“Dal profondo del cuore. diario di esilio di un cardiochirurgo” di Ciro Campanella, Di Renzo editore. A cura di Alessandra Micheli

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Il libro di Ciro Campanella è arrivato in un momento propizio per me.

La necessaria riflessione sulla società in cui mi toccava vivere si sposava perfettamente con la rivalutazione di termini come ETICA e PASSIONE.

Chi mi segue sa quanto entrambi i termini siano fondamentali pietre d’angolo del blog che cerco di rendere realtà, e quanto per me l’etica (soprattutto) sia il motore unico in grado di far camminare il mondo.

Senza quello non si ha che una pallida imitazione della civiltà.

Il mio ragionamento non può non riferirsi al paese in cui sto lavorando. In cui sto respirando e in cui, volente o nolente, mi trovo ad agire e muovermi. Mettendo da parte le edulcorate immagini di nazionalismo e patriottismo, c’è bisogno di un’onestà ontologia di cui siamo, oggi, sprovvisti. Perché questi esacerbati sensazionalismi dell’ultimo momento si rivelano innecessari qualora si voglia trovare un’alternativa concreta ai nostri assunti culturali.

Il populismo, adornato di quel pallido e stantio amor di patria, risulta dannoso in una società incapace di muoversi; come se l’ingranaggio principale di un meccanismo che dovrebbe essere funzionale e capace di adattarsi fosse, da tempo, ingolfato o persino desolatamente rotto.

E il nostro voler imitare il simpatico struzzo non ci è affatto di aiuto.

Ben vengano i libri forti, quelli fastidiosi; libri che come uno schiaffo in volto sono capaci di risvegliarci.

E chi meglio di uno dei protagonisti (oserei anche dire ”vittima”) della nostra amabile tendenza al non fare, all’arrivismo e al malcostume, può scriverli?

Davanti alla parola scritta di un grande chirurgo, e sopratutto di una persona con PASSIONE, i nostri irrisori alibi cadono miseramente. Ci mostrano, al di dell’immaginario maestoso di una cultura che si adagia sugli allori di un tempo passato, una patetica, mal costruita, commedia dell’arte piena di guasconi, pulcinelle e millantatori.

A nulla valgono le nostre intemperanze, le frasi irritate, le scusanti “eh, ma noi non possiamo”, “eh, ma è facile parlare” degli opinionisti di turno. Di fronte a un esempio reale di cosa significhi saper temprare lo spirito, e non solo dedicarsi alla medicina, essi appaiono pietosi veli di maya atti a nascondere una verità scomoda.

Ciro Campanella ha un percorso intellettuale e professionale fatto di un elemento a molti sconosciuto: l’esperienza.

In medicina, ma direi in ogni contesto culturale, essa è la vera e unica maestra, in grado di adattare la teoria alla necessaria pratica.

Tutti conoscono il giuramento di Ippocrate, ma pochi, pochissimi, lo applicano per davvero.

Tutti urlano indignati contro la mancanza di meritocrazia, ma in segreto ognuno coltiva il proprio orticello privato. Tutti stilano un mesto elenco di persone che contano, per poter essere all’altezza della concorrenza.

Ma senza arte, senza capacità, si può davvero chiamare concorrenza?

Ciro Campanella si distingue.

Crea il suo percorso nutrendosi di esempi positivi, cercando di migliorare la sua manualità e sopratutto, proponendo alla sua mente il necessario allenamento per pensare fuori dagli schemi (“Out of the box”).

Ed ecco lo scandalo: un medico che, invece di eseguire pedissequamente i dettami della tradizione medico-accademica, cerca alternative grazie alle proprie conoscenze. Non ne diviene schiavo, ma semplicemente le usa per innovare e proporre soluzioni concrete ai problemi.

È questo che dovrebbe fare la cultura.

Questa dovrebbe essere la priorità di un medico: cercare di salvare più vite possibili.

Questa capacità di portare la mente a livelli superiori di apprendimento (chiamato da Gregory Bateson “deuteroapprendimento”, in cui si impara a imparare) è frutto di un elemento che a noi italiani disturba: il confronto con l’altro da .

Perché il suo mettersi in gioco equivale a incontrarsi e scontrarsi con le altrui esperienze; con mondi e schemi mentali diversi, che non solo lo arricchiscono dal punto di vista umano, ma che gli permettono di imparare dai grandi maestri.

E questo può compiersi solo grazie all’umiltà.

Ciro Campanella non vuole diventare un granitico professore, un rigido barone della medicina. Vuole curare le persone (ovvietà spesso trascurata), vuole che la medicina divenga un mezzo antico e onorato di preservare il dono della vita e provare a dare un freno alla morte. Non uno strumento per salire una scala sociale.

Immaginate una mentalità di questo tipo inserita nel contesto italiano, in cui essere medico è una posizione sociale, dove l’identificativo professore è uno status quo, dove dirigere un ospedale è soltanto fattore di potere, di carriera e, non ultimo, di interesse politico.

Ciro ci appare straordinario.

Ed è qua la nostra sconfitta.

Perché il grande Campanella rappresenta e dovrebbe incarnare, semplicemente la normalità. E che noi oggi riteniamo l’eccezione.

Nella nostra Italia nulla si fa più con passione.

i blog, né l’arte, né la scrittura.

Ok, seppur inquietante espressione di un malessere culturale, ci possiamo passare sopra.

Ma quando questo lassismo coinvolge i diritti, quando la politica prende il posto dell’etica, quando la medicina diviene finanza ed economia, siamo una società al tracollo.

Le parole taglienti del dottor Campanella possono farci male.

Possono far maturare una ferita infetta.

Possono lacerare letteralmente le nostre tronfie convinzioni.

Ma se, con animo scevro da un finto orgoglio, le possiamo assorbire possono condurci non solo al sollievo momentaneo, ma alla cura.

Siamo troppo abituati a crogiolarci in un passato che non stiamo meritando, e troppo impegnati a nascondere il marcio sotto eleganti tappeti orientali.

Siamo abituati a inorgoglirci del nulla: davanti al politico che fintamente alza la testa contro l’Europa, davanti alla vittoria della squadra nei mondiali o negli europei.

Ma è un orgoglio fittizio.

Se fossimo davvero fieri della nostra storia, della nostra Italia, inizieremmo ad amarla seriamente fino a voler scoperchiare tutto il marcio per raccontarlo. Inizieremmo a indagare le rotture nel sistema per ripararle.

Inizieremmo ad appoggiare persone scomode, aliene, come Campanella e con uno sguardo fiero distruggeremmo quei muri che ostacolano la nostra crescita.

Daremmo ragione a tutti coloro che criticano il nostro modus operandi, che ci avvertono di quanto la perdita di sogni, speranze, volontà, e passione sia deleteria per il futuro di questo stato morente.

Ecco perché vi invito a leggere questo libro, a piangere anche sui nostri disastri ma a decidere di porre rimedio.

Siamo ancora in tempo.

 

Nel regno unito il medico la scrivania non ce l’ha. La sua vita è con i pazienti. L’unico tavolo che vede è quello operatorio.

Mi guardo bene dal generalizzare ma se cose simili accadono, seppure in un solo ospedale o in una sola città, saranno comunque un ospedale e una città di troppo.

 

Il libro di Ciro Campanella è arrivato in un momento propizio per me. La necessaria riflessione sulla società in cui mi toccava vivere, si sposava perfettamente con quella rivalutazione di termini come etica e passione.

Chi mi segue sa quanto entrambi i termini siano siano fondamentali pietre d’angolo del blog che cerco di rendere realtà e quanto per me l’etica, sopratutto, sia il motore unico in grado di far camminare il mondo.

Senza questo non si ha che una pallida imitazione della civiltà.

E il mio ragionamento, non può non riferirsi al paese in cui sto lavorando, in cui sto respirando, in cui volente o nolente, mi trovo ad agire e muovermi. Mettendo da parte le edulcorate immagini di nazionalismo e patriottismo c’è bisogno di un’onesta ontologia di cui siamo, oggi, privi. Perché questi esacerbati sensazionalismi dell’ultimo momento, si rivelano innecessari, qualora si voglia trovare davvero un’alternativa valida ai nostri assunti culturali.

Il populismo adornato di quel pallido e stantio amor di patria, risulta dannoso qualora la società siffatta risulta incapace di muoversi, come se qualche ingranaggio di un organismo che dovrebbe essere funzionale e capace di adattamento fosse, da tempo, ingolfato,non funzionante o persino desolatamente rotto.

E il nostro voler imitare il simpatico struzzo non ci è affatto di aiuto.

Ben vengano libri forti, libri fastidiosi, libri che come uno schiaffo in volto sono capaci di risvegliarci.

E chi meglio di uno dei protagonisti, anzi oserei dire “vittima” della nostra amabile tendenza al non fare, all’arrivismo al malcostume, può denunciarlo?

Davanti alla parola scritta ad opera di un grande chirurgo e sopratutto di una persona con PASSIONE, i nostri irrisori alibi cadono miseramente, mostrandoci al di la dell’immaginario maestoso di una cultura che si adagia sugli allori di un tempo oramai passato, una patetica, mal costruita commedia dell’arte piena di guasconi, di pulcinella e di millantatori.

E nulla valgono le nostre intemperanze, le frasi irritate, le scusanti “Eh ma noi non possiamo” “eh ma è facile parlare”degli opinionisti di turno. Di fronte a un esempio reale,di cosa significhi non solo dedicarsi alla medicina ma sopratutto saper temprare lo spirito essi appaiono pietosi veli di maya atti a nascondere una verità scomoda.

Ciro Campanella ha un percorso intellettuale e professionale fatto di una elemento a molti sconosciuto: l’esperienza.

In medicina, ma direi in ogni contesto culturale, essa è la vera e unica maestra, in grado di adattare la teoria alla necessaria pratica.

Tutti conoscono il giuramento di Ippocrate, ma pochi, pochissimi li applicano per davvero.

Tutti urlano indignati contro la mancanza di meritocrazia, ma in segreto ognuno coltiva il suo orticello privato, tutti stilano un mesto elenco di persone che contano, per poter essere all’altezza della concorrenza.

Ma senza arte, senza capacità si può davvero chiamare concorrenza?

Ciro Campanella si distingue.

Crea il suo percorso nutrendosi di esempi positivi, cercando di migliorare la sua manualità e sopratutto, proponendo alla sua mente il necessario allenamento per pensare fuori dagli schemi “Out of the box.”

Ed ecco lo scandalo.

Un medico che invece di eseguire pedissequamente i dettami della tradizione medico accademica, cerca alternative grazie alle sue conoscenze. Non ne diviene schiavo, ma semplicemente le usa per innovare e proporre soluzioni ai problemi.

Ed è questo che dovrebbe fare la cultura.

Questo dovrebbe essere la priorità di un medico: cercare di salvare più vite possibili.

Questa capacità di portare la mente a livelli superiori di apprendimento ( chiamato da Bateson deuteroapprendimento) è frutto di un elemento che a noi italiani disturba: il confronto con l’altro da se. Il suo mettersi in gioco equivale a incontrarsi e scontrarsi con altrui esperienze, con mondi diversi, con diversi schemi mentali che non solo lo arricchiscono dal punto di vista umano, ma gli permettono di imparare dai grandi maestri.

E questo è possibile grazie all’umiltà.

Ciro Campanella non vuole diventare un granitico professore, un rigido barone della medicina.

Vuole curare le persone ( ovvietà spesso trascurata) vuole che la medicina divenga non strumento per salire la scala sociale, ma un mezzo antico e onorato di preservare il dono della vita.

E provare a dare un freno alla morte.

Immaginate una siffatta mentalità inserita nel contesto italiano, laddove medico è posizione sociale, dove l’aggettivo professore è uno status quo, dove dirigere un ospedale è soltanto fattore di potere, di carriera e perché no di interessi politici.

Ciro ci appare straordinario.

Ed è qua la nostra sconfitta.

Perché il grande Campanella rappresenta e deve rappresentare, semplicemente la normalità.

O meglio quella che dovrebbe essere la normalità e che noi, oggi consideriamo l’eccezione.

Nella nostra Italia nulla più si fa con passione.

Ne i blog, né l’arte, né la scrittura.

Orbene, seppur inquietante espressione di un malessere culturale, ci possiamo passar sopra.

Ma quando questo lassismo coinvolge i diritti, quando la politica prende il posto dell’etica, quando la medicina diviene finanza e economia, siamo una società al tracollo.

Le parole taglienti del dottor Campanella possono farci male.

Possono far maturare una ferita infetta.

Possono lacerare letteralmente le nostre tronfie convinzioni.

Ma se con animo scevro da un finto orgoglio, le possiamo assorbire, possono portare non al solito sollievo ma alla cura.

Siamo troppo abituati a crogiolarci su un passato che non stiamo meritando, troppo impegnati a nascondere il marcio sotto eleganti tappeti orientali.

Siamo abituati a inorgoglirci del nulla, o davanti al politico che fintamente alza la testa contro l’Europa o davanti alla vittoria della squadra nei mondiali o negli europei.

Ma è n finto orgoglio.

Se fossimo davvero fieri della nostra storia, della nostra Italia, inizieremmo a amarla davvero fino a voler scoprire questo marcio e iniziare a raccontarlo. Inizieremmo a indagare le rotture nel sistema e ripararle.

Inizieremmo ad appoggiare persone scomode, aliene come Campanella e con uno sguardo fiero iniziare a distruggere quei muri che ostacolano la nostra crescita.

Daremmo ragione a tutti coloro che criticano il nostro modus operandi, che ci avvertono quanto la perdita di sogni, di speranze di volontà, di passione sia deleteria per il futuro di questo stato morente.

Ecco perché vi invito a leggere questo libro, a piangere anche sui nostri disastri ma a decidere di porre rimedio.

Siamo ancora in tempo.

 

Nel regno unito il medico la scrivania non ce l’ha. La sua vita è con i pazienti. L’unico tavolo che vede è quello operatorio.

Mi guardo bene dal generalizzare ma se cose simili accadono, seppure in un solo ospedale o in una sola città, saranno comunque un ospedale e una città di troppo.

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