Review party “April è scomparsa di Sarah A. Denzil, Newton e Compton editore.. A cura di Alessandra Micheli.

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Molti mi hanno chiesto il motivo che giustifica il mio immenso amore per il genere thriller.

Sono consapevole che spesso questi testi trasudano male, visto che si occupano dalla parte più infernale del nostro essere umani, la malvagità che deriva da una sorta di malfunzionamento della nostra mente, o causata da un trauma.

I motivi sono tutt’oggi oggetto di dibattito, ancora esistono lombrosiani (e ammetto che le loro conclusioni mi attraggono) che sono convinti che esista una sorta di gene della delinquenza, magari assopito e che necessita di uno strano input per accendersi. Un po’ come avere dentro la testa un interruttore nascosto che si attiva in certi tipi di condizioni, quando manca la luce e speriamo che accendendolo scacci le ombre, invece le ingrandisce e le rende reali; per altri è una sorta di apprendimento al male.

Quando non si parla non si fa pace con l’ombra junghiana, si rischia di cadere tra le braccia dell’abisso. Il problema è che forse entrambi hanno ragione. Siamo fatti purtroppo, o per fortuna, di materia che sperimenta il deterioramento costante, quindi la corsa verso il punto di non ritorno è connaturata in noi stessi.

A un certo punto, forse al pari dell’azione dei telomeri, quei meccanismi che rigenerano costantemente le spirali del DNA, anche dentro il cervello le sentinelle smettono di lavorare, e così si va verso una sorta di morte. Solo che la morte della mente non è la stessa morte che sperimenta la biologia del corpo, ma è ben peggiore. È come la tanto declamata morte dell’anima, tanto ben raccontata da Zia Jo Rowling. Lei stessa, nel descrivere la genesi di Voldemort, racconta di come esso abbia fatto la pazzia di spezzettare la sua anima.

E un’anima integra è oramai cosa morta, retta solo da oscuri istinti.

Ecco che perdendo empatia, compassione, capacità di piangere e di toccare con mano il dolore, si diventa così vuoti che per combattere questo stesso vuoto ci si riempie di potenti emozioni, e fidatevi non sono certo quelle come amore, amicizia e passione.

Il problema di questa sorta di cesura dell’anima/mente è che spesso si nutre di negatività. Una persona disturbata, che non è scesa a patti con il proprio inferno ma lo ha subito, diventerà simile a un vampiro psichico nutrendosi di ogni pensiero malsano presente nel circondario. Ecco che nel testo “April è scomparsa” i segreti più scabrosi, le ossessioni, le problematiche profonde non fanno altro che creare una rete viziosa in grado di incentivare e incrementare il senso di rivalsa e vendetta. Il serial killer si nutre di questo, si nutre di ogni sensazione che conferma la sua visione distorta del mondo e si sente investito di una sorta si ruolo salvifico e redentore, capace di scoperchiare il vaso di Pandora e tirarne fuori i suoi demoni. L’imperfezione umana, in questo testo, non serve per accettarsi, per iniziare una sorta di auro-terapia, ma per confermare costantemente la visione distorta dell’assassino.

Ecco che l’ipocrisia, la non volontà di accettare il disastro e da esso ripartire, i sensi di colpa di chi non si accetta e non accetta gli eventi luttuosi che purtroppo accompagnano la vita, divengono scusanti per atti di una violenza indicibile e manipolatoria: un modo improntato sui difetti deve essere purificato dal prescelto. E questo libro ci da la visione di un mondo che non accetta il dolore, che non accetta il fallimento, troppo occupato a assecondare un’immagine idilliaca che la società pretende da noi. Il matrimonio perfetto deve nascondere le sue crepe tentando il tutto per tutto, per mantenersi.

Chi vive il dolore non riesce ad accettare che esso irrompa spezzando tutto di un tratto, la sua perfetta idea di vita familiare. E entrambe le protagoniste Hannah e Laura non si rendono conto di essere semplici anelli di una lunga catena di visioni malsane, che dalla famiglia si perpetuano nella loro realtà. È solo l’incontro con il male vero che le risveglia da questo torpore. Vedete, il libro ci illumina su una grande realtà: il male non è un matrimonio fallito. Non è il perpetuare modelli di relazioni insani; non è il reiterare comportamenti distruttivi e lesivi della nostra dignità; non è il dolore sordo, la rabbia che ci accompagna quando le nostre immagini mentali non corrispondono alla realtà. Il male vero è mancanza profonda di empatia, di rispetto per l’altro, di capacità di commuoversi, di piangere, di provare compassione. Il male è quello che rende la purezza odio cieco e brutalità atta a dominare una vita che sentiamo aliena. Finché soffriremo, finché il dolore ci strazia, finché sembra di morire ogni volta, finché le ferite sanguinano, beh allora siamo salvi.

Quando nessun atto avrà quel calore, quel fuoco capace di scaldarci (perché anche il tormento è identificabile con un fuoco che brucia), saremo perfettamente sani; sanguinanti, forse, barcollanti, rannicchiati in noi stessi, ma salvi.

Perché il male non è emozione. È un lungo tunnel scuro senza rumori, senza luce, senza spine. È il nulla assoluto.

E questo libro ce lo insegna. Però è anche vero che forse, toccando con mano questa cupezza stantia e immobile, possiamo riconoscere che, in fondo, anche quello strazio di chi perde qualcosa di caro, è strazio perché in fondo si è amato. E ci si perdona di ogni colpa, felici, in fondo, di provare ancora turbamenti.

Perché se esiste la felicità è perché, come disse Coelho, ci scontriamo sempre  con la colonna del rigore.

Del resto esistono rose senza spine?

 

“Tryte” di Luca Giribone, Europa Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho pensato molto a cosa scrivere per Tryte.

O meglio quale suo aspetto raccontare.

Perché sicuramente Luca ha inserito molte idee dentro al libro.

E sta a me fare da mediatore tra voi e questo strano autore, cosi ricco di fantasia e cosi profondo.

E so benissimo che non è stato facile scovarlo quest’autore, perché si nasconde dietro al testo, seminando inizi e deliziandosi della confusione di noi lettori appassionati.

Ma non perché ama metterci in difficoltà.

Ma perché già il senso stesso della ricerca è importante.

È importante il muoversi e poi iniziare a farsi domande fino ad arrivare alla stanza segreta, dove esistono i segreti, lo svelamento del fine della trama, dove tutte le storie tornano semplicemente una storia.

E cosa dobbiamo cercare allora mi sono chiesta?

Apparentemente il libro sembra raccontare della nostra società e di una Roma funestata dall’orrore della corruzione.

Storia patetica di oggi.

Ma qualcosa, dentro di me, mi diceva non è solo quello.

Perché Roma si accorge di essere perduta solo quando viene raccontata.

Prima dello svelamento tutto era immobile e stantio.

Uso spesso questa parola, stantio, che racconta molto bene della nostra triste società attuale.

Ecco il segreto allora mi sono detta.

Il libro parla del mestiere dello scrivere.

E scrivere in fondo significa dare corpo alla nostra realtà.

Scrivere è come il nominare di Adamo, spaesato in mezzo a un mondo appena creato iniziava a dare forma e consistenza al sogno di dio, tutto nato dalla parola, dal verbo, dal suo respiro.

Scrivere è creare si, ma anche dare vita, come i demiurghi, non solo a personaggi e fantasia ma ai messaggi, ai valori, ai concetti, agli ideali a tutto ciò che sostiene e fa da impalcatura alla nostra realtà.

Noi scrittori e voi i personaggi che prendete vita, fino a arricchire quella che Jung chiamava la coscienza collettiva.

Forse ecco perché Pirandello scriveva di sei personaggi in cerca d’autore.

Come se per esistere, archetipi e idee, dovessero per forza essere partorite dalla mente di qualcuno, dotato di un minimo di raziocino adatto per procedere per esperimenti e tentativi, fino a intersecare le giuste combinazioni di parole frasi e creare storie.

Non è quello che raccontate voi oggi editor?

Non è la vostra idea di scrittura quella di un calcolatore intelligente capace, con raffinati giochi di byte, a produrre racconti?

Non siete voi che in fondo considerate lo scrivere solo un tentativo, nutrito da qualche manuale da qualche regola?

Alcuni addirittura usano la matematica per formare personaggi, convinti che basta dividere in frazioni l’unità per poi riunirla.

E cosi che il progetto si chiama Tryte, un progetto di intelligenze artificiali quelle che oggi inseriamo nella letteratura.

Siamo noi calcolatori umani a dare origine per un caso o per una favola cibernetica a quelle storie.

Ma davvero il conte di Montecristo è soltanto questo?

È soltanto una causalità di incontri perfetti tra grammatica sintassi e una forma di pro-scienza?

Io non credo.

Credo che i personaggi non sono creati dall’autore.

Non è un Dio che modella creta.

O che produce parole.

L’autore è soltanto una porta.

E se è in connessione con quel magico mondo delle idee serve soltanto per portare Edmond Dantes, Elizabeth Bennet, David ma anche Frank E Elena in questo mondo.

E una volta accolti loro divengono reali, non soltanto forme abbozzate di pensiero.

Divento io, diventi tu, diventano tutti noi.

Frank è la giustizia che non vuole mai stare zitta, ma anche la coscienza di un mondo meno organizzato e più multiforme che le nostre limitatezze ci mostrano.

Frank è anche la guerra e la scoperta, è l’ambiente in cui vive e la follia di chi se ne discosta.

Dorothy è amore e maternità, ma anche accettazione tutta femminile che non esiste la fine.

Bobby è l’antenna che tutto collega in una fantasmagorico organismo vivente fatto si sottili ragnatele di eventi e ricorsi.

Elena è la volontà di uscire da se stessa e iniziare a provare a vivere in un modo più passionale.

O magari folle.

E il programmatore sarà l’uomo capace di dire no al suo passato e al suo presente, di dare un calcio al marciume e iniziare a crearsi un futuro in cui le catene sono solo un bel ricordo o un soprammobile.

E Il nostro sindaco sarà il potere che corrompe e che ne frega dei poveri coglioni dei cittadini che servono solo per produrre utili.

Ecco.

I personaggi sono dentro di noi.

E una volta attivati essi vivranno da soli, saranno loro a guidare l’autore e non viceversa.

Affinché il libro divenga soltanto un magico mondo in cui vedere l’altra soglia. Sta a noi decidere se sia abisso.

O paradiso.

Tryte è un inno alla creatività quella vera, quella che vive a prescindere dal nostro pensiero, e che grazie al nostro pensiero nasce.

Ma come un figlio poi si forma da sola e va per la sua strada.

E a noi lettori non resta che seguirla attonita e iniziare a raccontare ogni storia della storia, per poterci fondere con questo mondo chiamato iperuranio.

E tornare a essere persone senza l’ansia di cercare l’autore.

Magari fare le nostre battute e scrivere da soli il nostro finale o il nostro inizio.

Scrivere è un po’ come vivere.

E’ tutto un viaggio ammantato dall’incognita.

E con la libertà di scegliere il bivio che più ci aggrada.

Ecco che lo scrittore non diviene più autoreferenziale, cosi come Tryte non è più il libro di Luca, ma diventa mio, tuo e di Frank.

Diventa vita e carne, corpo e sogno.

Pensiero e materia.

E solo rari, rarissimi eletti, avranno la gioia di capire che quella bella stanza con il calcolatore, è solo una facciata.

La scrittura è soltanto una porta.

E l’autore, in fondo non fa altro che aprirla.

Ma non per lui.

Per noi e per il mondo intero.

Sono dei pazzi?

Forse.

Ma come direbbe De Gregori:

siamo quei pazzi che venite a cercare

e di cui abbiamo tanto bisogno.

“In carne e ossa” di Alessandro Maria Artistico, Nero Press editore. A cura di Vito Di Taranto

Non esistono minacce con un volto, non ci sono antagonisti in carne e ossa, il pericolo è qualcosa di invisibile agli occhi.

“…Il mio compito non si limita a far sparire un po’ di animali in eccesso: diciamo che io, con grande maestria, “riutilizzo le scorte”…”

Alessandro Maria Artistico racconta con stile semplice la storia di persone come Matteo che cerca di vivere una vita a modo suo, con sogni deliranti che si trasformano in realtà. Lo fa senza voler giudicare niente e nessuno, inserito in una situazione limite, che a un certo punto si ritrova a dover fronteggiare l’impossibilità di poter portare avanti la sua idea di mondo.

Vive un mondo riflesso in uno specchio.

“…Lo specchio è sempre sincero, anche oggi, ma non vero…”

Matteo proverà giorno dopo giorno ad adattarsi alle nuove situazioni, che muteranno senza che lui se ne renda conto, senza mai riuscire a sentirsi veramente cosciente di ciò che gli accade intorno.

In carne e ossa, si trasforma pian piano dall’essere una riflessione sulla vita e le speranze di un ragazzo, al racconto di puro e semplice rito di sangue e frattaglie da difendere da un branco di lupi affamati.

Riconoscere l’ombra, l’abisso di male che ci abita dentro, ritirare le proiezioni che ne abbiamo fatto sugli altri, integrare le parti scisse, è un processo terribilmente doloroso che si esprime in versi, attraverso le sensazioni del protagonista.

Folgorante potenza del buio… In carne e ossa è il racconto di emozioni terrificanti vissuti attraverso gli occhi del protagonista. Su questo palcoscenico oscuro, letteralmente senza luce, i personaggi iniziano a comportarsi in maniera strana, manifestando paure, ricordi, desideri perversi e repressi: un microcosmo apparentemente ordinato che va irrimediabilmente a rotoli.

“…Un germoglio, il germoglio, fresco, vivo, il primo della creazione. Che cos’è un uomo? Una voce lontana, poi buio…”

Il rischio che correte non leggendo questo libro con occhi attenti è quello di perdere il vostro senso del reale, il vostro spirito si piegherebbe facilmente e senza fatica a visioni chimeriche, l’illusione potrebbe divenire la vostra realtà.

Non è esagerato definire quest’opera un ottimo lavoro.

Un libro che comunque si legge in poco tempo e in maniera veloce e difficile da interrompere.

La scrittura di Alessandro Maria Artistico è degna di nota: il suo stile è elegante eppure semplice descrivendo situazioni che lasciano spesso basito il lettore.

Non si rimane annoiati, la narrazione è veloce come veloce è il sogno e l’incubo dentro al quale si crede di vivere.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

“Propechy man”di Simone Lari. A cura di Alessandra Micheli

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Ricordo ancora il terrore per il Millennium Bug.

Era una sensazione di catastrofe imminente, degna dei più foschi scenari medievali. Mi sentivo davvero riportata indietro all’anno mille, quando si attendeva l’Armageddon, che avrebbe finalmente spazzato via questa assurda umanità.

Eppure non successe nulla.

L’altra profezia che incuteva timore agli animi sempre più fintamente smaliziati dell’homo moderno, fu la profezia Maya del 2012. Anche lì attendevamo, chi con terrore, chi con speranza (io non vedevo l’ora che qualcuno mi caricasse sulla sua astronave) l’avvento della fine del mondo. A guadagnarci, in realtà, furono solo film e libri. Io ancora aspetto il sommo sacerdote Maya. Sto aspettando che mi porti dentro le tenebre della terra, dove sogno di trovare lo stesso mondo perduto che affascinò Conan Doyle, capace di prospettarmi novità, oltre che opportunità originali e creative.

Le profezie servono a noi esseri mortali per due motivi.

Il primo: i sognatori attendono con speranza nuovi bivi, consci di vivere in un mondo decadente, invecchiato, che ha bisogno di una bella spinta verso l’evoluzione.

Il secondo: coloro che sono i virtuosi dello status quo temono il nuovo che avanza, quella distruzione necessaria di apparati sociali che hanno dimostrato la loro perniciosa fallacia.

La profezia a un esame più approfondito, non è altro che il riconoscimento dell’impossibilità di superare e di andare oltre certi limiti ecologici, sociali o semplicemente etici.

L’immaginazione della catastrofe e della conseguente distruzione non è altro che il riconoscimento dell’ineluttabilità dei cicli naturali.

I Maya, protagonisti loro malgrado di questo libro, lo sapevano.

A cambiare e a morire, non era il mondo così come lo intendiamo noi, era semplicemente la consapevolezza che la loro società, la loro conoscenza, spunta troppo oltre, verso un apice incredibile, sofisticato ma al tempo stesso permeato di una superstizione radicata, poteva avere la sua parabola discendente. Le civiltà sono la rappresentazione del ciclo naturale: nascono, crescono e si sviluppano, toccano l’apice della grandiosità e poi implodono. E cosi che Vico raccontava i corsi e ricorsi storici, non la storia che si ripete ma l’uomo che, cosi cieco nella sua corsa verso il progresso, ripete sempre gli stessi sbagli.

E che sbagli sono?

Potere.

Deliri di onnipotenza, incomprensibilità del mondo ecologico.

Corsa verso la vittoria (quale vittoria non ci è dato sapere), volontà di ricchezza che significa sfruttamento eccessivo delle risorse, fino all’erosione delle stesse.

Il libro di Lari, oltre che un inquietante fantasy dalle tinte apocalittiche, non è altro che il racconto romanzato di queste tendenze umane. I prophecy man, che sono altro che quella coscienza radicata in noi che ci spinge a proteggere la creatura umana:

i prophecy man impediscono il verificarsi delle profezie più catastrofiche che riguardano il genere umano, dalle minacce localizzate e circoscritte, alle potenziali crisi globali con conseguente rischio di estinzione di massa.

Insomma sono una sorta di sovra-coscienza in grado di intercettare impulsi distruttivi, incanalarli in altre dimensioni e impedire all’uomo stesso di autodistruggersi. Non a caso nel testo si parla di una sorta di mappa fisica, già individuata da Graham Hancock nel suo splendido libro lo specchio del cielo. In questo testo ipotizza che le grandi strutture megalitiche e le grandi costruzioni maestose, lasciateci da un lontano passato (Tipo Angkor Wat in Cambogia) non siamo altro che una sorta di protettori della terra, in grado di garantire la stabilità delle forze telluriche, di indirizzare il magnetismo verso il cielo onde evitare il risvegliarsi del pericoloso serpente Wyrd, ossia un’energia serpentina che, se non adeguatamente controllata, provocherebbe disastri: terremoti, inondazioni e altri eventi catastrofici.

Insomma una sorta di autentica geo agopuntura.

E leggete questo passo:

vi sono sette torre presidio…inizialmente erano cinque una per ciascun continente, poi sono diventate sette per essere posizionate nei pressi dei sette chackra della terra. Punti di particolare interesse e potere per il nostro pianeta

Questo significa che i prophecy non si interessano di tutte le profezie.

Quelle relative a aventi cosmici o che riguardano l’evoluzione sociale, o eventi che possono portare a guerre globali, sono collegate profondamente alla crescita non solo della terra ma dell’essere umano. Sono i nostri insegnamenti che, secondo la bellissima teoria di Igor Sibaldi, dovrebbero spingerci verso la strada della perfezione.

Più si cade, più ci si dovrebbe rialzare con un apprendimento ogni volta diverso, fatto di esperienza acquisita proprio durante il fatto increscioso. Ecco che dovremmo poter riconoscere quelle situazioni potenziali o particolari capaci di innescare un effetto a catena, che ovviamente una volta reso incontrollabile, trascina tutto con sé.

Un effetto domino che può essere evitato se si riconosce l’azione che spinge la prima tessera.

È quella che poi garantisce gli effetti concatenanti che portano allo sfacelo. Ma è pur vero che, senza quelle guerre, senza molti degli orrori, nessuna evoluzione sia possibile.

Nessun apprendimento è in grado di far germogliare non solo grandi azioni che sono il simbolo della meraviglia umana (conquiste scientifiche o sociali come il welfare state, il voto universale, le dichiarazioni dei diritti di membri della società prima ignorati, tutela del lavoro minorile, grandi leggi che cambiano la storia) ma anche uomini straordinari (scienziati lungimiranti come Tesla, eroi, studenti che si immolano per la libertà come Palach, uomini che cambiano la storia solo con il silenzio come Ghandi).

Ed eccoci al secondo archetipo inserito da Lari: l’antagonista. Ecco questi antagonisti sono quelli che hanno fatto scattare il mio interesse, perché rappresentano la maggioranza delle persone che non solo si arrendono (liberissimi di farlo), ma che usano la loro personale frustrazione contro il mondo di cui fanno parte.

Sono fermamente convinti che le profezie non vadano ostacolate e che per rimediare ai nostri errori passati debbano favorire ogni profezia nota. Allora vanno fermati! Non sopporto le persone che inneggiano all’estinzione del genere umano e alla fine della vita della terra solo perché al mondo ci sono un sacco di stronzi.

Una grande verità.

Non si rifiuta un dono solo perché alcuni tentano di inquinarlo con i loro irresponsabili gesti. Il dono lo si protegge a ogni costo, facendo la propria piccola parte senza aspettarsi nulla in cambio.

Perché, se alla vita ci credi, se la vita la rispetti davvero, non sarà la profezia di estinzione a tutelarla: quella è l’ultima spiaggia dei vigliacchi.

Proteggere il nostro cosmo significa sperimentare, cambiare e arrivare alla semplice conclusione: siamo tutti parte di un sistema interconnesso, e siamo responsabili di ogni nostra minima azione.

I catastrofisti che inneggiano alla morte di ogni forma vivente, sono gli alleati migliori di quel male che “rosica” perché dio, un dio, non mi importa il nome che gli date, ha scommesso su di noi, e ci ha tanto creduto da renderci più importanti degli angeli e coronati di gloria e di stelle.

Io preferisco essere un prophecy man.

E voi?

 

 

“All’alba saremo liberi” di Deborah Muscaritolo, Eclipsed World editore. A cura di Sabrina Giorgiani

Deborah Muscaritoli non è un’autrice. E’ una nipote devota e amorevole che ha deciso di mettere per iscritto le esperienze vissute dal nonno durante la Seconda Guerra Mondiale.

Lo dice lei stessa nell’introduzione del “diario”:

“… ho sentito la necessità, il dovere e la responsabilità di scriverlo…”

Non lo scrive per se stessa, ma in memoria di quanti come lui hanno combattuto e sofferto e, soprattutto, per le nuove generazioni affinché:

sia testimonianza diretta di quanto accaduto… perché è necessario conoscere il passato onde evitare che gli errori si ripetano…

Ecco che il libro diventa staffetta, e Deborah Muscaritoli, passa il testimone verso il futuro.

Antonio viene chiamato alle armi il 4 gennaio 1941, messo alla ferma per due anni in qualità di allievo marconista. Orgoglioso di servire il suo Paese, mette tutto se stesso nello svolgimento del compito a cui è assegnato, collegamento radio tra l’aeroporto di Albenga e il comando militare.

Grazie alla sua posizione, viene a conoscenza di informazioni riservate tra queste la dislocazione delle truppe sui vari fronti. Quindi si può ben affermare che svolge un ruolo delicato e di responsabilità che richiede grande fiducia da parte del Comando Militare cui appartiene.

A seguito dell’armistizio, le truppe tedesche catturarono centinaia di migliaia di soldati italiani, tra cui Antonio che, rifiutandosi di collaborare con i tedeschi, venne deportato nel Lager Nazista Dora-Mittelbau, nel quale trascorse due drammatici anni. Nel libro, tutto ciò che ha visto e subito viene accuratamente attestato da documenti originali rinvenuti negli archivi storici di competenza.

Non mi voglio soffermare sulle sofferenze patite da Antonio e da quanti come lui, all’interno dei lager, invece, mi piacerebbe soffermarmi su quanto accadde successivamente l’Armistizio.

Questa parte di storia italiana, ben sviluppata nel libro tanto da indurmi ad approfondire il tema, è poco accennata sia in narrativa che in storiografia, presupposto questo, che induce a far dimenticare, a far rimuovere dalla nostra conoscenza culturale nazionale.

Il Generale Badoglio ritenne opportuno non informare dell’armistizio neanche i suoi collaboratori più stretti allo scopo di salvaguardare gli interessi della Casa Reale e se stesso. Il proclama pubblico colse il nostro esercito completamente impreparato, al contrario di quello tedesco che già dal mese di luglio aveva posto in essere piani in vista di un eventuale “tradimento” italiano. Le truppe tedesche, perfettamente istruite, vennero trasferite al Nord Italia, punto militare strategico per la protezione dei confini, ricco di industrie e di potenziale manodopera. Inoltre, il Comando Militare, aveva da tempo dato ordine di affiancare le truppe italiane ovunque fossero dislocate, fu quindi immediato e facile, circondarle e disarmarle.

Ai nostri militari venne chiesto di combattere al fianco delle truppe tedesche, l’alternativa era la prigionia, ma oltre 600.000 militari rifiutarono di collaborare; vennero ammassati in vagoni bestiame e rinchiusi in campi di lavoro in qualità di Internati Militari a vantaggio del Duce, che propagandò l’avvenimento come successo politico dovuto alla sua influenza sul Reich e a vantaggio del Fuhrer che guadagnò una massa di lavoratori a costo zero. Inoltre, non riconoscerli come prigionieri di guerra, permise la non applicazione dei diritti stabiliti dalla Convenzione di Ginevra del ‘29

Nel ’44, a seguito di forti pressioni della Croce Rossa Internazionale che voleva sapere le sorti degli IMI, Mussolini promosse un nuovo accordo con Hitler che prevedeva la trasformazione degli IMI in “liberi lavoratori civili” dietro firma di un apposito documento da parte degli internati. I nostri militari rifiutarono tale accordo, nonostante le vessazioni e prevaricazioni che dovettero subire, tanto che Hitler dovette, nel settembre del ’44, trasformare “d’ufficio” le loro figure. Questo accordo prevedeva la cosiddetta “libertà nei campi”, ovvero potevano uscire dal campo di prigionia e andare a lavorare nei paesi vicini sotto scorta delle SS. In realtà fu una prigionia odiosa, progettata a tavolino, avallata da Mussolini, accompagnata dal silenzio più totale del Governo Italiano e considerata “collaborazionismo” dagli Alleati. Un marchio di infamia che i soldati italiani subirono fin oltre la fine della guerra che avvenne nel Settembre del 1945.

A Giugno 1946 il Governo Italiano non aveva ancora inviato in Germania alcuna Commissione incaricata a proteggere gli IMI e ad organizzarne il rientro in Patria.

Questa parte di storia italiana, a mio avviso, meriterebbe essere approfondita anche a livello scolastico perché, se è vero che gli errori e gli orrori dovrebbero insegnare e renderci migliori, non è oscurandoli che si possono migliorare le future generazioni né, tantomeno, approfondire solo quelli perpetrati da un solo fronte.

Un libro che riapre ferite non sanate a causa dell’ostracismo che ancor oggi si perpetra.

“Ricette culinarie in salsa metropolitana” di Elio Brossa, Edizioni del Delfino Moro ( cover e illustrazioni a cura di Wanda Barbara Magnani). A cura di Alessandra Micheli

 

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La societa’ dei magnaccioni

la società della gioventù

a noi ce piace de magnà e beve

e nun ce piace de lavorà

 

 

Un annuncio ai vegani e vegetariani: non leggete questa recensione.

Anzi vi consiglio di mettervi a fare altro, che so, l’uncinetto. Qua si parla di cibo! Ma non di cibo nel senso moderno del termine.

Si parla di ricordi, di fantasia, di sensazioni tattili per onorare quel corpo, che una certa tradizione strana e perniciosa, ha relegato nelle regioni del male. Ogni vizio, ogni cedimento, ogni atto godurioso, che sia sesso o che sia gola viene oggi condannato. Del resto siamo una società anoressica. Priva di spontanei moti dell’animo troppo frustrati e attenti, all’apparenza, per gustare i piacerei della vita. Anche se la cucina è sdoganata dai mille reality sui cuochi, essa resta sempre effimera, evanescente, legata comunque e sempre all’estetica.

Il piatto langue, pregno di bellissime composizioni, di colori, ma priva di gusto e sapore. Giusto il nostro moderno eroe, il buon vecchio Rubio, ha finalmente riportato in rilievo la bellezza del mangiare, la dolcezza della convivialità, il senso ribelle della caloria. Mangiare non è solo un fatto di sopravvivenza, ma è un piacere che penetra l’animo, che si nutre di effervescenti e idilliache sensazioni corporee.

Tutti i sensi vengono sollecitati da un piatto che ha sempre il sapore di casa e di ricordi.

Un piatto, un dolce, uno spaghetto con il pomodoro, non deliziano solo il gusto, il palato e l’anima, ma soprattutto la mente, perché ci riallacciano a un senso atavico di casa che da sempre il cibo è collegato. In fondo la cucina nei sogni è un simbolo importante del nostro Io. Il cibo siamo noi, siamo ciò che mangiamo, siamo ciò che mangiando riusciamo ad avvertire con dei sensi mai prima sperimentati, quel terzo occhio che ci apre la vista su un universo sconosciuto. Platone lo chiamava iperuranio, io mondo magico dei faerie, mia nonna il mondo dei nostri antenati. La mamma della mamma, che aveva il suo ingrediente segreto, per i carciofi alla romana…no non era mentuccia…forse un pizzico di acciuga.

La filastrocca che ho scritto all’inizio è per me fonte di una dolcezza che mi commuove.

Eh si ragazzi miei!

È una delle più famose stornellate romane, protagonista di tante scampagnate della mia gioventù, dal profumo di abbacchio, di coratella e di costolette di maiale rosolate con attenzione alla brace.

E attraverso il fumo dell’arrosto, in quella pineta di ostia piena di grida e di canzoni

O chitarra romana…

casetta de Trastevere…

E quella più irriverente e spensierata di fiori trasteverini, faceva da colonna sonora ai sogni che attraverso il fumo della brace si apriva ai miei occhi.

Fiori, immagini di animali strani e quella Ninetta, più bella delle principesse Disney con le sue gote rosse e i capelli neri, di cui parlavano gli stornelli che amava cantare mio padre.

Sei romana, Ale!

Lo dice il cibo che oggi mangi con le lacrime agli occhi, mentre un tozzo di pane secco si immerge in quel sugo strano, corposo come le tradizioni che mi facevano crescere che mi regalava di soppiatto mia nonna, con un occhiolino. Sugo che sapeva di esperienza di un mondo fuso con tante voci diverse, che sapeva di Marche e Roma, con i funghi che danzavano con le interiora di pollo, e raccontavano storie, in una strabiliante danza.

Oh meravigliosa signora dai candidi capelli, dal fazzoletto dentro il cappotto impeccabile, che al mercato, ricco di voci e meraviglie contrattavi il prezzo di funghi e di rossi grossi pomodori, da fare con il riso! “Buoni mi raccomando che sono per mia nipote e lei deve crescere!”

E sembrava un guerriero pronto a difenderci con una spada, che era un’elegante borsetta.

E cosa dire di te nonna Valeriana?

Con quei crostini magici, ripieni di un salmì tosco viterbese, e quella magia di riempire una gallina con mille particolari ingredienti, che facevi vedere solo a me, un segreto nostro, nonna mia.

Un segreto che oggi rimpiango, perché non sei lì con me a girare l’intuglio magico con il mestolo, tu magica bellissima strega, dal viso concentrato ma dal profumo dolce che m’inebriava. Io sono cresciuta così, con voi.

Con le storie mentre cucinavate, con i racconti antichi di persone sconosciute e al tempo stesso vicine a me.

Te le ricordi Zia Norma?

Il più bel ricordo di te, noi due in cucina mentre impastavi raccontando di quante belle trecce lunghe avevi, e fuori il sole…

E oggi vi ritrovo orgogliosa nei tratti del mio volto.

Ecco, il cibo è questo.

Sono antichi echi, è il tuo legame con le tradizioni e il territorio, che si arricchisce a ogni viaggio.

Elio Brossa non racconta solo ricette.

Per ogni segreto culinario ci regala una storia, che sia ricordo o quelle stesse fantasie che si rendevano corporee attraverso i fumi e gli effluvi. E al pari mio immagina balli sfrenati tra tacchini e funghi, tra maionesi che corteggiano pesci in livrea con quei deliziosi ciuffi di prezzemolo, ad adornare il loro taschino. Leggerti è tornare un po’ bambina e usare la fantasia su tutto ciò che mi circonda.

Leggerti è entrare nella tua vita con quel sano stupore che tanti libri colti mi fanno scordare. Leggerti così rapito, così fanciullesco, ma con una saggezza che bramo e per cui ti ammiro, è sentirmi meno automa, meno assetata.

Le ricette in salsa metropolitana sono un po’ come me, e io sono un po’ come Elio: eterni sessantottini in cerca di piaceri che non si possono comprare, nè avere in omaggio con Amazon.

Tornate bambini e fatevi meno problemi, gustate il cibo e godete di quella convivialità che davanti a una tavola si accende, perché quei momenti di brindisi, di allegria, di sapori e odori, rischiano di non tornare più.

E in omaggio a te grande uomo, sorseggio in vinello trasteverino, gustandomi con godurioso trasporto, un pezzo di bruschetta co’ l’ajo, farà male al mio alito, ma tanto bene al mio spirito.

 

 

 

 

Per Angela (Marietta)

Valeriana (Valeria)

Norma.

I miei angeli che vegliano su di me

Review Party dedicato a “L’uomo delle castagne” di Søren Sveistrup edito da Rizzoli. A cura di Vito di Taranto.

 

Gli uomini peggiori sono quelli che non sanno di esserlo, perché continuano a ripetere ciò che impongono gli altri.(P. Cohelo)

“…Le foglie rosse e gialle planano, attraversando la luce del sole, sull’asfalto bagnato che taglia il bosco come un fiume scuro e lucido. al passaggio dell’auto di servizio bianca vorticano a mezz’aria per un istante, poi si posano sui mucchi che aderiscono al ciglio della strada…”

Da un po’ di tempo volano troppe cornacchie.

Forse ci sono sempre state, ma, negli ultimi tempi sono dappertutto.

Le cornacchie sono come i corvi. Questi strani volatili si ricollegano a immagini spiacevoli, a oscuri ricordi privi di corpo, a ombre infantili. Persino Hitchcock detesta le ombre di questi uccelli. Spesso impallidisco al rumore dei loro suoni. Più mi affanno a odiarli con tutta l’anima, più loro si ripresentano maliose, seducenti, con la leggiadria di dolci baiadere. Una cornacchia, interrompendo un volo sgraziato, plana di colpo dietro a trattore, continuando a saltellare. Saltellando sulla carcassa di un maiale. Un agente di polizia si ferma li vicino. Qualcosa non funziona. Apre la porta d’ingresso della fattoria: sangue, corpi da scavalcare, migliaia di piccoli omini fatti con castagne e fiammiferi.

Ma li, nascosto da qualche parte l’assassino l’osserva.

Le immagini partorite dalla mente dell’autore, vengono recepite e descritte tramite un processo di condensazione che le compone in quadri attraverso la contaminazione di immagini, ponendosi in un rapporto dialogico con le categorie dello sguardo, danno vita ad una creativa sovrapposizione di immagini attraverso la descrizione delle emozioni del protagonista principale, in quanto rappresentazione e concentrazione di immagini mentali, archetipi, fantasie e quindi di immagini immateriali. La descrizione dello sguardo è una costante in questo romanzo in esso si pongono come archetipo alcuni dei motivi predominanti della trama: lo sguardo e la visione.

La trama è complessa ma perfettamente concatenata, e ogni singolo personaggio si imprime nella memoria per un particolare seppur minimo e poi torna, a sorpresa, dopo tante pagine, perfettamente riconoscibile, come un attore uscito di scena che avesse atteso nel camerino, con il suo carattere e la sua insostituibile funzione.

Ed è cosi che il libro cosi ben  congeniato, lascia nel dubbio il lettore sulla verità finale, che verrà svelata solo con l’ultima pagina. 

Lo stile della scrittura garantisce una lettura piacevole.

Si tratta di un libro scritto molto bene.

Il ritmo della narrazione non risulta per niente noioso.

La lettura è stata per me un ostinata presenza, intollerabile realtà, interminabile provocazione, ineccepibile alternatività, scomoda, inquietante, demoniaca. Il protagonista è stato un eterno violentatore di tutti i miei pensieri, ma…nei sogni… “Sublime”.

Vita e morte, gioia e dolore, paura e coraggio…tutti dobbiamo saper affrontare ora l’uno, ora l’altro aspetto…

Lo stile dello scrittore non solo è impeccabile, ma è capace di trasportarti all’interno del libro, di sentire i protagonisti parlare, di vedere le loro facce e il loro sguardo!!

Questo è un giallo perfetto per tutti gli amanti del genere e in particolare dei libri di Agatha Christie, perché come nei suoi romanzi vi si ritrova un’ottima storia, soggetti indimenticabili.

E’ un libro che si vive come un film, dotato di una trama accattivante, di un procedere degli eventi ben scandito.

L’autore caratterizza meticolosamente i personaggi e descrive lo svolgersi della storia approfondendo minuziosamente ogni azione o ambiente, mantenendo una prosa fluida.

Inizialmente il titolo del romanzo lascia perplessi. Capita tra un capitolo e l’altro di domandarsi il perché di una tale scelta.

Ovviamente non sarò io a rispondere a questo quesito, ma non temete, sarà l’autore stesso a spiegare ogni cosa con un finale e un epilogo originali, affascinanti e anche un po’ inquietanti! e infatti il finale sarà l’origine, la radice di ogni causa.

Un giallo che risponde ai canoni classici del genere. Una trama ben strutturata, una lettura veloce e spigliata, un’indagine immersa in panorami mozzafiato ottimamente descritti, ricoperti da quella patina nebbiosa che dona alla narrazione un fascino del tutto particolare.

È un thriller psicologico molto interessante.

Ci si immedesima nelle preoccupazioni e nelle riflessioni dei protagonisti.

E l’aria gelida e solida mi ha inquietato, come ai tempi in cui il piccolo Cole era inghiottito dalle macabre visioni de IL SESTO SENSO.

“…aveva scoperto il piccolo uomo fatto di castagne sullo sfondo e aveva fatto due più due aveva confessato, e ogni singolo giorno nell’inferno del reparto di Sicurezza lo aveva trascorso pregustando l’arrivo dell’autunno, quando l’Uomo delle castagne avrebbe fatto il passo successivo…”

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

“Amanita Phalloides” di Aldo Di Virgilio, ArgentoDorato. A cura di Alessandra Micheli

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Sin dal suo esordio con il libro il codicista finale Aldo de Virgilio ha mostrato notevoli capacità critiche, verso una società che appare sempre più traballante.

Cosi insicura da doversi appoggiare a una nuova religione, quella della sacra burocrazia in grado di organizzare in modo più o meno rigido ogni nostro atto.

Dalla rivendicazione civile, alle semplici richieste di diritti.

Tutto scritto, tutto indicizzato, affinché l’ordine prenda il sopravvento sul deleterio caos.

Come se bastasse una richiesta formalizzata, un preciso iter burocratico per salvarci, o per garantire pagamento di imposte o rivendicazione di semplici bisogni.

Devi richiedere l’esenzione?

Segui il modulo.

Devi fare una richiesta?

Ecco il modulo.

Devi spedire un regalo?

Modulo.

Mica puoi andare direttamente dalla persona.

Non c’è tempo.

Non si può

Devi poter pensare?

Un modulo.

Non vorrai certo andare al di fuori delle convenzioni civili?

Ecco come viviamo.

All’esterno il mondo, anzi la terra, inizia a borbottare, sempre più forte. È stanca di stare ferma mentre noi ci muoviamo come formiche ossessive.

Noi cerchiamo un ordine pedissequo in ogni accadimento umano, persino nelle arti.

Tutto è schematizzato, rigoroso un inno in onore di quel Dio mammona tanto deprecato nel vangelo.

Ma in fondo noi codicizziamo anche quello.

Persino Gesù, prima di buttare all’aria i banchi davanti al tempio, ha riempito un modulo in cui dichiarava il pieno possesso della sue facoltà mentali e si prendeva la piena responsabilità delle sue azioni.

E magari accettava anche la diffusione dei dati personali.

A un network fintamente ribelle, guidato dall’espressivo Massimo Giletti.

Ecco la nostra vita.

Una gabbia dorata, senza sforzi, senza voli pindarici.

Ah, non lo sapevate?

Anche l’arte è oramai standardizzata in precise regole che garantiscono la creatività.

Viva il colto world building!

Mi raccomando la cover, deve seguire il marketing e proporre una property adeguata.

Persino i rapporti umani o intimi seguono una loro linea gerarchico precisa. Prima un bell’incontro su internet, uno scambio di JPG, una call su skipe e forse dopo un matrimonio da immortalare su instangram.

Alla faccia del romanticismo.

Se avanza tempo e volontà possiamo farci riprendere da real time, mentre liberiamo colombe impazzite che ci guardano stranite.

Eppure, nonostante abbiamo metodicizzato persino il sesso, il matrimonio ( ricordatevi di comprare il vestito e fare la gara a chi ha il miglior ricevimento di nozze, altrimenti il lieto giorno non esiste) c’è un qualcosa che rifugge questa nostra pazzia, questa nostra malata ansia di esistere,immortalando il momento da foto o telecamere: la natura.

Ringraziando la buona divinità essa ancora sfugge a questo nostro tentativo di dominarla.

Anzi.

Spesso ci lascia fare, salvo poi ribellarsi insoddisfatta e leggermente irritata, alla nostre sciocche misere volontà di conquista: una casa su uno strapiombo ( ovviamente condonata) fatta crollare da quella maligna montagnola di rocce e terra.

Terremoti che sono quasi un urlo agghiacciante di una divinità selvaggia e poco incline alla sottomissione.

Un fiume che rompe i nostri miseri argini e ci trascina con sé, ricordandoci a noi esseri spaventati che, per dirla alla Bateson il dio Eco non si può beffare.

E non lo si coccola promettendogli una diretta su sky. O una partecipazione a un reality.

Essa ha e ci mostra cosa davvero significa ciclo naturale, sorda ai nostri disperati tentativi di dire: no.

Non siamo noi a ereditare la terra.

E’ la terra che ci ospita.

Siamo noi a dover necessariamente accettare le sue leggi.

E sapete quali sono?

Rispetto.

Collaborazione.

Cooperazione.

Integrazione.

Tutte parole che rifiutiamo perché tutti propensi a venerare un sistema basato ancora su vinti e vincitori, sul business, sul lucro, sulla finalità cosciente, sulla competizione sfrenata, laddove leggi sane non hanno possibilità di fiorire.

Seppur questo patetico tentativo di tornare ad avere un sistema binario Amico-nemico, di noi contro gli altri, noi persino contro nostra madre, la terra continua a mantenersi, nonostante il suo fetore cadaverico (di marcio). La natura ci dimostra non soltanto la fallacia del sistema, ma la sua stupidità.

Noi ci affanniamo a costruire, a voler comandare, a imprigionare.

E lei si scuote come una fiera leonessa, ridendo beffarda di noi miseri mortali. E non ascoltiamo la sua voce.

Perché se l’ascoltassimo ci parlerebbe di un tempo lontano, il tempo del sogno ( espresso mirabilmente dalla mitologia aborigena) in cui bastava cantare o incantare, bastava nominare il creato per farlo esistere. Nel canto, in quella musica che proveniva da alte sfere, noi intessevamo il sogno di essere splendidi ibridi, metà materia e metà spirito.

Era il nostro sforzo creativo a bagnare di rugiada la terra.

Non il sangue.

Non i cadaveri.

Non i soldi.

Non le costruzioni simili ad arroganti torri di Babele.

Roccapiatta è questo.

Un avamposto di sogno che si erge come un faro in una distesa desertica, dove in fondo, una pianta millenaria capace di adattarsi, di trasformarsi in accordo con i cambiamenti climatici,per noi è semplicemente il modo per prolungare la nostra stantia vita.

Beh sapete?

Una vita senza sognare io non la desidero.

Una vita senza poter più ascoltare il respiro della mia terra, non la desidero.

Vorrei ancora quella capacità di immaginare e di ricreare, di tornare alla vita ab origine…perché lo sento e lo sentite anche voi, che ci manda, disperatamente, struggentemente qualcosa.

 

Esistono abitanti delle zone più remote del pianeta che hanno ben presente il valore della grande madre; esistono popoli primitivi che fiutano l’odore di una pianta a chilometri di distanza, che parlano agli animali, che si orientano senza bussole, che non lasciano orme quando passano sulla sabbia… Sono gli ultimi figli della terra, i suoi eredi legittimi, gli unici degni di combattere l’unica guerra che oggi avrebbe un senso combattere, la difesa del pianeta da noi stessi.

Ma se noi, se noi occidentali… li imitassimo?

Aldo de Virgilio

Leggete questo sogno assieme e me. E imparare a cantare perché dal deserto nascano fiori.

Sono l’eco della mia terra

il suono del mio tamburo

Sono il sangue che mi scorre tra le venerare

Sono il sale del mio cuore

Sono parte dello stesso fuoco

e sono la voce di uno stesso cantare

La meraviglia benedicente di mille razze

sono il mio orgoglio di essere

Cosa posso chiedere al cielo?

SE mi ha dato la sua benedizione

La mia terra il mio canto la mia lingua

E per scudo questa canzone.

Ricky Martin

Blog tour “L’uomo delle castagne” di SØREN SVEISTRUP. Identikit del Serial Killer.

 

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Introduzione.

La mia passione quasi ossessiva per i thriller nasce da un’esigenza profonda, devo poter studiare il male, inquadrarlo individuarlo per poterlo privare delle sue armi. Il male mi spaventa, mi terrorizza perché sono consapevole da sempre che non riguarda una qualche entità deforme dalle lunghe corna, appartenente a una dimensione diversa, ma vive e prospera dentro di noi: nelle regioni infere dell’uomo.

I demoni sono le nostre pulsioni profonde non riconosciute e ingigantite dal silenzio e dalla noncuranza, rese torbide dalla frustrazione e rese pericolose dalla violenza e da ferite inferte, non sempre ma spesso, nell’infanzia. Il male è prodotto e scarto della società che nella sua ansia di ordine e di organizzazione, elimina e mette negli angoli tutti gli istinti più cupi e oscuri, e tutti i bisogni che minano alla base l’armonica coesione umana. Ecco che nasce il dissidente, il ribelle, il colpevole, il mostro che incarna, in un atto apotropaico, tutte le paure della collettività. Ma in questa nostra volontà di ordine assoluto, rigoroso, questa nostra strana tendenza a nascondere appunto nelle periferie dell’Io cosi come delle città o dietro le porte chiuse di perfette villette a schiera, le parti più scabrose e meno nobili di noi stessi, significa anche dare a tali parti una forza indomita. Chiudere gli occhi davanti alle problematiche psicologiche (ricordo che fino agli anni 50 la schizofrenia veniva curata con l’esorcismo) ma anche etiche, morali ed educative, non fa altro che creare una figura ombrosa, scomoda e terrificante che varia dal disagiato, al malato mentale fino a creare delle figure identificate come serial killer. Mio intento è provare a creare una sorta di identikit per comprendere quando la l’alienazione, il disagio, le ferite e un certo tipo di carattere, diviene preda di impulsi così oscuri e così dominanti da creare questo spaventoso mostro. Perché il serial killer è un mostro, in ogni senso. Dotato di una totale incapacità empatica, di una coscienza distorta che lo rende immune al dolore degli altri, considerato invece, come fonte estrema di potere e di piacere ma anche di un intelligenza fuori dal comune, straordinaria ma asservita alla volontà di rivalsa così eccessiva che, sposandosi con la vendetta, diviene brutale violenza, cieca e malsana.

Ecco il serial killer è fondamentalmente “malsano”, vittima e carnefice della sua distorsione mentale che gli preclude una percezione in grado di considerare come via alternativa alla dominazione la cooperazione e la collaborazione. Il sentirsi parte del tutto. Uccidere e deturpare spersonalizza la vittima e la rende soltanto oggetto, e l’oggetto è nelle mani del demiurgo che infligge la sua volontà dominatrice fornendo dolore e morte come un’oscura divinità ctonia.

Il serial killer non opera la coesione ma opera la distruzione.

 

Chi è il serial killer: prime analisi

Il serial killer non è il frutto della nostra moderna epoca. Forse il post moderno ha esacerbato la tendenza, ma questa figura è presente in ogni tempo. Quello che si è cercato di fare durante la modernità, in particolare quella di fine ottocento, è di circoscrivere scientificamente il fenomeno per studiarlo e quindi per poter trovare una soluzione, di cura e forse di redenzione. A tal proposito non posso esimermi dal citare gli studi, contestati e spesso dileggiati di Cesare Lombroso, che tentò con la fisiognomica di individuare le persone problematiche o i possibili criminali, attraverso dati fisici. Sarebbe stato davvero un passo avanti se gli studi di Lombroso avessero avuto delle certezze. Vero è che l’intelligenza della sua teoria fu quella di collegare interiorità ed esteriorità: le problematiche della mente, secondo lui, non potevano non essere individuate in tratti della fisicità. Forse questo punto sarebbe da indagare più approfonditamente. Valore della fisiognomica, a mio avviso, la ravvisiamo nella comunicazione non verbale, usata anche dalla polizia negli interrogatori. Altro valore delle teorie di Lombroso è quello di aver considerato il criminale come un “malato”, e questo permetterà alla psicologia di rilevare gli aspetti inconsci che permettono di formulare una diagnosi più approfondita sul perché si delinque.

 

Ma si può individuare il serial killer?

Ci sono dei professionisti, i profiler specificatamente, ma anche i criminologi che riescono, tramite osservazioni scientifiche che spaziano dalla biologia alla psicologia a trarre delle conclusioni generali atte a delimitare il fenomeno. Prima di tutto è necessario studiare la scena del crimine. Ogni elemento lasciato dal criminale si rivela utilissimo per poter tracciare un profilo del soggetto ricercato, e da quei dati fisici (impronte, tracce biologiche ) e materiali (oggetti vari e persino marchi di fabbrica del criminale ), si può provare a tracciare il cosiddetto criminal profiling che pone l’attenzione sul comportamento e sul modus operandi del soggetto studiato. Uno dei dati più interessanti è senza dubbio la tipologia della vittima, le caratteristiche di status, geografiche e fisiche, nonché il tipo e la forma delle ferite riportate. Questi possono dirci molto sia del tipo di serial killer sia una prima scrematura delle motivazioni complessive che lo portano a uccidere.

Da queste prime analisi si traccia un primo profilo: il seria killer ha ucciso almeno tre persone in tempi diversi e luoghi diversi, le motivazioni pur non essendo comprensibili a un primo esame, hanno comunque uno sfondo sessuale (il serial killer si eccita all’idea di essere onnipotente), i periodi di tempo sono piuttosto lunghi da giorni a anni, e la sua azione non è localizzata, ma può variare di molti chilometri nel raggio di azione omicidiario.

Da queste basilari norme possiamo distinguere tra :

ritual murder, ossia l’assassino uccide per adempiere ai dettami e ai rituali di sette pseudo-religiose o pseudo-psicologiche o a sfondo esoterico, con scopi di iniziazione, purificazione, propiziatori orgiastici (ne troviamo un caso interessante nel testo di di Tess Gerritsen Il club mefistofele). Un caso di cronaca è sicuramente rappresentativo dalla setta, operante negli anni 60 da Charles Mason;

Serial killer comune, in genere trova il suo sfondo ideale nelle città metropolitane, laddove riesce a emergere dal suo anonimato grazie alla sua azione criminosa, che lo eleva al di sopra della massa. Ovviamente la sua azione si concentra in zone ad alto rischio di marginalità e in condizioni di povertà, ed è per questo che spesso si identifica il serial killer con la sua genesi statunitense. La sua azione è favorita dalla perdita di controllo e monitoraggio sociale (la solidarietà contadina) propria di una società primitiva o rurale.

 

Finalmente un identikit.

Eccoci alla prova del nove, tentare di porre dei dettami generali per inquadrare il soggetto in esame.

1. Sono prevalentemente maschi di razza bianca nel 90% dei casi hanno un età compresa tra 27 e 45 anni. Sono sia eterosessuali che omosessuali;

2. Primogeniti;

3. Hanno trascorso infanzia e adolescenza in famiglie violente con madre dominatrice o patologica e padre assente o violento;

4. Da bambini sono stati trascurati o maltrattati, oggetto di bullismo o di violenze anche sessuali;

5. Da questo loro background hanno sviluppato comportamenti asociali e amorali, quali torture di animali (e conseguente insensibilità al dolore altrui) episodi di piromania e un marcato isolamento sociale;

6. Il mancato sperimentare di rapporti interpersonali e validi modelli di riferimento provoca l’incapacità di relazione con l’altro sesso, e l’accumulo di frustrazione e rabbia;

7. Manifestazione di comportamenti al limite quali furti, violenze, fughe da casa, abuso di alcol e farmaci;

8. Sono dotati un quoziente intellettivo medio/alto;

9. Assumono spesso una facciata di normalità che rasenta l’anonimato;

10. Per sfuggire allo stress e all’insoddisfazione si rifugiano spesso in un mondo immaginario;

11. Prima dell’omicidio vero e proprio attraversano una fase di fantasie onnipotenti di morte che si fanno, con il tempo, sempre più vivide e ingombranti che devono sfociare nell’azione delittuosa.

Le fantasie secondo, Roger Depue esperto dell’FBI, si fondano quasi sempre sul binomio sesso/violenza: con l’eliminazione fisica, con torture e brutalità varie, il serial killer appaga i suoi demoni che reclamano morte e distruzione, concretizzando un fantasma affamato di rivalsa, di vendetta e che lo porti a essere specialo in senso negativo con quella sensazione di onnipotenza. Aver avuto pieno dominio sul libero arbitrio dell’altro gli comunica eccitazione, trasgressione e lo fa sentire Vivo.

Ultimo ma non meno interessante catalogazione è sulle motivazioni:

abbiamo serial killer psicotici (guidati da allucinazioni uditive e visive):

1. Gli edonisti, uccidono per l’emozione e il piacere che provoca il dolore e l’istante in cui la vita abbandona il corpo;

2. I lust killer, ossia che uccidono per raggiungere l’orgasmo;

3. I missionari, ovvero che uccidono sulla base di motivazioni morali, e si rivolgono a una determinata categoria di persone, quali prostitute (ricordo Jack The Ripper) e tutte quelle considerate feccia. Uccidono anche sulla base della vendetta personale.

 

Conclusioni

Ovviamente non tutti i disturbati divengono serial killer. La scienza comportamentista che si occupa di questi soggetti è in continuo divenire. La mente umana è e resta ancora un mistero, ma sicuramente qualcosa dentro di noi ci pone su una sottile fune sospesa sull’abisso.

E forse è meglio imparare a fare amicizia con quell’ombra, se non vogliamo che l’abisso si nutra di noi e ci seduca.

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A cura di Alessandra Micheli

“L’uccello padulo” di Giovanni Lucchese, Alter Ego editore. A cura di Ilaria Grossi

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Quelli come te, quando incontrano una come me, devono subito andare a cercare cosa c’è sotto, qual è il segreto, cosa va rivelato. Come se fossimo degli indovinelli viventi, una serie di strati da togliere uno alla volta per scoprire alla fine chi è la persona che si nasconde sotto la maschera. Ma la verità è che non portiamo nessuna maschera. Siamo proprio noi, così come ci vedi”

Dopo una notte tra alcool, sesso occasionale e droga, Billo, vero nome Gianandrea Ludovisi, si ritrova su una strada di un quartiere di periferia di Roma, solo e mezzo nudo e letteralmente in stato comatoso.

L’incontro con Mamma Sophie e la sua “famiglia” bizzarra, rumorosa e grottesca lo porterà a conoscere una realtà completamente opposta alla sua, trovando un’accoglienza calorosa e tanto affetto, mai avuto nella sua vera famiglia, unica eccezione la governante Rosario sempre premurosa e attenta nei suoi confronti.

Billo, ricco e di nobili origini, usa droga e alcool per colmare i vuoti di una famiglia viziata, stralunata, anaffettiva.

Odierete Billo, vi farà ridere, arrabbiare, riflettere, vi farà pena, non sempre approverete le sue scelte, è necessario andare oltre le apparenze per guardare da vicino la vita delle persone, attenti a toccare con guanti di seta, l’anima.

L’anima, quella non puoi nasconderla per sempre, con litri di alcool o stordendola con dosi di droga.

Sarà lei a far cadere tutte le maschere, soprattutto quelle che si indossano per paura, per non ammettere di aver fallito o per legittima difesa.

E la tua, di maschera, qual è?”

Quanti strati devo togliere per capire chi sei?”

Billo, scoprirà un amara verità sulla sua famiglia e Mamma Sophie.

Billo, sceglie Mamma Sophie e decide di catalizzare nuove energie e idee in un progetto tutto suo, chiudendo con il passato. Il passato, invece, non sempre bussa alla porta con discrezione e può presentare il suo conto ad un prezzo altissimo.

Billo, è sì l’uccello padulo, ma quanto coraggio e forza d’animo gli serviranno per esibire ali colorate.

Lo stile di Giovanni Lucchese, diretto, schietto, senza filtri, mi ha spiazzato in senso positivo, ho iniziato a ridere alle primissime battute di Madame Gloria Pompatù, mi sono commossa per la storia di Mamma Sophie, Billo è un’anima inquieta e arrabbiata, mi ha fatto tanto tenerezza la mamma, nonostante il disprezzo e il rancore di Billo, è una donna che è stata poco amata e incapace di amare.

Ciascun personaggio è un tassello di un grande puzzle variopinto, ciascuno con il proprio colore e dolore e al centro un cuore grande e pulsante, quello di Mamma Sophie, difficile da dimenticare.

Una canzone diceva così ..dammi tre parole, io dico ..esilarante, provocatorio, dissacrante.

Buona lettura

Ilaria Grossi per Les fleurs du mal blog letterario