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Ogni volta che che leggo un libro mi fermo sempre a capire quali emozioni ha suscitato la lettura. Questo me lo fa sentire più mio, creando una speciale empatia, unica e irripetibile.

Il libro mi parla, odo la sua voce, ascolto i consigli, i lamenti o gli sbeffeggi.

Il libro è la mano che mi guida in questa strana e a volte triste commedia dell’arte chiamata vita, dove noi non siamo altro che guitti improvvisati, a volte folli, a volte fin troppo sani e pregni di aspettative.

E sono quelle che nei casi più disperati dominano il nostro essere, uccidendo la fantasia con l’anarchia del possesso o del vizio.

Siamo tutti equilibristi che camminano su un filo sottile, consci che basta un solo sguardo verso l’abisso per esserne inesorabilmente intrappolati, non come vittime, ma come abominevoli mostri consenzienti.

Sì, mostri.

Nonostante il temine significa speciali, strabilianti, sono conscia che possiamo esserlo in tanti modi, alcuni dei quali crudeli e insensibili capaci solo di lacerare il tessuto così fragile e così splendente dell’altro e del mondo che l’altro contiene.

Allora mi sono fermata.

Ho posato il libro, anzi il reader, e ho fissato quel biancore brillante pieno di quei segni che assieme formano parole.

E sono conscia altresì che dietro questo linguaggio a cui tutti possono arrivare ne esiste un altro, più sottile, più misterioso, capace di raccontarmi altro, una storia nella storia, dal significato più sottile e forse allarmante.

La sensazione di chi finisce di leggere il libro di Pastena è… tristezza.

Amarezza.

Un sapore aspro sulla lingua che arriva fino al cuore, rendendolo pesante come un macigno.

Oh sì, un libro bellissimo, ritmo incalzante, personaggi spietatamente definiti senza alcuna remora a raccontarne il lato oscuro, colpi di scena e un umorismo sottilmente malvagio.

Oh sì, farebbe la felicità di tanti colti esperti.

Ma io non sono un critico, sono soltanto un’amante dei significati, una discepola che venera la comunicazione come elemento di crescita.

Sono lì a cercare l’informazione nascosta, criptata tra quei segni fin troppo conosciuti e spalleggiati dalla tecnica e che non sono altro che specchietto per le allodole di tanti, oserei dire, materialisti incentrati e inneggianti alla forma.

Io no.

Io credo che possiamo divenire, come dicevano gli gnostici veri pneumatici, ossia esseri di solo respiro, di solo ritmo, di solo suono, capaci di scovare nella sostanza il seme del cambiamento.

Perché oramai lo so, un’informazione non è altro che la certezza e il riconoscimento di una differenza, ed è nella differenza che si cresce e si evolve.

E cos’è questa differenza?

È la risultante tra ciò che è apparenza e ciò che essa cela, come un tesoro prezioso, perché solo i tesori preziosi vengono occultati, nascosti in polverose e pericolanti soffitte, in attesa del prode che con la chiave giusta possa avere la sua ricompensa.

Così, preda della tristezza, ho accettato la chiave che Pastena mi ha donato tra le righe, soffuse delle parole, e ho aperto la porta.

Ricordate la favola di Barbablu?

L’uomo con l’unico pelo dissonante nella barba, la differenza che individua il significato, aveva sempre avvertito l’ultima moglie di non aprire mai la porta proibita.

Ma per i curiosi, per coloro che vogliono capire, la chiave gronda sangue.

E il sangue non è che l’energia perduta a voler tener chiusa l’alcova, insistendo sull’indifferenza affinché il pericolo sia dimenticato, nascosto sotto le luci brillanti del palcoscenico, tra le mille distrazioni, tra le mille droghe che la vita ci offre beffarda.

Ma noi, come la moglie, quella porta l’apriamo.

Io la porta chiusa di Pastena l’ho aperta.

E vi ho trovato lo scempio più orrorifico: quel marcio che sta nutrendo la nostra società, vizi e impulsi osceni che nascondiamo sotto eleganti tappeti regent.

Ecco cosa ho trovato.

Ecco cosa mi raccontava con voce cadenzata il bravo Claudio.

Il male è oramai non più una minaccia, ma una presenza che cammina tra noi.

Si nutre dei nostri impulsi più oscuri, quell’ombra da cui Jung stesso ci aveva messo in guardia.

Non lo abbiamo ascoltato.

Non vogliamo ancora ascoltarlo.

E l’ombra ghignante sorride e si mostra a noi seducendo la nostra mediocrità.

Si pensa che il potere ci dia gioia, ripari i torti, che il sesso sia la risposta alla nostra solitudine. Che la carità, il sentirci migliori degli altri, sia il rimedio contro un’insana, strisciante, lasciva follia.

Nessun buono.

Nessun cattivo.

Solo un’umanità cosi distratta da scordarsi a casa l’anima, che rimane rannicchiata, lacerata accanto a noi.

La provincia, raccontata da Pastena con tale crudezza, è presente nel mondo interiore di ciascuno di noi.

Senza compassione.

Senza empatia.

Alla sola disperata ricerca del piacere effimero.

Cercando di mortificare la propria natura in atti che di bontà, di redenzione, non hanno neanche il lontano sapore.

Sentirsi unici, intoccabili, nel giusto, perché in fondo la vita non ha nessun valore.

Erano arrivati i soldi e se ne era andata la coscienza.

La coscienza è morta, sparita scappata lontano da noi, in lacrime per essere stata stuprata da ogni nostro patetico alibi.

Mi prende l’umor tetro, mi cruccio, m’addoloro a veder come vivono gli uomini fra loro. Come mi giro, vedo adulazione abbietta, ingiustizia, interesse, tradimento.

Così racconta la nostra pazzia lo squilibrato, forse più sano di ognuno di noi, che nei suoi deliri vede una realtà che noi ammantiamo di bugia. E ancora in questo libro il contrario di tutto diventa la verità: solo chi ha perduto quella ragione considerata accettabile dalla società, può alzare il velo e rifiutarla.

E solo l’escluso, abbandonato, l’invisibile riesce a provare pena per sé stesso e per il nostro funesto destino: quello di morire incorporei e sempre meno reali.

È un enorme gioco virtuale, ipocrisia che balla abbracciata al vizio.

Frustrazione che si veste da potente, abuso trasformato in opportunità.

E non esistono alti discorsi filosofici sul perché si uccide non solo l’altro, ma la propria stessa anima, che non essendo più integra si perde con il vento tossico:

La gente uccide perché ne ha voglia e basta. – Ma, secondo voi, questa voglia c’è sempre o esce all’improvviso? – Dipende da cosa ha mangiato l’animo umano. Se si è cibato di menzogne, la voglia c’è sempre, se di verità questa voglia immonda compare all’intrasatto, a volte può anche rientrare.

Noi stiamo mangiando bugie.

Ci stiamo nutrendo di nulla.

E nel nulla restiamo nullità che tentano di rimanere in vita usando l’arma della sopraffazione.

Ironico gioco di parole non trovate?

Ma è questa la tragica visione lucida di Pastena:

Dentro ognuno, anche il migliore in apparenza, si avverte l’eco infernale e irrefrenabile della sua doppia natura umana, tutti si arrampicano sulla stessa giostra in cui si alternano, senza un ordine preciso, le speranze nobili e le passioni oscure. L’assassino, in fondo, è solo chi sbanda più degli altri su questo cammino, o forse dà ad esso una direzione definitiva. Malvagia, inaccettabile, ma precisa.

In un mondo di sogni bruciati, lacerati violentati, io resto a osservare con gli occhi pieni di dolore.

E allora indosso la mia maschera da guitto, da mentecatto artista e inizio a truccarmi come un Pierrot.

E mi trucco perché la vita mia, non mi riconosca e vada via.

E mi vesto da re, perché tu sia

tu sia il re di una notte di magia”

-Renato Zero

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