“La ragazza nel bosco” di Carmen Weiz, quest edizioni. A cura di Francesca Giovannetti.

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Introduzione

Un libro è un’opera d’arte.

E’ la capacità dell’autore di dipingere non con colori ma con parole un quadro che può essere attinente al mondo animico o al mondo del cosiddetto reale. E ogni volta che un autore mi dona un libro, lo dona al mio blog e al mio ridotto staff è un’emozione indescrivibile.

Carmen ha talento.

Lo si legge in ogni respiro che pervade questa carta stampata e che diviene esso stesso anima.

E’ qualcosa che prende vita, come un golem ma dotato di uno spiriti che il buon vecchio uomo di argilla non potrà mai avere.

E’ fantasia e sensazioni.

Ha il tocco acuto e sensibile della attenta scrutatrice del reale. E’ attuale al tempo stesso vuole donare un tocco di speranza, per combattere i peggiori istinti umani, ivi riportati con classe ma con la necessaria e doverosa crudezza.

E ci ricorda come l’amore, considerato non solo come incontro di corpi ma di emozioni, può salvarci dal baratro di una società improntata all’egoica competizione.

Come tale il libro di Carmen va e deve essere  trattato da ogni addetto al mestiere.

Come un gioiello va lavorato, reso diamante e atto a adornare luminosi monili.

Non va trascurato.

Perchè farlo, significa annientare la bellezza che esso rappresenta e deve rappresentare.

Quando un libro viene curato, allora si che il mio sorriso brilla radioso.

Ma nonostante la becera tendenza a non coccolare l’arte, Carmen mi fa sorridere lo stesso, perché…è brava,

I libro può essere perfezionato.

Il talento o c’è o non c’è

E per una benevole concessione delle muse, oggi si è fatto carne in questo testo.

Lo vogliamo guidare?

Buon viaggio

 

 

La voce di Francesca racconta…..

 

Anna, giovane ragazza proveniente dal Brasile, si trova coinvolta in un traffico di essere umani, la moderna tratta degli schiavi. Coraggiosa e audace fuggirà al suo destino imbattendosi nell’avvenente Thomas Graff, ufficiale della polizia svizzera.

Così inizia questo thriller, tinto di rosa, catapultando il lettore nella crudele mercificazione dell’essere umano, dove la realtà povera di un paese come il Brasile deve fare i conti soprattutto con le figlie femmine, che sono considerate più un peso che un aiuto alla famiglia.

Dunque decine di giovani vengono spinte verso comunità religiose, dalle quali uomini senza scrupoli faranno perdere le tracce. È un gioco al massacro dove povertà genera criminalità.

Qui l’autrice si avvicina in punta di piedi all’atroce tratta delle nuove schiave, prelevate a loro insaputa, ingannate con bugie e false promesse; la maggior parte di loro si perde, come non fossero mai esistite, ingoiate da una rete internazionale di depravazione.

È un tema terribilmente attuale e scottante, non facile da affrontare senza scadere nella banalità. L’autrice dimostra grande sensibilità nel descrivere gli stati d’animo della protagonista, catapultata dall’euforia verso il peggiore degli incubi. Mi piace definire Anna un’eroina, perché sono necessaire forza, volontà e coraggio quasi sovrumani per ribellarsi e decidere di reagire. Una ragazza semplice, pedina di un gioco che non comprende fino in fondo ma fermamente decisa a rinascere.

E se una parte dei “cattivi” è ben chiara è definita, ne esiste un’altra, più subdola: chi dovrebbe dar loro la caccia non si preoccupa solo di questo, ma anche della propria carriera; la tragedia di molti può essere l’opportunità di carriera per un singolo. E così, nei ranghi delle forze dell’ordine, impegnate nella cattura, c’è anche spazio per lo scontro di autorità e per la determinazione delle giurisdizioni. Un libro attento anche alla parte legale, descrittiva del funzionamento della polizia e degli organi di indagine internazionali.

Un thriller ben costruito che mantiene il lettore sempre interessato.

Ma anche dal peggiore degli incubi può nascere qualcosa di meraviglioso. Ed è l’amore fra i due protagonisti. Thomas Graff, irreprensibile agente, con il cuore ormai chiuso dopo una cocente delusione, sarà costretto a fare i conti con un personaggio femminile unico, per bellezza e gentilezza d’animo. Una storia che si incastra alla perfezione senza togliere niente alla suspense del thriller, anzi, aggiungendo un ingrediente in più.

Un libro e un’autrice di grandi potenzialità, che ho molto apprezzato ma che mi ha lasciato un pizzico di amarezza.

Ogni libro è un’opera d’arte e come tale va trattato, ma verrei meno al mio spirito critico se omettessi di segnalare qualche imperfezione di forma che ho trovato nel testo; niente che non possa essere risolto con un’attenta correzione di bozze.

E questo libro la merita davvero.

“Figlie della stessa anima” Di Brunella Canobbio, 0111 Edizioni. A cura di Ilaria Grossi e Milena Mannini. Introduzione a cura di Alessandra Micheli

 

Introduzione

Quando un libro è ricco di sfaccettature e di dettagli è impossibile raccontarlo con una sola voce. Serve un coro armonico che possa dare dignità alle diverse intonazioni di un testo. In particolare dei cosiddetti libri di formazione che riguardano sempre un elemento importantissimo per il nostro essere umani ossia l’anima.

Immortalata da dipinti, venerata da mille scritti, l’anima è e sarà sempre la protagonista indiscussa della nostra esperienza di vita. Sfaccettata come in diamante di cui riusciremo a vedere solo quei lati illuminati dal sole, dobbiamo essere consapevoli che, altri, ammantati di ombra non sono meno importanti.

E per raccontarsi e raccontarci questi piccoli oscuri specchi si servono del dolore, che sceglia quell’istinto di sopravvivenza di amore per la vita che ci fa proseguire la strada, nonostante tutto.

Ed è quel nonostante tutto che ci accomuna, che ci fa abbracciare l’altro che riconosciamo come stesso pellegrino lungo questo percorso che diventa cosi vicino a noi, cosi parte di noi da stimolare la compassione, ossia il provare con l’altro le stesse emozioni, gli stessi affanni e le stesse profonde pulsioni. E’ come poi programmeremo la soluzione che ci renderà diversi si ma uniti da un sottile stesso brillante filo.

Figli della stessa anima come se tutti noi fossimo parte di quello incomprensibile splendido universo che dietro al dolore nasconde una ricchezza immensa.

E questa ricchezza andrà, spesso a cozzare con le ristrette leggi del nostro vivere societario.

Allora sarà doverosa l’ardua scelta: a chi davvero dare la priorità?

E noi stessi o al mondo che ci chiama con voce stridula?

Dalla voce di due donne, entrambe ricche di sentimento e entrambe portatrici di diverse esperienze di vita lascio il racconto del libro di Brunella, un libro che sono sicura, non vi lascerà indifferenti

Buon Viaggio

La forza dell’amore: quella di restare meravigliosamente se stessi. A cura di Ilaria Grossi

Spesso pensiamo che la nostra realizzazione avvenga dimostrando qualcosa, senza capire che non abbiamo bisogno del consenso degli altri. La realizzazione di sé parte da noi, altrimenti sarebbe solo un surrogato temporaneo destinato a scomparire. Tutto ha inizio in noi ed è sempre in noi che termina. Viviamo in una realtà che ci insegna a dover sempre rendere conto agli altri, ma è nostro dovere liberarci da questa ragnatela. Dobbiamo rendere conto solo a noi stessi, poi alle persone che amiamo, agli altri solo per ultimi. L’unico obbligo nei confronti della società è il rispetto delle scelte di vita altrui. Peccato che tutto questo, il mondo là fuori, non lo capisca”

Francesca e Flò sono le due donne protagoniste di un libro che affronta la depressione, il mal di vivere, la maternità negata e la grande forza di chi sceglie di amare “nonostante tutto”.

Francesca sente cucito addosso il ruolo di figlia che avrebbe dovuto sostituire, colmare il vuoto di un figlio che non c’è più.

Francesca non hai mai ottenuto le risposte ai suoi perché, al suo sentirsi sempre fuori posto, alle tante domande che riempivano la sua mente solo di voci che tormentavano quotidianamente un’anima fragile, fortemente sensibile, preferendo così chiudersi nel suo silenzio, isolandosi e cercando conforto in flaconcini di medicine prese sempre più a dose maggiori che la catapultavano direttamente in un lungo sonno e in quel silenzio tanto desiderato.

La “Signora” con cui viene definita la depressione è l’ospite indesiderata della sua vita, capace di impossessarsi di tutto per restituire niente.

Lei è sempre lì, anche quando fuori tutto scorre, Francesca avverte la sua presenza e si rifugia, spesso umiliandosi, nelle braccia di uomini sbagliati, troppo complicato capire Francesca, riducendo tutto ad una fugace attrazione fisica.

Tutto questo rende Francesca ancora più insicura e fragile emotivamente e si convince del fatto che per lei non c’è amore e inizia così la sua autodistruzione, la sua discesa agli inferi. E’ un viaggio doloroso, un tuffo nel vuoto, non semplice da capire perché parliamo di dolore, di tormento, di mal di vivere, di combattere ogni giorno con sè stessi e contro la “Signora” e contro una società che ci vuole troppo perfetti e tende a metterci in stereotipi.

Flò, 38 anni, scopre di essere incinta tra l’incredulità e la paura di diventare mamma, quando ormai non ci sperava più dopo tre gravidanze interrotte. Il suo viaggio comincia quel giorno, dubbi, paure, mille pensieri che non le permettono di vivere la gioia del momento, perché il passato l’ha messa a dura a prova e ripercorrere gli stessi passi fa paura.

Flò affronterà l’esito di un risultato con grande coraggio, la bambina potrebbe essere affetta della sindrome di Down, nonostante tutto e tutti, la paura e lo smarrimento di suo marito Manuel.

“Nella vita vince sempre chi ha più coraggio”

Flò dimostra un grande coraggio, nonostante il dolore e una perdita che lacera l’anima, la sua scelta è quella di amare e amare ancora. Francesca, dopo un momento terribile in cui mette in serio pericolo la sua vita, ricomincia la salita e anche se non è per niente semplice, sente di avere un grande debito nei confronti della vita e di ricominciare per non lasciarsi più morire dentro.

“Chi può dire di quante lezioni di vita abbiamo bisogno? Rialzarsi e imparare, questa deve essere sempre la nostra risposta all’esistenza. Almeno dobbiamo provarci”

Sono entrata in punta di piedi, in un libro in cui avvertivo tematiche forti e toccanti. La storia di Francesca e Flò, figlie della stessa anima, è capace di lasciare brividi sulla pelle, perché il dolore e la sofferenza dell’anima hanno un peso troppo grande da sopportare e sì ci vuole tanto coraggio per affrontare il nonostante tutto e andare avanti.

Con uno stile fluido, cristallino e sicuramente toccante, Brunella Canobbio è capace di toccare con le sue parole le corde dell’animo, non nego di essermi commossa nella parte finale e il messaggio che lascia al lettore è forte, una scelta di coraggio e di grande amore.

“E l’amore che conta” e l’anima fa pace con il proprio io, camminando finalmente assieme in quel cammino non sempre semplice che è la vita.

Esiste un luogo “sacro” che si chiama anima. Laddove tutto quello che conta si incide in modo indelebile. Parole gesti e pensieri sono fotografati per l’eternità. Perciò… quando bussi a quella “porta” prima di entrare… lima le unghie togli le scarpe spogliati delle bugie e vestiti solamente di te… sii te stesso.
Silvana Stremiz

Buona lettura.

Ilaria Grossi per Les fleurs du mal blog letterario

Essere se stessi. La medicina che satura le ferite. A cura di Milena Mannini.

Che cos’è l’anima? L’anima è coscienza.
E brilla come la luce dentro al cuore.

Brihadaranyaka Upanishad

Ci sono molte cose che condizionano la nostra vita, eventi, persone, abitudini.

Il nostro carattere ci permette di vagliare, giudicare, affrontare e superare ogni situazione la vita ci presenti sul nostro cammino.

Ci sono però persone che sono condizionate fin da piccole, da eventi che precedenti persino alla loro nascita, come la morte di un fratello che mai conosceranno, e il dolore dei genitori a quella perdita che li fa prendere decisioni sbagliate.

Invece arrivò lei, Francesca, e la nube nera da quella casa non se ne andò: negli occhi di una bimba di appena quattro anni si rispecchiava-no un padre e una madre che vivevano nel passato. Questo l’aveva portata, per molti anni, a pensare a se stessa come a un surrogato mal riuscito.

Queste persone crescono con un senso d’inadeguatezza che li logora nell’anima nonostante provino ad affrontare ogni situazione.

Non puoi amare un figlio se stai ancora piangendo quello che hai perso : questa era l’idea elaborata dalla sua psiche da adolescente e che, senza saperlo, avrebbe condizionato tutta la sua vita.

E, credetemi, dopo anni di questa sensazione nasce dentro di te solo la voglia di smettere di sentirti sbagliato, anche solo per poche ore, tutto è sempre più difficile, fingere di stare bene, di avere tutto sotto controllo, perché se solo ti distrai, tutto cadrà e di te non resterà nulla.

L’eterna lotta tra l’essere e il dover essere.

Brunella Canobbio racconta questa sofferenza attraverso Francesca, che fin dall’infanzia è cresciuta con il peso, di dover essere all’altezza di qualcuno che non c’era più, vive una vita che non è la sua pur di non deludere i genitori che, invece di amarla per quello che era, riversano in lei delle aspettative sbagliate.

Con l’anima dilaniata Francesca trova rifugio in un medicinale, di cui abusa sempre più, perché è l’unico mezzo per trovare pace, anche se solo per poche ore.

Ora poteva riposarsi dalla recita senza fine che era la sua vita.

La ragazza diventa così due anime nello stesso corpo, quella che tutti vedono e quella che in realtà è. Con il passare del tempo la situazione sfugge dalle mani della ragazza che si ritrova a elemosinare l’amore di uomini che riescono a fare breccia nella corazza di protezione. Più stava male, più era dipendente dai farmaci, più si concedeva a relazioni sterili che non potevano portare a nulla di buono.

Spesso pensiamo che la nostra realizzazione avvenga dimostrando qualcosa, senza capire che non abbiamo bisogno del consenso degli altri. La realizzazione di sé parte da noi, altrimenti sarebbe solo un surrogato temporaneo destinato a scomparire. Tutto ha iniziò in noi ed è sempre in noi che termina. Viviamo in una realtà che ci insegna a dover sempre rendere conto agli altri, ma è nostro dovere liberarci da questa ragnatela. Dobbiamo rendere conto solo a noi stessi, poi alle persone che amiamo, agli altri solo per ultimi. L’unico obbligo nei confronti della società è il rispetto delle scelte di vita altrui. Peccato che tutto questo, il mondo là fuori, non lo capisca.

E’ un circolo vizioso dal quale è difficile sottrarsi, ogni volta che cade nella dipendenza si ripete che può farcela, che tutto è sotto controllo, fin quando non tocca il fondo e finalmente Francesca è pronta a prendere in mano il suo futuro

In quel momento capii nuovamente che perdersi è un percorso della vita. Ritrovarsi un altro inizio.

Il libro racconta in parallelo le due fasi della vita della protagonista, quella vissuta sotto il mantello della depressione e dipendenza da farmaci, e quella del riscatto in cui Francesca ha raggiunto un equilibrio con le due anime che la compongono, ha imparato a convivere con le sue debolezze, ad accettarle, e anche se le prove da affrontare non smettono mai, ora è sostenuta dall’amore del marito.

Ma la stabilità emotiva è sempre appesa ad un filo e la dipendenza è un nemico che sa aspettare il momento opportuno per tentarti nuovamente.

L’occasione arriva con una gravidanza inattesa, quando ormai sia lei che il marito avevano smesso di sognare.

Dubbi, paure, decisioni, tutte situazioni che mettono in pericolo la serenità conquistata faticosamente. Non si è mai immuni dalle scelte fatte, mantenere i propositi che ci siamo fatti e soprattutto, volerci bene, perché siamo noi stessi che per prima dobbiamo imparare ad amarci per quello che siamo.

Vorrei essere un’altra, una come tanti, ma sono Francesca, una giovane donna che ama annientarsi piuttosto che affrontare la vita. Questa è l’unica realtà.

Buona lettura Milena

Al tuo cuore con la poesia di Rosario Tomarchio: alla famiglia ed alle persone care. Di Alessia Mocci (Fonte http://oubliettemagazine.com/2018/11/21/al-tuo-cuore-con-la-poesia-di-rosario-tomarchio-alla-famiglia-ed-alle-persone-care/ )

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“Vorrei essere una fontana/ Che dona allegramente acqua/ A tutti gli anziani al riparo delle calde ore,/ in circolo ricordano il loro passato/ e progettano sogni infiniti/ […]” “Vorrei essere una fontana”

 

La figurazione millenaria dell’anziano dell’essere umano che ha permesso agli anni di solcargli il viso e le mani che, in circolo davanti ad una fontana, si cimenta nella narrazione di ciò che la sua mente rammenta in quell’istante, al riparo dal sole.

Ancor più solcato è il Pensiero e, libero senza il tremolare delle ginocchia, affronta la scia di immagini talvolta supportata da sogni a cui non si può decretar la fine.

La voce narrante esprime la volontà di esser acqua la trasformazione in una fontana forse per poter sentire quei segreti che gli anziani si narrano o forse per rinfrescare i loro respiri con nuova linfa.

Al tuo cuore con la poesia” è una breve raccolta poetica dell’autore siciliano Rosario Tomarchio. L’autore conta di numerose pubblicazioni sia poetiche come “La musica del silenzio” (Statale 11, 2010), “Storia d’amore” (Aletti editore, 2012), “Ricordi di poesie” (Rupe Mutevole Edizioni, 2013), “Cielo” (Rupe Mutevole Edizioni, 2014) sia brevissimi saggi come “Il mito della semplicità”, “In cammino”, “Dalla grotta al tempio”, “In viaggio per incontrare Gesù”.

 

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La raccolta è dedicata al cuore dello stesso autore, ogni verso nasce dal profondo amore verso le persone care: ai genitori (al padre, l’uomo del silenzio; alla madre, la donna della vita), ai pochi e veri amici che una persona conta sulle dita della mano, ad una relazione con una donna del passato, alla nonna Vincenza scomparsa molti anni fa, alla lettura dei Vangeli che sin da giovane hanno popolato la sua mente, agli animali che rendono la vita meno solitaria.

Il versificare è semplice, le parole sono immediate. Percorrono immagini care a Rosario e che si dipanano tra ricordi e presente in una continua esortazione all’amore.

 

“Quante volte mi ritrovo con il cuore affranto,/ con le lacrime che disegnano curve sul viso./ Quante volte mi ritrovo in un angolo del mondo,/ a rileggere lo stesso libro/ che racconta la mia vita/ tra poche gioie e tanti dolori./ Quante volte mi ritrovo sotto questo cielo,/ a guardare le stelle/ sperando ancora di poter colorare i sogni./ […]” “Dedicata a tutti i cani che ci fanno compagnia”

 

Rosario rilegge il suo libro chiamato vita, come tanti esseri umani vive una solitudine portata da quello che stiamo chiamando “progresso” ma che sempre più si rivela “regresso”.

La famiglia non ha più quel potere di collante sociale, il figlio è chiamato all’imperante isolamento nella quale tutti possiamo accedere al social network che ha avuto la pretesa di avvicinare le persone ma che ci ha resi schiavi delle mura di una casa e di un dispositivo che presenta una facciata, la misera ombra di noi stessi.

Rosario, con le lacrime che curvano il viso, si ritrova a guardare il cielo e quelle stelle che sin da bambino ascoltavano i suoi malumori e le sue gioie.

E se tutto intorno diventa estraneo, e se l’empatia verso l’altro dimostra di non trovar appiglio, l’autore ritrova la fiducia nella vita in un animale, nel sguardo complice di un cagnolino che si avvicina e che senza bisogno di parole, senza doni o serenate rammenta la semplicità dell’emozione.

 

“Che vanto nei hai fante/ A vincere tutte le battaglie/ Se non tocchi il cuore/ Della tua regina?/ […]” “Fante innamorato”

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

Facebook Rosario Tomarchio

https://www.facebook.com/profile.php?id=100017034757004

Acquista Al tuo cuore con la poesia

 

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2018/11/21/al-tuo-cuore-con-la-poesia-di-rosario-tomarchio-alla-famiglia-ed-alle-persone-care/

 

“Ogni uomo uccide ciò che ama. Un indagine di provincia” di Claudio Pastena, il Terebinto editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni volta che che leggo un libro mi fermo sempre a capire quali emozioni ha suscitato la lettura. Questo me lo fa sentire più mio, creando una speciale empatia, unica e irripetibile.

Il libro mi parla, odo la sua voce, ascolto i consigli, i lamenti o gli sbeffeggi.

Il libro è la mano che mi guida in questa strana e a volte triste commedia dell’arte chiamata vita, dove noi non siamo altro che guitti improvvisati, a volte folli, a volte fin troppo sani e pregni di aspettative.

E sono quelle che nei casi più disperati dominano il nostro essere, uccidendo la fantasia con l’anarchia del possesso o del vizio.

Siamo tutti equilibristi che camminano su un filo sottile, consci che basta un solo sguardo verso l’abisso per esserne inesorabilmente intrappolati, non come vittime, ma come abominevoli mostri consenzienti.

Sì, mostri.

Nonostante il temine significa speciali, strabilianti, sono conscia che possiamo esserlo in tanti modi, alcuni dei quali crudeli e insensibili capaci solo di lacerare il tessuto così fragile e così splendente dell’altro e del mondo che l’altro contiene.

Allora mi sono fermata.

Ho posato il libro, anzi il reader, e ho fissato quel biancore brillante pieno di quei segni che assieme formano parole.

E sono conscia altresì che dietro questo linguaggio a cui tutti possono arrivare ne esiste un altro, più sottile, più misterioso, capace di raccontarmi altro, una storia nella storia, dal significato più sottile e forse allarmante.

La sensazione di chi finisce di leggere il libro di Pastena è… tristezza.

Amarezza.

Un sapore aspro sulla lingua che arriva fino al cuore, rendendolo pesante come un macigno.

Oh sì, un libro bellissimo, ritmo incalzante, personaggi spietatamente definiti senza alcuna remora a raccontarne il lato oscuro, colpi di scena e un umorismo sottilmente malvagio.

Oh sì, farebbe la felicità di tanti colti esperti.

Ma io non sono un critico, sono soltanto un’amante dei significati, una discepola che venera la comunicazione come elemento di crescita.

Sono lì a cercare l’informazione nascosta, criptata tra quei segni fin troppo conosciuti e spalleggiati dalla tecnica e che non sono altro che specchietto per le allodole di tanti, oserei dire, materialisti incentrati e inneggianti alla forma.

Io no.

Io credo che possiamo divenire, come dicevano gli gnostici veri pneumatici, ossia esseri di solo respiro, di solo ritmo, di solo suono, capaci di scovare nella sostanza il seme del cambiamento.

Perché oramai lo so, un’informazione non è altro che la certezza e il riconoscimento di una differenza, ed è nella differenza che si cresce e si evolve.

E cos’è questa differenza?

È la risultante tra ciò che è apparenza e ciò che essa cela, come un tesoro prezioso, perché solo i tesori preziosi vengono occultati, nascosti in polverose e pericolanti soffitte, in attesa del prode che con la chiave giusta possa avere la sua ricompensa.

Così, preda della tristezza, ho accettato la chiave che Pastena mi ha donato tra le righe, soffuse delle parole, e ho aperto la porta.

Ricordate la favola di Barbablu?

L’uomo con l’unico pelo dissonante nella barba, la differenza che individua il significato, aveva sempre avvertito l’ultima moglie di non aprire mai la porta proibita.

Ma per i curiosi, per coloro che vogliono capire, la chiave gronda sangue.

E il sangue non è che l’energia perduta a voler tener chiusa l’alcova, insistendo sull’indifferenza affinché il pericolo sia dimenticato, nascosto sotto le luci brillanti del palcoscenico, tra le mille distrazioni, tra le mille droghe che la vita ci offre beffarda.

Ma noi, come la moglie, quella porta l’apriamo.

Io la porta chiusa di Pastena l’ho aperta.

E vi ho trovato lo scempio più orrorifico: quel marcio che sta nutrendo la nostra società, vizi e impulsi osceni che nascondiamo sotto eleganti tappeti regent.

Ecco cosa ho trovato.

Ecco cosa mi raccontava con voce cadenzata il bravo Claudio.

Il male è oramai non più una minaccia, ma una presenza che cammina tra noi.

Si nutre dei nostri impulsi più oscuri, quell’ombra da cui Jung stesso ci aveva messo in guardia.

Non lo abbiamo ascoltato.

Non vogliamo ancora ascoltarlo.

E l’ombra ghignante sorride e si mostra a noi seducendo la nostra mediocrità.

Si pensa che il potere ci dia gioia, ripari i torti, che il sesso sia la risposta alla nostra solitudine. Che la carità, il sentirci migliori degli altri, sia il rimedio contro un’insana, strisciante, lasciva follia.

Nessun buono.

Nessun cattivo.

Solo un’umanità cosi distratta da scordarsi a casa l’anima, che rimane rannicchiata, lacerata accanto a noi.

La provincia, raccontata da Pastena con tale crudezza, è presente nel mondo interiore di ciascuno di noi.

Senza compassione.

Senza empatia.

Alla sola disperata ricerca del piacere effimero.

Cercando di mortificare la propria natura in atti che di bontà, di redenzione, non hanno neanche il lontano sapore.

Sentirsi unici, intoccabili, nel giusto, perché in fondo la vita non ha nessun valore.

Erano arrivati i soldi e se ne era andata la coscienza.

La coscienza è morta, sparita scappata lontano da noi, in lacrime per essere stata stuprata da ogni nostro patetico alibi.

Mi prende l’umor tetro, mi cruccio, m’addoloro a veder come vivono gli uomini fra loro. Come mi giro, vedo adulazione abbietta, ingiustizia, interesse, tradimento.

Così racconta la nostra pazzia lo squilibrato, forse più sano di ognuno di noi, che nei suoi deliri vede una realtà che noi ammantiamo di bugia. E ancora in questo libro il contrario di tutto diventa la verità: solo chi ha perduto quella ragione considerata accettabile dalla società, può alzare il velo e rifiutarla.

E solo l’escluso, abbandonato, l’invisibile riesce a provare pena per sé stesso e per il nostro funesto destino: quello di morire incorporei e sempre meno reali.

È un enorme gioco virtuale, ipocrisia che balla abbracciata al vizio.

Frustrazione che si veste da potente, abuso trasformato in opportunità.

E non esistono alti discorsi filosofici sul perché si uccide non solo l’altro, ma la propria stessa anima, che non essendo più integra si perde con il vento tossico:

La gente uccide perché ne ha voglia e basta. – Ma, secondo voi, questa voglia c’è sempre o esce all’improvviso? – Dipende da cosa ha mangiato l’animo umano. Se si è cibato di menzogne, la voglia c’è sempre, se di verità questa voglia immonda compare all’intrasatto, a volte può anche rientrare.

Noi stiamo mangiando bugie.

Ci stiamo nutrendo di nulla.

E nel nulla restiamo nullità che tentano di rimanere in vita usando l’arma della sopraffazione.

Ironico gioco di parole non trovate?

Ma è questa la tragica visione lucida di Pastena:

Dentro ognuno, anche il migliore in apparenza, si avverte l’eco infernale e irrefrenabile della sua doppia natura umana, tutti si arrampicano sulla stessa giostra in cui si alternano, senza un ordine preciso, le speranze nobili e le passioni oscure. L’assassino, in fondo, è solo chi sbanda più degli altri su questo cammino, o forse dà ad esso una direzione definitiva. Malvagia, inaccettabile, ma precisa.

In un mondo di sogni bruciati, lacerati violentati, io resto a osservare con gli occhi pieni di dolore.

E allora indosso la mia maschera da guitto, da mentecatto artista e inizio a truccarmi come un Pierrot.

E mi trucco perché la vita mia, non mi riconosca e vada via.

E mi vesto da re, perché tu sia

tu sia il re di una notte di magia”

-Renato Zero

“Nostalgia di cartapesta” di Maria Caterina Basile edito AUGH! Edizioni. A cura di Ilaria Grossi

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Cedo. Cedo tutte le volte. Prometto a me stesso di non badare ai giudizi degli altri, alle loro opinioni non richieste, alle battute fuori luogo, agli sguardi di disapprovazione. Mi dico di essere forte, di continuare dritto per la mia strada, una strada tutta in salita che mi è costata tanta fatica percorrere, di concentrarmi sui progressi fatti, e poi… cedo”

 

Salvatore lavora come apprendista nella bottega del suo prozio Enzo, cartapestaio a Lecce.

Da piccolo Salvatore si rifugiava nella sua bottega, per respirare gli odori tipici del suo lavoro e allontanare per un po’ le crisi isteriche della mamma e i litigi col padre. Salvatore sceglie di allontanarsi dalla modernità dei suoi tempi per immergersi in un lavoro che gli permette di restare sempre fanciullo e dove non si smette mai di sognare. Salvatore vive aggrappandosi ai ricordi che lo legano alla nonna, venuta a mancare da poco, al rapporto non facile con i genitori separati e al fratello Ferdinando, tossicodipendente e ormai un fantasma agli occhi degli altri. Vortici di nostalgia, il tormento per un infanzia negata, quel vento caldo di malinconia, rendono Salvatore sempre più silenzioso, abitudinario e chiuso nel suo mondo, fatto di lavori di cartapesta e pranzi con lo zio.

Con uno stile limpido, fluido, poesia che si alterna al racconto di Salvatore, il suo silenzio è una sorta di riscatto per un’infanzia e un’adolescenza fatta di litigi e cocci rotti, il sostegno che non ha saputo dare al fratello abbandonandolo a se stesso e i ricordi belli sono solo quelli legati ai suoi nonni.

L’incontro con Maria Elena, mamma del piccolo Riccardo, apre uno spiraglio di luce, Salvatore ritorna a respirare aria nuova e ad apprezzare le piccole cose della vita. L’addio al fratello, tra l’indifferenza del padre e dei suoi parenti, spezzerà le catene invisibili che lo tenevano legato al passato.

“Quanti anni ho lasciato passare, stordendo la mia anima di tristezza, non permettendole di deliziarsi del sole! Inchiodato dall’angoscia, ho smesso di sentire. Il giorno che inizia, una speranza nuova. Migliaia di parole cadono giù dal cielo. Come si sta bene nella maturità. Addio tormenti, benvenuto equilibrio. Non attendo il futuro, solo assaporo un presente di sogni…”

 

Una lettura piacevole che trasuda nella sua malinconia, i tormenti di un giovane ragazzo, i ricordi spensierati e felici dell’infanzia legati ai nonni affettuosi e pazienti, i profumi e gli odori tipici della terra salentina, in una Lecce bella dove la notte mette in risalto le sue luci, lo stile barocco e il silenzio dei suoi vicoli.

 

“Nella vita ci vuole leggerezza. Dobbiamo diventare leggeri come nuvole, perché la vita non è altro che una tenue nuvola dipinta sul cielo. Chi siamo? Dove andiamo? Di passaggio, siamo solo di passaggio. Transitori sì, ma come nuvole e arcobaleni. Pennellate destinate a perire sotto il peso dei secoli, ma di colore acceso, vivo”

 

Buona lettura.

 

Ilaria Grossi per Les fleurs du mal blog letterario

“La colpa” di Raffaele Mangano, Amatea editore.A cura di Vincenzo De Lillo

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Da sempre abituato a leggere solo narrativa di avventura, thriller o comica, in cui le storie e la loro originalità sono il fulcro intorno a cui girano i personaggi, questo libro mi è sembrato subito strano.

La storia, originale anch’essa, per carità, è quasi un pretesto per illustrare l’animo del personaggio principale e del coprotagonista, entrambi magistralmente descritti dallo scrittore così alla perfezione, da far sembrare al lettore di conoscerli, creando così quell’empatia che ti spinge a porti le loro stesse domande: -Il lavoro e la dedizione a esso, è davvero la strada migliore?

-Un passato difficile va sepolto oppure riaffrontato finché non crei più dolore?

Ma soprattutto, -Sto vivendo la vita che vorrei?

Ecco, qui l’autore con una scrittura esperta e sopraffina, è stato geniale.

Il protagonista, continuamente in conflitto con un una vita agiata ma piatta ed una meno ricca, forse, ma anche meno monotona, sembra quasi non schierarsi del tutto, lasciando socchiusa la porta del suo futuro e facendoci sbirciare per un po’.

Giusto quel poco che basta a farci porre tutte quelle domande di cui sopra, senza darci una risposta definitiva, ma solo lo spunto per pensarci.

Può un libro scavare nell’animo del lettore, facendogli mettere in discussione certezze e priorità?

Se mi avessero fatto questa domanda prima di leggere “La colpa”, di Raffaele Mangano, probabilmente avrei risposto di no.

Oggi non sono più sicuro e ciò vuol dire che il libro ha correttamente svolto il suo compito, quello di insinuare dei dubbi.

Farti pensare, far muovere gli ingranaggi del tuo cervello e del tuo cuore, cioè.

E siamo sinceri, quanti scritti ci riescono davvero?

“La colpa”, invece, lo fa perfettamente, trascinandoti con pazienza e accuratezza nella storia e nei dialoghi, mai banali, da cui esci sempre con l’idea di aver imparato qualcosa.

E io sono sicuro di averlo fatto.

Grazie Raffaele, hai guadagnato un fan

 

“Gli sposi profeti” di Corrado Leoni, kimerik editore. A cura di Vito Ditaranto

Il mito dell’Albero Sacro posto al centro dell’Eden risale ai primordi dell’umanità. L’Albero Sacro, consentiva all’uomo di ascendere al cielo, stabilire un colloquio diretto con Dio, arrivare alla comprensione metafisica della realtà. Poi, con la perdita dell’innocenza, venne il giorno dell’esilio dall’Eden. Le grandi storie del passato hanno una radice comune: la nostalgia per il paradiso primordiale, sede della felicità e dell’immortalità. Con la desacralizzazione della vita e del Creato, l’uomo contemporaneo ha «rimosso» il simbolo nelle zone oscure della psiche, cioè nel sogno, nelle fantasie, nelle memorie ancestrali.

Mi rivolgo a voi, Uomini. Voi Uomini, avete tracciato confini ovunque, frastagliando una proprietà immensa, che si è così indebolita da aver perso la sua bellezza, avete voluto possederne dei frammenti, l’avete fatta a pezzetti, avete suddiviso il mondo in piccole proprietà, in villaggi, in paesi, in continenti, togliendo così la magia dell’unione a questo pianeta, che nella sua immensità era nato per essere UNO.

Pensate se in una famiglia in cui vi sono tanti figli accadesse che ognuno, per appropriarsi di un pezzo della propria madre, la facesse a pezzi, possedendone sì un frammento, ma morto e senza vita…

Vi siete uccisi fra di voi per difendere i confini che avete rubato l’uno all’altro, rubando la vita a vostra madre giorno per giorno… Io, madre Terra, ora sto Morendo…

Nell’avere dimenticato chi siete, state impedendo a voi e chi verrà dopo, di ricevere la grande opportunità di divenire portatori di luce…per il bene dell’umanità…

Questo emerge dalle parole di Corrado Leoni:

“…tener presente il limite non solo di ciascun esser umano, ma di tutta l’umanità stessa, che potrebbe trovare nella comprensione dei propri limiti una valida motivazione a condividere la gioia del vivere, al di là dei vari usi e costumi, religiosi o politici che siano, perché nella condivisione della diversità si trova l’unica possibile completezza dell’essere…”

La storia narrata in questo libro traspare dalle stesse parole dell’autore:

“…La trama del romanzo si dipana in un paese del Trentino su uno dei molti pianori che fanno da sbalzo tra la vallata e le cime delle montagne. “…Una comunità nella quale tutti si conoscono e dove lo svolgersi della vita di ciascuno si intreccia con quella dei prossimi tanto da diventare comunità di una popolazione. Una bottega, frutto e retaggio delle molte iniziative di solidarietà e compartecipazione nate tra la fine del XIX secolo e conservatesi durante tutto il XX secolo ed ancor oggi funzionanti, chiamata Famiglia cooperativa, esprime l’eccellenza economica scaturita da una cultura religiosa radicata da secoli testimoniata ad ogni angolo di case e viottoli e maturata nella civiltà contadina impastata con il pensiero del riformismo socialista…”

Ciò che emoziona nella lettura di questo testo è il mistero dell’uomo tracciato in tre fasi principali, generazione, morte e rigenerazione comprese come i tre momenti di uno stesso arcano, e tutto lo sforzo spirituale dell’uomo arcaico è rivolto a dimostrare che tra questi momenti non deve esistere frattura. Non è lecito fermarsi in uno di questi tre momenti, accomodarsi in uno di essi, per esempio nella morte o nella generazione. Il movimento e la rigenerazione non si arrestano: il primitivo ripete infaticabilmente la cosmogonia per essere sicuro di far bene qualcosa: un bambino, per esempio, o una casa, o una vocazione spirituale.

Anche la saggezza e, per estensione, ogni conoscenza sacra e creatrice sono concepite come il frutto di un’iniziazione, cioè come il risultato a un tempo di una cosmogonia e di un processo ostetrico. Non senza ragione Socrate si paragonava a una levatrice: aiutava l’uomo a nascere alla coscienza di sé. Cosa comune in molti culti religiosi. Lo stesso simbolismo si ritrova nella tradizione buddista: il monaco abbandona il suo nome di famiglia e diventa un «figlio del Buddha» poiché è «nato fra i santi»(“ariya”). Così diceva Kassapa parlando di se stesso: «Figlio naturale del Beato, nato dalla sua bocca, nato dal “dhamma”, plasmato dal “dhamma”…» Ma questa nascita iniziatica implica la morte all’esistenza profana. Lo schema si è conservato sia nell’induismo sia nel buddismo. Lo “yogi” «muore a questa vita» per rinascere a un altro modo d’essere: quello rappresentato dalla liberazione. Il Buddha insegnava la via e i mezzi per morire alla condizione umana profana – cioè alla schiavitù e all’ignoranza – e per rinascere alla libertà, alla beatitudine e all’incondizionato del “nirvana”. E’ il mistero fondamentale, ripreso, rivissuto e rivalorizzato da ogni esperienza religiosa nuova. Ma osserviamo più da vicino le conseguenze ultime di questo mistero: se si conosce già la morte quaggiù, se si muore innumerevoli volte, continuamente, per rinascere ad altra cosa, ne consegue che l’uomo vive già quaggiù, sulla terra, qualche cosa che non appartiene alla terra, che partecipa del sacro, della divinità; vive, diremmo, un inizio d’immortalità, si affaccia gradualmente all’immortalità. Di conseguenza, l’immortalità non deve essere concepita come una sopravvivenza “post mortem”, ma come una situazione che si crea continuamente, a cui ci si prepara e anche a cui si partecipa fin d’ora, in da questo mondo. La non-morte, l’immortalità, deve essere concepita allora come una situazione limite, come una situazione ideale verso cui l’uomo tende con tutto il suo essere e che si sforza di conquistare morendo e risuscitando continuamente.

“…Ogni angolo e ogni scorcio della nostra camminata possono essere come un libro di memorie fantastiche di storia e di natura…”

Attraverso percorsi ricognitivi dal taglio storico quanto tematico, anche se romanzati in maniera egregia, il volume preso in esame, grazie alla sua struttura polifonica, si sofferma su diversi problemi politico-sociali molto dibattuti e in particolare sul venir meno della sovranità assoluta capace di ordine; della coincidenza del potere politico con uno spazio determinato. Questioni tuttavia che, nel loro insieme, gravitano attorno alla vera posta in gioco degli interventi: la centralità del soggetto e della soggettività, i processi sociali di identificazione del sé e la capacità di azione politica dell’individuo. Il libro di Corrado Leoni si occupa delle conseguenze della connettività su quasi ogni aspetto della nostra vita. Definirei questo libro come la scoperta di un nuovo oceano. Non puoi scoprire nuovi oceani fino a quando non hai il coraggio di perdere di vista la spiaggia. La gioia di vivere deriva dall’incontro con nuove esperienze e quindi non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso…

Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un’esistenza non convenzionale. Ringraziando l’autore per l’opera magistralmente ben costruita e descritta donando al lettore la gioia verso il traghettamento di una nuova spiaggia.

L’autore anche se usa un linguaggio non semplice riesce a penetrare nell’animo e nel cuore del lettore il quale con assoluta eleganza, riesce a immedesimarsi nei pensieri dello scrittore.

Il testo rimane una lettura impegnativa ma accuratamente ragionata in un ottica di riflessione.

Conserva atmosfere e luoghi vissuti da ogni uomo nella sua vita.

Non vi è dubbio che la genialità dell’autore, nel descrivere le sensazioni dell’animo, attraverso personaggi molto ben delineati.

Ovviamente come spesso accade nella lettura di questo genere di opere non affatto semplice come può apparire, la stessa deve essere capita e interpretata con meticolosa pazienza.

Andiamo a letto e ci rilassiamo un po’”

Tengo la televisione a volume basso per orecchiare le ultime notizie”.

Non facile da leggere, impegnativo ma nel complesso interessante per tutti coloro che hanno intenzione di comprendere meglio il mondo in cui viviamo.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

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“Essere Melvin. Tra finzione e realtà” di Vittorio De Angrò, Cavinato editore. A cura di Alessandra Micheli

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Recensire un libro come quello di Melvin è uno dei compiti più ardui.

Non è facile parlare di un male oscuro, eppure presente, come quello della malattia mentale, così evanescente e così difficile da trattare, ancor oggi avvertito come un tabù. Essere in quella strana condizione che confonde i due piani della realtà, incapaci di gestire il flusso di informazioni temute, considerate scomode, pericolose per la propria stabilità precaria, e trovare, cercare e indossare costantemente maschere, come se bastasse un travestimento per gabbare i nostri demoni.

Melvin è quella maschera che cerca disperatamente di sfuggire alla difficoltà di essere sé stessi in un mondo, in un universo familiare, che troppo spesso ci caria di aspettative. È dall’educazione, dal primo contatto con l’esterno (la famiglia) che iniziano i primi veri approcci nella difficile strada della distinzione tra realtà e fantasia. Il bambino ha la capacità di creare mondi e renderli veri, ma al contempo ha la presenza di un adulto equilibrato quale esempio e certezza dell’esistenza di una solida realtà. Sono i valori, gli esempi, gli insegnamenti trasmessici dall’infanzia e dall’adolescenza, le coordinate con cui muoversi in quel difficile spazio-tempo chiamato vita. Ma cosa accade quando questi necessari elementi di orientamento sono fallaci e disequilibrati?

Si inizia a temere la certezza della vita, della realtà rappresentata dall’adulto e l’unico vero referente resta il mondo immaginario, luogo non più di rigenerazione e riposo, ma di rifugio. E Melvin, con un padre onnipresente e una madre bloccata nel suo rigido schema mentale, una famiglia che forse non lo comprende fino in fondo si trova spaesato, spaventato e terrorizzato da un mondo che inizia a considerare alieno, questo perché, ciò che questa quotidianità richiede, non è in linea con quello che Melvin può davvero dare. La sua peculiare immaginazione, quel mondo delle idee così ricco e florido diviene una prigione da cui, durante gli anni, non riesce più a fuggire. Eppure è proprio quel mondo che lui usa come scudo, la vera strada verso la sua realizzazione. Questo universo di simboli, miti e voci andrebbe solo riappacificato con la dimensione corporea affinché i semi archetipici divengano azioni e idee, ma diviene, in realtà, una selva oscura da cui fuggire e, nel peggior caso, materiale per intessere sempre più redige e resistenti sbarre alla sua gabbia.

Le personalità dell’uomo si scindono cosi in due sezioni: l’oscuro essere che diviene reale soltanto nell’invenzione, e il fragile ma unico uomo il cui animo è semplicemente un vulcano pronto a eruttare. Peccato che, in mancanza di una giusta guida, la lava travolge ogni costruzione che incontra lungo il suo cammino. Ecco che il mondo interiore di Melvin, foresta rigogliosa e indipendente, diviene paesaggio lunare, spoglio e sempre uguale a sé stesso, rifiutando l’evoluzione avvertita come nemica da cui difendersi. Melvin ha troppi blocchi, causati da un difficile passato che non riesce a sbrogliare, e che creano attorno a lui una matassa sempre più spessa e rigida. Solo iniziando il lento lavoro certosino nel riconoscere ogni filo dell’intreccio come fonte di insegnamenti, nell’accettarlo e nel raccontarlo, Melvin troverà davvero un senso profondo in quella sua esperienza, riuscendo a non scrivere il finale ma a cambiare totalmente pagina e riscrivere ex novo la sua storia.

In questa ricerca di un’identità perduta cade nella trappola da noi più aborrita e temuta: il web. Dietro il Pc non fa altro che legittimare la scissione stessa della sua anima, dando forza ai suoi mostri simboleggiati dal Diavolo accusatorio che tenta continuamente di annientarlo coni l senso di colpa.

La sua colpa è la menzogna, ma come si può dire la verità su sé stessi, quando lo stesso essere è perduto, prigioniero, ingabbiato e alienato?

Deve per forza tornare a far parte del tutto, la sua mente deve trovare un patto tra l’ideale e quel reale avvertito come minaccioso. Il suo rifugiarsi in un mondo totalmente mentale significa rifiutare un corpo che nessuno ha provato a rendere amico. Melvin è totalmente privo di corporeità perché associa quella forma alla costrizione: la forma è un obbligo che necessita di un alto tributo, la completa dominazione della fantasia. Se la sostanza non diviene strumento della forma, diviene solo un mero atto ideale, che non fa altro che distaccarci sempre di più dal qui e ora tanto decantato dai mistici.

Eppure, proprio la sua malattia è il simbolo e il segno che l’anima di Melvin è viva e ricca. Deve solo essere pacificata e sviluppata in senso costruttivo e non distruttivo. E per farlo deve poter avere un corpo formato non dalle altrui idee, dalle altrui proiezioni, ma solo dai suoi intimi e più inconfessati desideri.

Ed è la scrittura la modalità con cui Melvin tornerà ad essere Vittorio, riuscendo a cancellare le conclusioni disordinate e provando e riprovando a riscrivere ogni giorno una storia diversa, perché siamo mille racconti, non un solo noioso percorso predefinito. In questa difficile rinascita mille personaggi, ognuno rappresentante di un lato dell’io (dal più oscuro al più luminoso) saranno raccontati in un dialogo ricco di pathos, a volte onirico e claustrofobico, ma illuminato dalla meravigliosa luce dello splendente, una sorta di super coscienza in grado di far comprendere al nostro protagonista i nessi, la casualità e i significati.

In questo senso Melvin è anche un modo per riabilitare un percorso psicoanalitico troppo spesso abbandonato in favore di deliranti concetti astrusi e mistici, che non hanno la manualità di chi da sempre rimesta e sa rimestare nel fango per far nascere…semplicemente fiori.

Un libro difficile, a tratti sconvolgente che getta una nuova luce anche sulla difficoltà di essere autenticamente sé stessi in un mondo troppo ricco di stimoli, ma cosi scarso di solidità; e il web così certo nel suo anonimato, così capace di renderci sicuri, unica certezza in un mondo che cambia ma che pochi ci hanno insegnato ad affrontare, diviene una palude pericolosa che lungi dallo spingere alla ricerca, ma annichilisce con l’assuefazione. In un mondo virtuale tutto è possibile, ma tutto alla fine rischia di restare soltanto parola e mai azione, soltanto possibilità e mai concretezza, con la certezza che basti toccare un tasto per Essere.

Melvin ci insegna che, invece, per Essere occorre coraggio, occorre scegliere di non essere vittima ma desiderare, con ogni brandello della nostra anima, di poter semplicemente decidere di accendere la luce.

Se è vero che la psicoterapia aiuta, è pur vero che il grande insegnamento dello Splendente resta uno e uno solo:

Dipende solo da te.

Ecco ripetiamocelo ogni giorno, quando rischiamo di cadere nelle trappole del post moderno:

Ancora una volta tutto dipende da me.

Siamo noi i veri unici artefici del nostro destino e della nostra mente.

Siamo solo noi in grado di raccontare e scrivere la nostra storia.

Se oggi sono qui, Vittorio, è per dirti di guardare avanti. La tua storia è appena iniziata”

“#Babbo natale social” di Anna Spampinato, Algra editore. A cura di Milena Mannini

C’è una cosa che ogni uomo e donna insegue nella vita, una cosa indispensabile nella maggior parte dei casi: il lavoro. Nessuno si può esimere dal lavorare, è il mezzo che abbiamo per poter sopravvivere nel peggiore dei casi, e in casi più fortunati per poter realizzare tutti i nostri sogni terreni.

È uno “stato” a cui non si dà importanza, non è raro sentire persone che si lamentano per quello che secondo loro sono ingiustizie lavorative, orari stressanti e mancate feste libere. E non è raro che per ogni persona che si lamenta ci sono molte altre disposte a prendere il loro posto per poter trovare una tranquillità economica.

Ma lamentarsi è nella natura umana, non si è mai contenti delle condizioni che viviamo perché tutti tendono a migliorare la propria posizione.

Il lavoratore precario anela al posto fisso, quello che ha un lavoro stabile cerca un guadagno migliore con il minimo sforzo, e poi ci sono i datori di lavoro che per migliorare i propri affari usano come mezzo i dipendenti.

Questo racconto affronta il tema del lavoro ai giorni dei social e lo fa modernizzando una figura a cui i piccoli, credono fermamente, e i grandi vorrebbero credere: Babbo Natale.

Il periodo in cui è ambientato ovviamente è quello delle feste. Tutti i piccoli sperano di trovare sotto l’albero il regalo tanto desiderato. A rendere moderno il tutto sono i social network attraverso i quali arrivano le richieste dei regali, non più solo lettere cartacee, ma post con richieste, mail, twitt.

L’atmosfera cambia quando nella fabbrica di Babbo Natale si capisce che non solo non si riuscirà a soddisfare tutte le richieste dei bambini, ma anche di quegli adulti che non trovano il tempo per scrivere una banale lettera a una figura alla quale ormai non credono da tempo, ma sono così abituati a “postare” anche solo per uno sfogo momentaneo, chiedendo qualcosa… magari solo una parola di conforto che li aiuti a superare un momento difficile.

Il clima è sempre più teso e nemmeno Babbo Natale sfugge allo stress lavorativo, deve assumere lavoratori interinali per far fronte alle nuove richieste, e questi con la speranza di ottenere poi il posto fisso, danno fondo a tutte le loro energie.

La fabbrica di Babbo Natale dove si lavorava in allegria, adesso è come una fabbrica dei giorni nostri, dove si lavora perché è necessario, dove appena si entra non si vede l’ora di uscire, dove i rapporti con i colleghi non sono quasi mai amichevoli e dove persino Babbo Natale diventa un titolare insensibile e dispotico.

Scusa per la situazione insostenibile in cui vi ho fatto lavorare. E soprattutto vi chiedo scusa per non essere stato in grado di prendere in mano le redini della situazione. Sapeste quante volte guardandovi lavorare mi si è stretto il cuore perché sentivo dentro me che le cose non stavano funzionando come sempre.

Ma non dimentichiamoci che Natale è un periodo magico, in cui tutto può succedere, quindi che nessuno disperi, i piccoli avranno ancora l’entusiasmo dell’attesa, e ogni tanto anche per i grandi i sogni si realizzano.

Quindi aiutate i piccoli a scrivere la loro letterina e fatelo anche voi, perché sognare non costa nulla.

Buona lettura Milena

“Cose strane” di Alessandra Paoloni, Delrai edizioni. A cura di Alessandra Micheli (Fonte http://www.letturesalepepe.com/review-tour-cose-strane-di-alessandra-paoloni/?fbclid=IwAR0bCa6hY0G-MKKmFqy5h3egNZzB4-yjfWplgj35U_bN9UFJsSJ500fCoKo)

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La pioggia continuava a cadere, inarrestabile. Avvertii un innaturale senso di leggerezza, di pace…

Era davvero lì con me.

La morte era venuta a prendere la mia anima.

La Morte che veniva a vendicarsi, come ogni volta, della Vita.

Cose Strane

 

Uno dei generi che per fortuna sta ritrovando la sua notorietà, tutta meritata è il gotico.

Come ben sapete ( lo spero) questi libri straordinari raggruppano degli scritti, sviluppatosi nella seconda metà del settecento caratterizzati dalla presenza di due importanti elementi, snobbati dall’età illuministica, il romanticismo e l’elemento orrorifico sovrannaturale.

Se nelle idee dei vari Voltaire e Diderot, la ragione accompagnava la ricerca della conoscenza, considerando, quindi la gnosi, un vero e proprio processo di apprendimento, per i successivi autori e i successivi artisti esso privava la creatività nel necessario sentimento di mistero, quello che avvolge e inonda ogni vera e autentica ricerca artistico spirituale. Ecco che il romanticismo espresso dall’abbondanza di castelli diroccati, di sotterranei, di cupi ambienti in cui l’atmosfera tenebrosa dava un senso di insicurezza, si accompagnava benissimo con l’elemento psicologico che caratterizza e deve caratterizzare il fascino dell’orrore. Fantasmi, misteri, lati oscuri e pericolosi presenti nei bassifondi dell’animo umano anticipavano di molti anni gli studi junghiani sull’ombra.

Amore e morte si sposavano, quindi in un connubio maledetto e al tempo stesso interessante a livello antropologico, esprimendo la paura e al tempo stesso la meraviglia di fronte alla fine dell’esistenza materiale: laddove la morte mieteva vittima, l’amore, il sentimento persino le passioni più funesta permettevano all’essenza della persona di restare attaccata al piano del reale.

Ecco che due dimensioni smettevano di essere nemiche e si abbracciavano in un eterno ballo frenetico e la tempo stesso poetico, che rendeva l’impronta spirituale dell’essere umano, il fantasma, la dimostrazione di una sorta di speranza: che in fondo, l’oscura signora non era cosi cupa, cosi orribile come l’attaccamento eccessivo alla vita faceva presupporre, ma era solo una guida verso un mondo sconosciuto, da comprendere, da organizzare e da esplorare.

Ecco che la Paoloni si immerge completamente nelle autentiche atmosfere gotiche, facendo propria la sensazione di una sorta di necessità della signora con la falce, quasi a sottolineare come essa sia davvero il custode dei misteri che, non si rivolgo soltanto ai cosiddetti “segreti della tomba”.

Ma anche alla capacità di osservare l’intero percorso umano con altri occhi, onde scoprirne le idiosincrasie, i malesseri, le perversioni e le ipocrisie.

Nel libro della Paoloni dunque, tramite il contatto con il numinoso vengono svelati i problemi, le imperfezioni tipiche dell’animo umano, che riguardano l’incapacità di rapportarsi con la realtà e con l’altro, come in High Wall, l’inutilità del corpo e della valorizzazione eccessiva della bellezza come in membra che non può non ricordarci la bellissima canzone di Branduardi “Vanità di Vanità”

 

Sei felice, sei, dei pensieri tuoi,
godendo solo d’argento e d’oro,
alla fine che ti resterà?
Vanità di vanità.

Vai cercando qua, vai cercando là,
seguendo sempre felicità,
sano, allegro e senza affanni…
Vanità di vanità.

Se ora guardi allo specchio il tuo volto sereno
non immagini certo quel che un giorno sarà della tua vanità.

 

O la consapevolezza che, in fondo, nonostante ogni nostro sforzo per ignorarla, per combatterla con gioie, bellezza, vizi e persino virtù il nostro fine ultimo è abbracciare l’estrema ultima fine come in “Corpo”

“Cose strane”, il titolo, forse non riguarda davvero  l’enigma dell’ultimo viaggio, quanto la nostra volontà pedissequa di volgere il nostro sguardo altrove, per sfuggirne non solo l’irruente e scomoda presenza ma anche la sua fine ultima: tutti sanno che, in fondo, è solo alla fine che si sciolgono i nodi. E in membra quest’elemento è fondamentale e presente: la vita perfetta si rivela in tutta la sua atroce falsità, si svelano drammi che il nostro io vigile tende e non contemplare, si ritrova il dolore laddove la nostra ossessiva ricerca del piacere ce lo fa letteralmente ignorare.

La morte in questi tre angoscianti ma al tempo stesso poetici racconti,sollevano quel velo di Maya che nasconde la vera realtà, rendendo palese come il nostro vivere, non sia altro che un eterno drammatico e grottesco dramma da commedianti.

 

E sopra ogni forma rabbrividente il sipario, vasto drappo mortuario, discende con la violenza d’una tempesta; e gli angeli, tutti pallidi e smorti, levandosi e svelandosi, affermano che questo spettacolo è una tragedia che si chiama «L’uomo» in cui il vincitore è il «Verme Conquistatore».

Edgar Allan Poe