Mi prende d’amore una forma di Nadia Alberici: la postfazione dell’editore Silvano Negretto. (Fonte http://oubliettemagazine.com/2018/10/23/mi-prende-damore-una-forma-di-nadia-alberici-la-postfazione-delleditore-silvano-negretto/)

 

“Poesia/ mi avvolge sottovoce mi parla/ Vibra/ fino a sfibrare le corde sottese/ Accende/ fuoco o luce o caldo emisfero/ Parla/ con le mani e la bocca/ Trascende/ corpo in primavera/ Rinasce/ di vita una stilla/ Riprende”

 

Le Domande sulla Vita, sul Bene o sull’Amore?

Nadia indaga il senso delle proprie emozioni qui e ora, delle sensazioni di questa notte, dell’amore in determinati momenti di attesa, di fuggevoli inquietudini o illusioni.

La sua poetica, proprio per questi limiti posti a ogni speculazione metafisica, risponde per altre vie, stimolanti quanto originali, a quei perenni quesiti, mai risolti né risolubili sul piano concettuale.

In queste poesie, mai troviamo il lamento, ma sempre una vitalità pensosa, inquieta, non rammaricata del passato, e invece sorpresa del mistero, dell’ineffabile. Le parole non bastano mai, anche se aiutano, per rispondere ai nostri dubbi; e il dubbio non è mai sofferenza, è presa d’atto cosciente della misteriosa bellezza della Materia o Natura vivente di cui Nadia si sente parte.

L’anima, anche quando appare sconvolta dalle emozioni, anche quando rischia di “perdere il senso”, trova stabilità nella “terra inerte”, nella natura stabilmente viva, nella quale con meraviglia siamo immersi. Nelle poesie d’amore, prevale l’osservazione realistica dell’ambiguità del vivere, positivamente vissuta nella cruda quanto “vellutata” memoria delle piacevoli, inquietanti, “vibrazioni” della carne.

Il faticoso percorso del soggetto pensante, quando si fa accettazione cosciente dell’altro da sé (oggetti eventi passioni), trova un sicuro punto d’approdo nel permanere, forte e sempre vigile, di memorie personali depurate da ogni eccesso passionale, quasi fossero osservate dall’esterno.

Nadia evita in modo deliberato ogni intima “confessione”, troppo spesso in molti altri autori dilatata e compiaciuta, che può infastidire il lettore più esigente: il suo percorso di studio e pratica letteraria è pluridecennale; e in questi ultimi anni si è concentrata sul linguaggio, che si presenta ora asciutto, scarno quanto intenso, a volte inquietante, quasi sempre sorprendente nell’uso inedito di metafore metonimie e sinestesie…

L’uso di figure retoriche non è didascalico né forzato: l’Autrice riesce a raggiungere quella sintesi di esperienza vissuta e di controllo della razionalità cosciente, che i filosofi dell’arte poetica – da Aristotele a Kant – individuarono come condizione necessaria di una poesia che ambisca ad essere “universale”.

Il poeta si imbatte, più volte, nella scoperta del mistero, dell’ineffabile senso del vivere quotidiano. Sebbene parli soprattutto delle cose, degli elementi immobili o viventi della natura, non è su quelli che Nadia focalizza il suo sguardo poetico.

Il suo è infatti uno sguardo interiore, e la suggestione dei suoi versi sta nell’allusione a un “altrove” che solo nel silenzio – fuori da quel mondo comunicativo “commerciale” che Heidegger chiamava “la chiacchiera” – può cominciare a svelarsi come Verità.

Per certi pensatori, Heidegger e Lévinas ad esempio, è l’indicibile che costituisce l’obiettivo proprio della filosofia: mentre il silenzio è la condizione necessaria, per la poesia, di parlare dell’indicibile. Se mancasse il silenzio, la poesia si ridurrebbe a un semplice divertente inutile gioco.

Alcuni grandi classici della letteratura, come Leopardi o Baudelaire, o un uomo del Novecento come Pavese, hanno sottolineato questo lato originale quanto essenziale del lavoro poetico: dagli oggetti ed eventi naturali o umani, persino dai sentimenti o movimenti dell’anima, il poeta parte per guardare al di là di questi.

Le immagini suggestive, quasi sempre inedite, di cui Nadia felicemente si avvale, nascono proprio da questo sguardo che cerca l’altrove, e che sperimenta il dolce naufragio – di leopardiana memoria – di ogni parola comune, ovvero del banale ripetitivo ambito della comunicazione intersoggettiva o sociale quotidiana.

La Verità dell’indicibile è così misteriosa e suggestiva perché si nasconde “dis-velandosi” solo nel linguaggio creativo del poeta: molto più che nel discorso argomentativo sillogizzante delle scienze e della filosofia.

Non pretendevo esaurire in queste mie scarne considerazioni l’intero percorso poetico di Nadia Alberici.

Era soltanto mia intenzione evidenziare i motivi che mi hanno indotto a pubblicare, come un dono che l’editore fa ai suoi lettori, la recente produzione di questa Autrice: una voce sincera e fuori dal coro, della quale sono convinto che sentiremo parlare anche in futuro.

Concludo con un recente inedito di Nadia Alberici, tratto dal suo blog Forse Poesia:

 

“Pochi passi stamane in questo legame di cielo/ e strade/ Letture di poesie smuovono occhi e grovigli/ Ho nuotato senza saper nuotare/ E prostrata sono rimasta in questo lago/ Quasi senza vestiti/ Non importa, mi farei lisciare le ossa/ da questo mondo che non serve a nulla/ Se bevo poesia.” ‒ “Se bevo Poesia”

Written by Silvano Negretto

Info

Blog Nadia Alberici

https://sibillla5.wordpress.com/

Sito Negretto Editore

http://www.negrettoeditore.it/

Acquista “Mi prende d’amore una forma”

https://www.ibs.it/mi-prende-d-amore-una-forma-libro-nadia-alberici/e/9788895967318

Recensioni “Mi prende d’amore una forma”

http://oubliettemagazine.com/tag/nadia-alberici/

Facebook Negretto Editore

https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/

Sito Odori Suoni Colori

http://www.odorisuonicolori.it/

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2018/10/23/mi-prende-damore-una-forma-di-nadia-alberici-la-postfazione-delleditore-silvano-negretto/

Annunci

“Sangue due volte rosso” di Gabriella Grieco. A cura di Alessandra Micheli.

 

Sangue due volte rosso è un affresco favoloso e strabiliante che apre uno scorcio sul mistero.

E’ stata una lettura che ha stuzzicato profondamente corde neanche tanto segrete del mio animo, quelle che imbizzarrite e ribelli, si distaccano dalla mia formazione scientifica e si fanno abbracciare dalla passione per le leggende e per l’occulto.

Perché di questo il libro parla: il mitico e fondamentale mito della creazione umana che si rivolve nell’eterno scontro tra bene e male.

Due forze che si fronteggiano nei secoli, attraversando come un soffio, l’antichità, il medioevo e non disdegnano di danzare impunite nei tecnologici e affannati giorni del post-moderno.

E’ una storia che parte da lontano, dagli albori della genesi umana, quando un dio solitario e pieno di potenzialità decise di plasmare con un respiro non solo la realtà cosi come la conosciamo, ma l’uomo stesso.

E mentre accadeva il miracolo, mentre cresceva questa creatura fatta con qualcosa in più degli angeli e coronata di gloria e stelle, un altra divinità scomoda e stonata, fa capolino in questo atto creativo e forse profondamente ribelle: noi lo conosciamo come Satana, mentre gli gnostici lo nominavano L’arrogante, l’arconte, il perturbatore.

Ecco che dalla volontà monoteistica della mente, si torna a una sorta di dualismo necessario alla costruzione stessa dell’universo, quella che mette in moto energie contrarie che, appunto per questa stridente rivalità, creano Movimento.

Ed è il movimento che fa proseguire questa favola moderna chiamata vita, è questo contrasto, questo pericolo chiamato male o Apocalisse, che permette a noi di esercitare il più grande dono divino di ogni creatura: il libero arbitrio.

E il libro della Grieco, dietro il velo della storia e del fantastico, del magico e della tradizione, si svela cosa si cela dietro il libero arbitrio e cosa, in fondo, esso sia davvero.

E’ la capacità di scegliere che ci rende diversi da tante altre creature dominate dall’istinto. E’ il pensiero che riflette e che elabora costantemente i concetti di giusto e sbagliato, che ci fa essere cosi straordinari e cosi vicini e partecipi dell’essenza del Dio.

La conoscenza del bene e del male, cosi pericolosa e cosi terribile ci permette di abbracciare o ostacolare sia il progresso e l’ordine ( il bene) sia il caos e l’involuzione (il male). Spesso però, questo esercizio di volontà, ci appare inutile, come se fossimo scelti dal destino a compiere le gesta straordinarie dei protagonisti.

Essi sembrano rinnegare il concetto del libero arbitrio in quanto incarnazioni di eroi del passato. Ed ecco che questa strana linea di congiunzione tra il tempo che fu e il tempo che deve compiersi, scatena una domanda che non può non turbare gli animi: se io sono destinato al ruolo del salvatore del mondo, della nemesi dell’anticristo (poiché di quello il libro della Grieco parla) sono davvero libero di scegliere?

E cosi via in un susseguirsi si di accadimenti che hanno il profumo delle antiche narrazioni del passato ( le saghe celtiche o addirittura la queste du graal) ma che servono anche a delle riflessioni più profonde e pertinenti al nostro stato particolare: esseri che sono a metà tra il cielo e la terra, tra il vizio e la virtù, tra abisso e paradiso.

E questa dicotomia la rivediamo anche in questa libertà di scelta, che apapre quasi beffarda, e di facciata.

Del resto, riflettiamoci, , come può un predestinato essere libero?

La Grieco non risponde.

Ma suggerisce l’arcana risoluzione del quesito che riassumo con una famosa frase latina presente sulla porta Alchemica del marchese di Palombara

SI SEDES NON IS

 

scritta palindroma che si traduce con

 

(Se siedi non vai)

 

e da destra a sinistra

(Se non siedi vai).

 

E’ questo il segreto del libero arbitrio.

La capacità di muoversi, di dubitare, di non crogiolarsi nella stasi.

Si è salvi, si accetta la missione solo se ci si “muove, si si prosegue il cammino, se la mente elabora a ritmo forsennato, se si lasciano entrare i sogni che spingono verso il di-svelamento del mistero.

I protagonisti sono liberi proprio perché si spingono oltre i limiti.

Perchè le domande li angosciano.

Perchè si interrogano.

Persino gli adepti del male divengono stranamente redenti per la capacità di non fossilizzare la mente su cosa è necessario fare; il loro vero atto di ribellione e di salvezza è nel provare dolore, nel tentativo anche non attuato di ribellarsi alla costrizione del padrone. A riconoscere che, in fondo, un padrone li possiede.

Che nonostante il loro apparente si, sono e restano schiavi.

La maliarda in fondo, decide di amare.

Decide di bestemmiare il suo padrone.

Nel suo urlo contro il cielo sta la sua redenzione.

Perchè urlare, gettare fuori ogni scoria è la vera, unica purificazione che fa riconoscere che, in fondo, si è costretti a ingoiare un boccone troppo amaro, che il proprio organismo spirituale non riesce più ad assorbire.

Il prescelto dalle forze oscure è stanco e pieno di dubbi, si interroga, nonostante vada avanti con l’apparente azione.

Ma un’azione ancor più potente, quella della mente, rifiuta l’apertura del portale.

Gli eredi della mano camminano verso la luce della conoscenza, non sono certi di voler adempiere il loro destino eppure, simbolicamente, accendono la candela della gnosi.

In realtà, l’apertura della porta che permette al Maligno di entrare è già chiusa dal principio. Nel momento in cui una sola lacrima cade a terra e nutre quel dio che non è trascendente, ma immanente e profondamente vicino a noi, il maligno è già privato della sua oscurità e ridiventa luce.

Forse in questo libro, il vero atto salvifico è nel restituire a Satana, la sua essenza di luce semplicemente attraverso la compassione, e l’empatia che ci fa provare dolore.

Non a caso tutto si svolge in un momento festivo di rinascita solare, in cui si accoglie, nuovamente il portatore di luce.

Un libro intenso, ricco di immagini e suoni, che incanta e seduce, che ci mostra il sottile velo di comunicazione tra noi e dio, un velo che è cosi labile, cosi impalpabile da poter essere spostato con un solo soffio.