“Le memorie dal buio. La bestia” di Isa Pagliarini, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

La bellezza di un libro si manifesta quando ogni suo elemento è perfettamente armonizzato uno con l’altro. Ciò senza oscurare il vero protagonista del sogno di carta: il messaggio.

Tecnica, sintassi, struttura, devono essere perfetti arabeschi atti a incorniciare il senso stesso del libro che poi si risolve nell’intenzione originaria dello scrittore. Da quella, il nostro ardito e coraggioso fruitore, si immergerà in una storia fantastica, romantica e descrittiva, che però dovrà avere attinenza con il tempo che si trova a vivere, con le emozioni che bussano alla sua porta, con le sue peculiari, uniche, ma al tempo stesso archetipe esperienze di vita.

Tutto questo è lo si trova anche dentro l’horror, il fantasy è il genere più proiettato verso l’immaginazione, anzi oso dire che sono proprio questi che raccontano davvero l’uomo: l’orrore da voce alla sua parte più oscura, il fantastico descrive con i simboli i valori, le difficoltà, gli ostacoli nel percorso, atto a trasformare un soggetto in persona.

E diventare “persone” accettando i propri talenti e sbrogliando i vizi, è un lavoro certosino che prima o poi ognuno di noi deve compiere. E’ il dramma o l’opportunità della Vasilissa di fiabesca memoria, colei che per divenire Donna, deve sopportare i duri compiti della strega Baba Yaga, rappresentante sia la tradizione che la parte saggia e buia dell’animo. Una parte creata dagli archetipi, dagli elementi valoriali della società in cui si cresce, che vanno distrutti e al tempo stesso conservati. Senza la differenziazione tra cosa va salvato e cosa va rigettato, nessuna persona può diventare uomo, ma resta ingabbiato, burattino consenziente legato a fili invisibili che lo muovono a piacimento. Ci piace identificare questi fili con figure grottesche: demoni responsabili del male dilagante presente in ogni società sull’orlo del cambiamento. E sapete bene che per cambiare, per cessare di essere cosa si è per divenire altro, bisogna sopportare distruzione e sangue. E di solito sono eventi catastrofici i segni dell’avvenuta mutazione o della possibilità dell’evoluzione. Come reagiremo di fronte a questi bivi, deciderà chi siamo, e chi saremo.

Da questa premessa in pratica vi ho raccontato il meraviglioso libro di Isa Pagliarini.

Eh si miei adorati lettori, anche stavolta la Dark Zone ci presenta un testo che ai più apparirà come un bellissimo gotico, ma che conserva elementi di narrativa contemporanea e di saggio storico, nonché di elevato libro di formazione.

Ma iniziamo per gradi.

Il primo elemento che appare in maniera perfetta e netta è ovviamente il racconto del rapporto che ogni società, per quanto evoluta sia, ha con il diverso, con il mostro.

Oramai chi legge le mie recensioni sa benissimo che “mostro” ha due diverse accezioni: quella spaventosa di un essere che terrorizza per la sua deformità, rispetto alla convenzione che stabilisce sia canoni estetici che morali, e una più “sovrannaturale” oramai quasi dimenticata: il mostro è colui che, rispetto alla maggioranza del popolo, ha caratteristiche di potenza e di potere maggiori.

Mostrum diviene quindi l’eroe di antiche ballate, il frutto di un incontro con il divino che, una volta toccato il cuore o la mente umana, lo fa partecipe di una strana, oscura ma luminosa essenza che lo rende porta per l’alto dei cieli una vera “domus Dei” e “porta Coeli

Prendete il buon vecchio Giacobbe, colui che lottò con Dio:

Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba; quando quest’uomo vide che non poteva vincerlo, gli toccò la giuntura dell’anca, e la giuntura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui. E l’uomo disse: «Lasciami andare, perché spunta l’alba». E Giacobbe: «Non ti lascerò andare prima che tu mi abbia benedetto!»L’altro gli disse: «Qual è il tuo nome?» Ed egli rispose: «Giacobbe».Quello disse: «Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto».Giacobbe gli chiese: «Ti prego, svelami il tuo nome». Quello rispose: «Perché chiedi il mio nome?»E lo benedisse lì. Giacobbe chiamò quel luogo Peniel, perché disse: «Ho visto Dio faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata».Il sole si levò quando egli ebbe passato Peniel; e Giacobbe zoppicava dall’anca (Genesi 32,24-34)

Come potrete notare dallo strabiliante passo biblico, Giacobbe non solo combatte con una strana entità, ma riporta anche una sorta di menomazione. Dopo l’incontro, infatti, è claudicante. Ma essa ne fa al tempo stesso un uomo sacro, toccato dal divino che, appunto perché ha superato con coraggio e ardore la prova, ne viene da esso Benedetto, tanto da mutare la sua essenza da semplice umano a essere “semidivino”. Capite che, quindi, il monstrum deve la sua dicotomica natura a seconda dell’azione che compie e di come impiega i suoi nuovi talenti: possiamo essere sia sacri che impuri.

E questo libro, per la gioia di tutti, abbonda di mostri.

Ma la nostra autrice fa un passo in più.

Inizia a seminare pacatamente e intelligentemente nella mente del lettore un dubbio: alla fine, chi è il vero mostro?

L’essere toccato dalla divinità sia in modo caotico (demoni) o dedito all’ordine cosmico (streghe, magus e protettori delle foreste) o l’uomo stesso?

E l’attenzione si sposta sull’essere umano, impegnato in una delle sue maggiori atrocità, quella che coinvolse secondo le più rosee stime, quasi 15 mila persone: la caccia all’eresia.

Questo simpatico passatempo creato dall’Inquisizione Cattolica, ebbe per oggetto non soltanto le donne sapienti, le medichesse, le levatrici, le donne sole, quelle che oggi chiamiamo “Streghe”, ma anche ogni sostenitore di idee contrarie alla prassi etica e filosofica accettata dalla Chiesa. Un nome? Giordano Bruno, Galileo che, per evitare il rogo, dovette abiurare.

Indici di libri proibiti, che oggi sono per noi sostanza preziosa per allietare e far crescere la mente.

Ovviamente il peggiore trattamento fu riservato (che fortuna!) alla donna, che fu vittima non solo di una persecuzione fisica, ma soprattutto filosofica atta a spersonalizzarla a privarla di dignità e diritti e relegarla in un posto di estrema sudditanza. Così la donna smise di divenire persona per essere solo un oggetto da commercializzare.

L’inquisizione fu attiva in particolare nel XIII e nel XIV secolo per contrastare ogni minaccia ereticale e soprattutto gnostica che minava alla base il suo potere. E nel XV e XVI secolo si alleò con una classe medica decisa a brillare come una fulgida stella di autorità incontrastabile.

E quale miglior modo se non quello di allearsi con l’autorità più influente?

E la loro rabbia si canalizzo in ogni prassi scientifica anche se infarcita ancora di superstizione che metteva in dubbio la teoria aristotelica. Insomma, invece di stimolare la conoscenza e di usarla per scacciare l’oscurantismo della tradizione magica, (in questo caso onore a Paracelso che almeno ci provò) decide di contrastarla svalutando l’azione e la rispettabilità di donne sapienti.

Fu con l’affermarsi dell’ideologia illuministica e della volontà liberale di alcuni stati che l’orrore si attenuò, ma non sparì mai questa paura per l’ignoto, trasformandosi in ideologia.

Questa però è un altra storia.

Quando l’Illuminismo comparve sulla scena europea attrasse le menti più brillanti, iniziò a distruggere i vecchi sistemi di pensiero, scatenando in modo ovvio e scontato la reazione dei più, che si trovarono spaesati dinnanzi alla perdita costante di sicurezze.

In particolare questo disagio si avvertì nelle campagne, protagoniste indiscusse di questo libro. Ed ecco che Isa inizia a raccontare una parte dimenticata della nostra storia: l’Italia (ma io direi l’Europa) rurale di fronte all’innovazione portata dai tempi.

Vedete, per la mentalità contadina, l’avanzare del progresso e il conseguente cambiamento della mentalità da essa veicolato, fu difficile e devastante per un motivo: per impiantare nuovi valori bisognava per forza spezzare le solidarietà antiche, quelle che facevano di ogni villaggio rurale un microcosmo, organismo perfettamente oliato e perfettamente bilanciato. La strega, il magus, il “druido”, il saggio e il consiglio di anziani era il garante del legame che si fondava sulla capacità di trovare un equilibrio tra le varie parti, onde assicurare una certa autosufficienza. In pratica, ogni comunità era un perfetto esempio di equilibrio omeostatico, quello che fu poi sviluppato nella teoria cibernetica.

Il potere era, dunque, non gerarchico ma orizzontale. Ognuno era importante tassello della comunità, come elemento unico e inimitabile e importante di un completo mosaico. Per dominare questo particolare tipo di società, bisognava sostituire il precedente schema organizzativo con uno gerarchico, che presupponeva un elemento dominante e tanti piccoli dominati, e il primo cardine da spezzare per ottenere questo era appunto rispetto e mutuo soccorso, tenuto assieme dall’empatia e da una considerazione dell’ambiente non come ostile ma come funzionale alla sopravvivenza, rispettando quindi le forze naturali con riti estremamente complicati e complessi, essi si assicuravano di volta in volta, prosperità e compiacenza dei numi. Ecco che la chiesa, destruttura il precedente schema mentale, sostituendolo con la paura del peccato e dell’ignoto, e con una divinità che lungi dal farsi ammorbidire con stupidi riti, era sospettosa e minacciosa. Unica salvezza era il totale affidamento alla gerarchia cattolica e la pedissequa accettazione di ferree regole da rispettare senza indugi ma in modo quasi ossessivo.

Piano, piano, nonostante delle resistenze nelle zone più impervie dove antico e nuovo cercavano di convivere seppur con difficoltà, dando vita a ibridi religiosi interessanti, il mondo contadino divenne assuefatto alla nuova morale; chinando la testa e denunciando per convenienza le parti del proprio corpo sociale divenne profondamente indifeso di fronte allo strapotere.

Il mondo contadino fu quindi privato della propria autonomia, divenendo merce, oggetto e nutrendo le pance dei nobili e del clero. Favolosa è la descrizione fatta da Mark Twain del mondo medievale e della sua barbarie nel testo “Un americano alla corte di Re Artù”. Ma anche durante il ‘500 (secolo di Rinascimento) e peggio nel ‘600, attraversato da una tremenda crisi economica, il contadino non brillava certo di soddisfazione e compiacimento. E gli unici momenti di svago erano, udite udite, proprio i sabba, rei di essere convitti di diavoli e esseri infernali.

Ora immaginate la loro rassegnazione, la loro triste accettazione dello status quo difficile e sofferta, e adesso applicate a questo consenso necessario, l’avvento di un ulteriore stravolgimento: il secolo dei lumi.

Il mondo rurale si trova di nuovo ad affrontare un complicato cambiamento culturale senza che, però, esso stravolga la loro condizione. La rabbia, il rancore, l’insoddisfazione, emergono in quello che poterà alla terribile rivoluzione francese.

Potevano susseguirsi Re e Imperatori, dittatori e Papi, ma alla fine i nobili avrebbero governato, spalleggiati dal clero, sul novanta per cento della popolazione in stato di indigenza. Se fosse andata bene, il governante avrebbe analizzato il territorio e preso le scelte migliori, se fosse andata male, avrebbe distrutto ogni conquista faticosamente raggiunta dal popolo.

Il nostro libro inizia in quel secolo di transizione, laddove la scienza titubante cercava di spiegare le sue ali fiammeggianti con la minaccia di distruggere ogni precedente idea, ogni sicurezza, ogni certezza.

Draco, Cècile, Tano, Etienne, sono gli ultimi legami che il mondo ha con il numinoso, legami che saranno poi tranciati di netto permettendo all’oscuro mondo dei demoni, di invadere e di ghignare in ogni nostra epoca.

Senza più la barriera del sacro a tenere a bada gli istinti più turpi, la violenza e l’orrore saranno liberi di dilagare e a pochi rimarrà la volontà di combatterli, perché il vero mostro, il vero killer, colui che nutrirà le sfere di Lucifero, non è altro che l’emarginazione, l’ignoranza, il pregiudizio e la sopraffazione.

Ognuno di questi turpi difetti umani nutrirà e nutre ancora oggi, il portale che divide il mondo ctonio da quello dei cieli.

Fondamentalmente, il mondo oscuro non è necessariamente “negativo”, maligno e disordinato. Lo diventa quando le pulsioni umane non vengono liberate dalle scorie, e queste scorie sono appunto frustrazione, voglia di rivalsa, voglia di piacere estremo, di trasgressione, rabbia e desiderio di vendetta. Il mondo della piccola Cècile è semplicemente questo: un mondo alla deriva che distrugge, senza pensare alle conseguenze di tale distruzione.

Vedete la scienza è importante, ma non se diviene strumento di potere, non se non viene elargita all’altro, al cosiddetto popolo.

Non se la definizione di popolo contiene in sè anche un giudizio di valore e un certo snobbismo.

Se resta nelle mani gelose di pochi non diviene strumento di liberazione ma una nuova schiavitù. La malattia è catena, la povertà alimenta la malattia, l’ignoranza ci costringe a rifugiarci in coloro o colui che ci promette la rivalsa.

Tutto è una catena torbida che l’umanità ancora non ha imparato, e che chissà se imparerà mai.

Di conseguenza Cècile, la rappresentante del legame tra il vecchio e il nuovo, colei che vive tra due mondi, è al tempo stesso la salvezza e l’ostacolo al potere. In lei convive la tradizione, quella che racconta di rispetto e crescita, e l’innovazione, quella che grazie a rispetto e crescita dona nuova luce al mondo. La sua curiosità è stimolo, la sua azione guaritrice è per tutti e a tutti apre il proprio bagaglio di conoscenza.

Lei, donna, diviene il simbolo del nuovo millennio che attendiamo da sempre, laddove la scienza e l’etica si abbracciano, dove i limiti sono rispettati con devozione e la bellezza del creato, la meraviglia, quella sensazione di appartenenza divengono una splendida filosofia ecologica.

Cècile non si fa spaventare dalle superstizioni.

Cécile era la rappresentante perfetta della contraddizione nella società di quel tempo : studiava con profitto insieme al nonno le più moderne teorie mediche e farmacologiche, ma nonostante la sua spinta illuminista e razionale, aveva mantenuto certe tradizioni apprese dai libri della madre.

Lei vuole sapere, vuole sbrogliare i segreti, come la Vasilissa è pronta ad affrontare la sua Baba Yaga e separare le scorie dai semi che danno frutti (uno dei compiti più importanti della Vasilissa nella splendida fiaba russa, è quello di distinguere tra sassi e lenticchie, simbolo della necessaria differenziazione tra elementi di crescita e di stasi), non a caso è in grado di penetrare nelle regioni inferiori, psichiche (la foresta) senza temerle anzi conoscendo, in virtù di un particolare retaggio, ogni suo segreto. Nella foresta non vive solo l’orrore ma anche i frutti del sostentamento e le erbe della guarigione:

Corse via, oltre le marcite fino a quel confine netto tra civiltà e mondo selvaggio, immergendosi nel verde fitto della foresta che cingeva d’assedio ogni insediamento umano in quella provincia agricola nel cuore della pianura padana.

E forse è in quel suo coraggio nell’immergersi nel bosco, che la nostra eroina riuscirà a salvare il suo mondo e persino a creare una nuova alternativa dove convivono, in armonia, i diversi. Ma è soprattutto la tramite la sua iniziazione, la perdita necessaria dell’innocenza che ci porta alla scoperta di un terribile segreto:

Cécile sapeva che l’inferno era lì, in terra. Nasceva, prendeva forza e si rinnovava a ogni azione empia degli uomini, del loro libero arbitrio.

Magari tatuiamocela addosso questa importante verità, perché solo conoscendo davvero la natura della bestia possiamo sperare di sconfiggerla e addomesticarla.

Altrimenti, credetemi, la nostra umanità è spacciata.

Torna l’attesissima rubrica i consigli Katya. oggi tocca al libro “Scacco alla regina” di Mario Mazzanti, Leone editore.

 

 “Il serial killer uccide per sentirsi potente”. Tre omicidi efferati. Tre vite spezzate. Tre donne colpite. Un nuovo mostro in città. Una giornalista senza scrupoli. A cui piace giocare con il fuoco. La caccia a uno spietato assassino porterà lo psichiatra Claps e la giornalista Greta a confrontarsi con una realtà oscura e inquietante, dalla quale si può riemergere solo come eroi o come vittime. Una disperata partita a scacchi nella quale ogni mossa comporta la perdita di una vita umana. La soluzione del caso sembra essere sempre a portata di mano, ma mai raggiungibile, e ogni gradino superato conduce soltanto più in profondità nell’antro dell’assassino. Fino all’ultima mossa. Contro tutto e tutti, Claps potrà avvalersi soltanto dell’aiuto di un hacker, ma forse questo non basta. Forse per fermare l’assassino, dovrà dare in cambio la sua vita: sacrificare un alfiere per salvare la regina. Un thriller che lascia senza fiato, in cui niente è come sembra e la verità affonda le radici nelle più cupe ambizioni umane.

 

Diamine!

Mazzanti è bravo forte!!!
Ho letto questo libro col cuore in gola.

Volevo sapere, capire, intuire; macché.

Niente!

Ci sono rimasta alla fine, perché che fosse quello lì, il colpevole, non me l’aspettavo proprio!

Ho comprato anche gli altri due libri della serie: divorati.
Mazzanti, scrive proprio bene, bene, bene.

Ti tiene incollata alle pagine, ti stuzzica, ti da un indizio e poi se lo ripiglia…

Un grande!
I personaggi sono molto ben caratterizzati e ti ci affezioni.

E magari non dovresti…
Però dai, in questo libro c’è un bel finale.
L’unico neo?

Gli scacchi; ma diciamolo pure, è un mio limite.  Non sapendoci giocare non ho potuto apprezzare in pieno le mosse dei giocatori, ma Mazzanti è, ripeto, molto bravo, e le sue spiegazioni sono esaustive e per nulla noiose o ridondanti.

Mi piace. Mi piace. Mi piace!
Ah, un altro neo…

Non so quando e se ne uscirà un altro!

Dati libro

Autore: Mario Mazzanti

Editore: Leone

Collana: Mistéria

Anno edizione: 2011

Pagine: 506