“Stones” di Selene Piana. A cura di Alessandra Micheli

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Quando ho ricevuto il libro di Selene per la recensione, ammetto di aver pensato: “Oh no, un altro dannato rosa con una misera ambientazione distopica a giustificare gli ostacolo d’amore”.

Per fortuna il mio pregiudizio è così labile e così sottoposto alla curiosità naturale del lettore che quando apro il reader, esso si dissolve. E inizio ad ascoltare la voce dell’autore, ma soprattutto del testo.

A mia discolpa ammetto che oggi pochi hanno voglia di raccontare, ma più che altro di proporre il loro prodotto. E i sottogeneri della fantascienza non sono affatto adatti al marketing. Semmai sono adatti alla comunicazione di qualcosa per noi, e per la nostra vita interiore può rivestire enorme importanza.

Selene è brava.

È riuscita a identificare e a percorrere senza indugi, senza soccombere al lato sensazionalistico della storia, il difficile sentiero della distopia. Claustrofobia, senso di disorientamento, panico e rassegnazione di chi all’improvviso si trova di fronte a un mondo… capovolto.

Perché la distopia è semplicemente l’orrore immaginario, reso reale, è il disastro che sembra lontano e profetizzato ma che all’improvviso si concretizza rompendo ogni schema mentale, ogni abitudine, ogni speranza. In un mondo rovesciato in cui i valori civili si rivelano per quello che sono, cioè illusioni, bisogna poter sopravvivere. E spesso la sopravvivenza in un mondo mutato, muta anche l’animus umano rendendolo feroce, spiazzato, disperato, senza coscienza (come in “Brandelli d’Italia”) o fa nascere i migliori sentimenti di quella giusta rabbia che ci portano alla reazione (come in “Nectunia”).

Come notate, ogni libro ha il suo messaggio ed è nato e nasce per raccontarci, oltre alla storia adrenalinica e disperata, qualcosa di noi, una parte di società che dobbiamo per forza vedere. Che sia totalitarismo, che sia la tecnologia che sostituisce il cuore, che sia la radicalizzazione di un’idea, che sia il rifiuto di avere esseri pensanti a dominare un mondo distrutto (spero ricordiate Fahrenheit 491, dove è la conoscenza il vero male del mondo) insomma, ognuno dei nostri nefasti impulsi trova nel genere il suo onorevole racconto.

Allora cosa ci dice Selene con Stones?

Perché usa questo racconto di devastazione, paura e sospetto?

Mentre leggevo e persino a libro terminato ci riflettevo. Era lì la risposta, vicino a me che sussurrava, ma qualcosa in quel libro di un Italia in preda al contagio, fatta di morte, de-solidarizzazione e sopravvissuti prescelti, quasi immuni alla malattia, mi sussurrava. Ma era una voce flebile. O forse io non volevo affatto ascoltare. L’Italia isolata, minacciata dalle altre potenze, un’Italia in preda al caos, in cui soprattutto donne e bambini venivano sterminati.

Poi all’improvviso da una radio arrivano le parole di Edoardo Bennato:

 

una mattina mi sono svegliato, tutto sbagliato baby…”

 

Tutto sbagliato.

L’Italia?

Tutta sbagliata.

I valori?

Tutti sbagliati.

Le nostre ideologie?

Cadute.

I nostri sforzi per rendere l’Italia una nazione etica?

Tutto finito.

In fondo il libro di Selene non fa che anticipare in un universo terrificante il vero contagio del nostro paese: l’odio verso l’altro. Quella società così dedita alla caccia alle streghe da implodere su sé stessa.

Una civiltà così osteggiata dall’Europa, il mosaico che doveva incorporarla, da essere isolata da un muro.

Il muro della vergogna.

E quel muro lo vediamo oggi ragazzi miei. Lo vediamo nella volontà ancora viva, nonostante sia cadavere, di attaccare i frutti della nostra stessa vita: donne e bambini. Ecco il contagio. Ecco la malattia. L’Italia si rannicchia su sé stessa, stanca di fingere ed esplode, in una miriade di pezzi, mutando, anzi diventando, finalmente libera di mostrare il suo vero volto: la distruzione.

Non ci rendiamo conto che piano piano stiamo rosicchiando le stesse basi della civiltà, dei diritti su cui speravamo e sognavamo di fondare uno stato diverso. Non è diverso. È simile agli altri, peggiorato perché abbracciato con forza e disperazione a stantii valori.

Stones” sono le persone che riescono a sopravvivere al contagio, quello di essere risucchiati in un mondo dedito alla sopraffazione e alla legge del più forte, e che hanno la forza indomita di una rabbia atavica. Non è un caso che le protagoniste, le vere luci che brillano, sono donne. Donne che devono essere usate, che devono essere costrette a dare a quel paese morente una speranza. Costrette, non lodate perché capaci di mutare.

Ecco il segreto. L’essere umano deve poter cambiare, trasformarsi, ingerire i germi della malattia per poterne diventare immuni. Ma per farlo, deve poter vedere. Riconoscere che essi sono virus. Riconoscere dunque i valori sbagliati, gli assunti culturali oramai divenuti stereotipi e smettere di esserne schiavi.

Devono diventare quelle rocce sui cui impiantare un nuovo dannato ordine mondiale.

Il nostro vero problema è che noi non abbiamo Amore nei nostri cuori. Riconosciamo il sesso, riconosciamo il possesso, riconosciamo la rabbia dell’appartenenza. Ma di amore noi non sappiamo nulla.

Lo sanno forse gli animali e infatti sono loro che, in questo libro, ricoprono di calore le ferite di quella gente distrutta, che una mattina si è sbagliata e ha visto che il mondo che conoscevano o che credevano di conoscere era tutto sbagliato.

Negli ideali, nelle battaglie, nei finti cambiamenti, c’è solo il sistema che si ripropone con la stessa oscura canzone, senza che si muti davvero il nucleo profondo che sostiene una traballante civiltà.

Nel palazzo dalle mille stanze
nel silenzio di pareti grigie
non si salva niente, nemmeno le apparenze

Nel disegno di quei corridoi
interrotti da ritratti di eroi
non si salva niente nemmeno le intenzioni

Non c’è amore, nelle cattedrali del partito
nei discorsi ufficiali, non c’è amore
nei finti battimani

Non c’è amore, nelle processioni del partito
nelle bande e nei cori, in quei canti
che non sono canzoni

E  in questi assunti culturali non abbiamo amore.

Se l’amore non nasce neanche quando il disastro è alle porte, davvero non si salva più nulla.

E possiamo solo dirci le parole amare di Edoardo

 

lotta di lunga
lunga durata, tutta sbagliata

 

Senza basi, noi non siamo altro che entità astratte, prede di un mondo che si ribella costantemente contro di noi.

E allora ogni lotta, persino quella di questa scrittrice degna solo di lodi, diviene solo un altro immenso lungo tentativo andato a vuoto.

Rifletteteci

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