“La fabbrica di Frankestein” di Edward D. Hoch. Mondadori editore. A cura di Davide lambiase

 

Non avrei mai immaginato di trovarmi qui a recensire un classico Urania.

Sapete, non ho mai avuto il piacere di comprarli in persona, ma li ho ereditati già “vissuti”, pregni del profumo che solo la carta vecchia può avere.

Adesso mi occupano un bel po’ della libreria, e grazie a loro serbo molti preziosi ricordi. Devo proprio a Urania la scoperta di uno dei miei più grandi miti letterari, H.P. Lovecraft. Ma non siete qui per leggere le mie passioni, bensì per farvi accompagnare alla scoperta di questo libro in particolare: La Fabbrica di Frankenstein di Edward D. Hoch.

Le premesse del libro sono molto interessanti. Il mondo è ormai in uno stadio avanzato, l’evoluzione tecnologica è arrivata a livelli inimmaginabili. Tra tutte le innovazioni che stanno cambiando l’equilibrio di ogni cosa, c’è la crio-genetica, ovvero l’utilizzo della tecnologia criogenica per ibernare i corpi dei morti e, si spera, poterli riportare in vita.

Al centro della vicenda c’è una piccola isola al largo della California, Horseshoe Island, base operativa dell’associazione di crio-genetica, appunto, del dottor Hobbes. Questo medico ha accumulato per anni, nel cuore dell’isola, i corpi di numerosi pazienti che hanno scelto di farsi conservare, fino al giorno in cui il “miracolo della resurrezione” potesse divenire realtà. La storia narrate nel libro ci porta proprio a quel momento.

Hobbes infatti ha deciso di radunare un’equipe medica di tutto rispetto per riportare in vita il corpo di un giovane che è morto per un tumore al cervello. Fino a questo punto le premesse sono interessanti e mi hanno allettato, devo dire, nonostante io non sia fan di questo tipo di trame fantascientifiche.

Comunque, tra gli specialisti chiamati da Hobbes, rientra Earl Jazine (già apparso in altre opere di Hoch), chiamato con l’esplicita richiesta di filmare l’intervento e documentare l’intera esperienza. Scopriamo presto però che Jazine non è un semplice macchinista, ma un’agente sotto copertura dei Federali, che si occupa di frodi e crimini tecnologici. È stato mandato a indagare sull’isola per scoprire se Hobbes e la sua impresa compiano illegalità, soprattutto sui movimenti di denaro.

Abbiamo una breve infarinatura di tutti i personaggi che ci gireranno intorno. Earl e Hobbes, appunto, e tutti gli altri membri dell’equipe. Abbiamo una femme fatale, due grandi scienziati che se la contendono, un dottore con tanti segreti da nascondere e un chirurgo con ben poco da perdere.

Non voglio dilungarmi troppo a parlare del lavoro di Edward D. Hoch, perché più vado avanti più rischio di spezzarvi il piacere della lettura. Questo è un libro breve, ricco di pathos, più vicino a un giallo che al fantascientifico. Più volte i personaggi dicono che ciò che sta accadendo sull’isola, ricorda loro un libro di Agatha Christie (Hoch è citazionista, come biasimarlo), e ogni lettore attento non potrà non accorgersi che il libro richiama esplicitamente Dieci Piccoli Indiani e, in buona parte, il Frankenstein di Mary Shelley.

Ci accorgiamo subito che le cose prenderanno una brutta piega. Dopo una lunga notte l’intervento va a buon fine e il paziente, che viene chiamato Frank, pare avere parametri vitali stabili. Però non si è ancora svegliato, e potrebbe metterci molto tempo. Fatto sta che appena dopo l’intervento, cominciano una lunga serie di omicidi che trascineranno i personaggi in dinamiche di terrore puro. Earl Jazine sarà la principale mente che seguiremo e, grazie a lui, riusciremo a sbrogliare la matassa che circonda Horseshoe Island e il misterioso paziente, Frank.

Data la brevità della lettura, vi assicuro che Hoch è capace di tenervi ancorati alle pagine per i continui colpi di scena offerti, capitolo dopo capitolo. Ovviamente, i lettori di gialli più accaniti (come me) e con una forte conoscenza dei libri a cui Hoch si è ispirato, riusciranno a prevedere gran parte degli avvenimenti narrati.

Però non è necessariamente un male: non toglie sapore alla lettura, anzi soddisfa.

Quindi, qualora vi trovaste in una nottata insonne da voler occupare con una storia che vi tenga incollati alle pagine, La Fabbrica di Frankenstein può fare al caso vostro.

Buona lettura!

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“The imbalance saga. Volume tre. Poise.” di Valeria Diurno e Luisa Scrofani. A cura di Alessandra Micheli

 

Siamo cosi impegnati a dividere la vita in scomparti separati, controllabili e organizzati che spesso perdiamo di vista l’insieme che lega la nostra realtà.

Cosa è giusto e cosa è sbagliato, come dobbiamo approcciarsi al mondo, come dobbiamo mantenere l’equilibrio in modo spesso ossessivo a rigoroso.

Poise racconta la nostra mania impersonata dalla straordinaria Aylin. O meglio dire straordinaria si ma non contemplata nel grande mosaico che gli esseri divini tentano di tenere assieme.

La divisione in settori, in luce e ombra, in sole e luna, diviene rigorosa per non compromettere l’ordine cosmico. Ogni sbavatura va cancellata, ogni errore monitorato affinché non porti l’intero sistema al caos. E un ibrido, capace di raccontare una storia diversa, fa paura, persino ai nostri Nephilim e ai Seraphim.

E cosa succede quando si ha paura?

Si tenta di riportare il dato stonato sulla retta via.

Cosi il miracolo viene privato della sua specificità e inserito a forza nella corretta gestione delle potenzialità.

O sei umana o sei divina.

Tutto è inconcepibile, impossibile, quasi un orrore da correggere.

Eppure cari miei lettori, lo sapete che proprio l’errore è l’avvio del nuovo?

Che è spesso da una distorsione genetica o ambientale, da un cambiamento della prospettiva che si attua il vero progresso?

Noi siamo convinti che il mondo deve andare in una sola precisa direzione. Per essere felici, per essere realizzati, per creare civiltà, tutto deve essere schematizzato e coerente con il nostro progetto. Questa capacità di astrazione del pensiero, di prendere dal mondo delle idee concetti atti a far crescere la nostra specie è la parte divina in noi. E la divinità, nel suo senso originario, è ordine, numero e coerenza matematica. E’ lo Jahvè.

E’ lo Jahvè.

Ma esiste un altra parte di noi, rappresentante in questo caso dagli umani, che ama il caos. Le emozioni, le strade alternative. Aylin nasce nonostante sia vietato. Aylin è il tabù che si incarna e che non viene considerata una strada percorribile, ma un errore da far rientrare nei giusti ranghi di un pensiero che è l’unico corretto.

Cosi come le azioni per preservare l’ecosistema divengono precise rigide ristabilendo sempre l’antico schema.

E se invece la terra ha una volontà diversa dallo schema preciso?

Se invece, nonostante l’indubbia azione umana, distruttrice e irresponsabile, la nostra amata Gea, fosse capace da sola di ristabilirsi?

E se la sua volontà fosse quella di stravolgere la sua stessa esistenza per creare il nuovo?

Il famoso decantato equilibrio portato avanti dai Seraphin e dai Nephilim, la nostra divinità mancano di una certa elasticità mentale, capace di inventare nuove alternative percorribili. Incapaci di cogliere il dono che Aylin rappresenta. L’ignoto da lei manifestato spaventa e scatena atavici timori. Gli umani reagiscono tentando di riportare tutto alla normalità, come se il mistero non avesse mai invaso la loro vita. La parte divina dei Daemon, tenta di condurre il diverso tra le braccia dell’ordine.

L’ignoto da lei manifestato spaventa e scatena atavici timori. Gli umani reagiscono tentando di riportare tutto alla normalità, come se il mistero non avesse mai invaso la loro vita. La parte divina dei Daemon, tenta di condurre il diverso tra le braccia dell’ordine.

La nostra protagonista viene cosi dilaniata, estraniata da se stessa, in perenne conflitto con le due litigiose nature. Incapace di abbracciare l’uno o l’altro sistema mentale, incapace di operare la scelta tra divino e umano. Perché scegliere, perché privarsi di una sola personalità è come smettere di essere.

E di esistere.

In Aylin convive il sogno umano per eccellenza: la completezza. E’ il sogno che prende l’avvio dalla situazione originaria, laddove esisteva la stasi, l’immobilità del dio unico, bastante a se stesso.

Stufo dalla sua infinita e stantia perfezione inizia a emanare eoni di luce, incarnandosi in due distinte creature.

Uomo e angeli.

Eppure, essi sono figli della stessa forza monistica. Sono fratelli, sono carne della stessa carne, spirito dello stesso spirito. E devono re-imparare a vivere e conoscersi tramite l’altro. I nehpilim e i seraphim credono di dover riportare l’armonia in terra. Quando, invece semplicemente, devono ritrovare il senso ultimo che diede l’avvio alla creazione: l’amore.

Cosi distanti, cosi impegnati in questa nobile missione, non accolgono le infinite possibilità che la dimensione terrena offre: bellezza, piacere, capacità di amare cosi profondamente come fece il loro Padre/madre tanto da sacrificare parti di se per non essere solo.

Aylin sarà la nuova possibilità di tornare a essere completi e trasformarsi in qualcosa di innovativo, di unico, capaci quindi, di considerare il mondo e l’uomo in maniera totalmente sconvolgente: colui che, nonostante la caduta propone, ogni giorno, un diverso approccio all’esistenza. Anche negli errori più atroci, nell’orrore, nella violenza l’uomo ha la possibilità di maturare. Ed è quella che manca a quei bellissimi ma quasi statici esseri soprannaturali.

Che l’opportunità di creare un nuovo angelo sia ricca di pericoli è indubbio: Aylin sarà preda di oscure motivazioni e di intrighi di potere. Ma è in questo pericolo che si nasconde la crescita, l’evoluzione, la metamorfosi.

E sapete cosa può preservarsi dagli sbagli?

Eh si miei cari lettori: l’amore e il rischio che amare comporta.

E può distruggervi, uccidere ogni vostra convinzione, lacerarvi farvi morire. Ma soltanto conoscendo l’oscurità dell’abisso che si apprezza l’incanto del paradiso.

Ancora un capitolo non scontato, che affronta con uno stile fresco e armonioso i grandi temi della vita.

La saga di Imbalance, in fondo, non è che il poetico, reale, lucido racconto, del nostro costante divenire uomini.