La rubrica racconti presenta ” Era un verme e disse l’Amo” di Emiliano Gambelli.

“Pipolo era un giovane verme marinaio che non sapeva amare, nonostante a mare ci buttasse un po’ di tutto.

Dall’ancora, all’ancora no, fino ad arrivare all’uomo che di solito, ad onor del vero, avvistava raramente.

Ormai sconsolato, dopo mesi di navigazione, un bel giorno ( dubbio narrativo: i bei giorni sono biondi con i cieli azzurri?) udì una sirena.

Il suo canto era sgraziato, sembrava più che stesse cercando un qualche suo amico in maniera lamentosa: ni-nooo ni-noooo!

Pipolo, che era curioso, gettò l’amo per iniziare la conversazione ma lei disse che lanciare l’amo al primo appuntamento era affrettato.

Avrebbe capito lanciare un invito, magari lanciare un input, ma l’amo.

Pipolo si affrettò a scusarsi dicendo che lui non aveva mai amato. Era un verme e lo sapeva.

La Sirena disse di non buttarsi giù cosi, che tanto ci avrebbe pensato qualcun’altro. 

Il problema vero poi non era tanto l’amo, quanto ni-no, il suo promesso sposo.

“Devi sposarti?” Chiese Pipolo.

La Sirena tolse lo sguardo e improvvisamente la scena si fece raccapricciante. Pipolo non credeva ai suoi occhi. Lei gli disse di non guardare, stava solo lavando via la vergogna.

“Per fortuna che non si accumula nel cuore” pensò Pipolo, altrimenti ogni volta sai che dramma?

La tensione poteva tagliarsi a fette e il capitano Gustavo decise di assaggiarne una.

Era tra tutti il più goloso e non diceva mai di no. Una volta gli dissero di andare a prendere un po’ d’aria e lui tornò dopo cinque giorni. Aveva depredato le isole CanArie del loro ossigeno.

Il mozzo intravide terra e subito corse a cercare parcheggio. Al porto era spesso complicato ma in quanto mozzo aveva il tagliandino per i disabili.

La Sirena si era dileguata e Pipolo, che aveva appena scoperto quanto ferisse l’amo, osservò con nostalgia il mare aperto.

Le onde che s’infrangevano a riva spumavano le sue speranze di riuscire ad amare. Chi avrebbe mai potuto dopotutto. Era solo un verme con un cuore più grande del suo stomaco.

I gabbiani volavano in cerchio, poi in quadro. Questo grazie a pittori matematici stanchi, in cerca di una quadra che non trovavano e che dunque, ormai sfiniti, si limitavano a disegnare.

Nacque in quel preciso istante la corrente dei matematici. Per fortuna uno di loro diede i numeri, le finestre vennero chiuse e la corrente cessò immediatamente.

Come ci si poteva difendere dall’amore? Pipolo se lo chiedeva ogni giorno: voleva provarlo oppure no? Voleva essere un paziente guarito o morirci?

Non udì più il canto della Sirena, probabilmente aveva trovato Ni-no. Magari ora saranno a festeggiare le nozze a cena con un bel piatto di spaghetti allo scoglio. In una cerimonia con vongole veraci intente a dare spettacolo, cozze inammogliabili, polipi provoloni e pesci spada a tagliare torte.

Che poi Ni-no chi sarà mai? Cioè, chi è ora… un domani non lo so di certo. Figurarsi se so chi sarà MAI! Se é mai non sarà dunque non é nemmeno ora, sarebbe più corretto dire “Ni-no chi non sarà mai”, questo riallinerebbe il paradosso spazio-tempo che si é creato a cui i pittori matematici stanchi non riescono a trovare la quadra. Ora che poi la loro corrente é finita non li compra più nessuno i quadri con i gabbiani. Uno di lori si é già suicidato, era il pittore matematico stanco di nome Primo. Nemmeno il tempo di seppellirlo che un suo quadro fu battuto all’asta, si ruppe e niente… tutti gli altri se ne guardarono bene dal deprimersi visto che la gloria non arrivò per Primo nemmeno da morto. Intanto calò la Sera, dal suo balcone utilizzando lenzuoli di Luna.

La terra, fino a quel momento solo agognata, sembrò per Pipolo un peso insopportabile. Abituato com’era a dondolare sopra il legno bagnato dalle tempeste, o in cima alla vela a desiderare nient’altro che lei. Gli era bastato un solo incontro per mischiargli le budella. Non sei mesi di navigazione ma cinque minuti di circumnavigare un cuore che improvvisamente era tornato a esistere.

Pipolo prese un bastone e buttò giù parole sulla sabbia. Il mare le avrebbe portate via con se, magari portandole a lei. Già la immaginava aprire una conchiglia, contenente il suo messaggio d’amore. Stava impazzendo. A quest’ora Ni-no starà facendo l’amore con lei e lui non  può farci nulla.

Pittori matematici stanchi contavano le stelle.

Pipolo non riusciva a prendere sonno chiese il loro aiuto e questi, gli confessarono che sbagliava obiettivo. Non doveva prender sonno, per dormire loro avevano bisogno di tirare le somme. C’era chi lo faceva prendendole per le orecchie e chi per le braccia. Le somme cercavano di scappare e spesso infatti il risultato non era quello sperato tutt’altro… si rimaneva ad occhi aperti, sotto le stelle fisse, svegli.”

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“Senza più nome” di Barbara Elisabetta De Sanctis. A cura di Raffaella Francesca Carretto.

 

“L’infanzia è una stagione fatata. La sola di tutta una vita che non finisce mai e t’accompagna sino all’ultimo respiro”

Eugenio Scalfari

Ma se l’infanzia viene spezzata, violata e stravolta nella sua sacralità, sino a rubare l’ultimo briciolo di quella fanciullezza che dovrebbe persistere sino alla fine dei nostri giorni?

Quando le cicatrici del corpo e dell’anima sono l’unica testimonianza di un’infanzia rubata quasi negata, abusata, strappata, ma sono anche il segno dell’essere un sopravvissuto?

Ecco chi è Martina, la protagonista del libro di Elisabetta Barbara De Sanctis, una sopravvissuta! Una giovane donna che lotta contro i mostri del passato che ancora vivono in lei nascosti in un angolo, e che emergono all’improvviso. A volte tutti noi fatichiamo ad affrontare i nostri mostri, quelli che più temiamo, del nostro passato o di un presente che forse non ci appartiene, soprattutto se li abbiamo rinchiusi in un angolo recondito della nostra mente e loro riescono comunque ad affacciarsi nella nostra realtà, a colpirci e violarci; o, forse, siamo noi stessi a punirci per qualcosa di cui non abbiamo colpa alcuna, eppure …

Martina ha sedici anni, la incontriamo già adolescente, che si racconta in prima persona attraverso la penna forte e intensa dell’autrice. Martina non è una ragazza come tante; la maggior parte delle adolescenti vive la propria infanzia, la fanciullezza e il proprio tempo, con tutte le esperienze delle età che si susseguono.

Martina non ha potuto farlo, perché è stata rapita.

E cosa più crudele, le hanno fatto credere che a sua madre non importasse nulla di lei…

E anche Lorena, la madre di Martina è una sopravvissuta, e anche lei vive nel timore di perdere ancora sua figlia; Lorena è una donna straziata e arrabbiata con chi ha distrutto la sua bambina, e sente addosso il dolore di sua figlia, quello procuratole dai suoi mostri.

Ed assiste impotente.

Lo volevo, agognavo che diventasse il mio. bramavo i suoi mostri. pregai, ma non servì a nulla [..] Si avventarono con crudeltà su di me. Mi fecero a brandelli [..] Il dolore divenne supplizio. Crudo e feroce e devastante. Urlai.

Martina ha vissuto molti traumi, e continua a sentirli sulla sua pelle, come ferite ancora aperte, graffi sul cuore e nell’animo, e queste sue sofferenze si manifestano anche nell’autolesionismo; si taglia, Martina, e così facendo sente che ciò che la fa soffrire lascia il suo corpo e il suo spirito.

Martina ci fa rivivere i suoi pensieri, le sue ansie, le sue paranoie, tutte le sue battaglie; ciò che le accade attorno è come se lo vivessimo noi stessi, come se anche noi fossimo lì con lei a soffocare, cadere nel baratro, nell’oscurità ..

“Damaged”, ecco come si vede Martina: danneggiata, rotta, guasta, marcia dentro, ferita e martoriata in modo indelebile nel corpo e nell’anima. Ma come la vedono gli altri? Come la vede Lorena, sua madre, o la dottoressa Scalzi, o il caro Saverio? Martina crede di sapere come la vedono gli altri, perché ha in sé quelle insicurezze tipiche di chi soffre e si fa del male.

E Martina è lì, coi suoi mostri ancora ad aggredirla al minimo accenno di debolezza.

Forse avrei smesso di sentire i passi dei mostri che mi rincorrevano.

Erano sempre di più. Sempre più veloci.

E io sempre più stanca.

Forse avrei cessato di essere in gabbia.

Forse. Potevo solo aspettare, tenendomi al freddo.

Sopravvivere.

 

…debole certo, perché fragile e con una tempesta dentro che rischia di spazzarla via in un attimo, ma al contempo è forte proprio perché una sopravvissuta.

La storia di Martina irrompe nella vita di chi la legge in modo irruento, senza veli, con tutta la crudezza delle esperienze che la ragazza ha vissuto e affrontato, dal rapimento alle vessazioni, alla violenza psicologica, sino a quella fisica, tra botte e poi la più crudele per una donna, figuriamoci per una bambina, una ragazzina che già aveva patito tanto, e che poi si è vista violata, stuprata e deturpata nel corpo e nello spirito sino a sfiorare il buio più profondo, le tenebre più cupe. Lo stupro che subisce è descritto in modo così reale e violento che lo si sente dentro, sino a sanguinare noi stessi, e versare lacrime amare di dolore e disperazione.

Lo strazio per questa ragazza è vivido e reale, lo si sente addosso e dentro sin nel profondo.

Come non sentirle addosso, quelle mani sudice, quel peso che ti spinge in basso, mentre si insinua con veemenza e violenza inaudita in un corpo ancora acerbo, che viene oltraggiato, distrutto e reso un semplice pezzo di carne inerme che subisce, senza più forze a contrastare l’incontrastabile, che si fa strada sino a penetrare nel cervello…

Ma la storia che ci racconta Martina non è solo quella delle violenze subite, Martina è forte, anche se lei ancora non lo sa, non lo percepisce; Martina ha un dono, che la aiuta ad andare avanti e ad allontanare i suoi mostri, quelli che le provocano gli incubi e che la costringono all’autolesionismo. Lei scrive favole in cui riversa i suoi sentimenti, a dispetto della sua manifesta aggressività. La scrittura, ecco il suo rifugio dai mostri, il primo grande segno della sua rinascita.

Scrivevo per purgarmi, scrivevo per assaporare qualche istante di leggerezza, scrivevo per volare, altrove, più veloce del vento.

Mi bastava.

Eppure, sentirmi dire che quei fogli di carta valevano qualcosa, che non erano uno schifo come la mia vita, mi faceva stare meglio

 

Martina non ha filtri, è schietta, a volte aggressiva, forse dura, ma è quello che le consente di lottare contro i suoi mostri e affrontarli; certo per lei non è facile, infatti attraversa varie fasi in questa sua rinascita che le consentono di affrontare i suoi mostri e metabolizzare tutto ciò che le è accaduto, lasciando spazio alla crescita e all’accettazione. Ma è anche grazie anche all’aiuto di una professionista, forse l’unica tra le terapeute che l’hanno avuta in cura, che la guarda dentro e la ascolta, che Martina inizia ad abbassare le sue difese, a consentire che quel muro che si è costruita intorno inizi a sgretolarsi e le consenta di far entrare nel suo mondo chi le vuole bene.

Il conflitto interiore di Martina, le sue paure, i suoi ricordi, i mostri del passato, le violenze, lo stupro…tutto questo la spinge a scappare, sino poi a prendere coscienza che i propri mostri vanno affrontati e sconfitti, o comunque si deve tentare. E Martina lo fa, con fatica e dolore, ma sostenuta da chi la ama.

Martina ci racconta la sua storia accompagnandoci in essa negli anni, da quelli più bui alla sua rinascita, e lo fa attraverso l’attenta penna di Elisabetta Barbara De Sanctis, che ha saputo “ascoltarla” e renderla viva e reale, nonostante sia una storia di fantasia. È un romanzo forte e intenso caratterizzato da una scrittura fluente, e che si legge in modo scorrevole, ma è al contempo travolgente con tutto il turbinio delle forti emozioni suscitate. Il pianto non tarda ad arrivare sin dalle prime pagine, e il racconto è trascinante, lasciando in chi vi si immerge tante di quelle sensazioni che penetrano sotto pelle e si aggrappano senza riuscire a farle scivolare via. Siamo così partecipi del suo dolore, nei vari flashback del suo passato, e della sua forza nella rinascita, tanto agognata e sofferta, ma che arriverà.

Non sono sufficienti le parole a descrivere le mie emozioni, ma a chi si avvicinerà a questa lettura il mio consiglio è quello di prepararsi ad avere l’animo sconquassato e poi riassestato, come è successo a me. Parlare della violenza sui minori non è mai semplice, soprattutto se si parla di abusi così crudeli. L’autrice è riuscita a raccontare senza veli ed edulcorazioni una realtà che affligge la nostra società; lo ha fatto attraverso la voce di Martina e degli altri protagonisti, lo ha fatto con forza e senza nascondere nulla, lasciando un segno dentro.

E questo romanzo ti entra dentro, e ci resta segnando l’animo..

Non è una lettura per tutti, forse, perché mai come oggi posso dire di aver ricevuto un pugno allo stomaco.

Ma la consiglio.