“Le porte di Anubis” di Tim Powers. a cura di Andrea Venturo

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Le porte di Anubis è un’opera nella quale si fondono con maestria diversi generi. Non è solo steampunk, non è solo fantascienza e ci sono elementi tipici del thriller. Il tutto è tenuto insieme da Tim Powers che si diverte nel mescolare il tutto e lo presenta a noi lettori.

Essendo un libro nato all’inizio degli anni ottanta, ovviamente il suo contesto rispecchia pedissequamente quegli anni. Stesso discorso per la Londra del 1810 e quella del 1606: le ricostruzioni sono fedeli e immersive. Gli elementi fantastici sono ben inseriti e coerenti nella visione della realtà che l’autore ci offre e Powers si diverte a popolare ogni scenario con creature da sogno (o da incubo) dove è davvero difficile capire chi sia amico e chi no. Gli eventi storici sono trattati con precisione e scandiscono il “tempo” in questa storia e ne mantengono il ritmo come farebbe un direttore d’orchestra in concerto. Tim Powers riesce a condurre il lettore attraverso luoghi nascosti e mortali e a fargli tirare un gran sospiro di sollievo ogni volta che, riemergendo dalle pagine, sente il conforto della propria realtà tutt’intorno.

Di orchestra in concerto parlavamo più sopra… ebbene, come in un’opera lirica degna di tal nome, non solo la scenografia, non solo la storia, non solo l’orchestra e il direttore sono importanti: anche gli interpreti giocano un ruolo fondamentale (e grazie) e il gran numero di personaggi presenti non confonde, anzi, ognuno di loro contribuisce all’armonia che si sviluppa sulla struttura melodica dell’opera. Ognuno di loro è unico, ma intimamente dipendente dagli altri nel riuscire a rendere al meglio la storia, proprio come gli strumenti di un’orchestra.

Al di là dell’importanza dell’opera in sé (enorme, se si pensa alle “prime ore di vita” di quello che verrà poi chiamato steampunk) e del fascino che la storia esercita sul lettore, vorrei soffermarmi ancora un momento sulla metafora dell’orchestra. Abbiate pazienza, ma è tutto qui: il romanzo conta molti personaggi, ognuno dal “timbro” ben distinguibile, che giocano un ruolo fondamentale al compimento del tutto. Proprio come in un concerto, dalla melodia, a turno, emergono diversi strumenti. Per un attimo abbiamo il loro punto di vista, sentiamo più forte la loro voce in mezzo al coro. Non ne veniamo distratti, non pensiamo: “e questo adesso chi è, cosa c’entra?”. Ci mettiamo comodi e lasciamo che l’opera ci parli, che ci racconti una storia e che i molti personaggi contribuiscano alla riuscita di un concerto meraviglioso, suggestivo e (non ultimo) ben eseguito.

Questo romanzo è già un classico del suo genere, uno dei capostipiti dello steampunk. Tutto quello che posso suggerirvi è di prestare attenzione, per non lasciarvi sfuggire nemmeno una nota di questo incredibile concerto, e lasciarvi trasportare dalla melodia nel mondo fantastico che Le porte di Anubis raccontano per tutti noi.

ropmbi dgggggi “point of view”

 

“Fenomenologia di Mika. Per favore potresti diventare mio fratello?” di Lucia di Maio, Il Terebinto editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Mika è ugiovane e incredibile cantante anglo libanese che ha letteralmente sconvolto non solo il panorama musicale italiano, ma l’intero assetto sociale. E’ un artista poliedrico, divertente e sarcastico ma a differenza dei tanti istrionici personaggi a cui siamo abituati, è anche estremamente colto. E parlo di cultura quella vera, nutrita a libri e arte.

E parla un italiano perfetto rispettoso dei congiuntivi. Lingua che ha appreso in poco tempo, facendoci a volte, letteralmente vergognare per il mancato rispetto che riserviamo ancor oggi, al nostro antico e venerabile idioma.

Ammetto che la prima qualità che mi ha affascinata di questo strano folletto, è stato proprio quello, il suo livello intellettuale che supera, di gran lunga anche i nostri blasonati giornalisti.

 Non perché io sia snob ma perché informarsi documentarsi voler comprendere il nostro strano mondo e la nostra ancor più strana società italiaca, è senza dubbio,  sinonimo una persona che vuole incidere su di essa. Per chi come me è cresciuta con il mantra la verità e la conoscenza rende liberi, vedere un personaggio brillantinato, patinato, frutto di un mondo scintillante che troppo spesso costruisce un universo a parte, alieno dalla realtà e dai bisogni di quest’essere umano sperduto, rappresentava una strana ma fantasmagorica novità. Qualcuno che si ribellava alla capacità fagocitante del mondo dell’apparenza, non con l’aggressività tipica del radical chic,  ma armandosi con un sorriso della famigerata arma della sostanza.

Un personaggio famoso, in grado di passeggiare tra le strade lastricate di successo non lesinando, però, di donare importanza alla comunicazione e al pensiero, era più interessante dei miei adorati alieni discesi in un epoca preistorica.

Ecco perché quando la Terebinto editrice mi ha proposto questo saggio ho subito accettato, perché volevo comprendere anche io perché Mika, perché affascina, perché si sente una sorta di familiarità con un personaggio che si rifiuta di essere creatura mediatica e resta uomo, con le sue bizzarrie e le sue idiosincrasie.

Il saggio su Mika non vuole essere un apologia stereotipata dell’artista, epurandolo da ogni dettaglio umano, ma cerca tramite la comprensione del fascino che esercita sugli altri di inquadrarlo in una precisa data storica, in un preciso contesto sociale, laddove emergono esigenze peculiari proprie di quest’epoca.

E la differenza appare ancor più strabiliante se si paragona il nostro giullare a un altro personaggio che ha in un certo senso dato un ethos peculiare a una determinata epoca storica. Ossia Mike Bongiorno.

Mika e Mike, due anglofoni molto diversi tra loro, dalla cui ammirazione scaturisce il ritratto di società difformi, una dedita alla ricerca della stabilità tramite la rassicurante percezione dell’uomo qualunque o della banalità che tutti livella, l’altro portavoce di un mondo globale, multietnico e alla costante ricerca di un alternativa intellettuale e culturale valide.

Una la prima società sperduta, ferita che tramite il trastullo del tram tam quotidiano senza scossoni, cercava di ritrovare pace, l’altro frutto di un mondo cosi complicato, cosi intellegibile da essere di nuovo, come nei tempi bui, stimato come pericoloso.

Eppure questo pericolo non crea soltanto etnocentrismi ossessivi o particolarismi esagerati, non crea soltanto autarchie a autoritarismo, ma pone la mente, cosi racchiusa e frammentata, cosi abituata al non pensiero, alla sua in concretezza,  di fronte a stimoli percettivi sempre più intriganti e suadenti. La nuova visione della famiglia, della sessualità, ma anche dei rapporti umani, la nuova idea di nazione e di benessere, diventano le sfide del nuovo millennio che possono essere risolte o da un ritorno alla tradizione oramai ammuffita e moribonda, o alla ricerca di nuovi miti da sostituire ai vecchi e da nuovi e più onnicomprensivi schemi di pensiero.

Mika è tutto questo.

Un giovane che fa della comunicazione il suo centro vitale e che utilizza e non ne viene utilizzato,  per creare, come un estroso demiurgo, la realtà che sogna.

Che il suo cuore sogna.

Perché pur nella fama, pur nella più osannata delle posizioni Mika non viene inglobato dal mondo dei social o dal mondo televisivo. E’ lui che lo cavalca dominandolo, strutturandolo secondo la sua volontà.

Mika è famoso eppure non si lascia sedurre dalla maliarda, la fama.

Mika è cosi conosciuto che la sua parola diventa  quasi una legittimazione di ogni valore espresso, eppure con responsabilità pensa prima di parlare, scegliendo con cura le battaglie da portare avanti.

Mika ha sicuramente una storia importante alle spalle ma non la subisce, la sbroglia affinché possa essere di aiuto ad altri.

Mika è effervescente e modaiolo senza rinunciare alla voluttà della cultura e all’amore per l’arte.

E’ narcisistico e al tempo stesso umile.

Mika è e ingloba i contrasti di un epoca, perfettamente conviventi in un anima che dimostra di essere abbastanza grande per contenere l’universo intero.

Ecco che diviene un accurato esempio di tempi che prospettano e incitano le persone, i giovani soprattutto, a mettere da parte le dicotomia per abbracciare l’universalità, unico vero dono di questo post moderno che tutto ha messo in discussione e che attende, fiducioso come me, che qualcuno proponga una nuova morale, una nuova etica e una nuova strutturazione ontologica che dia valore al vero unico motore del mondo: il cambiamento.

E Mika è portatore di questa speranza.

Ballando sulle favolose note di Grace Kelly finalmente noi possiamo davvero essere un microcosmo che si sente accettato, privilegiato ad essere immerso in quella vastità che tempi addietro ci spaventò cosi tanto, da far germogliare le ideologie

E se un folletto rumoroso e delizioso, può aiutarci a compiere questo spaventoso passo, ben venga. Perché è vero che ci costringe a rompere preconcetti e valori stantii, ma ci accompagna anche sulla sommità di quella montagna che prima temevamo circondandola di muri e ci fa capire come

Dall’alto della montagna tu puoi vedere come sia grande il mondo e come siano ampi gli orizzonti.

Paulo Coelho.

Non abbiate paura mai della vastità.

Imparate a stupirvi come il nostro adorato Mika.