Al tuo cuore con la poesia di Rosario Tomarchio: alla famiglia ed alle persone care. Di Alessia Mocci (Fonte http://oubliettemagazine.com/2018/11/21/al-tuo-cuore-con-la-poesia-di-rosario-tomarchio-alla-famiglia-ed-alle-persone-care/ )

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“Vorrei essere una fontana/ Che dona allegramente acqua/ A tutti gli anziani al riparo delle calde ore,/ in circolo ricordano il loro passato/ e progettano sogni infiniti/ […]” “Vorrei essere una fontana”

 

La figurazione millenaria dell’anziano dell’essere umano che ha permesso agli anni di solcargli il viso e le mani che, in circolo davanti ad una fontana, si cimenta nella narrazione di ciò che la sua mente rammenta in quell’istante, al riparo dal sole.

Ancor più solcato è il Pensiero e, libero senza il tremolare delle ginocchia, affronta la scia di immagini talvolta supportata da sogni a cui non si può decretar la fine.

La voce narrante esprime la volontà di esser acqua la trasformazione in una fontana forse per poter sentire quei segreti che gli anziani si narrano o forse per rinfrescare i loro respiri con nuova linfa.

Al tuo cuore con la poesia” è una breve raccolta poetica dell’autore siciliano Rosario Tomarchio. L’autore conta di numerose pubblicazioni sia poetiche come “La musica del silenzio” (Statale 11, 2010), “Storia d’amore” (Aletti editore, 2012), “Ricordi di poesie” (Rupe Mutevole Edizioni, 2013), “Cielo” (Rupe Mutevole Edizioni, 2014) sia brevissimi saggi come “Il mito della semplicità”, “In cammino”, “Dalla grotta al tempio”, “In viaggio per incontrare Gesù”.

 

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La raccolta è dedicata al cuore dello stesso autore, ogni verso nasce dal profondo amore verso le persone care: ai genitori (al padre, l’uomo del silenzio; alla madre, la donna della vita), ai pochi e veri amici che una persona conta sulle dita della mano, ad una relazione con una donna del passato, alla nonna Vincenza scomparsa molti anni fa, alla lettura dei Vangeli che sin da giovane hanno popolato la sua mente, agli animali che rendono la vita meno solitaria.

Il versificare è semplice, le parole sono immediate. Percorrono immagini care a Rosario e che si dipanano tra ricordi e presente in una continua esortazione all’amore.

 

“Quante volte mi ritrovo con il cuore affranto,/ con le lacrime che disegnano curve sul viso./ Quante volte mi ritrovo in un angolo del mondo,/ a rileggere lo stesso libro/ che racconta la mia vita/ tra poche gioie e tanti dolori./ Quante volte mi ritrovo sotto questo cielo,/ a guardare le stelle/ sperando ancora di poter colorare i sogni./ […]” “Dedicata a tutti i cani che ci fanno compagnia”

 

Rosario rilegge il suo libro chiamato vita, come tanti esseri umani vive una solitudine portata da quello che stiamo chiamando “progresso” ma che sempre più si rivela “regresso”.

La famiglia non ha più quel potere di collante sociale, il figlio è chiamato all’imperante isolamento nella quale tutti possiamo accedere al social network che ha avuto la pretesa di avvicinare le persone ma che ci ha resi schiavi delle mura di una casa e di un dispositivo che presenta una facciata, la misera ombra di noi stessi.

Rosario, con le lacrime che curvano il viso, si ritrova a guardare il cielo e quelle stelle che sin da bambino ascoltavano i suoi malumori e le sue gioie.

E se tutto intorno diventa estraneo, e se l’empatia verso l’altro dimostra di non trovar appiglio, l’autore ritrova la fiducia nella vita in un animale, nel sguardo complice di un cagnolino che si avvicina e che senza bisogno di parole, senza doni o serenate rammenta la semplicità dell’emozione.

 

“Che vanto nei hai fante/ A vincere tutte le battaglie/ Se non tocchi il cuore/ Della tua regina?/ […]” “Fante innamorato”

 

Written by Alessia Mocci

 

Info

Facebook Rosario Tomarchio

https://www.facebook.com/profile.php?id=100017034757004

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Fonte

http://oubliettemagazine.com/2018/11/21/al-tuo-cuore-con-la-poesia-di-rosario-tomarchio-alla-famiglia-ed-alle-persone-care/

 

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“Ogni uomo uccide ciò che ama. Un indagine di provincia” di Claudio Pastena, il Terebinto editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni volta che che leggo un libro mi fermo sempre a capire quali emozioni ha suscitato la lettura. Questo me lo fa sentire più mio, creando una speciale empatia, unica e irripetibile.

Il libro mi parla, odo la sua voce, ascolto i consigli, i lamenti o gli sbeffeggi.

Il libro è la mano che mi guida in questa strana e a volte triste commedia dell’arte chiamata vita, dove noi non siamo altro che guitti improvvisati, a volte folli, a volte fin troppo sani e pregni di aspettative.

E sono quelle che nei casi più disperati dominano il nostro essere, uccidendo la fantasia con l’anarchia del possesso o del vizio.

Siamo tutti equilibristi che camminano su un filo sottile, consci che basta un solo sguardo verso l’abisso per esserne inesorabilmente intrappolati, non come vittime, ma come abominevoli mostri consenzienti.

Sì, mostri.

Nonostante il temine significa speciali, strabilianti, sono conscia che possiamo esserlo in tanti modi, alcuni dei quali crudeli e insensibili capaci solo di lacerare il tessuto così fragile e così splendente dell’altro e del mondo che l’altro contiene.

Allora mi sono fermata.

Ho posato il libro, anzi il reader, e ho fissato quel biancore brillante pieno di quei segni che assieme formano parole.

E sono conscia altresì che dietro questo linguaggio a cui tutti possono arrivare ne esiste un altro, più sottile, più misterioso, capace di raccontarmi altro, una storia nella storia, dal significato più sottile e forse allarmante.

La sensazione di chi finisce di leggere il libro di Pastena è… tristezza.

Amarezza.

Un sapore aspro sulla lingua che arriva fino al cuore, rendendolo pesante come un macigno.

Oh sì, un libro bellissimo, ritmo incalzante, personaggi spietatamente definiti senza alcuna remora a raccontarne il lato oscuro, colpi di scena e un umorismo sottilmente malvagio.

Oh sì, farebbe la felicità di tanti colti esperti.

Ma io non sono un critico, sono soltanto un’amante dei significati, una discepola che venera la comunicazione come elemento di crescita.

Sono lì a cercare l’informazione nascosta, criptata tra quei segni fin troppo conosciuti e spalleggiati dalla tecnica e che non sono altro che specchietto per le allodole di tanti, oserei dire, materialisti incentrati e inneggianti alla forma.

Io no.

Io credo che possiamo divenire, come dicevano gli gnostici veri pneumatici, ossia esseri di solo respiro, di solo ritmo, di solo suono, capaci di scovare nella sostanza il seme del cambiamento.

Perché oramai lo so, un’informazione non è altro che la certezza e il riconoscimento di una differenza, ed è nella differenza che si cresce e si evolve.

E cos’è questa differenza?

È la risultante tra ciò che è apparenza e ciò che essa cela, come un tesoro prezioso, perché solo i tesori preziosi vengono occultati, nascosti in polverose e pericolanti soffitte, in attesa del prode che con la chiave giusta possa avere la sua ricompensa.

Così, preda della tristezza, ho accettato la chiave che Pastena mi ha donato tra le righe, soffuse delle parole, e ho aperto la porta.

Ricordate la favola di Barbablu?

L’uomo con l’unico pelo dissonante nella barba, la differenza che individua il significato, aveva sempre avvertito l’ultima moglie di non aprire mai la porta proibita.

Ma per i curiosi, per coloro che vogliono capire, la chiave gronda sangue.

E il sangue non è che l’energia perduta a voler tener chiusa l’alcova, insistendo sull’indifferenza affinché il pericolo sia dimenticato, nascosto sotto le luci brillanti del palcoscenico, tra le mille distrazioni, tra le mille droghe che la vita ci offre beffarda.

Ma noi, come la moglie, quella porta l’apriamo.

Io la porta chiusa di Pastena l’ho aperta.

E vi ho trovato lo scempio più orrorifico: quel marcio che sta nutrendo la nostra società, vizi e impulsi osceni che nascondiamo sotto eleganti tappeti regent.

Ecco cosa ho trovato.

Ecco cosa mi raccontava con voce cadenzata il bravo Claudio.

Il male è oramai non più una minaccia, ma una presenza che cammina tra noi.

Si nutre dei nostri impulsi più oscuri, quell’ombra da cui Jung stesso ci aveva messo in guardia.

Non lo abbiamo ascoltato.

Non vogliamo ancora ascoltarlo.

E l’ombra ghignante sorride e si mostra a noi seducendo la nostra mediocrità.

Si pensa che il potere ci dia gioia, ripari i torti, che il sesso sia la risposta alla nostra solitudine. Che la carità, il sentirci migliori degli altri, sia il rimedio contro un’insana, strisciante, lasciva follia.

Nessun buono.

Nessun cattivo.

Solo un’umanità cosi distratta da scordarsi a casa l’anima, che rimane rannicchiata, lacerata accanto a noi.

La provincia, raccontata da Pastena con tale crudezza, è presente nel mondo interiore di ciascuno di noi.

Senza compassione.

Senza empatia.

Alla sola disperata ricerca del piacere effimero.

Cercando di mortificare la propria natura in atti che di bontà, di redenzione, non hanno neanche il lontano sapore.

Sentirsi unici, intoccabili, nel giusto, perché in fondo la vita non ha nessun valore.

Erano arrivati i soldi e se ne era andata la coscienza.

La coscienza è morta, sparita scappata lontano da noi, in lacrime per essere stata stuprata da ogni nostro patetico alibi.

Mi prende l’umor tetro, mi cruccio, m’addoloro a veder come vivono gli uomini fra loro. Come mi giro, vedo adulazione abbietta, ingiustizia, interesse, tradimento.

Così racconta la nostra pazzia lo squilibrato, forse più sano di ognuno di noi, che nei suoi deliri vede una realtà che noi ammantiamo di bugia. E ancora in questo libro il contrario di tutto diventa la verità: solo chi ha perduto quella ragione considerata accettabile dalla società, può alzare il velo e rifiutarla.

E solo l’escluso, abbandonato, l’invisibile riesce a provare pena per sé stesso e per il nostro funesto destino: quello di morire incorporei e sempre meno reali.

È un enorme gioco virtuale, ipocrisia che balla abbracciata al vizio.

Frustrazione che si veste da potente, abuso trasformato in opportunità.

E non esistono alti discorsi filosofici sul perché si uccide non solo l’altro, ma la propria stessa anima, che non essendo più integra si perde con il vento tossico:

La gente uccide perché ne ha voglia e basta. – Ma, secondo voi, questa voglia c’è sempre o esce all’improvviso? – Dipende da cosa ha mangiato l’animo umano. Se si è cibato di menzogne, la voglia c’è sempre, se di verità questa voglia immonda compare all’intrasatto, a volte può anche rientrare.

Noi stiamo mangiando bugie.

Ci stiamo nutrendo di nulla.

E nel nulla restiamo nullità che tentano di rimanere in vita usando l’arma della sopraffazione.

Ironico gioco di parole non trovate?

Ma è questa la tragica visione lucida di Pastena:

Dentro ognuno, anche il migliore in apparenza, si avverte l’eco infernale e irrefrenabile della sua doppia natura umana, tutti si arrampicano sulla stessa giostra in cui si alternano, senza un ordine preciso, le speranze nobili e le passioni oscure. L’assassino, in fondo, è solo chi sbanda più degli altri su questo cammino, o forse dà ad esso una direzione definitiva. Malvagia, inaccettabile, ma precisa.

In un mondo di sogni bruciati, lacerati violentati, io resto a osservare con gli occhi pieni di dolore.

E allora indosso la mia maschera da guitto, da mentecatto artista e inizio a truccarmi come un Pierrot.

E mi trucco perché la vita mia, non mi riconosca e vada via.

E mi vesto da re, perché tu sia

tu sia il re di una notte di magia”

-Renato Zero