“James Biancospino e le sette pietre magiche” di Simone Chialchia, Aporema edizioni . A cura di Alessandra Micheli

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Il bello dei fantasy è senza dubbio la loro capacità di presentarsi con una veste meno pomposa, come dei veri e propri manuali del percorso spirituale e psicologico di un uomo.

Non a caso Joseph Campbell ha reso il suo percorso dell’eroe un caposaldo per ogni studioso del genere. Antropologicamente, l’uso dei simboli e delle metafore è uno dei mezzi con cui la cultura si mantiene, prospera e al tempo stesso può modificarsi, adattandosi ai tempi. Se le storie umane si modificano, quelle dell’animo, seppur con le differenze date dal carattere, restano e si servono degli archetipi.

E cosa sono?

La parola deriva dal greco antico con il significato di immagine. Io inserirei nel termina anche i sinonimi di modelli, marchi, esemplari e indica oggi in termine filosofico la forma preesistente e primitiva di un pensiero (ad esempio le idee platoniche) mentre in psicologia indica le idee predeterminate dell’inconscio umano. Quindi possiamo ben comprendere che ogni libro che contiene queste espressioni mitiche, religiose dell’umanità ha una valenza sociale importantissima, divenendo mappa con cui destreggiarsi in un mondo in continuo mutamento. L’evoluzione necessaria per la vita dell’universo va frenata sempre da basi certe che possano essere non morali, ma etiche, acquisendo lo status di universalità.

Detto questo, James Biancospino, nonostante l’apparente leggerezza del libro di svago, è un vero e proprio manuale di archetipi che indicano come gestire e approcciare il sentimento di alienazione presente in ciascuno di noi.

James è estraneo non solo al suo tempo ma alla sua età. È vecchio di anima seppur giovane negli intenti relativi alla creazione e alla fondazione del suo presente, per arrivare dritto e sicuro verso il suo domani. Così come è caratteristica di ogni giovane.

La differenza con i suoi coetanei si rivela nella consapevolezza acuta del suo patrimonio interiore appunto, della presenza nel suo io profondo (ombra junghiana) degli archetipi: questa comunicazione importante con i due lati dell’io, l’inconscio e il conscio, fa di James un essere umano atipico. Se gli altri vivono incentrandosi solo sul presente materiale, James si fa raccontare e si racconta i moti reconditi dello spirito sotto forma di sogni. E questi sogni sono omaggio alle teorie junghiane della sincronicità:

Gli eventi sincronici si basano sulla simultaneità di due diversi stati mentali.»

«Ecco quindi il concetto generale di sincronicità nel senso speciale di coincidenza temporale di due o più eventi senza nesso di causalità tra di loro e con lo stesso o simile significato. Il termine si oppone al ‘sincronismo’, che denota la semplice simultaneità di due eventi. La sincronicità significa quindi anzitutto la simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi collaterali significanti in relazione allo stato personale del momento, e – eventualmente – viceversa.»

«Voglio dire per sincronicità le coincidenze, che non sono infrequenti, di stati soggettivi e fatti oggettivi che non si possono spiegare causalmente, almeno con le nostre risorse attuali.

La sincronicità, espressa in particolare dai sogni, rappresenta il modo con cui la profondità ctonia dell’io bussa alla porta del cosiddetto stato mentale reale, raccontandogli o indicandogli la strada da percorrere per essere più che mai vicino alla sua autenticità. I sogni di James arrivano in un momento in cui lui stesso si interroga sulla sua forma mentis, sulla sua capacità o incapacità di iterazione con l’altro e soprattutto, sul suo sentirsi a disagio in un mondo che non gli appartiene. James, in sostanza, cerca e ricerca la motivazione del suo essere “alienato” verso il mondo statico delle convenzioni, del perché malvisto o considerato pericoloso dissidente inserito in un universo standardizzato che segue in modo pedissequo le regole di convivenza sociali. Ma queste regole non sono improntate al libero sviluppo dell’autenticità, ma più che altro a un’omologazione delle personalità. In quanto adolescente, James deve o dovrebbe rispondere a precise aspettative: uscire, divertirsi, socializzare, improntare le sue ansia conoscitive sull’immediatezza delle relazioni. James non è altro che un talento speciale e peculiare, immenso in un mondo che non sente suo.

Ecco che questa sensazione di non appartenenza, questo suo sopito talento, incapace però di manifestarsi appieno sul piano della realtà, compie un viaggio simbolico nel passato, in una dimensione diversa eppure familiare per il protagonista. James non affronta il viaggio dell’eroe in un’altra dimensione, onirica e parallela, ma nel suo stesso mondo.

In uno straordinario viaggio temporale. Indietro nei secoli James può trovare la radice del suo presente, sciogliere i suoi nodi, imparare di nuovo a rapportarsi con il suo ambiente, unico mezzo per poter esprimere davvero sé stesso. James ha già un mondo interiore ricco, quello che non sa, che non conosce, è la modalità con cui farlo interagire con il mondo esterno.

Ecco perché non compie una traversata dimensionale ma soltanto spaziale: egli inizia a gestire i suoi doni, togliendo tutti gli orpelli limitanti della tecnologia. Questo gli fa assaporare odori e sapori nuovi, ma anche capacità fisiche dimenticate che si armonizzeranno, in un addestramento duro ma necessario, con un elevata capacità di pensiero. La sua forza mentale, cioè, dovrà eguagliare e compenetrarsi con la forza fisica. In questo passato il suo talento non viene ignorato fino alla sua completa assuefazione ma tutelato, considerato e adeguatamente sviluppato. James troverà sé stesso durante un interessante percorso alla ricerca di sette magiche pietre.

E come non associarle al percorso mistico psicologico dell’apertura dei famosi chakra?

In fondo questi centri energetici non presiedono, secondo la teoria orientale, le funzioni fisiche e psichiche dell’essere?

Persino la Cabala, impersonata sul meraviglioso modello dell’albero della vita, non è altro che un processo di riconoscimento del sé e di crescita interiore, affrontando i duri ma necessari drammi con cui la nostra psiche deve poter fare i conti.

In questo senso James Biancospino è un po’ presente in tutti noi. Siamo tutti partecipi di una lotta strenua e perigliosa contro l’oscurità dell’anima, contro quei vizi che persino il Christos affrontò durante il suo pellegrinaggio nel deserto. Solo sconfiggendo gli oscuri, divoratori dell’anima (non a caso possiamo paragonarli ai terribili dissennatori della Rowling) possiamo tornare a essere davvero interi e davvero completi.

La lotta tra bene e male non è altro che la lotta tra ordine e disordine, tra volontà di luce, ossia consapevolezza, e la tendenza dell’uomo ad addormentarsi e restare inglobato e pertanto sconfitto dai suoi stessi oscuri impulsi.

Una storia che può essere letta a più livelli, ma che io consiglio di sorbire anche come un maestoso percorso verso il centro della nostra anima, per riprendere finalmente la fierezza di essere unici, diversi, speciali e sognatori.

In fondo James non ha un cognome per nulla facile: il biancospino, sacro alla Dea madre difendeva l’equilibrio superiore delle cose a Maat egizia, un’armonia fatta non soltanto di luce e ordine, ma anche di oscurità e mutamento.

Soltanto l’istinto allenato e amico della forma poteva guidarci lungo gli impervi sentieri dell’iniziazione.

È cos’è la vita, se non un’iniziazione costante?

2 pensieri su ““James Biancospino e le sette pietre magiche” di Simone Chialchia, Aporema edizioni . A cura di Alessandra Micheli

  1. Volevo solo farti i complimenti per l’articolo, semplicemente splendido. Nel leggerlo mi è venuta la pelle d’oca perché hai recepito esattamente quello che volevo trasmettere. Pensavo che tutte queste riflessioni fossero troppo celate e che non sarebbero mai emerse, ma sono contento che ci sia là fuori qualche altra persona che, come me, oltrepassa l’apparenza. Continua, così, in bocca al lupo per tutti i tuoi progetti!

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