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Raccontare, descrivere, immergersi nel regno di Blake non è affatto semplice.

Eppure è una mistica esperienza che consiglio a tutti.

Pertanto, non posso scrivere una recensione senza dare luce alle ombre di un lontano passato filosofico, evidenziandone gli aspetti principali e dando per scontato la conoscenza, almeno superficiale, di una filosofia bellissima e purtroppo dimenticata.

Questo sarà il mio fardello.

E mi spiace se molti dei concetti che esprimerò saranno apparentemente difficili, apparentemente contorti, apparentemente assurdi.

Ci vorrà da parte vostra più attenzione, più concentrazione, più elasticità mentale, al posto dalla solita banale volontà di evasione e di annichilimento del pensiero, quello che tanti amati vostri libri propongono.

Se riuscirete in questo immane sforzo, vi garantisco che compierete un viaggio alla scoperta di voi stessi e del dio che state plasmando nel vostro cuore.

State attenti ai suoi desideri e alle sue emanazioni, perché sarà la religione a cui darete vita a modellare la vostra realtà.

Primo concetto fondamentale, spesso la materia in cui siamo invischiati non è altro che sogno. Un fiume di immagini, di potenzialità discese direttamente dall’iperuranio, necessariamente nascosto dal velo di Maya, condizione basilare per camminare in totale sicurezza, in quelle strade che crediamo reali. Se conoscessimo da subito il segreto, senza averlo prima conquistato morendo a noi stessi e alla nostra convinzione di essere solo molecole e atomi, ne saremmo devastati. Troppa l’energia sprigionata dalla verità, e laddove essa va centellinata onde evitare l’overload, l’intasamento di informazioni, bisogna che la sinistra non sappia cosa compie la destra.

E’ un motto che potete trovare nella bibbia ( ma voi che vi definite credenti, ogni tanto lo aprite il sacro libro?) e che sta semplicemente a indicare il luogo proibito, quello in cui vige la segretezza dei complessi meccanismi mentali che separano la creatura dal pleroma o, per dirla alla casareccia, il mondo materiale da quello spirituale.

Secondo elemento.

La segretezza è l’indicazione, è il segno che ci avviciniamo furtivi alla verità: non è la materia a dare custodia all’anima, allo spirito, ma è lo spirito a dare consistenza e legittimità alla materia. Credere che il nostro corpo sia reale è un sogno, un sogno che ogni vero mistico, ogni esoterista scopre durante il suo terrificante viaggio, quello che li porta a conoscere quegli spiragli tra le due dimensioni che noi chiamiamo porte.

Terzo elemento.

Quando si è preparati, quando si è mentalmente pronti, si può allora sollevare il velo e contemplare la vera vita.

Tutti questi principi che ho superficialmente numerato, formano la struttura della saga di Blake.

Blake è questo.

E’ l’apertura attraverso cui, tramite lo shock, iniziamo a conoscere la storia dell’uomo e dei suoi dei, nella straordinaria parabola della creazione.

A cosa serve la religione?

Cosa spinge l’essere umano a rappresentare e dare vita alla divinità e al sacro?

Blake con immagini, con poesie, con accadimenti spesso oscuri poiché simbolici, ce lo svela. Ma ce lo svela nel criptico linguaggio dell’esoterismo, ossia la disciplina in grado di penetrare nelle regioni celate, che formano la vera realtà.

Vi siete mia chiesti com’è possibile che un dio trascendente, lontano eoni e eoni, abbia potuto dare vita a una creatura imperfetta come l’uomo?

Vi siete mai chiesti perché il nostro viaggio è cosi difficile e complicato?

Ma sopratutto vi siete domandati perché durante i secoli, la divinità non è mai stata ferma e immobile, ma ha subito profonde trasformazioni ontologiche?

Avevamo divinità strane, benevoli e al tempo stesso gelose, simili, troppo simili, alle nostre imperfezioni. Tanto che, alla fine, invece di restare immanenti in questa creazione, (come notò Leopardi accanto alla bellezza esisteva il marcio della distruzione) resa incompleta, resa luogo anche di dolore e sacrifico, divennero irraggiungibili, inseriti o in una dimensione altra, o su un monte lontano, inarrivabile dagli uomini.

Lasciandoli soli di migliorarsi come di distruggersi.

Fino all’apoteosi finale di Jahvè, privato dell’umanità e della sua sposa( la misericordia) reso discosto degli antichi Dei, quelli greci o romani, o anche egizi, cosi impervio e arrogante, cosi crudele e al tempo stesso profondamente esigente.

E se il dio degli eserciti era il vero dio, gli altri cosa erano?

Demoni?

Il male incarnato?

E se il male era la divinità opposta, non esisteva un vero monoteismo, ma una nuova forma di politeismo, con tanti piccoli frammenti che si suddividevano e si riunivano in una girandola incessante, che procurava capogiri al solo pensarci.

Nel mondo di Blake bene e male, verità e menzogna danzano a braccetto.

Chi è buono diviene crudele, ma alla fine si redime perché la crudeltà serve al passo successivo che porta…all’evoluzione.

Tutta la filosofia di Alessi abbraccia questa verità: per poter essere, esistere e darsi una forma, seppur spirituale, Dio, i Dei, il sacro deve trasformarsi costantemente.

Il mondo spirituale al pari di quello materiale, ha bisogno di morire e rinascere, di sacrificare una parte di se, che sia il centro della manifestazione (il cuore) che sia la purezza e l’innocenza (il bambino) per potere dare un nuovo volto a se stesso.

E alla sua creatura.

Dio o l’energia divina ha bisogno di venerazione, di sogni, di preghiere insomma dello spirito celato all’interno dell’uomo non soltanto per crescere, ma per manifestarsi.

Senza questo sacro, questo modo di interpretare il sacro, Dio resta solo un seme, una potenzialità immersa nel nulla infinito, nella stasi, nella pacatezza.

E’ da un atto di procreazione che tutto ha inizio.

In ogni racconto della genesi, è una perdita a dare origine al mondo, la nostra creazione chiamata terra.

E al suo sommo sacerdote che è affidato il più importante compito, la venerazione di Dio affinché esso divenga sempre più se stesso.

Uomo e divinità sono cosi indissolubilmente legati che uno è nutrimento dell’altro.

Che uno ha bisogno della fede nell’altro.

Noi in dio ma anche dio in noi.

Qualora il patto si rompa per una trasgressione ( vedere il mito del giardino dell’eden) l’intero equilibrio viene messo a rischio.

Ma ancora una volta, nelle cose dello spirito, tale rischio ha il suo lato opposto: è dalla trasgressione, dall’infrazione che si crea il nuovo.

E’ dall’aleph che parte l’inizio.

E’ dall’uno perfetto e solo che si diramano quelle emanazioni ( perfettamente descritte dalla Quabbalah) che iniziano a far muovere il tutto.

Il prezzo?

Rinunciare all’inerzia e allo status quò.

A dio non piace l’immobilismo.

Agli dei non piace non poter lottare.

Non piace smettere di trasformarsi, battagliare per la redenzione, nostra e loro.

Il mondo esiste e esistono le realtà perché c’è la necessaria interazione tra Jahvè e Elohim, tra la volontà di cambiamento e la resistenza del cambiamento. Qualora il contrasto, il dialogo si fermasse, si fermerebbe il mondo.

Cos’è a vera morte?

E’ essere immobili.

Il corpo muore quando le cellule smettono di crescere e nascere. Quando tutto è a soglia zero.

E’ lo zero la vera morte.

Finché avremmo polo negativo e polo positivo, il mondo continuerà la sua bellissima folle corsa.

E Alessi continuerà a scrivere di Blake.

E in Blake non esiste il lieto fine perché non esiste la fine.

Nuovi Dei moriranno e nuovi nasceranno dalle loro carni.

Ma perché essi sorgano, quelle carni DEVONO essere martoriate, devono dividersi in mille pezzi distinti, ognuno dei quali creerà una nuova emanazione e cosi via.

Diceva Gregory Bateson che, il mondo numinoso, quello del sacro poteva essere compreso attraverso la biologia.

Ed è vero.

Osservate una cellula.

Un batterio, un albero.

Osservate il ciclo vitale: come si nasce?

Da se stessi.

E’ necessario il sacrificio di una parte del batterio perché esso dia vita a un suo simile eppure diverso.

E’ necessaria la divisione del DNA affinché esso crei nuovi ma diversi filamenti.

E’ necessaria la perdita di un ovulo, il sacrificio di uno spermatozoo per dare vita a un nuovo uomo, uguale e diverso.

E’ necessaria la morte del seme perché nasca l’albero.

E’ necessaria la trasformazione affinché il mondo continuo a pulsare a cantare, a sognare in grande

Sai tu quando figliano le camozze
e assisti al parto delle cerve?
Conti tu i mesi della loro gravidanza
e sai tu quando devono figliare?
Si curvano e depongono i figli,
metton fine alle loro doglie.
Robusti sono i loro figli, crescono in campagna,
partono e non tornano più da esse.
Chi lascia libero l’asino selvatico
e chi scioglie i legami dell’ònagro,
 al quale ho dato la steppa per casa
e per dimora la terra salmastra?
Del fracasso della città se ne ride
e gli urli dei guardiani non ode.
Gira per le montagne, sua pastura,
e va in cerca di quanto è verde.
Il bufalo si lascerà piegare a servirti
o a passar la notte presso la tua greppia?
 Potrai legarlo con la corda per fare il solco
o fargli erpicare le valli dietro a te?
 Ti fiderai di lui, perché la sua forza è grande
e a lui affiderai le tue fatiche?
Conterai su di lui, che torni
e raduni la tua messe sulla tua aia?
 L’ala dello struzzo batte festante,
ma è forse penna e piuma di cicogna?
Abbandona infatti alla terra le uova
e sulla polvere le lascia riscaldare.
Dimentica che un piede può schiacciarle,
una bestia selvatica calpestarle.
Tratta duramente i figli, come se non fossero
suoi,
della sua inutile fatica non si affanna,
 perché Dio gli ha negato la saggezza
e non gli ha dato in sorte discernimento.
 Ma quando giunge il saettatore, fugge agitando le
ali:
si beffa del cavallo e del suo cavaliere.
19 Puoi tu dare la forza al cavallo
e vestire di fremiti il suo collo?
 Lo fai tu sbuffare come un fumaiolo?
Il suo alto nitrito incute spavento.
Scalpita nella valle giulivo
e con impeto va incontro alle armi.
Sprezza la paura, non teme,
né retrocede davanti alla spada.
Su di lui risuona la faretra,
il luccicar della lancia e del dardo.
 Strepitando, fremendo, divora lo spazio
e al suono della tromba più non si tiene.
Al primo squillo grida: «Aah!…»
e da lontano fiuta la battaglia,
gli urli dei capi, il fragor della mischia.
Forse per il tuo senno si alza in volo lo sparviero
e spiega le ali verso il sud?
O al tuo comando l’aquila s’innalza
e pone il suo nido sulle alture?
Abita le rocce e passa la notte
sui denti di rupe o sui picchi.
Di lassù spia la preda,
lontano scrutano i suoi occhi.
 I suoi aquilotti succhiano il sangue
e dove sono cadaveri, là essa si trova.

Giobbe 39

La scrittrice Joanne Harris nel suo splendido, poetico libro, le parole Segrete, racconta del fiume sogno, quello che nutre la realtà dandole vigore e speranza di una modifica sostanziale dei propri assunti culturali.

La società muore ma dalla sue rovine ne nasce un altra, ancor più salda ancora più vicina ala verità e cosi via.

E’ il fiume sogno a dare questa spinta.

E il fiume sogno è presidiato da infiniti Dei che non sono altro che aspetti dell’unica energia primigenia.

Cabbala, gnosticismo, antichi incantesimi, non solo altro che i racconti di questa costante perdita del se, di questa ricerca di perfezione e di luce, perché accumulare luce significa accumulare energia e l’energia diviene poi spinta creativa.

Ricordate il mio libro preferito?

La Pistis Sophia.

La Sophia per un atto ribelle, per una distrazione, scambia la luce dell’arrogante, il signore della materia, per il suo perduto amore, il Christos.

E tramite un incontro che, per i puristi sa di abominio, da vita agli arconti.

Queste distorte emanazioni sono i regni inferiori della materia, quelli che i miei amati catari, combatterono fino alla fine.

Questo è il racconto.

Ma, esiste la versione più intima, più segreta.

Senza quell’atto, la Sophia restava perfetta e immutata.

E oramai sappiamo che in quell’immutabile, in quel voler essere ciò che si è, si cela la morte e nulla.

E’ solo dal caos, dalla trasgressione che la grande ruota del cielo si mette in moto e canta gorgogliando felice.

Ecco che gli arconti non sono più solo demoni, ma divengono daimon: sono esseri sacri che, nella loro impurità, ci spingono a ricercare la purezza perduta.

Ed è in quella corsa disperata, ammantata però di meraviglia, che nutriamo Dio.

E’ tramite la venerazione e perché no, la lotta contro il Nostro Dio che ci avviciniamo agli Elohim, alla completezza, all’origine dove l’assoluto regnava.

La redenzione, non è altro che infinita crescita.

Il sogno non è che la capacità di sollevare il velo e capire: quanto sia bello l’orizzonte ma quanto sia grande.

Quanto quest’uomo cosi arido, cosi odiato, sia invece quel seme che va macinato per creare nuovi rigogliosi alberi.

La divinità non è che questo: possibilità infinita, capacità di plasmare noi stessi e il mondo, amore che una volta donato torna in circolo e da la spinta al vero progresso.

Blake è il sogno, è la speranza, è la conoscenza che penetra dentro di noi, e ci forgia in esseri speciali, frutto di un vero atto di amore assoluto: un Dio che decide di lasciare la sua perfetta stasi per spezzarsi, per frantumarsi in mille emanazioni.

Blake è la poesia, l’incanto, la bellezza assoluta.

E’ sacrificio e salvezza.

E’ orrore e meraviglia.

E’ la volontà di entrare in quel mondo che riteniamo troppo grande per noi, ma che ci appartiene di diritto: il mondo del pleroma.

Terribilis est locus iste. Hic domus Dei est et porta coeli” 

Entrate in punta di piedi, in questo libro, con rispetto e riverita meraviglia

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