“Favole felici per bimbi bravi. Volume primo.” di Francesco Curti, Geeko Editor. A cura di Alessandra Micheli

 

Qual’è il vero valore delle fiabe?

Per molti, me compresa,va ricercato nell’intento didattico e sociale del mezzo comunicativo: la fiaba non solo aiuta il bambino a rapportarsi con i valori generali dell’essere umano, ma anche con quei significati e assunti culturali propri di una società. Ecco che la cultura si mantiene, cresce e prospera attraverso il veicolo del racconto. E’ questo a introdurre il futuro cittadino, il futuro membro dello status quo, nel ruolo che questa strana associazione gli destina. Ecco che le fiabe, quindi, portano dentro di se l’accettazione della tradizione, del proprio personaggio, persino della modalità con cui dovranno vivere il loro essere uomo o essere donna.

Accanto ai principi etici universali, che non si modificano con i tempi con le ere, si ritrovano quelli più moraleggianti capaci di mantenere intatto un agglomerato urbano. Sappiamo come la città, la nazione, il paese o soltanto la comunità può restare intonsa qualora si riesca a non modificare la loro specifica cultura.

E’ ovviamente impossibile che essa, però, rimanga pura. Ci saranno sempre delle contaminazioni, dei flussi esterni che la preserveranno dalla morte per inedia. Ciononostante, le fiabe sono anche cosi granitiche che è difficile poi, da adulti, superarle.

Prendiamo il favoloso mondo di Biancaneve. Per secoli molte donne sono state incapaci di sfuggire a situazioni difficili, spesso tragiche, spesso anestetizzanti, se non grazie alla presenza del principe, del grande amore, dell’anima gemella. Nulla da eccepire, se non fosse che essere principessa, quindi padrona del proprio destino, non dovrebbe andare di pari passo con la necessità di un elemento esterno capace di guidarci e salvarci. Non per un bieco femminismo, quanto per un semplice principio psicologico fondamentale: se il cambiamento non parte da noi stessi, difficilmente sarà di lunga durata, o peggio attecchirà nel fertile terreno della psiche.

A tal proposito riporto le parole di un Don Chisciotte moderno,Ciro Campanella che ha tentato di sfidare il nostro simpatico sottosistema italiano:

si possono mutare le cose soltanto se si ha il potere di cambiare gli uomini chiamati ad attuare tale trasformazione. Se gli uomini responsabili del cambiamento non mutano il loro modo di pensare e non si convertono a tale obiettivo, nulla è possibile

Ecco perché oggi, Biancaneve, Cenerentola addirittura Cappuccetto Rosso non riescono più a attuare la loro funzione educativa. Colpa dei tempi, colpa dei cambiamenti e colpa di una scienza che non fa altro che progredire.

Eh si birbante scienza che comprendi sempre di più il nebuloso animo umano!!

Per questo è necessario individuare una terza funzione più post moderna della fiaba: il cambiamento della modalità interpretativa della persona.

Che sia bambino o che sia un adulto, proporre fiabe che innescano un diverso tipo di apprendimento si rivela, oggi fondamentale, per non incorrere nel disastro.

Anche se immersi nel disastro ci siamo di già.

Le fiabe “scorrette” di Francesco Curti, hanno l’importante funzione di aiutarci a rinnovare la nostra ammuffita cultura e introdurre un diverso modo di pensare. E come lo si ottiene?

Con lo stile del non senso, (che in realtà non è che il raggiungimento di un diverso livello di significato) e con favole che destrutturano l’antico schema ontologico.

Come penso sappiate, la fiaba segue un preciso percorso ( andamento a tre fasi)

1. inizio

2. crisi

3. soluzione

E’ quindi, il problema da risolvere il vero nucleo della fiaba, laddove per superare la crisi, o l’ostacolo, o il dramma c’è bisogno di trovare nuove strade e nuove opzioni. E per farlo è necessaria la netta distinzione tra buono e cattivo.

Il problema è che, in questa nostra fase storica e sociale, tale distinzione netta non è più attuabile; siamo in un mondo scompensato che utilizza l’entità nemico non per gestire il male, ma per scansarsi da ogni responsabilità. Il drago, l’orco, la strega sono avvertiti come entità esterne da cui proteggersi e oggi, con l’annientamento delle barriere comunicative, si rischia di far confluire un male generico in una persona, gruppo, etnica, specifica.

C’è bisogno di un altra filosofia capace di rendere l’ombra un’alleato da raccontare, da plasmare e perché no, un elemento da trasformare da negativo a positivo.

Mi spiace per i pedagoghi ma oggi non possiamo più permetterci la visione del mondo dicotomica. Va sostituita con quella chela sociologia moderna chiama logica fuzzy.

E cos’è mo sta parola” direte voi mie adorabili menti curiose.

Ve lo spiego subito.

Per logica fuzzy si intende una logica sfumata o sfocata che si può applicare a ogni proposizione un grado di verità diverso da 0 a 1 e compreso tra loro. E’ una logica polivalente e quindi si può benissimo inserire in situazioni umane che non sono capibili secondo schemi standard appunto perché pieni di elementi diversi e diversificati, difficilmente inquadrabili in uno schema binario amico/nemico giusto/ingiusto ordine/disordine

come asseriva il grande Einstein:

Finché le leggi della matematica si riferiscono alla realtà, non sono certe, e, finché sono certe, non si riferiscono alla realtà.»

Applicata, quindi ai contesti sociali, dalle operazioni di pace alla mediazioni culturali di ogni tipo significa attuare una continua e costante comprensione di contesti altamente diversificati, in cui la necessità di negoziazione deve tener conto di varie esigenze, dalla sicurezza alla costruzione di confidenze e empatia. Scrive a tal proposito Battistelli:

la logica fuzzy presuppone anziché l’alternativa chiusa amico/nemico, l’alternativa aperta ovvero amico/nemico/neutro o anche molto amico/ amico/abbastanza amico/neutro/neutro quasi amico/abbastanza nemico/nemico/molto nemico

E pertanto il geniale Cruti non fa altro che creare fiabe e storie fuzzy, in cui la logica classica viene meno.

E perché lo fa?

Semplicemente perché si intende focalizzare non sul suggerimento per la risoluzione del problema, ma sulla consapevolezza che il problema, in realtà, esiste.

Senza la coscienza di una falla del sistema, come possiamo correre ai ripari?

Ecco che queste fiabe a volte surreali, inquietanti, divertenti e sarcastiche non fanno altro che metterci di fronte alle nostre mancanze e alle mancanze della società intera.

Fama, apparenza, successo facile, mancanza di empatia, volontà di cancellare il passato con una gettata di cemento in modo da non dover mai pensare al futuro, bullismo, ipocrisia, ma sopratutto l’infinita variabile di possibilità insite in un’azione ( il re malvagio è davvero un omaggio alle teorie di Russell).

Tutti questi strani racconti non faranno altro che spostare il focus di attenzione dal tutto alla parte per poi tornare a inserire l’analisi dell’elemento nel tutto.

E che effetti positivi avrà?

L’agilità mentale.

La capacità di individuare il dramma, di affrontarlo con leggerezza, di comprenderlo in una teoria del tutto, necessaria per una vera responsabilizzazione di ogni nostra azione.

Solo capendo il vero dilemma potremmo mai pensare a una soluzione valida.

Il resto, altrimenti, rischia di essere semplicemente uno stantio reiterarsi di azioni atte a legittimare una società oramai morente.

E leggere Curti forse, serve più a noi che ai nostri bimbi.

Perché a livello mentale, siamo ancora in un mondo in cui l’infantilismo regna sovrano.

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