“Oscurità di cenere” di Tanya Torriuolo. A cura di Alessandra Micheli

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Essere giovani, avere dalla propria parte l’entusiasmo e la passione dei vent’anni e desiderare scrivere. Non per successo, fama o per il seguito di grupie capaci soltanto di incensare, ma chiuse mentalmente tanto da essere incapaci di comprendere appieno tale bisogno.

E provarci, mettersi in gioco, esporsi anche al lubrico linciaggio dei tanti professoroni, armati di manuali colti e polverosi che brandiscono la spada del show don’t tell contro i vanesi che si permettono di bussare alla rigida e ermetica porta dell’arte. Perché se è vero che l’arte deve restare elitaria, è pur vero che essa sa difendersi benissimo da sola, riconoscendo chi bussa al suo uscio animato da un sacro amore verso il mondo delle idee e chi invece vuole intrufolarsi, non invitato nel convitto esclusivista del talento.

Ma non voglio crocifiggere eccessivamente questi custodi della nobile abilità dello scrivere. Sì, sono eccessivamente esagitati, poco attenti alla sostanza, tutti dediti al Dio della forma. Ma su una questione hanno ragione: spesso il giovane autore, al suo esordio, va sul sicuro. Si garantisce cioè la vendita di alcune funestate copie, grazie alla pavida scelta di un genere facile, sicuro, scontato e privo di impervie difficoltà: il rosa.

Capite che quando la dolcissima Tania mi ha contattata, proponendomi di leggere, al suo esordio, un horror, con un umiltà che i grandi filosofi dell’editoria, oggi, dovrebbero solo che imparare, non ho potuto non sentire l’esigenza di leggerlo.

Capite?

La ragazza ha avuto più palle di tutti voi, immergendosi con passione ( e in questa recensione non userò altri sinonimi perché è ora che, quest’aggettivo si tatui indelebilmente nella corteccia cranica) in una letteratura ostica, difficoltosa che richiede una tecnica precisa e un ambientazione quasi maniacale.

Eh si miei cari e fulgidi uditori.

Non si crea paura soltanto raccontando di membra decadenti, di vermi che banchettano con le nostre spoglie mortali, di sgozzamenti e sventramenti vari eseguiti con somma e chirurgica maestria dal demone di turno. Serve un ambiente che ci renda consci di una cupezza originaria, data non tanto da oscure presenze quanto da un eredità malsana. Il male deve uscire come un oscuro fiume, da sotto porte apparentemente normali.

Un semplice villino deve essere il fulcro il centro di un orrore ben più antico, capace di impregnare di malsani sentimenti ogni pietra, ogni intonaco, ogni finestra.

E la nostra autrice, anzi ti chiamo scrittrice, ci è riuscita.

Ha perfettamente risolto il più difficoltoso dei problemi del genere: rendere reale e vera l’atmosfera di claustrofobica rassegnazione.

Ogni personaggio di ogni horror, deve essere talmente invischiato nel magma tenebroso dei peggiori sentimenti, dei peggiori vizi, dei peggiori impulsi umani, da sapere che, ogni suo sforzo è in realtà una decisa e fatale discesa negli abissi.

La morte già viaggia accanto a ogni personaggio.

Amici sì, ma funestati da una terrificante mancanza di personalità.

Da una totale mancanza di movimento e sogni.

Sono statici e il loro unico sentore ancora umano, è l’amicizia.

Ognuno chiuso nel suo mondo, abbracciato come un disperato naufrago al labile, ma al tempo stesso salvifico, sentimento di amicizia.

Daniel è il perno su cui ruota la storia.

Lui cammina accanto alla morte, alla fine, all’inevitabilità di un destino avvertito come un dio beffardo e crudele. Gli altri sono comparse che piano piano, annienta con la sua stessa tragica cupezza.

Daniel si redimerà solo con il sacrificio supremo che chiuderà il suo cerchio.

Gli altri, Paloma, Rosa Matthias non saranno altro che pedine, svegliate all’improvviso dal loro torpore dall’incontro con…la paura.

A volte è solo uno shock che ci risveglia alla vita.

A volte è solo un impatto devastante con l’ignoto che ci fa comprendere l’incommensurabile bellezza del dono.

La casa, in fondo, non è che il simbolo della nostra psiche.

E in questa si agitano fantasmi demoni che sono figli della nostra stessa anima.

Siamo noi a custodire dentro porte segrete del disastro. Dell’orrore, della dannazione.

Siamo noi a contatto con le storie, a raccontare e raccontarci la fine.

E questa fine potrà essere tragica, inspiegabile o solo eroica.

E alla conclusione di ogni percorso sarà solo il fuoco purificatore a spazzare via ogni sentimento ambiguo, lasciando però, intatta la cenere.

E sarà il nostro vento interiore che la solleverà e la farà salire fino in alto ad abbracciare il cielo, o in basso e fondersi con l’oscurità del crepuscolo.

Ogni parole ha una sua conseguenza. E esprime, come nel racconto, la presenza di polverosi, bui angoli nascosti dentro di noi.

Ho letto questo libro in una sera, al buio, con uno strano vento fuori.

Scricchiolii sinistri.

Sussurri e il sentore di presenze strane.

E questo significa che dietro una scrittura acerba, esiste sicuramente una dote che va premiata.

E sviluppata

Non smettere di scrivere.

Non smettere di essere il demiurgo della tua realtà, di rendere sogni, ma anche incubi, reali imprimendoli su carta.

La tecnica si impara.

Il percorso vero la perfezione si acquisisce.

I successivi libri saranno abbelliti dalla tua esperienza umana.

Ma la sensibilità di captare le atmosfere e donarle al lettore, incarnandole in parole, è un talento che non si insegna.

O lo si ha.

O non c’è corso di scrittura che lo faccia apparire dal cilindro.

E’ più facile che appaia un coniglio.

Tu lo hai.

Coltivalo.

Sviluppalo.

Non perderlo mai

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