Intervista di Alessia Mocci ad Angelo Lamberti: vi presentiamo Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze. (Fonte http://oubliettemagazine.com/2018/11/08/intervista-di-alessia-mocci-ad-angelo-lamberti-vi-presentiamo-il-pompiere-salta-cavallerescamente-il-kamikaze/)

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[…] E non ho tempo di guardare se fuori/ è rimasta la comicità della luna/ o la crudeltà dell’alba.” ‒ “La casa dell’infanzia”

 

Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze” edito nel 2010 dalla casa editrice Negretto Editore è una silloge poetica di Angelo Lamberti. L’autore nato nel 1942 a Castel d’Ario, in provincia di Mantova, vanta un ricco curriculum di pubblicazioni tra poesia e teatro.

Ricordiamo brevemente ‒ per non tediare il lettore in un elenco troppo vasto ‒ la prima raccolta poetica del 1994 con la casa editrice Trito e Ritrito “Colpevoli d’innocenza” e l’ultima nel 2018 con Ace International “La morte non esiste”; in campo teatrale sono varie le collaborazioni con registi quali Mattia Giorgetti, Nanni Fabbri, Buno Garilli, Maria Grazia Bettini, Luigi Tani, Pino Manzari, Gherardo Coltri, Ruggero Jacobbi e le rappresentazioni a New York, Lugano, Mantova, Milano, Roma, Verona.

Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze” è suddiviso in quattro parti, la prima denominata “Scene di vita da un cimitero” presenta le date 1942-1958; la seconda “Alfredo, non fu possibile diversamente” vede come determinazione gli anni che vanno dal 1980 al 1988; la terza “Lea, il malessere dell’attesa” va dal 1995 al 2007; infine la quarta “Parole di sesamo” che chiude la raccolta con un pugno di versi che mettono in luce ciò che si è seminato nelle precedenti parti.

La raccolta di cui parleremo in questa intervista è risultata vincitrice nel 2011 al Premio “Garcia Lorca” di Torino.

 

 

A.M.: Angelo ti ringrazio per aver accettato questa intervista. Vorrei partire da una domanda che forse ti avranno già rivolto ma a cui non posso fare a meno: “Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze”, perché un titolo così particolare?

Angelo Lamberti: Colgo l’occasione di questa intervista per dire che il libro è uscito soprattutto per le insistenze di Giorgio Bàrberi Squarotti, il quale, per convincermi alla pubblicazione, mi ha sedotto con il dono della sua preziosa prefazione. Nella prefazione Bàrberi Squarotti svela il mistero del titolo, che mi è stato ispirato dalla didascalia di un’immagine calcistica, più precisamente di un derby milanese disputato nei primi anni cinquanta. Infatti, il “Pompiere” è l’ex centravanti del Milan Gunnar Nordhal; il “Kamikaze” è l’ex portiere dell’Inter Giorgio Ghezzi. Il ricordo della succitata didascalia, lo devo alle letture (quand’ero bambino) del quotidiano socialista “l’Avanti”, a casa di mio nonno. Il cosiddetto mistero è poeticamente svelato a pagina 40 del volume. Nelle sezioni che compongono la silloge, può esserci per il lettore, il mistero di un altro titolo, aggravato perdipiù, (per colpa mia), da un refuso. Si tratta del titolo assegnato a una sezione: “unciduncitrinciquariquarinci”, che altri non è che un conteggio giocoso e progressivo, (uno-due-tre-quattro-cinque…), armoniosa-mente deformato a scioglilingua-filastrocca, e adottato da noi bambini a mo’ di conta, per l’assegnazione dei ruoli nei giochi di gruppo.

A.M.: La tua silloge presenta numerosi cenni autobiografici di forte rilievo come la nascita durante la guerra in una stanza del cimitero o come il ritorno di un padre lontano. Perché l’uomo attraverso l’arte sente l’esigenza di raccontare la sua vita?

Angelo Lamberti: Forse per la conferma e la conseguente sublimazione di un tempo vissuto. Fors’anche per una romantica (e/o poetica) forma di risarcimento spirituale.

A.M.: Nella lirica “La casa dell’infanzia” scrivi: “[…] Mi aspetta un lavoro di raspa e di lima/ora che sciolgo il nodo della memoria/e come al suo vizio il baro/mi corro incontro a ritroso// […]”. Ed ancora nella lirica “Asilo di Castel d’Ario”: “[…] e la memoria non ha più pagine/per rintracciare intrecci/ormai privi di trama// […]”.

Angelo Lamberti: Quando accade che l’essere umano – il poeta – incorre nella necessità di intraprendere un viaggio nel suo passato? Non so se e quando l’uomo – il poeta – senta esattamente questa necessità. Per quanto mi riguarda, penso di averla sempre avuta; in ragione anche di un’infanzia (la mia) segnata da episodi ed eventi indelebilmente impressionabili.

A.M.: Ne “Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze”, la figura di tuo padre è quella che compare maggiormente, dalla sua lontananza al suo ritorno, dalla sua attività di barbiere alla sua morte, dal vestito della domenica che diviene l’abito funerario, alle continue domande sulla vita di un uomo dipinto: “[…] come premeditato riflesso/ d’universo://ogni volta diverso.”

Angelo Lamberti: Parlare di mio padre me lo impone l’umana valutazione di un rapporto (il nostro) caratterizzato da scambi, che hanno avuto momenti intensi quanto fortemente aspri e contradditori; all’inizio certamente più bui che luminosi. Nella raccolta, già dall’inizio ho cercato di dare una traccia del clima che si respirava nella realtà famigliare, con il capitolo introduttivo dal titolo: “Risaie e rasoi” (pagina 17). È stato un rapporto condizionato e difficile, a volte con esiti contrari ai nostri reali sentimenti e alla nostra volontà (“Non fu possibile diversamente” – pagina 25). Con mia madre il rapporto è stato più dolce e comprensivo. Della raccolta mi limito qui a segnalare una poesia: “L’acqua nell’acqua”, (pagina 67), che, senza dilungarmi in pleonastiche spiegazioni, (esplicitarla negli anfratti delle sue ragioni, mi occuperebbe diverse pagine), vuole essere la dichiarata speranza che ci sia un domani, in un altrove, (altrimenti il vivere sarebbe inutile), in cui io la possa rivedere e riabbracciare, come quaggiù la nuvola di pioggia diventa un tutt’uno con l’acqua del fiume…

A.M.: La Solitudine. Un dono e una dannazione.

Angelo Lamberti: Più che un dono e/o una dannazione, la solitudine è una condizione. Vedasi: Gesù Cristo: “Elì, Elì, lemà sabactani?”; Salvatore Quasimodo: “Ognuno sta solo sul cuor della terra…”; Leo Longanesi: “Sono talmente solo, che lo specchio non mi riflette più.” Il poeta: laureato/e non/malinconico/solingo/depresso/, paradossalmente può finanche ringraziare la dannata Solitudine, per avergli ispirato ed elargito, il dono di versi divini. Da parte mia, credo che la solitudine, unita alla vecchiaia, sia la miglior preparazione per la conoscenza della Morte. (Dico questo anche in ragione degli anni che ho trascorso in un cimitero, (sedici, in un periodo, che va dalla nascita all’adolescenza), che mi induce a ritenere d’essere, (seppur da teorico dilettante), un esperto in materia).

A.M.: Eugenio Montale in un’intervista del 1959 sostiene che i poeti sono i lettori dei poeti, e che non c’è un vero e proprio mondo di lettori di poesia. Pensi che Montale avesse ragione?

Angelo Lamberti: Montale aveva ragione. Del resto lui stesso ha ammesso che quando doveva dichiarare verbalmente o apporlo per iscritto sui dei documenti, qual era la sua effettiva professione, preferiva adottare quella generica di Giornalista. Quello della poesia è un mondo frequentato da soggetti che formano, loro malgrado, un circolo chiuso di emarginati (vedi l’albatro dalla “Ballata di un marinaio” di Coleridge). Anche se (umoristicamente quanto giustamente) Gesualdo Bufalino dice che: “Tutti al mondo sono poeti, persino i poeti.” In concreto c’è da dire che viviamo in un’epoca in cui le case editrici privilegiano, (prevalentemente), quegli scrittori che assicurano loro un vantaggio economico. Ecco quindi spuntare e crescere come funghi, cultori della remunerativa forma cosiddetta del: noir, giallo, suspense, thrilling… Fermo restando che la forma di scrittura più difficile e poco redditizia, rimane per me quella teatrale. Del resto il più grande scrittore di tutti i tempi (Shakespeare) è diventato Shakespeare scrivendo per il teatro; forma oggigiorno mal-considerata dagli Editori.

A.M.: Ogni poeta ha un fanciullesco riferimento, mi piace denominarlo “un padre di poesia”. Quali sono i versi che ti hanno amorevolmente seguito nel corso della tua giovinezza?

Angelo Lamberti: L’albero a cui tendevi/ la pargoletta mano…” Successivamente ho amato un numero sterminato di poesie partorite, tra gli altri, da: Leopardi, Baudelaire, Dickinson, Rimbaud, Kavafis, Ungaretti, Montale, Corazzini, Borges, Landolfi, Caproni, Campana, Bufalino, Neri Pontiggia, Cappi, Malagò, etc… Per la mia formazione poetica, un “grazie” cordiale, devoto e senza confine lo devo riconoscere ed elargire a Franz Kafka e a Umberto Bellintani (il quale mi considerava: “un figlio spirituale”). Umberto Bellintani lo vorrei inoltre ricordare per una sua caustica affermazione: “Le poesie vanno lette nel silenzio più assoluto, e nella più completa solitudine. Ecco perché ritengo che il luogo più congeniale sia il cesso.

A.M.: Come ti sei trovato con la casa editrice Negretto Editore? La consiglieresti?

Angelo Lamberti: Con Silvano Negretto c’è da sempre un rapporto di amicizia, di stima, e di affinità ideologiche, che si è graniticamente confermato e consolidato nel corso degli anni. Consiglio a trecentosessanta gradi la Casa Editrice Negretto, precisando però, (onde evitare malintesi), che il titolare (Silvano Negretto) non ha mai pubblicato (non ne sarebbe capace) da Imprenditore sensibile alle esigenze di un successo economico, ma soprattutto (sarebbe forse meglio dire unicamente) da Editore sensibile alle ragioni intellettuali ed ideologiche che può rintracciare e cogliere tra le parole scritte cui è sottoposto a valutare.

A.M.: Salutaci con una citazione…

Angelo Lamberti: “Il coito quale punizione della felicità di stare insieme.” ‒ Franz Kafka

La morte non esiste.” ‒ Umberto Bellintani

C’è chi crede che la rettitudine sia una disfunzione intestinale.” ‒ Giuliano Parenti

Una testa può anche non servire, quando c’è un cappello.” ‒ Angelo Lamberti

A.M.: Angelo ti ringrazio per il tempo che hai concesso a questa intervista e ti saluto anche io con quattro autori provando a continuare la conversazione. Cito Henri Frederic Amiel “Tutte le colpe producono da sé la propria punizione.”; Arthur Schopenhauer “Non v’è rimedio per la nascita e la morte, salvo godersi l’intervallo.”; Fedro “Sopporta che ti siano pari nella dignità quelli che sono inferiori a te per valore.”; ed infine Harold Pinter “È impressionante a quanta gente la propria testa serva unicamente quale supporto per i capelli e i cappelli.”.

Written by Alessia Mocci

Ufficio Stampa Negretto Editore

Info

Sito Negretto Editore

http://www.negrettoeditore.it/

Acquista “Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze”

https://www.amazon.it/pompiere-salta-cavallerescamente-kamikaze/dp/8895967186

Facebook Negretto Editore

https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/

Sito Odori Suoni Colori

http://www.odorisuonicolori.it/

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2018/11/08/intervista-di-alessia-mocci-ad-angelo-lamberti-vi-presentiamo-il-pompiere-salta-cavallerescamente-il-kamikaze/

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“Oscurità di cenere” di Tanya Torriuolo. A cura di Alessandra Micheli

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Essere giovani, avere dalla propria parte l’entusiasmo e la passione dei vent’anni e desiderare scrivere. Non per successo, fama o per il seguito di grupie capaci soltanto di incensare, ma chiuse mentalmente tanto da essere incapaci di comprendere appieno tale bisogno.

E provarci, mettersi in gioco, esporsi anche al lubrico linciaggio dei tanti professoroni, armati di manuali colti e polverosi che brandiscono la spada del show don’t tell contro i vanesi che si permettono di bussare alla rigida e ermetica porta dell’arte. Perché se è vero che l’arte deve restare elitaria, è pur vero che essa sa difendersi benissimo da sola, riconoscendo chi bussa al suo uscio animato da un sacro amore verso il mondo delle idee e chi invece vuole intrufolarsi, non invitato nel convitto esclusivista del talento.

Ma non voglio crocifiggere eccessivamente questi custodi della nobile abilità dello scrivere. Sì, sono eccessivamente esagitati, poco attenti alla sostanza, tutti dediti al Dio della forma. Ma su una questione hanno ragione: spesso il giovane autore, al suo esordio, va sul sicuro. Si garantisce cioè la vendita di alcune funestate copie, grazie alla pavida scelta di un genere facile, sicuro, scontato e privo di impervie difficoltà: il rosa.

Capite che quando la dolcissima Tania mi ha contattata, proponendomi di leggere, al suo esordio, un horror, con un umiltà che i grandi filosofi dell’editoria, oggi, dovrebbero solo che imparare, non ho potuto non sentire l’esigenza di leggerlo.

Capite?

La ragazza ha avuto più palle di tutti voi, immergendosi con passione ( e in questa recensione non userò altri sinonimi perché è ora che, quest’aggettivo si tatui indelebilmente nella corteccia cranica) in una letteratura ostica, difficoltosa che richiede una tecnica precisa e un ambientazione quasi maniacale.

Eh si miei cari e fulgidi uditori.

Non si crea paura soltanto raccontando di membra decadenti, di vermi che banchettano con le nostre spoglie mortali, di sgozzamenti e sventramenti vari eseguiti con somma e chirurgica maestria dal demone di turno. Serve un ambiente che ci renda consci di una cupezza originaria, data non tanto da oscure presenze quanto da un eredità malsana. Il male deve uscire come un oscuro fiume, da sotto porte apparentemente normali.

Un semplice villino deve essere il fulcro il centro di un orrore ben più antico, capace di impregnare di malsani sentimenti ogni pietra, ogni intonaco, ogni finestra.

E la nostra autrice, anzi ti chiamo scrittrice, ci è riuscita.

Ha perfettamente risolto il più difficoltoso dei problemi del genere: rendere reale e vera l’atmosfera di claustrofobica rassegnazione.

Ogni personaggio di ogni horror, deve essere talmente invischiato nel magma tenebroso dei peggiori sentimenti, dei peggiori vizi, dei peggiori impulsi umani, da sapere che, ogni suo sforzo è in realtà una decisa e fatale discesa negli abissi.

La morte già viaggia accanto a ogni personaggio.

Amici sì, ma funestati da una terrificante mancanza di personalità.

Da una totale mancanza di movimento e sogni.

Sono statici e il loro unico sentore ancora umano, è l’amicizia.

Ognuno chiuso nel suo mondo, abbracciato come un disperato naufrago al labile, ma al tempo stesso salvifico, sentimento di amicizia.

Daniel è il perno su cui ruota la storia.

Lui cammina accanto alla morte, alla fine, all’inevitabilità di un destino avvertito come un dio beffardo e crudele. Gli altri sono comparse che piano piano, annienta con la sua stessa tragica cupezza.

Daniel si redimerà solo con il sacrificio supremo che chiuderà il suo cerchio.

Gli altri, Paloma, Rosa Matthias non saranno altro che pedine, svegliate all’improvviso dal loro torpore dall’incontro con…la paura.

A volte è solo uno shock che ci risveglia alla vita.

A volte è solo un impatto devastante con l’ignoto che ci fa comprendere l’incommensurabile bellezza del dono.

La casa, in fondo, non è che il simbolo della nostra psiche.

E in questa si agitano fantasmi demoni che sono figli della nostra stessa anima.

Siamo noi a custodire dentro porte segrete del disastro. Dell’orrore, della dannazione.

Siamo noi a contatto con le storie, a raccontare e raccontarci la fine.

E questa fine potrà essere tragica, inspiegabile o solo eroica.

E alla conclusione di ogni percorso sarà solo il fuoco purificatore a spazzare via ogni sentimento ambiguo, lasciando però, intatta la cenere.

E sarà il nostro vento interiore che la solleverà e la farà salire fino in alto ad abbracciare il cielo, o in basso e fondersi con l’oscurità del crepuscolo.

Ogni parole ha una sua conseguenza. E esprime, come nel racconto, la presenza di polverosi, bui angoli nascosti dentro di noi.

Ho letto questo libro in una sera, al buio, con uno strano vento fuori.

Scricchiolii sinistri.

Sussurri e il sentore di presenze strane.

E questo significa che dietro una scrittura acerba, esiste sicuramente una dote che va premiata.

E sviluppata

Non smettere di scrivere.

Non smettere di essere il demiurgo della tua realtà, di rendere sogni, ma anche incubi, reali imprimendoli su carta.

La tecnica si impara.

Il percorso vero la perfezione si acquisisce.

I successivi libri saranno abbelliti dalla tua esperienza umana.

Ma la sensibilità di captare le atmosfere e donarle al lettore, incarnandole in parole, è un talento che non si insegna.

O lo si ha.

O non c’è corso di scrittura che lo faccia apparire dal cilindro.

E’ più facile che appaia un coniglio.

Tu lo hai.

Coltivalo.

Sviluppalo.

Non perderlo mai