thumb-1920-241734.jpg

 

PRIMAVERA

 

Mentre la carrozza mi conduceva verso la mia sede di lavoro, diedi uno sguardo alle colline toscane: il castello dei Vittoriano s’ergeva sulla testa del colle, avvolto dalla foschia mattutina. Un edificio imponente, a cinque piani, munito di quattro torri e circondato da alte mura. Le pareti esterne erano avvolte dalle edere, di cui i padroni erano molto fieri. Nessuno doveva tagliare quelle piante, era una delle regole della casa. Adoravo le piante, ma mi dispiaceva che fossero lasciate allo stato selvaggio. La gente del villaggio temeva i Vittoriano, numerose leggende avvolgevano il loro misterioso castello. Alcuni narravano che avessero fatto dei patti col diavolo, altri che nascondevano innumerevoli ricchezze nei sotterranei. Stavano sempre per conto loro e facevano il possibile per non mischiarsi con la gente.

Nemmeno la Foresta Stregata che divideva la loro dimora dai villaggi vicini era esente dalla paura dei paesani: le persone si tenevano alla larga dal bosco di notte, in quanto si narrava che gli alberi di quel posto prendessero vita per ghermire le persone e divorarle.

Naturalmente per me erano solo leggende, avevo ereditato la mente scettica di mio padre e si sa che le persone poco istruite erano tendevano più a credere ad ogni voce paranormale.

Ero appena arrivata al castello, assunta come domestica presso quell’antica dimora.

Mentre mi dirigevo verso le stanze della servitù, il capo dei maggiordomi mi illustrò alcune delle dodici regole della casa: non sporcare, non fare troppo rumore di notte, rispondere solo se interpellati e lasciare le tende spalancate tutto il giorno, in modo da far entrare maggior luce possibile nella casa. Pensa che fosse una cosa ovvia: nessuno voleva vivere chiuso al buio come un pipistrello e chiesi all’uomo del perché fosse diventata una regola.

«I membri della famiglia hanno bisogno di luce più degli altri» rispose secco.

Pensai che forse soffrivano di qualche malattia ossea.

Quando attraversai il corridoio provai un lungo brivido nella schiena, mentre vedevo i quadri di famiglia: mi sentivo osservata da quegli antichi. Erano uomini e donne, alcune volte da una bellezza quasi angelica, altre volte deformi, ma tutti erano accumunati da una cosa: in una mano stringevano un fiore o un ramo.

Arrivata davanti alla porta della stanza, il capo dei maggiordomi mi sussurrò all’orecchio. «Una delle regole più importanti della casa: mai uscire di notte. Anche se sentirà rumori strani, chiuda sempre la porta e non esca MAI dalla stanza. Se trasgredisse a questa regola verrà licenziata subito. Potrà uscire quando sentirà il rintocco dell’orologio in camera sua: sei e mezza del mattino».

Annuii, incredula. Il padrone di casa temeva che bighellonassi durante la notte?

Quando l’uomo se ne andò, mi ritirai nella mia camera. Era piccola, ma graziosa. Aveva due grandi finestre che la illuminavano per intero. Il fantomatico orologio a pendolo era appeso alla parete: era in legno ed erano decorato con figure floreali. Aprii un armadio e trovai diverse divise di differenti taglie. Quando trovai quella più adatta, la indossai.

Mi guardai allo specchio: avevo due leggere occhiaie ed i capelli erano stati spettinati dal vento. Non avrei pensato che in quella parte della collina soffiasse così forte. Mi sistemai l’acconciatura, nervosa per il mio primo lavoro. Il vestito era grigio ed io detestavo quel colore. Ricordava la tristezza. Come la pioggia.

“Su, non è poi così male, avrà delle regole strane, ma il castello è davvero bello e luminoso” pensai.

Sentii nostalgia della mia famiglia: non ero mai stata così lontana da casa. Mi mancavano i miei genitori e mio fratello minore.

L’ansia iniziò ad impossessarsi del mio respiro. Contai fino a dieci e la controllai. Uscii dalla stanza, pronta per il lavoro.

Durante le prime settimane nel castello, compresi a mie spese un’altra regola della casa: quando si spolvera i quadri, non bisogna fissarli.

Mentre pulivo il quadro di antenato dei Vittoriano, un giovane soldato a cavallo, distolsi lo sguardo per un attimo, quando riguardai il quadro, sgranai gli occhi: il volto serio dell’uomo si era trasformato, le labbra, prima serrate, erano piegate in un sorriso beffardo.

Sbattei le palpebre ed il sorriso tornò normale. Indietreggiai, trattenendo un urlo, ma pensai che fosse stato un gioco di luci. Dopotutto ero stanca e la mancanza di sonno giocava brutti scherzi.

Non guardai più un antenato negli occhi. Non sapevo cosa avevo visto, ma era meglio che non si ripetesse.

Per fortuna le notti erano tranquille, non sentivo rumori strani, a parte il vento che soffiava con una ferocia inaudita. Mi ero abituata subito alla routine quotidiana: alzarsi alle sei e mezza, aprire le tende, servire la colazione, pulire e lavare. Una nota che mi aveva incuriosito: i padroni di casa mangiavano poco, solo una volta al giorno, eppure erano in ottime condizioni di salute. Magari non li avevo visti consumare i cibi della sala da pranzo perché preferivano farlo nelle loro stanze , era l’unica spiegazione logica. Una notte feci un sogno davvero strano: ero bambina e mi trovavo in una foresta oscura, gli alberi erano così fitti che la luce del sole riusciva a fatica a penetrare tra la vegetazione. Mi ricordò la Foresta Stregata, situata vicino al mio paese. Di colpo gli alberi delle leggende mi parevano più veri che mai, coi loro rami secchi e contorti, come mani pronte a ghermirmi.

Davanti a me vi era un’enorme quercia: era troppo alta anche per i membri della sua specie. Era forte, rigogliosa, ma sentivo che aveva qualcosa che non andava. Una potente aura maligna e pericolosa l’avvolgeva. Feci un passo indietro e calpestai un rametto.

“Vieni con noi, vieni con noi” cantilenò una voce femminile, in un tono dolce, quasi materno.

Io scossi la testa. Una radice sbucò fuori dal terreno e s’attorcigliò attorno alla mia gamba. Urlai con tutto il fiato che avevo in gola, mentre mi divincolavo. La voce si fece sempre più forte. “Vieni con noi, vieni con noi, vieni con noi”.

All’improvviso una ragazza giovane uscì da un cespuglio: mi assomigliava, ma aveva i capelli scuri. La ragazza fece un gesto e le radici si dissolsero. Rimasi a guardarla incredula.

“Guardati dai Vittoriano, Maria, guardati dalla quercia” disse.

Mi svegliai di soprassalto. Sentivo le cavie doloranti.

I nobili della famiglia erano gentili e colti, mi parevano creature leggiadre, quasi al di sopra dell’umano.

Il padrone di casa, Giovanni Vittoriano, era un tipo malinconico, afflitto dal lutto della sua sposa. Si diceva che un tempo fosse stato un uomo spensierato, oltre che bello, ma la morte della moglie gli tolse ogni felicità. Passava quasi tutto il tempo rinchiuso in camera, a fare chissà cosa. Le poche volte che usciva, salutava appena. Era però molto affezionato alla figlia, la principessina di casa. Era così protettivo nei suoi confronti che le impediva di lasciare il castello a causa della sua salute cagionevole.

Il fratello minore del padrone, Giorgio Vittoriano, era il burlone della famiglia. Adorava scherzare ed era il membro che più mi affascinava. Soprattutto per quei suoi occhi viola, così insoliti e che mai pensavo potessero esistere.

La madre dei due, Madama Cristina Elisabetta Vittoriano, era una donna austera e piuttosto autoritaria. Tutta la servitù sapeva che era in realtà lei a comandare in quel castello. Come i suoi figli, in passato doveva essere stata molto bella da giovane. Sembrava detestare qualsiasi creatura animale, ad eccezione delle api, forse a causa del loro ruolo benefico nell’impollinazione. La signora era l’unico membro della famiglia a trattarci con freddezza e tra noi servi era conosciuta come “La vecchia strega”. Gli altri parenti che abitavano in quel castello erano un prozio e due cugini gemelli identici, di circa trent’anni: degli individui piuttosto riservati, ma gentili, succubi della signora.

Il fratello del padrone mi dava spesso occhiate curiose. Lo osservavo con la coda nell’occhio mentre mi guardava passare in silenzio. Una parte di me era lusingata, l’altra mi metteva in guardia da certe attenzioni inopportune.

E poi, un giorno, accadde. Ero nell’ora di pausa, quando Giorgio Vittoriano mi sorprese a leggere un libro sotto il grosso salice piangente del castello.

«Signorina Marinelli, vedo che lavori troppo…» disse con voce cristallina.

Mi alzai di scatto, imbarazzata. Abbracciai il libro contro il petto.

«Suvvia, stavo scherzando. So che è il tuo turno di pausa» si guardò attorno «Il salice è un ottimo posto per leggere o studiare. Stare accoccolati all’ombra, mentre i suoi rami ti accarezzano mossi dal vento è una situazione piacevole. Non credi?».

«Sì, signore…».

Guardai con stupore il fratello del padrone sedersi sotto il salice ed invitarmi a fare lo stesso. Io ubbidii, fissando incantata i suoi occhi viola.

«Che stai leggendo di bello?».

Abbassai lo sguardo sul titolo del libro. Le mani mi tremavano, ma provai a controllare l’emozione.

«Orgoglio e pregiudizio…».

«Ah, Jane Austen. Mi sorprende che tu legga i classici… cioè… nel senso, non voglio offenderti, solo che è strano che una donna del tuo status legga, figuriamoci che legga libri di un certo livello».

Del mio status? Monsignore sbruffone che non sei altro, ringrazia chi ti serve, dato che non sai nemmeno allacciarti le scarpe da solo” pensai stizzita.

«Forse se voi uomini lasciaste alle donne più possibilità di istruzione, soprattutto alle donne “villane”, non sarebbe una cosa così insolita».

«Mi dica la verità, dove hai studiato?».

«Mio padre è il medico del paese, quindi aveva abbastanza soldi per mandarmi in collegio dalle suore».

«Io invece ho sempre avuto insegnanti privati… sai qual è la cosa sorprendente di Jane Austen?».

«Ditemi, signore».

Lui sorrise. «La sua grande abilità di immedesimazione. Non ha mai avuto una relazione in vita sua né si sposò, eppure è riuscita a creare storie d’amore intense e soprattutto vivaci».

Incrociai di nuovo il suo sguardo: gli occhi d’ametista brillavano vispi come quelli di un bambino birichino, mentre il vento mosse i boccoli dei capelli castani.

«Ammetto che adoro questo genere di struttura» continuò lui «I dibattiti tra Elizabeth e Mr Darcy sono in un certo senso sempre tesi, controllati. La passione è frenata dal raziocinio, però si vede lontano da un miglio che i due fanno parte di quel genere raro di persone che dall’antipatia riescono a far sbocciare l’amore… tu che ne pensi?».

«Credo che, come in qualsiasi relazione, cuore e mente debbano collaborare e le passioni debbano essere controllate. Se uno di esse vacillasse, non ci sarebbe equilibrio».

«Un’ottima osservazione. Neanche a me sono piaciuti gli estremi».

Meditavo sul da farsi: sapevo che aveva un doppio fine ed era meglio chiudere subito quel giochetto. Mi alzai dal mio posto, il libro stretto in mano. Lo guardai infastidita.

«Ditemi la verità, signore: perché mi seguite sempre?».

«Come scusa?».

«Non sono stupida, so che mi guardate sempre quando passo. Volevo chiederle quali sono le sue vere intenzioni» dissi. In realtà le sapevo, ma preferivo fosse lui a dirmelo.

Giorgio Vittoriano mi fissò incredulo, poi sospirò.

«Non è come credi. Non sono interessato a te in senso romantico…» accarezzò con le mani pallide un filo d’erba, senza smettere di guardarmi «Il fatto è che assomigli molto alla mia defunta sorella Anna».

Quelle parole frantumarono le mie certezze. Avevo sempre pensato fosse uno di quei nobilotti che correva dietro le servette, per ingravidarle e lasciarle sole e disperate. Rimasi in silenzio, senza saper cosa dire.

«Se vuoi, ti mostro il quadro nel mio ufficio. Il tuo turno finisce fra quaranta minuti, no?» Si alzò, sistemandosi i vestiti «Così vedrai coi tuoi occhi la vostra somiglianza».

Quel giovane era piuttosto bizzarro: si mescolava amabilmente con la servitù ed addirittura la invitava nelle sue stanze. Secondo le regole del castello, alle serve era proibito entrare nelle camere private dei padroni, a meno che questi fossero assenti, ma Giorgio mi garantì la sua protezione.

Lo seguii dentro il castello, salimmo fino al terzo piano. Il suo ufficio era una stanza lussuosa, dai muri rossi finemente decorati da rami d’oro. Una grossa scrivania in ebano era posizionata vicino alla grande finestra spalancata. La presenza di numerose piante nella stanza la faceva assomigliare ad una specie di “serra da lavoro”. Giorgio, come i suoi parenti, era letteralmente ossessionato dai vegetali.

Lui mi indicò il quadro posto dietro la scrivania: una ragazza sorrideva, mentre i lunghi capelli scuri cadevano sulle spalle nude. Indossava un abito bianco che le donava un’aura angelica ed in mano aveva una rosa. Notai con disagio che poteva benissimo passare per la mia sorella gemella: a parte i capelli, in quanto io ero bionda, lei era identica a me. Riflettendoci, assomigliava molto alla ragazza che mi apparve in sogno.

«Incredibile… beh, una leggenda narra che al mondo abbiamo sette sosia».

«Spero non penserai male di me. Non sono come quei nobili pervertiti che cercano avventure molestando le serve» disse il padrone «Lo ammetto, mi hai disorientato, ma per il semplice fatto che assomigliavi incredibilmente a lei. Vederti camminare vicino a me è stato come rivedere mia sorella» ammise, guardando il quadro con dolcezza.

«Come si chiamava? Forse sono stata indiscreta… mi perdoni».

«No, figurati. Si chiamava Anna… è morta a sedici anni» il suo sguardo fissò un punto della stanza e rimase in silenzio. Si voltò verso di me, osservandomi con un sorriso. « Canti davvero bene, sai?» disse.

Il cuore mi batté forte e sentì un improvviso calore strisciare dal petto alla gola. «M-mi ha sentito cantare?».

«Sì, ti ho sentito mentre attraversavo il corridoio. Tranquilla, non dirò nulla a mio fratello e mia madre» e mi fece l’occhiolino.

Giorgio Vittoriano usò la scusa del canto per convocarmi nel suo ufficio e parlare del più e del meno. La cosa mi lusingava, ma sapevo che era meglio non metterci il cuore: appartenevamo a due mondi diversi e difficilmente sarei stata approvata dalla strega del castello. Mi sembrava una persona tremendamente sola: a parte la sua famiglia, non lo vedevo assieme a qualche amico. Una volta, però, intravidi alcune lettere verso un certo Antonio Stivaletti, ma non sapevo in che rapporti fossero. A porte chiuse, il padrone si rivelava una persona vivace, che adorava rompere l’etichetta per mescolarsi con la gente comune. Ogni tanto sgattaiolava nei paesi, confondendosi coi popolani, per allontanarsi dall’atmosfera claustrofobica del castello. Soprattutto detestava l’odio innato che la sua famiglia provava verso ogni forma animale, lo trovava stupido ed insensato.

Quando, per curiosità, gli chiesi se avesse mai attraversato a piedi la Foresta Stregata, lui si fece serio, dicendomi che era un luogo molto pericoloso da non sottovalutare.

Un giorno la cameriera personale della figlia di Giovanni Vittoriano si ammalò gravemente e dovette lasciare il castello ed io fui incaricata di sostituirla. Sicuramente c’era lo zampino del fratello minore del padrone.

Non avevo mai visto lei, la “principessa del castello”, Angela, prima di allora. Il padre la teneva sempre chiusa in camera sua per paura che sia ammalasse, data la sua salute cagionevole. Solo la cameriera personale poteva stare con lei ed era espressamente vietato a qualsiasi uomo non facente parte della sua famiglia.

Quando uscì dalla sue stanze, la vidi: era albina, con due grandi occhi rossi . Non doveva avere più di quindici anni, eppure era molto bella e mi parve una regina delle nevi, con i suoi modi aggraziati ed i capelli candidi che ricadevano dolcemente sulle spalle. Il volto era stanco, segnato da occhiaie.

L’accompagnai al giardino del castello. La fanciulla si era avvicinata al laghetto dove alcune anatre nuotavano indisturbate. Tirò fuori un tozzo di pane da una tasca del suo giubbotto e lo divise in pezzi per poi lanciarli agli uccelli. Le anatre si avventarono sul cibo.

«Com’è fuori?» chiese la padrona.

«Oh, bello, ci sono colline, foreste, gente impiccione, insomma fuori è un posto pieno di vita» dissi.

Lei ridacchiò. «Di sicuro più pieno di vita di questo posto..». Il suo sguardo si perse verso l’orizzonte, al di là delle mura in pietra.

Provai pietà per quella ragazza costretta a rimanere in quella prigione dorata. Doveva soffrire molto la solitudine.

«Non siete mai uscita da qui?» domandai. Trasalii perché mi ricordai d aver infranto una delle regole: parlare solo se interpellati.

«Quando c’era la mamma era diverso… ma ero troppo piccola per ricordare… Maria, conosci delle storie?».

Ero sorpresa da tale domanda, ma annuii. Quando mia nonna era in vita, mi raccontava diverse storia: linchetti, boschi stregati, streghi e diavoli. La nonna sapeva sempre sorprendermi.

«Mi piacerebbe se mi raccontasti qualche leggenda, mi piacciono molto le storie».

«Certamente».

«La cameriera di prima non era molto brava».

«Darò il mio massimo».

La fanciulla sorrise. «Forse è meglio che ritorni dentro, non posso stare troppo sotto il sole».

L’accompagnai nelle sue stanze. Povero uccellino, non avrebbe mai spiegato le ali per volare.

La figlia del padrone, Angela, era una divoratrice di libri. La sua stanza ne era invasa. Se avessi potuto riunire tutti i libri che possedeva, avrei potuto costruire un’altra stanza. Era anche un’ascoltatrice famelica: ogni volta che terminavo una storia, ne voleva subito un’altra. Da una parte la capivo: le storie erano l’unica finestra che le permetteva di lasciare le mura del castello.

Mi confidò che la notte soffriva di terribili incubi: una quercia voleva assimilarla, per liberarsi dalla sua prigione. Gli alberi di notte gemevano e sussurravano, mentre la foresta assumeva anima propria. Sognava anche di una casa di specchi: un labirinto trasparente, dove le scale conducevano sopra e sotto, verso pareti o pavimenti. Un terribile gioco d’illusioni, dove lei era sia la padrona che la prigioniera. Ed al centro di tutto c’era sempre quella quercia malvagia.

Le dissi che anche io avevo fatto un sogno simile, ma che ero stata salvata da mia nonna in tempo.

«Secondo mia nonna » disse Angela «Una volta nelle foreste qua attorno sorgeva un tempio antichissimo. I membri di questo culto adoravano gli alberi ed il loro simbolo era una grande quercia. Nel periodo della repubblica romana, il culto venne disgregato terrorizzava Roma».

Rabbrividii. «E perché spaventava addirittura la repubblica romana?».

«Non so, forse temevano potesse spodestarli. Nonna non mi ha detto altro».

Qualcuno bussò alla porta.

«Avanti!» disse la padrona.

Entrò Giorgio Vittoriano. «Buongiorno, nipotina, vedo che sei in compagnia» quel suo sorriso smagliante mi fece batter il cuore all’impazzata.

«S-sì» dissi.

«Oh zio, la signorina Maria è proprio brava, ha fatto bene a consigliarmela».

«Purtroppo ho brutte notizie: Annalisa, la vecchia cameriera è morta. Maria prenderà definitivamente il suo posto».

Angela si coprì la bocca con una mano. «Oh cielo, mi spiace. Povera Annalisa…».

«Era anziana, purtroppo».

Angela scoppiò a piangere e lo zio l’abbracciò. Annalisa era stata come una nonna per lei, sebbene non sapesse raccontare storie. Angela era cresciuta con lei, era stata colei che più si avvicinava al concetto di “amica” per la padrona.

Rimasi in silenzio ad ascoltarli. Non ero mai stata brava a consolare e temevo di peggiorare la situazione.

Quando la padrona si tranquillizzò, Giorgio Vittoriano mi chiese di seguirlo al suo studio. Chiuse dietro di sé la porta e si assicurò che nessuno ci spiasse da dietro la porta.

«Devo avvisarti di una cosa, solo di te mi fido».

Deglutii. Era pallido in volto. Non avevo mai visto il padrone così preoccupato. «Secondo le mie fonti, Annalisa non è mai arrivata a casa. Qualcuno ha trovato il suo corpo nella foresta. Anche il cavallo era stato dilaniato. Forse ha incontrato una belva feroce».

«Ma nessuno sa questa cosa?».

«Solo i carabinieri, la mia famiglia e qualche servo fedele. Ma credo che prima o poi la voce girerà. Le autorità attribuiscono l’aggressione ad un orso, ma bisogna ancora accertare il tutto».

«Ma è orribile!»

«Per questo non ho voluto far sapere nulla a mia nipote. Era molto affezionata ad Annalisa e se sapesse che è morta uccisa in quel modo credo che peggiorerebbe la sua salute».

Vedendolo così sconvolto, d’istinto lo abbracciai. Rimanemmo fermi in quella posizione, poi mi staccai imbarazzata. Quale servitrice abbracciava il proprio padrone?

«I-io, mi dispiace» dissi, mortificata.

Mi aspettai un rimprovero, invece il padrone mi baciò. Rimasi ferma per un tempo che parve eterno. Era tutto così assurdo, sbagliato… e dolce.

ESTATE

La mattina del ventun giugno mi arrivo la notizia che mio padre si era ammalato gravemente. Chiesi un permesso di qualche giorno per stargli accanto. Mentre il occhiere attraversava il sentiero che conduceva nella foresta, mi tornò alla mente la vecchia serva Annalisa. Come mai non aveva chiesto al cocchiere di accompagnarla? D’altronde gli stessi padroni avevano reso disponibile una carrozza addetta solo alla servitù, proprio per rendere più sicuro il viaggio lungo il tragitto.

Mi sembrava strano che una signora anziana potesse prendere un cavallo in fretta e furia, senza dire niente a nessuno. A mio parere era il comportamento di qualcuno che aveva intenzione di scappare. Per cosa mi era ignoto.

Il mio sguardo si perse tra gli alberi della foresta: da piccola i miei genitori e mia nonna mi avevano messo in guardia dalla foresta, raccontandomi storie di spiriti maligni e piante carnivore. Ovviamente erano gli spauracchi per evitare che noi bambini del paese ci mettessimo nei guai.

Il cocchiere mi lasciò all’ingresso del paese. Mi sentii rincuorata nel vedere le stradine di ciottoli strette, le casupole bianche da cui uscivano leggeri serpentelli di fumo, il chiacchierare dei passanti. Ero ritornata dai mortali, lontana dall’atmosfera surreale del castello.

M’incamminai lungo il sentiero, entrando nella piazza principale. Diedi uno sguardo veloce al pozzo: se ne stava da tempo immemorabile e secondo i vecchi del paese era in realtà un passaggio verso la foresta. Odiernamente il pozzo era stato sigillato, ma è sempre rimasto il simbolo del nostro paese, da cui trae anche il nome.

Ripensai a mio fratello: non era mai stato lo stesso dopo la notte di natale di dieci anni fa. L’avevo trovato svenuto sul poggiolo, in stato delirante, mentre farfugliava parole legate al pozzo della piazza ed a strane creature che uscivano da esso. Dopo quel giorno, evitava cautamente di camminare vicino al pozzo, ma non ricordava nulla di quel che aveva farfugliato.

Quando entrai a casa, ad accogliermi vennero mio fratello e mia madre. Erano felici di vedermi e mi riempirono di domande.

Arrivai alla camera di mio padre e lo vidi: era sdraiato sul letto, con la pelle giallastra e gli occhi infossati. Era dimagrito notevolmente: dell’uomo pasciuto che era stato, non era rimasto che uno scheletro con della carne appiccicata.

«Maria, figliuola mia» mormorò il vecchio.

«Padre, come state? Perché mi avete nascosto che stavate male?» dissi, sedendomi accanto a lui.

«Non volevo farti preoccupare, pulcino. Hai appena iniziato a lavorare, sei lontana da qui…».

«Ma non dite cavolate, sarei corsa. Cosa ha detto il suo collega?».

Il vecchio sospirò. «Non mi rimane molto da vivere».

Mi sentii come se il tempo si fermasse. Ero intrappolata nell’illusione infantile che la morte fosse una cosa lontana e non tangibile. Qualcosa che riguardava gli altri e non i miei cari. Ma Comare Morte viene sempre a bussare alle porte, ricordandoci le brevi esistenze di noi mortali.

Non potevo credere che l’uomo forte e robusto dell’anno precedente si fosse ridotto in quello stato. La natura era un’entità davvero spregevole.

«Figliola» continuò lui «Voglio confidarmi con me: ti trovo sprecata a fare la serva presso quei nobilotti. Meriti di meglio: sei colta ed intelligente. Conosco un amico che potrebbe offrirti un posto da insegnante presso un collegio per fanciulle…».

«Padre, non saprei, ho appena iniziato a racimolare qualche soldo… non saprei proprio come…».

«Vorrei solo vederti ben sistemata, con un marito rispettoso di te» tossì ed io presi il bicchiere in vetro, posto sul comodino accanto al letto.

«Vado a darvi un po’ d’acqua» dissi.

Mio padre fece un cenno col capo e chiuse gli occhi, scivolando tra le braccia di Morfeo.

Quando chiusi la porta dietro di me. Fissa con gli occhi lucidi il bicchiere nella mia mano. Mio fratello mi diede uno sguardo compassionevole: mi prese per mano e mi guidò verso la cucina.

«Sai, continuo a fare sogni strani» ammise mio fratello. Eravamo seduti sul dondolo in cortile. Il cinguettio degli uccelli allietava quel momento deprimente.

«Davvero?».

«Sì, riguardano te. Sai, ti vedo scendere in una scalinata buia accompagnata da una lanterna. Sulle pareti di questa scalinata ci sono degli affreschi. Non riesco a vederli bene nel sogno, ma sembra riguardare una battaglia. Tu scendi giù, sempre più giù, fino a ritrovarti in una stanza: ci sono tante gabbie, piene di mostri. Piangevi, poi tentavi di salire sopra… poi però ti vedevo cadere a terra, morta…».

«Alessio, sei allegro come sempre»

«Giuro, Maria, è da una settimana che faccio sempre lo stesso sogno. Secondo me è un segno ».

Gli diedi un buffetto sulla guancia. «O forse, da quando me ne sono andata temi per la mia sorte. I sogni, dopotutto, possono essere manifestazioni delle nostre paure più oscure».

«Non lo so, ma ti chiedo solo di fare attenzione. Poi non circolano belle voci sui Vittoriano… se ne stanno sempre isolati, tra le colline. In passato facevano il bello ed il cattivo tempo, oh sì, sai cosa faceva il loro antenato Lorenzo detto “lo Scorticatore”?».

«N c’è bisogno di ricordarmelo» dissi «Il posto non è male, è molto luminoso e pulito. I nobili sono… beh, nobili, però due di loro sono simpatici: il fratello del padrone e la figlia».

«La “bambina bianca”?».

Annuii.

Quel pomeriggio lo passammo a giocare a carte ed a parlare del più e del meno. Sembrava che fossi ritornata ai vecchi tempi, quando mio padre era in salute ed io ero con la mia famiglia. Per fortuna c’era Alessio a tirarmi su di morale, con la sua ingenuità da ragazzino. I due giorni seguenti ritornai al Castello, mentre la melanconia mi ghermiva con le sue orride mani. Mio padre stava morendo, mentre io mi allontanavo da lui.

Nella settimana successiva, Giorgio mi prese da parte, chiedendomi il motivo di tale tristezza. Gli raccontai della salute di mio padre e della sua condanna. Lui si fece descrivere i sintomi, sorrise, e mi assicurò che avrebbe alleviato il dolore di mio padre, ma disse che dovevo aspettare qualche giorno.

Attesi, chiedendomi cosa frullasse in quella mente iperattiva. Giorgio tornò, con una boccetta tra le mani. “Dai questo a tuo padre, vedrai che lo aiuterà”.

Gli chiesi cosa contenesse, ma lui disse semplicemente che era un antidolorifico per mio padre. Dovevo versare dieci gocce al giorno in un bicchiere d’acqua, per almeno un mese. Perplessa, presi la boccetta: conteneva uno strano liquido trasparente.

«Siete sicuro che allieterà il dolore di mio padre?».

«Certo, è un rimedio naturale. Lo usiamo nella mia famiglia, ha lo stesso effetto della morfina. Lo ha prescritto il nostro medico di famiglia» rispose serafico. Non capivo il motivo di tanta felicità, d’altronde mio padre sarebbe morto lo stesso, anche se almeno non avrebbe sofferto.

Decisi di chiedere un altro permesso che mi fu concesso, ma solo per due giorni. Colsi l’occasione al volo ed una volta arrivata in paese, diedi a mia madre e mio fratello le istruzioni per dare le gocce a mio padre. Il primo giorno le diedi io stessa, mentre lui era nel delirio.

Sperai che le sue sofferenze terminassero. L’uomo grande e forte ridotto a quello stato era troppo per me.

Io e Giorgio ci frequentavamo di nascosto. Lo studio e la sua camera erano gli unici luoghi in cui potevamo vederci senza farci notare. Sapevo che prima o poi qualcuno ci avrebbe visto e forse avrebbe comportato il mio licenziamento, ma per il momento non mi importava.

Adoravo i suoi occhi magnetici, il suo fisico asciutto, ma muscoloso, i tratti androgini del volto. Ma anche la sua natura allegra e spensierata. Senza di lui, il castello sarebbe stato un mortuario.

Lui mi narrò della sua famiglia, in particolare sua sorella maggiore, così simile a me. La sua morte era stato un trauma per tutti, specialmente per Giorgio. Era stata una figura materna, molto più della stessa madre. Lui mi disse solo che il giorno prima era viva ed il giorno dopo no. Aveva contratto la stessa malattia di Angela: indebolimento del corpo ed incubi notturni. Giorgio temeva che quel problema fosse genetico. Sua sorella aveva inoltre cambiato comportamento, diventando più aggressiva verso di lui e verso gli altri membri della famiglia.

Aprii lentamente il mio cuore a lui, confidandogli alcuni miei segreti, cose che nemmeno i miei genitori o mio fratello conoscevano. Gli narrai della mia infanzia, di come ero stata una bambina persa nell’immaginazione e nei libri, di come mio fratello non fu lo stesso da quando lo trovai in balcone, delirante mentre borbottava del pozzo del paese.

Gli raccontai anche del mio sogno, della quercia e della misteriosa ragazza. Lui parve sorpreso ed turbato sia dal sogno che dalla storia del pozzo.

Tutto quello che disse fu “Non ci pensare”. Lo disse con un tono serie che mi fece quasi rabbrividire.

Ci fissammo, sdraiati sul letto. D’un tratto sorrise e mi accarezzò una guancia.

«Sapete, la ragazza nel sogno assomigliava molto a vostra sorella» ammisi, guardando il quadro della fanciulla «La cosa assurda è che prima non l’avevo mai vista…».

Lui posò entrambe le mani sulle mie spalle, avvicinando le labbra sul mio collo. «Mettiamo da parte le preoccupazioni». Un brivido d’eccitazione mi attraversò la schiena.

«In privato diamoci pure del tu»continuò lui «Odio le formalità». Gemetti, mentre le sue mani scivolarono lungo il mio petto.

«No, ti prego,se tua madre ci scoprisse…» ansimai.

«Mia madre? Bah, può tenersi le sue ideologie purosangue! Giuro che se tu venissi licenziata, io andrò ad abitare con te».

Risi. «Saresti davvero disposto ad essere diseredato per me?».

Lui mi baciò con avidità. «Certo».

Lo abbracciai, appoggiando il capo contro il suo petto. La madre dei padroni era una donna arcigna e fiera, mai avrebbe tollerato un matrimonio tra classi diverse. Curioso. Oggettivamente eravamo tutti uguali davanti alla legge, in pratica c’erano persone superiori ed inferiori. Il mondo era davvero una barzelletta, una macabra barzelletta.

Un tonfo. Aprii gli occhi: un suono ripetuto, al piano di sopra. Rumori di passi, li sentii muoversi in cerchio e si fermarono perpendicolarmente alla mia posizione, senza muoversi per tutta la notte. Il giorno dopo andai a controllare e mi accorsi che c’era solo un muro. Come potevano esserci dei passi se non c’era nulla?

Domandai ai miei colleghi, ma loro mi risposero “Metti la testa sotto il cuscino e sogna cose belle”. Avevano una faccia stanca e spaventata: anche loro li sentivano.

I giorni dopo percepii qualcosa strisciare dentro le mura: pareva un grosso serpente che lento e paziente si muoveva lungo le tubature. Ne parlai con Giorgio ma lui parve evasivo, dicendomi che il castello era antico ed era normale sentire rumori. Non gli credetti, ma non insistei. Prima i quadri, ora i rumori. La mia mente razionale cercava una risposta logica a tutto: forse c’erano parassiti dentro i muri, magari bisognava fare un’infestazione. Per i rumori di passi, poteva essere la suggestione. D’altronde vivevamo in un ambiente isolato, con regole molto rigide.

Ma non furono gli unici elementi inquietanti di questi giorni. La salute di Angela iniziò a peggiorare:di notte si sentivano le sue grida lungo i corridori del castello, dovute ai frequenti incubi che la perseguitavano. Sognava sempre quella maledetta quercia che la divorava. Troppe cose sospette, troppi segreti. A volte mi sembrava di sentire la presenza di quell’albero dappertutto.

Dovevo scoprire cosa si nascondeva in quel castello. Mi ricordai della leggenda della setta adoratrice della natura di cui mi aveva parlato la padrona. Forse la quercia era un ultimo residuo di quell’antica civiltà dei boschi. Avrei dovuto indagare, ma purtroppo non potevo accedere alla biblioteca del castello. Ma forse, avrei potuto chiedere ai miei parenti se potevano dare un’occhiata alla biblioteca del paese vicino.

Un giorno, Giorgio mi prese in disparte e mi disse a bassa voce, quasi sussurrando «I medici non sanno dare un nome al male che affligge mia nipote. Io credo che sia questa casa. Angela deve uscire, non può rimanere in questo posto o farà la stessa fine di Anna».

«Questo lo avevo capito fin dal principio» mormorai con un sorriso, ma gli occhi di lui erano seri.

«Maria, per qualsiasi ragione NON uscire di notte, intesi?».

«Non lo faccio mai, perché dici questo?».

Lui mi accarezzò il volto, assumendo un’espressione dolce. «Non voglio che ti faccia del male».

Rabbrividii. Nonostante avesse un’aria tranquilla, mi inquietavano i suoi cambiamenti d’umore. Era come se fosse sul punto di rivelarmi qualcosa, ma non potesse farlo.

«Giorgio, forse è meglio se la smettesti di nascondermi le cose! Non sono l’unica che sente qualcosa strisciare tra le pareti. Avete per caso topi o serpi nei muri?».

«Questo castello è vecchio, te l’ho detto» disse poco convinto.

«E allora perché mi dici con aria preoccupata di non uscire di notte? Avete un fantasma in casa per caso?».

Lu scosse la testa, passandosi una mano sui capelli scuri. Si guardò attorno e mi sussurrò. «Un giorno ti racconterò tutto, ma sarà quando me ne andrò via di qua. Posso dirti che sospetto che mia sorella non sia morta per malattia, ma devo avere una conferma».

Si allontanò di scatto. Rimasi in silenzio, riflettendo sulle sue parole. Giorgio aveva le mani legate dalla famiglia, non c’erano dubbi.

La piccola Angela mi fissava con i suoi occhietti lucidi da sotto le coperte. Il suo respiro era calmo, ma le era salita la febbre. Le posai un fazzoletto bagnato sulla fronte.

«Brutti incubi?».

La principessina annuì. «Lei mi vuole prendere, ma io non voglio…» piagnucolò.

«Sapete, mia nonna mi diceva sempre che se noi ci rendiamo conto di essere in un sogno, possiamo controllarlo, ma è molto, molto difficile».

«Mi piacerebbe bruciare quell’erbaccia» disse con disprezzo.

«Provate a sognare di appiccare un incendio».

«Ci proverò».

«Signorina, sapete per caso qualcosa sul misterioso culto di cui me ne aveva parlato mesi orsono. Sa, quello che faceva addirittura paura ai romani».

Angela sbuffò e si girò da un lato. «So solo quello che ti ho detto, il nome del culto era qualcosa di impronunciabile».

«La ringrazio lo stesso».

«Maria, questo castello ti toglie ogni forza di vivere. I suoi segreti ti divorano dall’interno. Io voglio scappare, non voglio starci un minuto di più…».

«Cosa intendete?» chiesi, ma mi accorsi che la piccola si era addormentata. Questo castello era la fonte di questo male misterioso: la sorella Anna, Angela, Giorgio, il Duca, gli altri signori e la servitù, tutti ne erano vittime. Ormai stavo abbandonando la logica fredda, per lasciare spazio alla possibilità che effettivamente esistesse qualcosa di ignoto. Vi era una strana aura che si nutriva della forza vitale degli abitanti. Nonostante l’aspetto luminoso e rigoglioso, l’edificio aveva un cuore di tenebra.

Guardai dalla finestra: notai il padre di Angela abbracciare il grosso salice in giardino, accanto al laghetto. Posò la fronte sulla corteccia e parve sussurrare delle parole.

Rabbrividii.

Quando ricevetti la lettera dai miei, aspettai la sera per rinchiudermi tra le mie stanze. Sotto il lume della candela, lessi con impazienza la loro testimonianze.

Mia madre annunciava che mio padre si era ripreso: il tumore pareva sparito e la sua corporatura si stava ristabilendo. Evidentemente, quello che mi aveva dato Giorgio non era un semplice antidolorifico. Pensai che era giunto il momento di chiedergli la ricetta dell’intruglio miracoloso.

Per quanto riguardava le ricerche che chiesi ai miei parenti, mi scrissero un resoconto di ciò che erano riusciti a trovare con molta difficoltà.

Nei libri di storia e mitologia latina, si narrava di come nei primi anni della Repubblica Romana, il console Marco Orazio Pulvillo, ottenne il favore per il secondo mandato nel 507 a.c grazie ad una campagna militare contro un certo “Popolo silvano”. Le testimonianze erano confuse, dato che c’erano diverse versioni dei fatti. La storia diceva che tale popolo era semplicemente un piccolo regno locale in rivolta per riaffermare la propria indipendenza, ma si avevano pochissime testimonianze storiche di questa civiltà misteriosa. Mentre i miti narravano “di maghi adoratori di alberi”, capaci di usare la magia e controllare le foreste. Sempre secondo i miti, Marco Orazio Pulvillo era stato costretto a chiedere aiuto ai “versipellis”, il popolo degli uomini lupo, adoratori del dio Luperco.

Grazie al loro aiuto, l’esercito romano era riuscito a distruggere il regno arboreo, dando fuoco all’intera foresta. Il culto pareva debellato.

Quando lessi il resoconto, rimasi incredula. Pareva una fiaba, di stregoni e lupi mannari. Forse, entrambe le versioni avevano un fondo di verità.

Sospirai, posando lo sguardo verso la finestra: l’estate stava finendo, presto avrebbe lasciato il posto all’autunnno. Quando mi coricai a dormire, sentii ancora quel qualcosa strisciare tra le tubature.

AUTUNNO

Quando ci riunimmo nelle sue stanze, Giorgio mi abbracciò. Lo fece con un’intensità che mi preoccupò: pareva un condannato al patibolo che vedeva per l’ultima volta i suoi cari.

Gli chiesi come aveva, dato che man mano che la salute della nipote peggiorava, lui diventava sempre più cupo e pensieroso. Aveva perso l’allegria e pensieri oscuri lo tormentavano.

«Voglio far scappare Angela… non è al sicuro, qui» disse a denti stretti.

«Che vorresti dire?».

«I rumori che senti, beh, ecco, non sembrano solo topi nei muri».

«Allora cosa sono?».

«Non posso dirtelo adesso… hanno tanti occhi ed orecchie. Per fortuna ho fatto in modo che non ti entrassero in testa».

«Ma cosa stai blaterando?».

«Le forze oscure del castello, mia cara. Vogliono insinuarsi nella tua mente come stanno facendo con gli altri abitanti, ma io ho fatto in modo che non ti tocchino. Non durerà per molto, per questo devi ascoltare le mie istruzioni».

Mi sedetti sul letto, scossa. Avevo ragione, allora. Non erano semplici rumori. Il castello ERA vivo.

«Vengo con te» dissi.

Giorgio mi si sedette accanto e mi guardò negli occhi: aveva paura, glielo leggevo nello sguardo. «No, è troppo pericoloso. Se mai mi prendessero, potrebbero succederti delle cose orribili. Tu ufficialmente non sai niente di ciò. Io scapperò con Angela. Tu aspetta giusto un mesetto, dopo licenziati. Racconta una balla qualsiasi. Ritorna al tuo paese. Noi poi ti raggiungeremo in quel periodo. Loro devono credere che tu non sappia niente di questo, credimi, i miei parenti sono più pericolosi di ciò che pensi. Mio fratello è una marionetta in mano a mia madre, non ha più una volontà propria».

«Ma cosa vogliono fare a quella fanciulla?» chiesi, terrorizzata.

«Ti spiegherò tutto quando saremo al tuo villaggio. Non posso dirtelo adesso. Non fidarti di nessuno in questa casa, mi raccomando, soprattutto mia madre».

Annuii, senza capire molto di quel che diceva. La sua famiglia aveva molti scheletri nell’armadio, si era capito, ma non riuscivo a comprendere cosa coinvolgesse la sorella e la nipote di Giorgio.

«Per caso c’entrano gli adoratori degli alberi?».

Giorgio trasalì. «Chi te ne ha parlato?».

«Tua nipote, una volta».

«Il culto è vivo, Maria. Per tutti questi anni è vissuto nell’ombra, in attesa di rivedere la luce. Sono dei pazzi fanatici… io… io».

Scoppiò a piangere. «Mia sorella… mia sorella… quei bastardi, per il loro dio!».

Ora capivo: la sua famiglia praticava dei rituali occulti. Lui voleva salvare sua nipote da ciò che era successo ad Anna.

Lo abbracciai, stringendolo a me. «Non aver paura, ti aiuterò, non sei solo» gli sussurrai. «Siete i sopravvissuti di quel culto, vero? Quello che i “versipellis” combatterono assieme agli umani».

Giorgio deglutì, ma fece un breve chino con la testa. «Non posso dirti altro, credimi, se sapessi tutto ti ucciderebbero e io non lo voglio. Quando saremo al sicuro, ti racconterò ogni singola cosa ed allora capirai tutto. Spero che guarderai il mondo con gli stessi occhi quando saprai la verità».

«Ho sempre pensato che il mondo fosse già folle di per sé, se ci aggiungi del pepe credo non faccia la differenza».

Lui sorrise, accoccolandosi tra le mie braccia.

Giorgio non disse altro sul culto o sulla famiglia. Meno cose sapevo meglio era, secondo lui. Ogni giorno che passava, temevo per la mia propria vita: di notte lo strisciare si faceva sempre più intenso, mentre una voce femminile ridacchiava lungo i corridoi. Giorgio mi aveva fatto intendere che le cose erano peggiorate con la salute di Angela. Il cielo attorno alla loro dimora era sempre plumbeo, triste, ed l’urlare del vento faceva impazzire me e gli altri. Le luci elettriche ogni tanto partivano, le tubature gorgogliavano e le porte si aprivano da sole. Sembrava che tutti i fenomeni paranormali del castello avessero lei come nucleo principale.

“A differenza di Anna, lei è più forte, è nata speciale” si era lasciato sfuggire il mio amato.

Una notte, sentii qualcuno cercare di aprire con forza la maniglia della porta. La fissai, mentre le mie orecchie erano assordate dal rimbombare del cuore. Scesi dal letto e presi d’istinto il mio ombrello. Una risata femminile echeggiò tra le mura. La voce era molto simile… no impossibile, Angela era relegata a letto, non aveva la forza di scorazzare nel corridoio, tantomeno al buio.

«A-angela?» chiesi.

Una marea di voci si levarono: uomini, donne e bambini. Mi incitavano ad uccidermi, mi insultavano, definendomi un essere inferiore. Tra le voci ricordai quelle dei miei genitori e di mio fratello.

“Impossibile, è solo un sogno” mi ripetei. Se sapevo che l’evento era irreale, avrei avuto controllo sull’illusione.

«Vattene via, demonio, sei solo un falso!» strillai. Violando una delle tante regole del castello: mai fare rumori molesti di notte.

Una moltitudine di risate mi circondarono: parevano provenire da dentro i muri e fuori dalla porta. Chiusi gli occhi, ripetendomi che era solo un sogno.

D’un tratto le voci cessarono. Scoppiai a piangere, ringraziando mia nonna per i suoi saggi consigli.

Per tutta la notte avevo dormito vigile come fanno i gatti. Non sapevo che quella Cosa sarebbe riuscita ad entrare in camera mia oppure no. Chiesi a delle mie colleghe se avevano sentito rumori strani e notai la loro faccia impallidire: l’entità tormentava tutti, ma la maggior parte chiudeva un occhio in cambio del quieto vivere.

Giorgio non si era fatto vedere da due giorni. Forse stava architettando la fuga. Intanto dovevo attendermi alle sue istruzioni: dopo un mese, licenziarmi ad aver salva la vita.

Ogni giorno che passava, la salute di Angela peggiorava. A nulla servivano i miei tentativi di rallegrarla, di farle vivere avventure. Era come se avesse perduto la voglia di vivere.

Una volta, mormorando, mi disse “Lasciami morire, non ne posso più di questo inferno”. Quella fanciulla pareva logorata dall’interno da una misteriosa forza, qualcosa a cui combatteva con tutta sé stessa.

Mi sedetti accanto a lei e le chiesi. «La quercia vuole farvi del male?».

Lei annuì, singhiozzando.

«Cerchi di resisterle. Anche a me visita nei sogni, però da quando ho preso coscienza del mio sogno ha meno potere».

«Non so se ce la farò, Maria, ma ci proverò. Lei vuole il mio corpo, ma non glielo darò» mi confessò. Rabbrividii. Ecco perché Giorgio voleva salvare sua nipote. La quercia, era quel dannato albero la rovina di ogni cosa!

Due settimane. Di Giorgio ancora nulla ed Angela era ancora nel castello. Secondo le voci era andato in vacanza a Firenze, ma sapevo che non era vero. Una volta, mentre sua madre mi aveva incrociato in corridoio, aveva sfoderato un sorriso largo, cosa insolita per quell’arpia. «Mio figlio rimarrà in vacanza per dei mesi a Firenze» disse con voce cristallina. Trasalii, non per la notizia, ma per il fatto che l’avesse detta proprio a me.

Sa qualcosa? Dannazione!”.

«Sì, signora, tra la servitù si è sparsa la voce» dissi sottomessa.

«Lo so, è un vero peccato che non possa dar un po’ di allegria ad Angela».

Senza dire altro, se ne andò. Frasi sibilline, brutto segno. La madre aveva scoperto il piano del figlio? Probabile, altrimenti non avrebbe sottolineato Angela e l’assenza di Giorgio. Avrei voluto prendere la spilla che avevo al petto e conficcargliela in testa, ma non sapevo che poteri avesse quella strega. Continuare a svolgere le mie funzioni, ma a quel punto non mi rimaneva che indagare.

Quel giorno stesso, mi arrivò una lettera da mio fratello. Diceva che mio padre si era completamente ristabilito e che non vedeva l’ora di fare un pranzo domenicale con la famiglia. Una parte di me voleva sfruttare l’occasione per fuggire da quel castello maledetto, ma non potevo andarmene senza sapere che cosa fosse successo a Giorgio.

La notte successiva all’incontro con la strega, mi svegliai di controvoglia: dovevo andare in bagno. Purtroppo, non potevo controllare la vescica. Maledii di non essere andata prima.

Spinta dalla disperazione, accesi la lanterna, la presi aprii lentamente la maniglia, infrangendo una delle regole più importanti della casa: non uscire di notte. Temevo di incontrare di nuovo quell’entità, ma il corridoio parve tranquillo. Corsi fino al bagno, per fortuna non era lontano dalle mie stanze. Lungo il tragitto, mi parve di vedere gli antenati fissarmi con ostilità.

Una volta finito tutto, mi lavai le mani e mi osservai allo specchio: avevo un aspetto orribile. Ero dimagrita, il volto era smunto, segnato da occhiaie. Da quanto tempo non mangiavo decentemente?

Ed accadde. Sentii di nuovo la Cosa strisciare tra le tubature. Indietreggiai, fissando con orrore una piastrella staccarsi dal muro. Vidi una minuscola radice fuoriuscire dalla parete ed attorcigliarsi, per formare dei ghirigori. La mia mano sinistra cercò la porta e l’aprii. La radice scese per terra e serpeggiò nella mia direzione. Corsi, chiudendo la porta alle mie spalle.

Le radici mi seguivano da dentro i muri, parallele a me, in un mondo fatto di acque putride ed oscurità.

D’un tratto i rumori sparirono e mi accorsi di essermi persa. La paura e lo sguardo dei quadri mi avevano disorientata. Vagai per non so quanto tempo tra quei corridoi, le mani aggrappate alla lanterna come unica fonte di speranza. Temetti che da un momento all’altro una radice uscisse per afferrarmi e trascinarmi chissà dove. Ma non successe.

I miei occhi lacrimarono, ma trattenni i singhiozzi, mentre il mio udito era teso per percepire ogni minimo rumore.

E poi li sentii. Sussurri provenienti dalle mie spalle. Mi girai: la luce della lanterna non mostrò nessuno.

Avanzai, finché intravidi una sagoma umanoide davanti a me. Volevo scappare, ma il corpo era paralizzato dalla morsa della paura.

Man mano che la figura si avvicinava, notai che era una fanciulla. Molto simile a me, ma con i capelli castani. Era Anna!

La figura si muoveva quasi fluttuando. Allungò una mano, indicandomi.

Di colpo una forza invisibile mi prese, trascinandomi all’indietro. Ripercorsi il corridoio da cui venivo, poi girai a destra. Una porta si aprì e venni slanciata sul letto. La porta si richiuse.

Mi guardai attorno, frastornata: ero nella mia camera. La lampada al olio si era spenta e piccoli frammenti di vetro erano sparpagliati attorno.

Diedi uno sguardo terrorizzato alla porta, che rimase chiusa e silenziosa.

Il giorno seguente decisi che sarei fuggita. Non potevo rimanere in quel castello. Non davanti ciò che avevo visto. Ma prima dovevo trasgredire ad una delle regole più importanti del castello: mai scendere nei sotterranei. Il guardiano si era ammalato. La salute dei servitori stava peggiorando assieme a quello della duchessina. Sospettavo che l’entità fosse un parassita: si nutriva dell’energia vitale di noi poveri servi e di Angela, mentre quella degli altri membri della famiglia era intatta.

Non c’erano dubbi: un patto univa la quercia ai Vittoriano.

Il capo dei maggiordomi non si fece vedere per molti giorni, così come alcune mie colleghe più anziane, tutta gente che aveva passato molto tempo al castello. Io li sognai, li vidi in celle, moribondi, mentre venivano divorati da ibridi uomo e piante.

Mi fu vietato di vedere la duchessina. Stando al padre, la sua salute era peggiorata, ma in realtà volevano allontanarmi perché io sapevo ed Angela non poteva assolutamente mettersi in contatto con me.

Non potevo fare nulla per lei, purtroppo.

Nei giorni seguenti preparai un piano di fuga: non potevo fare la stessa fine degli altri servitori. Forse la vecchia serva era stata uccisa perché sapeva troppo. Anche lei aveva scoperto dei rituali, della quercia e del vecchio culto. Già, la quercia era lo stemma dei Vittoriano, un enorme albero le cui solide radici si ramificavano nel sottosuolo. “Cresciamo forti” era il loro motto. La biblioteca di Giorgio era stata molto utile per le ricerche. Scoprii che Giorgio si teneva in contatto con Antonio Stivaletti: i due parevano amici intimi. Da quel che ero riuscita a scoprire, intrufolandomi di nascosto nell’ufficio di Giorgio, era che Antonio pareva essere membro di un’organizzazioni di qualche tipo, a cui Giorgio voleva aderire. Nello scambio di battute tra i due, Giorgio aveva ammesso di aver usato la sua “linfa” per guarire mio padre. Rimasi scioccata. Cosa intendeva esattamente con “linfa”? Il suo sangue aveva proprietà curative?

Ero stata tentata di scrivere a Stilavetti, chiedendo notizie del mio amato. Ma sospettavo la famiglia Vittoriano spiasse le mie corrispondenze. Era troppo pericoloso inviare lettere dal castello. Nonostante ciò, rubai le corrispondenze di Giorgio che riuscii a trovare, facendo attenzione a non lasciare nulla in soqquadro. Le nascosi con cura, assicurandomi che non dessero nell’occhio.

Purtroppo non mi dissero molto, a parte la citazione all’organizzazione segreta, alla mentalità soffocante della famiglia Vittoriano ed ai suoi piani di sposarsi con me, proponendo a Stivaletti di essere il testimone di nozze. Meltre leggevo, una lacrima mi scese lungo il volto: come un ricordo vivido e pulsante, vedevo il volto del mio amato che mi guardava con i suoi intensi occhi viola.

Presi un respiro profondo e rimisi le lettere nel nascondiglio. Sospettai che ci fossero altre corrispondenze, ma purtroppo, Giorgio le aveva nascoste in un luogo a me inacessibile.

Durante le notti, le misteriose voci non smettevano di tormentarmi, assumendo le tonalità dei miei cari: mio fratello, i miei genitori, addirittura quella di Giorgio. L’entità si faceva beffe di me. Poi di colpo le voci si quietarono, per lasciare spazio a quella di una voce dolce e diversa dalle altre: mi diceva di andarmene, finché ero in tempo, prima che fosse stato troppo tardi e che per Giorgio non c’era nulla da fare.

Ma il sogno più terrificante, lo feci su Anna. Nell’incubo vidi la ragazza a terra, dentro un cerchio disegnato. Era attorniata dai suoi famigliari che indossavano vesti verdi. Nei lati in ombra della stanza vi erano alcuni servitori ed una di essi assomigliava molto alla vecchia Annalisa, ma di dieci anni più giovane.

All’appello mancavano solo Giorgio. I familiari intonavano una nenia, mentre Anna si contorceva in preda a delle convulsioni. Dalla sua bocca uscirono parole in una lingua sconosciuta, il cui timbro di voce non era per nulla umano. La ragazza poi si accasciò sul pavimento, sbavando e con gli occhi bianchi, mentre i familiari si avvicinavano per soccorrerla. Forse quel sogno mi era stato inviato proprio dal fantasma della giovane per avvertirmi sulla futura triste sorte della nipote. Dovevo salvare Giorgio!

Un giorno mi decisi: strappai tutte le lettere per non lasciare traccia delle mie corrispondenze, presi i pochi oggetti di valore che avevo, nascondendoli in una borsa a tracolla. Tra le tasche del giaccone nascosi un grosso coltello da cucina. Ne avrei avuto bisogno.

Riuscii a rubare la chiave dall’abitazione del guardiano ed entrai. Spalancai la porta che non doveva essere aperta.

Accesi la lampada ed entrai. Una lunga scalinata in pietra mi si mostrò. Mentre scendevo, vidi antichi affreschi che raffiguravano uomini e donne ibridi con vegetali che combattevano contro soldati romani. Un altro bassorilievo raffigurava degli uomini lupo con dei soldati sconfiggere gli uomini-albero.

Gli stessi uomini si inchinavano davanti ad un’enorme quercia. Un grosso specchio era posizionato al centro del tronco pitturato.

Quando arrivai alla fine della scalinata capii. Compresi come mai i membri della famiglia erano dei fanatici delle piante. Capii l’origine del loro malato rapporto con la natura.

Rinchiusi in diverse celle, disposte ai lati del corridoio, vi erano esseri deformi, ibridi uomini e pianta, che stridevano e si contorcevano. Osservai con terrore e disgusto uno di essi rosicchiare un teschio umano.

Trattenni un grido e mi feci coraggio. Mentre avanzavo, gli esseri si voltarono verso di me, ringhiando.

Uno di essi sembrava vagamente femminile, ma il suo corpo si era esteso per tutta la cella, come un’edera. Dei grossi fiori a forma di caraffa pendevano dai rami: da dentro di essi sentii squittire un topo.

Intravidi dentro ogni cella delle grate che bloccavano il passaggio ad un tunnel.

«Quella era mia cognata. Lui pensa che sia morta, ma in realtà gli hanno fatto il lavaggio del cervello. Lo hanno fatto a tutti noi. Gli altri sono i parenti “non usciti bene”, sai l’incesto non sempre va a buon fine».

Mi voltai verso colui che aveva parlato: un essere era seduto in una cella. Aveva un aspetto umanoide, ma la pelle era formata da corteccia e tra i capelli vi erano rami e foglie.

La voce era gutturale, ma aveva qualcosa di familiare…

«Giorgio? Ma che ti hanno fatto!» dissi in un sussurro. Per poco mi mancò il fiato. Era qualcosa di irreale, assurdo.

«Maria!» disse Giorgio. Si avvicinò ed afferrò le sbarre. I suoi occhi… non erano umani. Non c’erano più iridi, solo una membrana nera.

«Come vedi, noi non siamo umani. Io mi sono permesso di tradire la linea di sangue con un animale… un essere umano, e questa è la mia punizione. Presto sarò una pianta… sarò per sempre intrappolato nella mia seconda natura. Il bosco stregato di cui mi parlavi… sono in realtà i nostri antenati imprigionati. I tunnel collegano chi ancora può muoversi verso la foresta. Sono loro i mostri di cui parlate nei paesi… Ma tu, Maria, fuggi da qui! Dimenticami e salvati, tu che puoi!».

Scoppiai a piangere davanti a quell’assurdità. Giorgio quindi era una pianta? I suoi avi erano in realtà un’intera foresta?

«Ma che è successo… perché tutto questo?»

« Hanno ammazzato Annalisa perché sapeva troppo e perché era spaventata dai poteri di Angela, o meglio, dei poteri di Lei. Annalisa ha assistito al primo rituale che coinvolse mia sorella come corpo ospite, ma era troppo debole per sopportare il peso della divinità. Con Angela è diverso, ma Annalisa non poteva reggere altri fenomeni paranormali… così l’hanno messa a tacere. Anche i servitori faranno la stessa fine, moriranno di malattia per cancellare la memoria di quel posto».

«Io non ti lascio qui!» mormorai. Ero sconvolta da tutto. Non riuscivo a pensare che quella pianta fosse il mio Giorgio ma dovevo salvarlo.

«No, ascoltami, scappa, finché sei in tempo. Non fermarti al tuo villaggio, va’ fino a Firenze, lì cerca un uomo, un certo Antonio Stivaletti, fa’ parte di un’organizzazione che può contrastare Lei. Gestisce una pasticceria, è una copertura. Digli che sei amica di Giorgio Vittorino e che hai preziose informazioni. Ed ora va’! Ti prego» sibilò.

Indietreggiai e lo guardai per un’ultima volta. Non sapevo che sentimento stessi provando in quel momento. Dentro di me vi era un tumulto di emozioni.

Senza pensarci due volte, corsi verso le scale. Il mio sguardo ricadde per una frazione di secondo sullo specchio illuminato dalla lanterna.

E lì la vidi.

Una sagoma nera, indefinita. Mi invitava a venire da lei. Qualcosa di invisibile mi spinse contro il muro. Un dolore intenso si ramificò sulla schiena. Caddi per terra.

L’ambiente attorno a me s’appannò lentamente, mentre in lontananza sentii Giorgio urlare e chiedere a qualcuno di risparmiarmi.

INVERNO

Ed ora sono qui, intrappolata da non so quanto temo.

Quando mi ero risvegliata, capii di essere morta. Sono uno spettro. Un ricordo. Vago tra i corridori del castello, in compagnia delle vittime che hanno nutrito Lei.

Ritrovai anche Anna. Era stata scelta per il rituale per riportare in vita la divinità, ma era stata troppo gracile per supportarla. Angela era diversa, era nata con dei poteri spaventosi, poteva essere il vassallo per la Quercia. Per tutto il tempo Anna aveva cercato di proteggermi, insinuandosi nei miei sogni. Ma tutto ciò fu vano, a causa della mia idiozia.

Noi povere anime eravamo gli schiavi della Signora, incapaci di morire veramente ma anche di scappare da lei.

Due anni erano passati. Molti dei servi morti per nutrire la divinità, mentre i sopravvissuti erano stati rispediti a casa. I Vittoriano avevano insabbiato la faccenda, facendo credere che le loro fossero state morti accidentali, come nel mio caso. Angela si era ribellata a Lei ed i parenti, per contenere l’aborto instabile che era diventata, decisero di sigillarla nel castello, trasferendosi altrove. Il mio adorato Giorgio è tutt’ora nella foresta, a dormire, a sognare, a sperare.

Lui voleva rompere il cerchio. Salvare la nipote da quei pazzoidi. Era stato in contatto con un certo Antonio Stivaletti, membro di un’organizzazione che tutelava e investigava sulle creature “del crepuscolo”, esseri come noi, invisibili, impercettibili, eppure facenti parte di questo mondo quanto gli umani. Alcune driadi, così si chiamava la specie di Giorgio, ne facevano parte, quelle che non aderivano a quel culto malefico.

Notai che più gli anni passavano, più la nostra volontà s’indeboliva. Io e gli altri spiriti non sapevamo fino a quanto potessimo rimanere noi stessi. Alcuni di noi erano nient’altro che burattini senza cervello, strumenti tra le radici di quell’essere.

Io ed Anna camminavamo lungo il giardino: era incolto, selvaggio, eppure rigoglioso. Il castello dei Vittoriano era in rovina, avvolto dall’edera, eppure percepivamo le grida dell’abominio.

«Pensi che riusciremo ad essere libere?» chiesi ad Anna.

Lei sospirò, dandomi la mano. «Finché Lei sarà in questo piano di realtà, non potremo fare nulla. Ma verrà..verrà il giorno in cui quest’incubo finirà. Abbiamo tutta l’eternità per aspettare». C’incamminammo verso il castello.

La Signora chiamava.

 

Annunci