito all’autore (se qualcuno ancora non lo conoscesse).

Stefano Benni, classe ’47, è un eclettico; umorista, scrittore, sceneggiatore e drammaturgo (vanta pure qualche ruolo d’attore). Capiamo in breve che ha le dita d’oro, e Prendiluna non è altro che uno dei tanti, tantissimi suoi successi letterari (La Compagnia dei Celestini, Saltatempo, etc..). Insomma, uno che di narrativa se ne intende e ne fa il suo pane quotidiano.

Questo libro ci presenta una trama semplice, ma che non dobbiamo sottovalutare. Ci troviamo in un’Italia dove il reale e il fantastico si intrecciano così bene da far fatica a distinguersi. Prendiluna, vecchia insegnante di lettere ormai congedata, riceve un’importante missione che vale la salvezza di tutto il mondo: consegnare i Diecimici a dieci Giusti entro otto giorni. Sì, avete letto bene; una vecchina italiana è la sola in grado di poter salvare tutta l’umanità e ha ben poco tempo per farlo.

Prendiluna però è una donna molto arguta e per niente spaventata dalla missione divina. Carica tutti i Diecimici in una valigia e parte alla ricerca dei Giusti. Ora, chi sono questi fantomatici dieci gatti? Bella domanda. Sviscerarne il significato adesso potrebbe rovinarvi la lettura, quindi mi limito a dire che non solo assolutamente felini normali, ma stabilire il confine tra plausibile e onirico in questo libro è molto difficile.

Da questo momento in avanti, Benni ci lascia una caterva di personaggi sottomano, accompagnandoli con un contorno di satira sugli stereotipi degli italiani molto ben composto. Sotto i nostri occhi passeranno i Trumpi, che, come suggerisce il nome, sono dei razzisti convinti, dalle idee politiche molto ben delineate. Poi gli zombie lobotomizzati dagli “Smartafone”, i criminali, i poliziotti incompetenti…insomma, un tuffo nella realtà che già conosciamo, ma portata a un estremo umorismo drammatico. Ma è finzione, oppure è davvero così che il mondo ci gira intorno e noi non ce ne rendiamo conto? Leggendo Prendiluna, ho rivisto così tante situazioni quotidiane che ho avuto paura di me stesso.

La simpatica maestra non è l’unica protagonista di questo romanzo fantastico, ma sarà affiancata da tante personalità differenti e, com’è giusto che sia, ostacolata da altrettanti loschi individui. Tra le schiere dei suoi alleati possiamo senz’altro annoverare Dolcino e Michele, figure che scopriremo essere di vitale importanza, nel corso del libro; furono due alunni di Prendiluna, poi impazzirono e vennero messi in manicomio. Dolcino è fissato con i sogni e le premunizioni, mentre Michele crede, e forse è davvero, l’Arcangelo servo di Dio.

Tutto il testo è una sovversione della religione, della politica, della vita di tutti i giorni. Dio è il fulcro di questo libro, e la schifezza del mondo ne fa da contorno. C’è enorme critica alla società, trasmessa non a cuor leggero, ma con umorismo drammatico. C’è concretezza tra le pagine, nonostante ci accorgeremo sempre più di trovarci in un viaggio onirico e ben più grande di quanto lo potessimo immaginare. L’epilogo, poi, fa riflettere bene, anche se da una prospettiva abbastanza cinica, sullo scopo della vita di noi tutti; buttati in un mondo sozzo, schiavi di una omologazione sociale. Rinchiusi nel nostro stesso pattern, che non possiamo in alcun modo cambiare.

Lo stile di Benni è passionale. Gioca con le parole e con le regole della narrativa in modo eccelso. Come se si stesse giocando una partita di calcetto tra amici, ma noi fossimo quelli sotto di trenta goal. Ogni singolo elemento, dai dialoghi ai pensieri, alle digressioni e le descrizioni, fluisce con vorace rapidità e grande satira. Più che contarvi le volte che ho riso leggendo Prendiluna, farei meglio a contarvi quelle in cui non l’ho fatto: due. Il testo è così ricco e coinvolgente che vi verrà naturale rileggere qualche passo per riderci ancora. Inoltre si legge in un brevissimo lasso di tempo, il che mi fa sentire in dovere di consigliarla come lettura per tappare i momenti grigi, eppure non smettere di riflettere sul mondo in cui viviamo. Che sia sul tram, incastrati dietro una scrivania o costretti a letto dalla febbre, Prendiluna sarà lì per darvi la giusta scossa.

A voi, buona lettura!