“Essere Melvin. Tra finzione e realtà” di Vittorio De Angrò, Cavinato editore. A cura di Alessandra Micheli

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Recensire un libro come quello di Melvin è uno dei compiti più ardui.

Non è facile parlare di un male oscuro, eppure presente, come quello della malattia mentale, così evanescente e così difficile da trattare, ancor oggi avvertito come un tabù. Essere in quella strana condizione che confonde i due piani della realtà, incapaci di gestire il flusso di informazioni temute, considerate scomode, pericolose per la propria stabilità precaria, e trovare, cercare e indossare costantemente maschere, come se bastasse un travestimento per gabbare i nostri demoni.

Melvin è quella maschera che cerca disperatamente di sfuggire alla difficoltà di essere sé stessi in un mondo, in un universo familiare, che troppo spesso ci caria di aspettative. È dall’educazione, dal primo contatto con l’esterno (la famiglia) che iniziano i primi veri approcci nella difficile strada della distinzione tra realtà e fantasia. Il bambino ha la capacità di creare mondi e renderli veri, ma al contempo ha la presenza di un adulto equilibrato quale esempio e certezza dell’esistenza di una solida realtà. Sono i valori, gli esempi, gli insegnamenti trasmessici dall’infanzia e dall’adolescenza, le coordinate con cui muoversi in quel difficile spazio-tempo chiamato vita. Ma cosa accade quando questi necessari elementi di orientamento sono fallaci e disequilibrati?

Si inizia a temere la certezza della vita, della realtà rappresentata dall’adulto e l’unico vero referente resta il mondo immaginario, luogo non più di rigenerazione e riposo, ma di rifugio. E Melvin, con un padre onnipresente e una madre bloccata nel suo rigido schema mentale, una famiglia che forse non lo comprende fino in fondo si trova spaesato, spaventato e terrorizzato da un mondo che inizia a considerare alieno, questo perché, ciò che questa quotidianità richiede, non è in linea con quello che Melvin può davvero dare. La sua peculiare immaginazione, quel mondo delle idee così ricco e florido diviene una prigione da cui, durante gli anni, non riesce più a fuggire. Eppure è proprio quel mondo che lui usa come scudo, la vera strada verso la sua realizzazione. Questo universo di simboli, miti e voci andrebbe solo riappacificato con la dimensione corporea affinché i semi archetipici divengano azioni e idee, ma diviene, in realtà, una selva oscura da cui fuggire e, nel peggior caso, materiale per intessere sempre più redige e resistenti sbarre alla sua gabbia.

Le personalità dell’uomo si scindono cosi in due sezioni: l’oscuro essere che diviene reale soltanto nell’invenzione, e il fragile ma unico uomo il cui animo è semplicemente un vulcano pronto a eruttare. Peccato che, in mancanza di una giusta guida, la lava travolge ogni costruzione che incontra lungo il suo cammino. Ecco che il mondo interiore di Melvin, foresta rigogliosa e indipendente, diviene paesaggio lunare, spoglio e sempre uguale a sé stesso, rifiutando l’evoluzione avvertita come nemica da cui difendersi. Melvin ha troppi blocchi, causati da un difficile passato che non riesce a sbrogliare, e che creano attorno a lui una matassa sempre più spessa e rigida. Solo iniziando il lento lavoro certosino nel riconoscere ogni filo dell’intreccio come fonte di insegnamenti, nell’accettarlo e nel raccontarlo, Melvin troverà davvero un senso profondo in quella sua esperienza, riuscendo a non scrivere il finale ma a cambiare totalmente pagina e riscrivere ex novo la sua storia.

In questa ricerca di un’identità perduta cade nella trappola da noi più aborrita e temuta: il web. Dietro il Pc non fa altro che legittimare la scissione stessa della sua anima, dando forza ai suoi mostri simboleggiati dal Diavolo accusatorio che tenta continuamente di annientarlo coni l senso di colpa.

La sua colpa è la menzogna, ma come si può dire la verità su sé stessi, quando lo stesso essere è perduto, prigioniero, ingabbiato e alienato?

Deve per forza tornare a far parte del tutto, la sua mente deve trovare un patto tra l’ideale e quel reale avvertito come minaccioso. Il suo rifugiarsi in un mondo totalmente mentale significa rifiutare un corpo che nessuno ha provato a rendere amico. Melvin è totalmente privo di corporeità perché associa quella forma alla costrizione: la forma è un obbligo che necessita di un alto tributo, la completa dominazione della fantasia. Se la sostanza non diviene strumento della forma, diviene solo un mero atto ideale, che non fa altro che distaccarci sempre di più dal qui e ora tanto decantato dai mistici.

Eppure, proprio la sua malattia è il simbolo e il segno che l’anima di Melvin è viva e ricca. Deve solo essere pacificata e sviluppata in senso costruttivo e non distruttivo. E per farlo deve poter avere un corpo formato non dalle altrui idee, dalle altrui proiezioni, ma solo dai suoi intimi e più inconfessati desideri.

Ed è la scrittura la modalità con cui Melvin tornerà ad essere Vittorio, riuscendo a cancellare le conclusioni disordinate e provando e riprovando a riscrivere ogni giorno una storia diversa, perché siamo mille racconti, non un solo noioso percorso predefinito. In questa difficile rinascita mille personaggi, ognuno rappresentante di un lato dell’io (dal più oscuro al più luminoso) saranno raccontati in un dialogo ricco di pathos, a volte onirico e claustrofobico, ma illuminato dalla meravigliosa luce dello splendente, una sorta di super coscienza in grado di far comprendere al nostro protagonista i nessi, la casualità e i significati.

In questo senso Melvin è anche un modo per riabilitare un percorso psicoanalitico troppo spesso abbandonato in favore di deliranti concetti astrusi e mistici, che non hanno la manualità di chi da sempre rimesta e sa rimestare nel fango per far nascere…semplicemente fiori.

Un libro difficile, a tratti sconvolgente che getta una nuova luce anche sulla difficoltà di essere autenticamente sé stessi in un mondo troppo ricco di stimoli, ma cosi scarso di solidità; e il web così certo nel suo anonimato, così capace di renderci sicuri, unica certezza in un mondo che cambia ma che pochi ci hanno insegnato ad affrontare, diviene una palude pericolosa che lungi dallo spingere alla ricerca, ma annichilisce con l’assuefazione. In un mondo virtuale tutto è possibile, ma tutto alla fine rischia di restare soltanto parola e mai azione, soltanto possibilità e mai concretezza, con la certezza che basti toccare un tasto per Essere.

Melvin ci insegna che, invece, per Essere occorre coraggio, occorre scegliere di non essere vittima ma desiderare, con ogni brandello della nostra anima, di poter semplicemente decidere di accendere la luce.

Se è vero che la psicoterapia aiuta, è pur vero che il grande insegnamento dello Splendente resta uno e uno solo:

Dipende solo da te.

Ecco ripetiamocelo ogni giorno, quando rischiamo di cadere nelle trappole del post moderno:

Ancora una volta tutto dipende da me.

Siamo noi i veri unici artefici del nostro destino e della nostra mente.

Siamo solo noi in grado di raccontare e scrivere la nostra storia.

Se oggi sono qui, Vittorio, è per dirti di guardare avanti. La tua storia è appena iniziata”

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“#Babbo natale social” di Anna Spampinato, Algra editore. A cura di Milena Mannini

C’è una cosa che ogni uomo e donna insegue nella vita, una cosa indispensabile nella maggior parte dei casi: il lavoro. Nessuno si può esimere dal lavorare, è il mezzo che abbiamo per poter sopravvivere nel peggiore dei casi, e in casi più fortunati per poter realizzare tutti i nostri sogni terreni.

È uno “stato” a cui non si dà importanza, non è raro sentire persone che si lamentano per quello che secondo loro sono ingiustizie lavorative, orari stressanti e mancate feste libere. E non è raro che per ogni persona che si lamenta ci sono molte altre disposte a prendere il loro posto per poter trovare una tranquillità economica.

Ma lamentarsi è nella natura umana, non si è mai contenti delle condizioni che viviamo perché tutti tendono a migliorare la propria posizione.

Il lavoratore precario anela al posto fisso, quello che ha un lavoro stabile cerca un guadagno migliore con il minimo sforzo, e poi ci sono i datori di lavoro che per migliorare i propri affari usano come mezzo i dipendenti.

Questo racconto affronta il tema del lavoro ai giorni dei social e lo fa modernizzando una figura a cui i piccoli, credono fermamente, e i grandi vorrebbero credere: Babbo Natale.

Il periodo in cui è ambientato ovviamente è quello delle feste. Tutti i piccoli sperano di trovare sotto l’albero il regalo tanto desiderato. A rendere moderno il tutto sono i social network attraverso i quali arrivano le richieste dei regali, non più solo lettere cartacee, ma post con richieste, mail, twitt.

L’atmosfera cambia quando nella fabbrica di Babbo Natale si capisce che non solo non si riuscirà a soddisfare tutte le richieste dei bambini, ma anche di quegli adulti che non trovano il tempo per scrivere una banale lettera a una figura alla quale ormai non credono da tempo, ma sono così abituati a “postare” anche solo per uno sfogo momentaneo, chiedendo qualcosa… magari solo una parola di conforto che li aiuti a superare un momento difficile.

Il clima è sempre più teso e nemmeno Babbo Natale sfugge allo stress lavorativo, deve assumere lavoratori interinali per far fronte alle nuove richieste, e questi con la speranza di ottenere poi il posto fisso, danno fondo a tutte le loro energie.

La fabbrica di Babbo Natale dove si lavorava in allegria, adesso è come una fabbrica dei giorni nostri, dove si lavora perché è necessario, dove appena si entra non si vede l’ora di uscire, dove i rapporti con i colleghi non sono quasi mai amichevoli e dove persino Babbo Natale diventa un titolare insensibile e dispotico.

Scusa per la situazione insostenibile in cui vi ho fatto lavorare. E soprattutto vi chiedo scusa per non essere stato in grado di prendere in mano le redini della situazione. Sapeste quante volte guardandovi lavorare mi si è stretto il cuore perché sentivo dentro me che le cose non stavano funzionando come sempre.

Ma non dimentichiamoci che Natale è un periodo magico, in cui tutto può succedere, quindi che nessuno disperi, i piccoli avranno ancora l’entusiasmo dell’attesa, e ogni tanto anche per i grandi i sogni si realizzano.

Quindi aiutate i piccoli a scrivere la loro letterina e fatelo anche voi, perché sognare non costa nulla.

Buona lettura Milena