“Il respiro di medusa” di Morena Oro, Mezzelane editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Sono due i libri che hanno formato la mia giovane (una volta) psiche: uno era il classico del femminismo Donne che corrono con i lupi”, erede di quella Simon de Beauvoir che mi cambiò la vita con la sua frase:

 

Donna non si nasce ma si diventa.

(Il secondo sesso)

 

È partendo da quel divenire costante dell’essere che assorbii la “guida”, anzi la narrazione, del viaggio nell’anima di Clarissa Pinkola Estés.

Attraverso le storie, mi imbarcai in una strana esplorazione lungo gli impervi sentieri di una femminilità che non accettavo poiché preconfezionata dalla società.

Che io non mi sia mai del tutto riconosciuta nel conformismo delle regole è storia di oggi. E direi una storia trita e ritrita.

Comunque, da quel giorno andai, assetata, alla scoperta di ogni libro che raccontasse, in modo quasi disadorno e schietto, cosa davvero potesse e dovesse essere la donna. Consapevolmente cruda, senza nascondermi dietro al politicamente corretto, ma con una tendenza sarcastica e dissacratoria.

E mi imbattei in un libro oscuro e luminoso al tempo stesso, che raccontava l’emozione che mi aveva già sedotto proprio quando iniziai a essere allattata dal vero femminismo e dalla vera ribellione: la rabbia.

Che fossi una donna arrabbiata c’erano pochissimi dubbi.

Ero colma di rancore contro le limitazioni, i pericoli, le osservazioni quasi sconvolte di me che “tentavo di nascondere la coda da lupa sotto la perfetta gonna”, o di me che andavo a scontrarmi come un ariete contro ogni frase fatta, contro ogni tentativo, seppur elegante, di ingabbiarmi.

Era un periodo di vera ribellione quello dei miei vent’anni, più di quanto non lo fosse stato quello del mio impegno politico. Perché, vedete, anche quello presupponeva che io (da femmina e mai da donna) stessi al mio posto, o mi amalgamassi all’esempio del maschio, per poter parlare ed essere ascoltata.

Dovevo essere di sinistra abbandonando leziosità e istinto di bellezza. E se non  avessi accettato il baratto, sarei passata dall’altra parte: quello della moda che, in fondo, imponeva le medesime limitazioni e le medesime rinunce.

Bella o intelligente, savia o ribelle, mistica o elegante.

Sempre una scelta, sempre una rinuncia in nome del sacrificio necessario affinché la società si mantenga.

E così la rabbia s’impadroniva di ogni mia cellula, perché in fondo, la nostra vera essenza PRETENDE che si ascolti ogni suo lato strano, incongruente, contraddittorio, diverso. Perché è questa la vita; fatta di questa eterna dialettica tra opposti.

Fu allora che incontrai il secondo libro che mi ha segnata: il saggio di Mary Valentis e Anne Devane “Donne che non hanno paura del fuoco. Come trasformare in energia vitale il sentimento della rabbia”.

Capite?

Trasformarlo.

Non soffocarlo, averne timore, combatterlo, uccidere il drago, decapitare la Medusa, ma usare la vera natura del mondo materiale in cui, come disse il mio amato Einstein: nulla si distrugge e tutto si trasforma.

Mentre leggevo, assetata di conoscenza, mi imbattei in queste strane, suadenti e attraenti frasi:

 

all’inizio del tredicesimo secolo gli elleni invasori avevano conquistato la Grecia, distrutto i templi in cui venivano venerate le Dee, strappato le maschere alle sacerdotesse e sostituito alle potenze femminili dei ed eroi. In seguito, nei loro miti, i greci rappresentarono questo momento del trionfo maschile sulle potenze femminili delle tenebre con l’immagine di Perseo che solleva la testa recisa di Medusa”

(Donne che non hanno paura del fuoco)

Alt, fermatevi.

Ma Medusa non era il crudele mostro che pietrificava gli uomini con il suo sguardo di brace? Non era il male, l’orrore, il disastro, il caos?

Non era il disordine?

Qualcosa non tornava.

E iniziai a fissare il volto osceno di Medusa, con il suo ghigno e i suoi capelli fatti di feroci aspidi. La fissai per un tempo infinito, così come fu rappresentata da Caravaggio.

Avete mai fatto caso al suo volto?

Gli occhi disegnati dal mirabile artista non sono di brace: sono rassegnati. Sono pozzi neri di dolore. Contengono il sospiro arreso, e forse pieno di rimorsi, della mancata GRAZIA.

È come se Medusa ringraziasse Perseo e fosse FELICE di lasciare un mondo che, come direbbe il grande Michele Pecora,

 

forse non mi ha mai voluto bene.

(Vestita di Bianco)

 

Allora ho rispolverato il suo mito, perduto e adombrato dalla pallida spiegazione del maschio, supportata e anzi incoraggiata dalla Dea Atena.

Il ritratto che ne esce è devastante e alimenta la rabbia di ognuna di noi: Medusa, bellissima fanciulla, fu punita dalla Dea gelosa perché stuprata da Poseidone.

Come, protesterete voi, una donna punita per aver subito un abuso?

Non ci credete?

Eccovi il mito:

 

Secondo altri autori (Ovidio, Apollodoro, Esiodo) Medusa era invece in origine una donna bellissima: a mutarla in mostro sarebbe stata la dea Atena, come punizione per aver giaciuto con (o per essere stata violentata da) Poseidone in uno dei suoi templi; secondo altre versioni ancora, Atena era avversa a Medusa perché quest’ultima aveva osato competere con lei in bellezza

(Wikipedia)

Il mito classico di Medusa del resto ben si prestava ad una teoria dello sguardo. Medusa è l’unica mortale tra le Gorgoni, ha capelli di vipere, mani di bronzo e ali d’oro (una sorta di Cyborg greco), il suo sguardo pietrifica ed uccide. Atena ha voluto così punire la donna che aveva osato accoppiarsi con il Dio Poseidone – subendone per altro la violenza – sul suo altare. Perseo, protetto da Atena, riesce ad ucciderla guardandone il volto riflesso su uno specchio e mozzandole la testa di netto. Sul volto di Medusa si legge ancora lo stupore di una morte improvvisa ed inevitabile. 

https://forum.termometropolitico.it/275248-la-medusa-mito-e-significati-reconditi.html

 

Nel mondo antico, Medusa era un personaggio altrettanto poliedrico. Il primo intellettuale ad approfondire davvero la sua storia è il poeta romano Ovidio, che ha spiegato nel dettaglio la sua trasformazione in Metamorfosi, nell’anno 8 d.C. circa. Nel racconto, Medusa era originariamente una splendida fanciulla, l’unica mortale di tre sorelle, le Gorgoni. La sua bellezza aveva attirato l’attenzione del dio del mare, Poseidone, che l’avrebbe violentata in un tempio sacro di Atena. Furiosa per la profanazione del suo tempio, Atena avrebbe trasformato Medusa in un mostro con la terribile capacità di pietrificare chiunque incrociasse il suo sguardo.

https://www.vice.com/it/article/qvxwax/il-mito-di-medusa-la-vittima-di-stupro-trasformata-in-un-mostro.

 

Se volete ne ho altri da copiarvi pari pari senza interventi.
Anzi, una ricostruzione interessante appare sul sito di https://il-matriarcato.blogspot.com/2013/03/medusa.html, in cui si crea un’assonanza tra Medusa e la triplice Dea

 

Ora noi sappiamo che la Triplice Dea aveva in genere il corredo di serpenti, che teneva in mano, o l’avvolgevano come un manto, o come una spirale, o tiravano il suo cocchio, oppure facevano parte della sua persona, raffigurata come donna con coda di serpente, o corpo di donna con testa di serpente, o appunto con serpenti nei capelli o al posto dei capelli, comunque tutte qualifiche di Grande Madre.

Inoltre, come Ishtar avevano sovente artigli di bronzo e ali d’oro, e Ishtar si sa che fece parte delle neglette del Signore, prima Dea, poi donna, poi demone. 

Sembra che Medusa non fosse giudicata così male dai romani, visto che era uno dei loro simboli preferiti. Sembra che la usassero per incutere paura, ma comunque non portava sfortuna, anzi sembra fosse apotropaica. Medusa a Roma era di casa, e l’appiccicavano ovunque.

(Matriarcato blogspot)

 

Tanto che il blog, interessantissimo tra l’altro (vi consiglio caldamente la lettura), riporta canti bellissimi assonanti con la straziante immagine della Medusa di Caravaggio.

 

Dea Greca di Tempe, 
Dafene, o Dafne, 
noi t’onorammo come Melisse, 
le sacerdotesse, api 
della regina madre, 
e danzavamo imitando 
il fremito d’ali. 
Masticavamo foglie d’alloro, 
perché tu eri Dea dell’alloro, 
della profezia, 
e ce ne cingevamo la fronte, 
e nude, coperte da fronde, 
ballammo nella boscaglia. 
Gli uomini venivano al tempio e donavano argento per ascoltarci, 
e la città non si muoveva 
senza i nostri responsi. – 

Poi vennero i soldati di Apollo, 

coi suoi sacerdoti, 
il tempio fu abbattuto, 
la Dea dell’alloro 
trasformata in albero, 
e le sacerdotesse che non consentivano il nuovo culto 
vennero stuprate e appese agli alberi

Le più deboli divennero serve dei nuovi sacerdoti

(Matriarcato blogspot)

 

Ecco che la Medusa diviene un simbolo ancor più importante, che condanna e mette all’indice il sistema maschilista che non sopporta di avere una controparte ma che, guidato da un potere senza limiti, dedito alla finalità cosciente, vuole e deve dominare tutto, sopraffare e conquistare.

Anche se questo significhi prendere l’altra metà del cielo e schiacciarla senza pietà.

 

Depotenziata del suo potere autonomo e naturale, viene assunta da Athena per spaventare e colpire i nemici, quindi rivolta a difesa e non come legge naturale della morte umana. 
Così gli uomini, sacrificando e facendo riti nonchè preghiere ad Athena, esorcizzano Medusa, cioè la Morte
.

(Matriarcato blogspot)

 

Ecco il risultato:

 

Ecate Dea infernale dell’Asia Minore, e greca, e trinitaria con Artemide e Demetra, signora del regno infero, della magia e delle streghe. Ogni casa aveva la tua immagine, così come alle porte delle città, nei trivii e nei quadrivii. Dea trivia e triforme, come celeste Artemide, terrestre Demetra e ctonia Ecate. Tu Luna, tu mondo invisibile e perduto, tu Avalon dimenticato, le donne si inginocchiano al Dio maschio tradendo l’anima e la loro natura. Un oblio di chiacchiere maschili gli ha ottenebrato la mente. –

(Matriarcato blogspot)

 

È, dunque, di un contenzioso sul potere che parliamo?

C’è una sorta di lite condominiale tra chi comanda il cuore dell’uomo?

No.

C’è semplicemente la volontà, di cui sono complici anche tante donne scrittrici, di bestemmiare la loro natura, qualunque essa sia, per adattarla a un mondo che fa del piegarsi all’accettazione il tassello del suo mosaico.

Se non segui le nostre regole non sarai mai accolta, amata, compresa e rispettata.

Se non accetti il torbido compromesso e non ti pieghi alle nostre blasfeme esigenze, divenendo oggetto e burattino nelle nostre mani, sarai osteggiata, perseguitata come demone o strega, e abbandonata in una grotta oscura, braccata dal Perseo di turno.

Sarai esiliata e condannata a essere una dissidente, memento vivente che non permetterà mai ad altre donne di obiettare, contestare e proporre alternative valide.

Oramai è così radicato che molte, persino tra voi artiste, si adeguano proponendo testi, e poesie, che non fanno altro che legare la DONNA più strettamente agli stereotipi e ai cliché.

Donne sottomesse perché è nel dolore e nelle rinunce individuali che trovano loro stesse.

Donne che senza un amore, senza la loro indole da crocerossina non sono nulla.

O ancora donne che annichiliscono i talenti, e solo così vengono poste su un tristo piedistallo.

Ecco cosa abbiamo: costanti e inesauribili mezzi per legittimare un vero autentico stupro che è in primis dell’anima che del corpo.

E mutilata l’essenza, siamo tutte manipolabili.

Una situazione devastante, non trovate?

Per tutte noi che abbiamo scelto di ascoltare Medusa, di abbracciarla, e di darle voce, è un vero e proprio deserto psichico.

Noi che vogliamo disabituare le donne a stare buone, a non mascherare la loro rabbia ma a scendere a patti con essa e rivoltarla per cambiare questa distorta e virtuale società, in cui fanno passare l’orrore per romanticismo e il grottesco per bellezza.

Morena Oro, non è solo una bravissima poetessa. Il suo non è solo un grande talento.

Morena è tutto ciò che ho scritto nella lunga, noiosa premessa.

È colei che dà voce alla Rabbia, alla forza della Dea oscurata, nascosta negli antri. Alla Medusa che ci guarda e tenta di urlare.

Alla sua bella voce che ci ricorda come gli opposti siano parte di noi, di come una creatura vivente sia preda dei flutti delle emozioni, senza per questo essere pericolosa o orribile. Di quanto la lotta costante tra equilibrio e disequilibrio sia vitale e necessaria per potersi esprimere.

Di come sia difficile essere Donne, invece che femmine.

Di come sia splendido viaggiare nelle emozioni che non sono, come spesso si sente dire, dei tratti di isteria, ma sono semplicemente le connessioni più profonde con quei mondi numinosi che tanti mistici sognano di attraversare.

Beh, sapete?

Le donne, quelle integre, ferite, abbattute, ammaccate, ci viaggiano ogni santo giorno nei sogni, e nei pensieri che poi segregano in un cassetto.

Nell’arte e nella poesia.

E Morena racconta con un coraggio e una spensieratezza della donna che, nonostante il dolore, la fatica e la paura, si è accettata durante questo viaggio onirico, mistico e carnale nella vita.

Che ci appartiene, e a cui apparteniamo, ma che è anche così distante e può tornare soltanto in quegli attimi in cui riusciamo, con un grande atto di volontà, a far cantare la nostra anima e a nutrirci di mistero.

Donne complicate eppure bellissime nelle loro cesure, che hanno grondato sangue, che hanno pianto su sogni infranti. Che sono state colpite a morte da chi non vuole, e non può, capirle ma le teme; e temendole vuole abbatterle, sottometterle e manipolarle.

Ma noi non ci arrendiamo e non abbiamo bisogno della spada di Perseo, perché dal nostro sangue nasce un cavallo alato, quello che rappresenta la fantasia. Noi quella spada acuminata la possiamo trasformare in fiore, in pianta, in stelle.

Possiamo farla sparire, o renderla innocua.

Possiamo sorridere perché sappiamo quanto la violenza sia inutile, perché è l’unica arma dei vigliacchi.

E noi vigliacche non lo saremo mai.

Perché arrancando, faticando, mostreremo sempre il volto al mondo, che sia quello bellissimo della Dea dell’amore o quello spaventoso della Medusa.

E voi donne che sognate la perfezione, l’apparenza, il lusso, l’adrenalina, ascoltate questi versi e fateli vostri. Stracciate quei bei vestiti e toglietevi il rossetto elegante. Smettete di fare camminate fascinose, smettete la seduzione e iniziate a ululare alla luna, a ballare in modo scomposto, a essere… voi stesse.

 

Voglio che tu mi voglia

per il mio pessimo carattere,

per i miei spigoli,

per le mie concavità,

per i miei pezzi sparpagliati.

Voglio che tu mi voglia rotta,

strappata, incompleta,

che tu mi voglia stanca e disillusa,

ubriaca di malinconie,

delirante di non sensi.

Voglio che tu mi voglia

quando non mi vuole nessuno,

quando ho voluto perdere tutti i treni,

quando mi si è spezzato un tacco

e ho i capelli come rafia,

voglio che tu voglia le mie mani ruvide,

le mie membra indolenzite,

tutti i miei anni pesantissimi.

(Il respiro di medusa –

Cantico di Sally E Jack)

 

Sapete quando vi ama un uomo?

Quando riesce a volervi così, senza abbellimenti:

 

E se riuscirai a volermi così,

tutta diroccata, piena di fantasmi,

capirai che la mia forza è un muro

di pietre enormi e tagliate male

che hanno custodito le più tenere bellezze

affinché il giardino degli incanti non venisse

arrogantemente devastato fino all’ultimo raro fiore.

(Cantico di Sally E Jack)

 

Voi non dovete essere principesse o guerriere, vamp o brave donne di casa. Non dovete essere null’altro che voi stesse, perse in un sogno, e capaci di:

 

Io congiungo gli estremi

e la contraddizione.

Cancello tutte le strade

poiché volo dove la notte

coincide col giorno,

dove ogni distanza

sovrappone tutti i luoghi.

(Ode al corvo)

 

La vostra poesia non deve essere accettata soltanto quando sarà raffinata, elegante, corretta, ligia alle regole ma potrà e avrà il diritto di essere:

 

Cercate forse voi quella educata poesia,

così sognante, che chiede

quasi il permesso di esser letta?

Quella poesia ben studiata, azzimata,

che sta bene un po’ con tutto?

Io amo invece il poeta empio,

trasandato, ignaro delle metriche

se non quelle fra le vene e la propria mano,

che maledice quel che scrive

perché è un flusso che lo dissangua

e assillato dal bacio rapace

dei versi che lo lasciano spossato,

indolenzito fin dentro al suo midollo

(I poeti son comete)

 

 

Voi avete il diritto e il dovere di ascoltare Medusa.

Anche se, poste di fronte al suo devastato sguardo, il vostro primo impulso sarà di volgervi altrove e non fissarvi sui suoi aggrovigliati serpenti sibilanti, sul suo viso fiero e dagli occhi penetranti, di ignorare il dolore, perché vi hanno insegnato che lei è il male.

Cercate in quella visione mistificata, la dolce bellezza di una donna vittima, dominata, tradita dalle altre donne e dalla sua stessa divinità asservita al maschile degradato.

 

Tu certo credi d’aver compiuto

un glorioso atto di giustizia

decapitando la mostruosa creatura della grotta

sbattuta crudelmente dentro quell’antro infernale

per divina ingiustizia impunibile

poiché incontrastabile e suprema.

Siate voi maledetti, uomini e divinità,

che avete brutalizzato la mia innocenza….

(Il sospiro di Medusa)

 

Perché noi tutte siamo e siamo state Meduse quando:

 

Guardavo il mondo in limpidezza,

i miei occhi erano vetrate luminose

dove i desideri si affacciavano chiassosi.

(Il sospiro di Medusa)

 

Punite per una colpa non colpa:

 

Qual era dunque la mia colpa

se la natura, nel volere degli dèi,

così incantevole e ammaliatrice

m’aveva generosamente fatta?

Qual reato esecrabile imputare

ai miei capelli seducenti,

odorosi come i prati in primavera,

instancabili di onde come i mari,

e scintillanti di delizie d’oro come gli astri?

(Il sospiro di Medusa)

 

Vittime della sopraffazione di una società che rinnega la bellezza e l’empatia, che nega i diritti perché presa dal furore della conquista:

 

Mi volle, rapace e prepotente,

si tramutò in aquila di mare e

mi portò via, infervorato dalla passione,

e il cielo mi entrava nella gola,

il mio cuore starnazzava con le sue ali.

Non mi chiese se io volessi.

Non si chiese affatto se io volessi.

Ogni dio è così bramoso e arrogante?

Ogni dio dispone dei mortali

a suo diletto e piacimento come una pietanza

da divorare avidamente simile a carne morta?

(Il sospiro di Medusa)

 

Noi, abbandonate e divise dalle nostre stesse sorelle, sicure che ognuno è un’isola che basti a sé stessa, che conti l’arrivismo, lo sgomitare, la competizione, la difesa assidua della volgarità e della dicotomia assurda di un mondo che divide l’indivisibile.

Che le sua poesia non solo vi aiuti a ritrovare la strada di casa, ma che vi supporti nel brillare come fulgide stelle nel vostro cielo, che vi appartiene di diritto.

Ma anche a riabilitare quell’aggressività sana che vi porterà a scagliarvi contro il turpe disegno di rendervi cretine, di farvi apparire gallinelle, di farvi scegliere di essere una sola emozione invece di mille, di miliardi di sensazioni diverse e ognuna degna di essere vissuta, con l’accusa di incostanza, di isteria, di incoerenza.

Che possiate impedire a voi stesse di divenire Atena, colei che invece di usare la sua autorità per un’azione riformatrice, la usa per addormentare di più ogni mente, ogni fantasia, ogni stimolo intellettuale.

Voi donne in carriera, voi scrittrici, voi artiste, voi dovete rompere le regole: mettere a soqquadro la società, dire no ai modelli che vi propongono e tornare a essere Teresa, Sara, Simona, Erika, Aurora, Monica…

Leggete Morena Oro e ascoltate assieme a lei la voce di Medusa, il suo respiro, i suoi silenzi, il suo dolore. Bagnatelo con le lacrime e dal suo sangue nascete, con un paio di ali che nessuno, e sottolineo nessuno, avrà mai né il diritto, né il potere di strapparvi.

Ve lo fanno credere.

Ma non possono nulla contro un’anima integra; quella raccontata in questi versi eterni.