“Rosa Tea” di Luisa Martinucci, Elister editore. A cura di Alessandra Micheli ( Fonte http://amiamoinostrilibri.blogspot.com/2016/11/recensione-rosa-tea-di-luisa-martucci.html)

 

Quello di Luisa Martucci non è un semplice e simpatico romanzetto rosa.

E’ un libro considerevole seppur piccolo, profondo e pervaso di una tristezza dolce amara.

La trama è scarna, semplice ma non semplicistica.

Il punto focale del libro è il racconto tenero e morbido, di un incontro tra due persone, entrambe portatrici di un’ età importante.

Entrambi hanno contribuito non soltanto al benessere familiare ma anche alla crescita di una società, da cui sono, per ironia della sorte, quasi lasciati fuori, dopo essere stati “spremuti”.

Del resto sono solo degli anziani oramai.

Anziano.

Che orrenda parola, che orrenda etichetta per definire esseri umani, come se arrivati a una determinata fase della vita fossimo fuori dai canoni richiesti per interagire con un mondo che solo noi standardizziamo in categorie.

Invece e Rosa e Antonio sono ancora vivi, con esigenze soffocate dalla loro quotidianità, situazioni quasi similari, figli cresciuti con fatica e sacrifici, tanti rimpianti e pochi piaceri.

In più la vita di Rosa si aggrava di una cappa soffocante, terrorizzante della scoperta di una verità che aggravati da un problema grave che le sconvolge la vita: l’oscuro demone del tumore al seno.

Antonio 60 anni pensionato, oramai quasi ignorato dalla società che prima lo considerava indispensabile, si ritrova a fare i conti con una solitudine scelta a favore del benessere dei figli. Figli mai cresciuti che si rivelano a volte egoisti, a volte così estranei che lo stesso Antonio, per poterli comprendere, cade vittima di una sorta di pregiudizio nei loro confronti, specie verso una figlia che rappresenta tutto ciò che ha inesorabilmente perduto lungo la strada, la freschezza, la passionalità con cui affrontare ogni nuovo inizio

Drammi quasi banali ma potenti, descritti con uno stile leggiadro e di classe, gradevole e lieve. velato da una sorta di malinconico rammarico per delle vite quasi appannate, rese per una scellerata non scelta, da un abbandono di se stessi, ma anche da una fatale noncuranza degli altri, dagli altri, evanescenti tanto da rasentare il totale annullamento di ogni tormento, da ogni batticuore e emozione.

Quella stessa passione che ( ed è qua il tocco geniale della Martinucci) viene ricercata nel misterioso e inquietante mondo di internet.

Un atto di ribellione di due persone che, secondo uno schema mentale trito e ritrito, non dovrebbero neanche pensare a provare il mondo virtuale, come se esso fosse soltanto riservato a giovani o maniaci.

E invece in un atto di ribellione si costruiscono un’identità, non realmente fittizia, ma quella che hanno perduto durante il duro percorso della vita.

Rosa tea, il nickname, esiste; è la rosa di un tempo, giovane spensierata piena di sogni e passioni, cosi come Little Rambo è Antonio, l’uomo tutto d’un pezzo forte e pieno di voglia di vivere, quella perduta a causa di un lutto, di difficoltà finanziarie, di dedizione totale alla famiglia, di responsabilità che piano piano l’hanno schiacciato come un macigno.

Per svago, o per disperazione, o per ritrovare ciò che hanno perduto si immergono in un mondo che sembra più reale delle loro vite rassegnate quasi. Rosa combatte contro il male oscuro, che la mette di fronte tragicamente a se stessa, in un luogo solitario dove si ritrova a dover tirare fuori gli ultimi sprazzi di una forza che, in fondo, l’ha sempre sostenuta.

Ma che amaramente non trova, se non vivendo nel ricordo della Rosa giovanile. E così la foto che manda in giro è il simbolo di ciò che era, come se immaginare per un attimo di tornare indietro nel tempo, potesse restituirle non tanto la giovinezza; Rosa sa ed è consapevole che il tempo inesorabile passa, ma almeno un po’ di quel carisma, di quella follia, di quella spavalderia, che è propria, di chi sa che ha un futuro tutto da scrivere. E invece quel futuro loro lo vedono sbavato, quassi grigio e così vuoto da doversi aggrappare l’uno all’altro, in sogni, idee, confidenze che creano un amore di una poesia unica. Ed è bello che la nostra autrice abbia descritto l’altro lato dei social, quello che esula dal bullismo, dallo sfogo di una cattiveria covata negli animi per essere ciò che un tempo era l’epoca epistolare: uno scambio profondo di anima, di desideri nascosti e di bellezza dei sentimenti.

Che oggi sia una tastiera, o un tempo la leggiadra penna d’oca, l’intento dello scritto è quello di penetrare in profondo dentro noi stessi per catturare una sensazione e renderla eterna e intoccabile.

Rosa e Antonio trovano sì l’amore, ma anche una nuova linfa vitale, uno sprono a dare la svolta che essi meritano come esseri umano, perché senza passione, senza bellezza, senza la sensuale estasi dei sensi a qualsiasi età nessuna esistenza merita e va davvero vissuta appieno.

“I morti non fanno festa” di Massimo Blasi e Laura Zadra, Alter Ego edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

 

Lart, l’imbalsamatore di professione protagonista del precedente “Quel che è di Cesare” torna a indagare nella tenuta di Nummi, i padroni da cui è stato liberato venti anni prima.

Una serie di delitti apparentemente inspiegabili lo porteranno a seguire gli indizi in una spirale temporale dove il presente si fonde col passato… quel momento in cui Lart aveva perso l’amato figlio Corvino.

Razionale e lucido, l’investigatore/libetinario non perde mai la concentrazione.

Attento osservatore e parco di parole, riesce a tollerare ogni protagonista e con esso i suoi difetti.

Un ex padrone irascibile, testardo e irriverente nei confronti degli dei, una ex padrona logorroica e attenta più all’apparenza che alla sostanza, uno schiavo vanesio con un’intelligenza non acuta, una suocera scostante e sprezzante.

Una girandola di caratteri che vorticano intorno a Lart, il punto fermo della narrazione. Solo attraverso i suoi occhi, al lettore, tutto acquista senso.

Un romanzo molto acuto, con un taglio investigativo basato su indizi e deduzioni ma un contorno storico assolutamente originale e divertente.

Lo stile passa dall’ironia al dramma con grande disinvoltura, strappando più di una risata davanti ai siparietti dello schiavo Silvius e alle imprecazioni uniche del vecchio Giusto che hanno come oggetto i più svariati dei dell’Olimpo.

Ma allo stesso tempo il dramma della perdita di un figlio, il clima di diffidenza che si crea nel sapere che un assassino si aggira nella tenuta dei Nummi; le dinamiche familiari e i rapporti fra schiavi e padroni.

Un assaggio del mondo romano dove si descrivono le emozioni e i sentimenti che uniscono liberi e non liberi, matrone e ancelle, schiavi liberati e soldati.

Una panoramica acuta sulla società del tempo, dove ogni personaggio rappresenta, bene o male, un ceto.

La trama regge, il ritmo anche.

Incuriosisce e invoglia il lettore.

Una passeggiata nell’antica Roma condita coi vizi, le paure, le emozioni tutt’oggi comuni.

Un libro originale, ben studiato, accurato nel modo di descrivere la storia ma con una vena ironica assolutamente godibile.

Da leggere.