“Storie vere di donne mai esistite” di Simona Trivisani. A cura di Alessandra Micheli

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Avete mai pensato seriamente alla vita?

Non in termini finto filosofici ma più personali.

Tipo quali qualità deve avere chi intende creare e rendere la propria esistenza un capolavoro, quali capacità, quali valori devono accompagnare questo viaggio che oscilla tra un tunnel dell’orrore e un film fantasy?

Ci sono draghi da combattere, ombre con lunghi denti grondanti di sangue, buio e marcio.

Ma ci sono anche unicorni e arcobaleni.

Tutto senza polverina bianca miracolosa.

Ci sono prati immensi da far fiorire, da annaffiare a volte con lacrime, a volte con sorrisi. Esistono valli e pendii innevati, esistono praterie colorate e ricche di fiori strani.

La vita è una girandola frenetica, ma può essere anche un lungo sereno cammino verso il tramonto.

Allora cosa fa la differenza?

Il coraggio.

Ci vogliono palle per vivere, per sopportare ogni evento, per vedere le proprie ferite e non svenire dal disgusto, per guardare in faccia il male e non lasciarsi uccidere dal dolore.

Perché il dolore, la violenza, la volontà assurda dell’uomo di annichilire l’anima esiste, è la prova di chi si è arreso di chi pensa che rendere colorata la propria esistenza significhi annientare l’esistenza dell’altro.

Chi soverchia, chi deturpa, chi ride beffardo quando uno è immerso nel fango, è solo un vigliacco che con la sua prova ha fatto i conti e ha deciso di rinunciare.

Tempo fa ci fu una canzone che rappresentava la colonna sonora della mia vita: Gechi e vampiri.

 

Trasgressioni solo routine 
Stavo sempre uno schifo 
Con la gente sbagliata 
In un mondo che nel mondo non c’è 
E col tempo anche i sogni si fanno i bagagli 
E un bel giorno non li cerchi più 

Gerardina Trovato

 

Era una melodia struggente e disperata, perfetta per chi, come me, si trovava al bivio: continuare o rinunciare?

A che serve aver coraggio e lottare?

Perché non rinunciare ai giochi e abbandonare le armi, abbracciando l’oblio?

Perché chi rinuncia al combattimento, semplicemente rinuncia a esistere anche nei ricordi, negli esempi, nelle tracce lasciate da chi si impunta e serra i piedi lacerati sul terreno dicendo “no, da qua non mi sposto.”

Rinunciare alla vita, lasciare che le ferite portino infezione alla nostra anima, è lasciar vincere l’oscuro signore.

E non parlo di demoni con le corna o con le zampe caprine.

Parlo dell’ombra che ride alle nostre spalle, del dolore camuffato da scheletro ghignante che si nutre di noi fino a non lasciare traccia. Perché le anime sono come stelle, brillano più di notte, ma a volte la luce intensa può renderle solo pallidi ricordi.

L’ombra allora non è solo nero, ma è vuoto, una luce troppo intensa che acceca e spegne le stelle, che ti fa non esistere ma naufragare in quel senso di inutilità che è il non essere. Un immenso telone bianco, un’immensa stanza di attesa, come quella di un treno, dove i volti sono indistinguibili, tutti uguali, tutti con la stessa immobile espressione.

Perché quando il dolore vince, quando le ferite sono troppo intense, troppo da essere sopportate, troppo da aver ancora la volontà di curarle, quando della cicatrice si ha paura e non la si guarda con l’orgoglio fiero di un guerriero, si cessa di essere persone, si è numero, tra quelli che hanno deciso che il debito da pagare per esistere, era impossibile da pagare.

Storie vere non è che questo, un lungo sofferto racconto di chi si è trovato sull’orlo, davanti al bivio e ha scelto di non scegliere.

Chi decide di farla finita, chi si fa affossare dal dolore atroce, di chi della violenza subita ne fa sconfitta e non la nutre con la rabbia di dire: “tu non lo farai mai più”, di chi decide di sparire perché è scomoda o troppo diversa per un mondo che ci vuole omologati, di chi non nota i segnali della sopraffazione, perché ci hanno insegnato che amore è sacrificio, che dobbiamo indossare le pudiche vesti della crocerossina, nascondendo i nostri acuminati denti e la coda da lupa, sotto i castigati vestiti della donna perbene. Della donna da amare.

Chi sotterra la propria ascia davanti all’orrore e diventa vittima, perché è cosi che è sempre stato e sempre sarà.

Storie vere, non perché le altre siano fasulle, ma perché di verità in ogni episodio ce n’è troppa.

Vogliamo un esempio?

La prima è terrificantemente simile alla fiaba di Barbablu.

Il pelo azzurro nella strana barba del carnefice va sottovalutato, perché in fondo non è cosi importante. Non è un indizio che dietro alla classe, alla bellezza, si cela il mostro. La gelosia è oggi simbolo di totale amore, la ritroviamo in ogni maledetto romance, in ogni orrida storia complice di una società di merda che ci insegna a essere deboli, a essere vittime.

Cappuccetto rosso che va felice incontro al lupo e aspetta, aspetta l’arrivo del cacciatore.

Io voglio Cappuccetto rosso che il lupo lo prende da sola a botte, che da sola lo affronta, che è capace di difendersi.

E invece no.

Siamo docili, amorevoli e chi esce fuori dallo schema è tacciata da strega, arpia, acida, Medusa.

Siate dannate mante fiere di ogni appellativo!

Anche se vi chiamano puttane siate fiere, perché la puttana, ditelo a questa società macilenta e morta, era la donna Sacra posseduta dal Dio che per questo estremo atto d’amore la rendeva potente e degna di venerazione e perché no, di sacro timore.

Quando vi vogliono magre e bellissime fino a morirne, danzate, fiere delle vostre curve, morbide e lascive, sensuali e forti, cosi forti da essere degne di contenere tutta la divinità possibile.

Siate fiere di bestemmiare quando rifiutate un Dio che si sacrifica per noi, e siate fiere di venerarne uno che combatte fino alla fine, ridendo e cantando persino sui pezzi di società che abbatte con la sua scure.

Siate fiere di essere Khali la distruttrice, perché accanto a lei esiste colei che crea, che deve far morire per poi rinascere.

Siate fiere quando il maschio pusillanime vi dice “tu mi sconvolgi, mi metti in crisi, mi fai dubitare”,  perché è questo il vostro ruolo da sempre.

Siate fiere di essere carne, sangue, sesso, bellezza e interiorità, siate fiere quando vi dicono sei una scheggia vagante, perché significa che quella scheggia sfreccia senza timore attraverso secoli, le mode, le culture e resta fieramente sé stessa.

Siate fiere quando la vita va in sfracello, perché è allora che potete cambiarla.

Siate fiere quando tutto crolla, persino le vostre certezze, quando vi sentite sole, perché è il momento di rinascere, il momento di dialogare con voi stesse.

E soprattutto siate FIERE quando vi sentite strane, aliene da questo mondo, totalmente fuori sintonia con questa informe massa di frasi fatte.

Perché è questo che tutti dovrebbero essere: capaci di contestare e proporre alternative.

Essere donna, in queste tragiche storie e al tempo stesso piene di speranza, significa avere il potere di cambiare.

Simona io la conosco.

E’ una donna dai molteplici aspetti, apparentemente forte, tutt’uno con sé stessa. Incapace di piangersi addosso eppure cosi fragile nel suo leccarsi le ferite.

Ma è in quella fragilità, in quella rabbia che emerge la Donna, la Medusa e al tempo stesso la misericordiosa.

In lei la Dea si manifesta.

E si manifesta in questi libri che hanno le palle, di sollevare il velo e raccontare, di far riflettere, di incidere con forza sulla pietra di quella nostra ottusa mente.

E continua a farlo nonostante tutte voi preferiate non vedere, preferiate la vita menzognera, preferiate quelle identità stantie piene di alibi e compromessi. Ma lei non cede e continua a incidere.

Lei non si stanca neanche quando le sue mani si feriscono.

Lei sa, come lo sappiamo tutte noi vecchie lupe con il pelo rado ma fiere e ancora capaci di ululare, che è soltanto intonando un canto infinito che altre lupe si risveglieranno e formeranno quel branco antico che serve per portare nuove linfa vitale al mondo.

Leggetevi questo libro a unitevi al nostro ululato pieno di NO!

 

Un pomeriggio della vita ad aspettare che qualcosa voli
indovinare il viso di qualcuno che ti passa accanto
tornare indietro un anno un giorno
per vedere se per caso c’eri
e sentire in fondo al cuore un suono di cemento
mentre ho già cambiato uomo un’altra volta

Come si cambia per non morire
come si cambia per amore
come si cambia per non soffrire
come si cambia per ricominciare

Con gli occhi verdi e brillantina
sei tu il duemila certo che verrò
acida è la pioggia sopra le mie spalle nude
e dentro un taxi nella notte
avere freddo e non sapere dove
sopra un letto di bottiglie rotte strapazzarsi il cuore
e giocare a innamorarsi come prima

Quante luci dentro hai già spento
quante volte gli occhi hanno pianto
quante le incertezze già perse

Sentire il soffio della vita
su questo letto che fra poco vola
toccarti il cuore con le dita
e non avere paura di capire
che domani è un altro giorno

Come si cambia per non morire…..

Fiorella Mannoia

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