Leggereditore ci presenta i suoi nouvi titoli. Emozioni da non perdere!

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Fremito inconfessabile di Shayla Black

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Una maestra del genere.”
Christina Lauren, autrice di 
Beautiful Bastard

 

“Black consegna sempre personaggi forti, grandi storie, e molto calore.”
USA Today

 

Mischiare gli affari con il piacere può essere pericoloso…
Dalla regina indiscussa del romance erotico, un nuovo episodio della fortunata serie Wicked Lovers, un mix esplosivo di passione sfrenata e azione.

 

 

L’inno di un profeta riluttante di Joanne Proulx

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Una gemma… Divertente, acuto e profondamente umano.”
Observer

 

“Una storia avvincente sui disagi dell’adolescenza.”
Publishers Weekly

 

“Impeccabile. Un romanzo d’esordio acuto, tagliente.”
Kirkus Review

 


Un esilarante romanzo dark sulla vita e sulla morte, sul senso di isolamento e sul bisogno di appartenenza tipici dell’adolescenza.

 

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In libreria oggi “Il gusto di uccidere” di Hanna Lindberg, Longanesi editore. Imperdibile!

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“Il cibo arrivò prima della morte. Fu forse per questo che quando accadde il peggio mi sembrò così stranamente familiare. Ero solo un bambino quando imparai cosa significasse uccidere un altro essere umano. In quelle circostanze estreme, lo vissi come una cosa naturale. Come se il lavoro in cucina, il maneggiare la carne, fosse stato un addestramento per quello che sarebbe accaduto in seguito. Come se la colpa mi avesse già macchiato molto prima che il cielo sopra le nostre verdi colline si oscurasse.”

 

Hanna Lindberg torna in libreria con Il gusto di uccidere, il nuovo romanzo con protagonista la spregiudicata giornalista d’inchiesta Solveig Berg. Dopo Stockholm Confidential, dove raccontava il mondo patinato delle riviste di moda, in questo romanzo Hanna Lindberg realizza un ritratto senza scrupoli del mondo degli chef stellati, dove la disperata ricerca del successo giustifica gesti impensabili, dando vita a un thriller frenetico e fitto di intrighi.

Il Golden Chef è l’evento al quale chiunque abbia o aspiri ad avere un ruolo nell’alta gastronomia svedese non può mancare e Solveig si è assicurata l’ingresso. Per la vittoria tutti sembrano puntare su Florian Leblanc o su Jon Ragnarsson, due chef stellati un tempo soci, ora rivali. Proprio al momento dell’annuncio del vincitore, le luci si spengono e un colpo di pistola sovrasta il brusio della sala. Iniziano le indagini, ma Solveig capisce immediatamente che la polizia è su una pista sbagliata. Per scoprire la verità, dovrà esporsi a grandi rischi: tra i tavoli e le cucine dei ristoranti più lussuosi di Stoccolma, la giornalista si troverà ad affrontare gli intrighi orditi da una mente criminale imprevedibile.

 

L’autrice.

HANNA LINDBERG, classe 1981 vive e lavora a Stoccolma. Giornalista per Aftonbladet e Metro, lavora attualmente per Bonnier Magazine, uno dei principali gruppi editoriali svedesi. Stockholm Confidential (Longanesi), il suo romanzo d’esordio pubblicato in patria da un piccolo editore, è subito diventato un bestseller, pubblicato successivamente in 10 paesi.

 

 

Hanna Lindberg sarà presente al festival Nebbia Gialla di Suzzara Sabato 2 febbraio ore 18.45 teatro Politeama, via Mazzini 7

Review party “April è scomparsa di Sarah A. Denzil, Newton e Compton editore.. A cura di Alessandra Micheli.

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Molti mi hanno chiesto il motivo che giustifica il mio immenso amore per il genere thriller.

Sono consapevole che spesso questi testi trasudano male, visto che si occupano dalla parte più infernale del nostro essere umani, la malvagità che deriva da una sorta di malfunzionamento della nostra mente, o causata da un trauma.

I motivi sono tutt’oggi oggetto di dibattito, ancora esistono lombrosiani (e ammetto che le loro conclusioni mi attraggono) che sono convinti che esista una sorta di gene della delinquenza, magari assopito e che necessita di uno strano input per accendersi. Un po’ come avere dentro la testa un interruttore nascosto che si attiva in certi tipi di condizioni, quando manca la luce e speriamo che accendendolo scacci le ombre, invece le ingrandisce e le rende reali; per altri è una sorta di apprendimento al male.

Quando non si parla non si fa pace con l’ombra junghiana, si rischia di cadere tra le braccia dell’abisso. Il problema è che forse entrambi hanno ragione. Siamo fatti purtroppo, o per fortuna, di materia che sperimenta il deterioramento costante, quindi la corsa verso il punto di non ritorno è connaturata in noi stessi.

A un certo punto, forse al pari dell’azione dei telomeri, quei meccanismi che rigenerano costantemente le spirali del DNA, anche dentro il cervello le sentinelle smettono di lavorare, e così si va verso una sorta di morte. Solo che la morte della mente non è la stessa morte che sperimenta la biologia del corpo, ma è ben peggiore. È come la tanto declamata morte dell’anima, tanto ben raccontata da Zia Jo Rowling. Lei stessa, nel descrivere la genesi di Voldemort, racconta di come esso abbia fatto la pazzia di spezzettare la sua anima.

E un’anima integra è oramai cosa morta, retta solo da oscuri istinti.

Ecco che perdendo empatia, compassione, capacità di piangere e di toccare con mano il dolore, si diventa così vuoti che per combattere questo stesso vuoto ci si riempie di potenti emozioni, e fidatevi non sono certo quelle come amore, amicizia e passione.

Il problema di questa sorta di cesura dell’anima/mente è che spesso si nutre di negatività. Una persona disturbata, che non è scesa a patti con il proprio inferno ma lo ha subito, diventerà simile a un vampiro psichico nutrendosi di ogni pensiero malsano presente nel circondario. Ecco che nel testo “April è scomparsa” i segreti più scabrosi, le ossessioni, le problematiche profonde non fanno altro che creare una rete viziosa in grado di incentivare e incrementare il senso di rivalsa e vendetta. Il serial killer si nutre di questo, si nutre di ogni sensazione che conferma la sua visione distorta del mondo e si sente investito di una sorta si ruolo salvifico e redentore, capace di scoperchiare il vaso di Pandora e tirarne fuori i suoi demoni. L’imperfezione umana, in questo testo, non serve per accettarsi, per iniziare una sorta di auro-terapia, ma per confermare costantemente la visione distorta dell’assassino.

Ecco che l’ipocrisia, la non volontà di accettare il disastro e da esso ripartire, i sensi di colpa di chi non si accetta e non accetta gli eventi luttuosi che purtroppo accompagnano la vita, divengono scusanti per atti di una violenza indicibile e manipolatoria: un modo improntato sui difetti deve essere purificato dal prescelto. E questo libro ci da la visione di un mondo che non accetta il dolore, che non accetta il fallimento, troppo occupato a assecondare un’immagine idilliaca che la società pretende da noi. Il matrimonio perfetto deve nascondere le sue crepe tentando il tutto per tutto, per mantenersi.

Chi vive il dolore non riesce ad accettare che esso irrompa spezzando tutto di un tratto, la sua perfetta idea di vita familiare. E entrambe le protagoniste Hannah e Laura non si rendono conto di essere semplici anelli di una lunga catena di visioni malsane, che dalla famiglia si perpetuano nella loro realtà. È solo l’incontro con il male vero che le risveglia da questo torpore. Vedete, il libro ci illumina su una grande realtà: il male non è un matrimonio fallito. Non è il perpetuare modelli di relazioni insani; non è il reiterare comportamenti distruttivi e lesivi della nostra dignità; non è il dolore sordo, la rabbia che ci accompagna quando le nostre immagini mentali non corrispondono alla realtà. Il male vero è mancanza profonda di empatia, di rispetto per l’altro, di capacità di commuoversi, di piangere, di provare compassione. Il male è quello che rende la purezza odio cieco e brutalità atta a dominare una vita che sentiamo aliena. Finché soffriremo, finché il dolore ci strazia, finché sembra di morire ogni volta, finché le ferite sanguinano, beh allora siamo salvi.

Quando nessun atto avrà quel calore, quel fuoco capace di scaldarci (perché anche il tormento è identificabile con un fuoco che brucia), saremo perfettamente sani; sanguinanti, forse, barcollanti, rannicchiati in noi stessi, ma salvi.

Perché il male non è emozione. È un lungo tunnel scuro senza rumori, senza luce, senza spine. È il nulla assoluto.

E questo libro ce lo insegna. Però è anche vero che forse, toccando con mano questa cupezza stantia e immobile, possiamo riconoscere che, in fondo, anche quello strazio di chi perde qualcosa di caro, è strazio perché in fondo si è amato. E ci si perdona di ogni colpa, felici, in fondo, di provare ancora turbamenti.

Perché se esiste la felicità è perché, come disse Coelho, ci scontriamo sempre  con la colonna del rigore.

Del resto esistono rose senza spine?

 

Oggi il blog consiglia un thriller intrigante che affonda le radici in una storia remota eppure cosi vicina a noi “Aquila. Le vette dello spirito” di Monika M. Imperdibile!

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Giunti che fummo in vetta l’anima mia sprofondò in quella solitudine incontaminata che ai miei più intimi pensieri mi ricondusse. Varcai l’ingresso del Santo eremo come forse avrei fatto con la porta stessa dell’inferno. Chinai il capo cercando di celare i miei fanciulleschi peccati sotto il cappuccio di scura lana.
Lo stretto cunicolo, scavato nella nuda roccia, che immetteva alle celle a noi destinate, incombeva su di una coscienza  spaventata dal castigo divino che in quel luogo faticavo ad ignorare. La mia andatura stanca era rivelata ad ogni passo che ormai strusciava al suolo ed ero grato a quel cadenzato rintocco di suole che, al pari del batter stesso del mio cuore, mi rivelava  la vita non mi stesse abbandonando.
La silente figura del maestro, che mi precedeva, rivelava la sua presenza unicamente per il respiro fattosi affannato a causa dell’impervia via che ivi ci aveva condotti. Percepii la mia inutilità di professo: nulla potevo fare per alleggerire le sofferenze che sapevo esser approdate su quel venerabile uomo alla consegna di una segreta missiva che,  all’Abbazia  Santa Maria di Pietro  Benedettino, gli venne recapitata in gran segreto.
Nulla mi era stato rivelato, nessuna spiegazione concessa. Sapevo unicamente che il monastero, a cui appartenevo, non intendeva concedere al mio maestro di interrompere il mio postulato, poiché sotto la sua guida era iniziato. Avvenne così che l’indomani mattina mi ritrovai in groppa ad un mulo che il suo seguiva.

Quarta di copertina

Partendo da fonti storiche originali, Monika M, costruisce un thriller storico avvincente!I Templari nascosero, in varie città europee, parte del tesoro riportato dalla Terra Santa, L’Aquila sarebbe una di queste. La narrazione prende il via alla morte del Papa Angelico, Celestino V, protagonisti un manipoli di uomini fedeli al Santo che lotteranno per impedire al successore, Bonifacio VIII, di infangare e cancellare la memoria dell’eremita della Majella. Malachia, giovane professo, redigerà in segreto un tomo che l’oscura epoca rievoca. Unicamente dopo il terremoto del 2009 il manoscritto verrà ritrovato, nella Basilica di Collemaggio, da Bramante. Quali misteri cela da sempre la città di L’Aquila?

Questo l’enigma.

L’autrice

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Appassionata di arte e storia, viaggiatrice cronica e sognatrice irrecuperabile. Scrivo quando non leggo, booklover a tempo pieno. Osservo molto, ma le mie storie nascono sempre da curiosità storiche. Il mio più grande pregio? L’ironia.   

Autrice dei romanzi  Margot,  Fregiate virtù ed inconfessati vizi  e Come un’isola.

Dati libro


“Aquila, le vette dello Spirito” è un thriller storico
Pag 246
Self publishing
Costo E-book 2,99 euro

cartaceo 10 euro

“Tryte” di Luca Giribone, Europa Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho pensato molto a cosa scrivere per Tryte.

O meglio quale suo aspetto raccontare.

Perché sicuramente Luca ha inserito molte idee dentro al libro.

E sta a me fare da mediatore tra voi e questo strano autore, cosi ricco di fantasia e cosi profondo.

E so benissimo che non è stato facile scovarlo quest’autore, perché si nasconde dietro al testo, seminando inizi e deliziandosi della confusione di noi lettori appassionati.

Ma non perché ama metterci in difficoltà.

Ma perché già il senso stesso della ricerca è importante.

È importante il muoversi e poi iniziare a farsi domande fino ad arrivare alla stanza segreta, dove esistono i segreti, lo svelamento del fine della trama, dove tutte le storie tornano semplicemente una storia.

E cosa dobbiamo cercare allora mi sono chiesta?

Apparentemente il libro sembra raccontare della nostra società e di una Roma funestata dall’orrore della corruzione.

Storia patetica di oggi.

Ma qualcosa, dentro di me, mi diceva non è solo quello.

Perché Roma si accorge di essere perduta solo quando viene raccontata.

Prima dello svelamento tutto era immobile e stantio.

Uso spesso questa parola, stantio, che racconta molto bene della nostra triste società attuale.

Ecco il segreto allora mi sono detta.

Il libro parla del mestiere dello scrivere.

E scrivere in fondo significa dare corpo alla nostra realtà.

Scrivere è come il nominare di Adamo, spaesato in mezzo a un mondo appena creato iniziava a dare forma e consistenza al sogno di dio, tutto nato dalla parola, dal verbo, dal suo respiro.

Scrivere è creare si, ma anche dare vita, come i demiurghi, non solo a personaggi e fantasia ma ai messaggi, ai valori, ai concetti, agli ideali a tutto ciò che sostiene e fa da impalcatura alla nostra realtà.

Noi scrittori e voi i personaggi che prendete vita, fino a arricchire quella che Jung chiamava la coscienza collettiva.

Forse ecco perché Pirandello scriveva di sei personaggi in cerca d’autore.

Come se per esistere, archetipi e idee, dovessero per forza essere partorite dalla mente di qualcuno, dotato di un minimo di raziocino adatto per procedere per esperimenti e tentativi, fino a intersecare le giuste combinazioni di parole frasi e creare storie.

Non è quello che raccontate voi oggi editor?

Non è la vostra idea di scrittura quella di un calcolatore intelligente capace, con raffinati giochi di byte, a produrre racconti?

Non siete voi che in fondo considerate lo scrivere solo un tentativo, nutrito da qualche manuale da qualche regola?

Alcuni addirittura usano la matematica per formare personaggi, convinti che basta dividere in frazioni l’unità per poi riunirla.

E cosi che il progetto si chiama Tryte, un progetto di intelligenze artificiali quelle che oggi inseriamo nella letteratura.

Siamo noi calcolatori umani a dare origine per un caso o per una favola cibernetica a quelle storie.

Ma davvero il conte di Montecristo è soltanto questo?

È soltanto una causalità di incontri perfetti tra grammatica sintassi e una forma di pro-scienza?

Io non credo.

Credo che i personaggi non sono creati dall’autore.

Non è un Dio che modella creta.

O che produce parole.

L’autore è soltanto una porta.

E se è in connessione con quel magico mondo delle idee serve soltanto per portare Edmond Dantes, Elizabeth Bennet, David ma anche Frank E Elena in questo mondo.

E una volta accolti loro divengono reali, non soltanto forme abbozzate di pensiero.

Divento io, diventi tu, diventano tutti noi.

Frank è la giustizia che non vuole mai stare zitta, ma anche la coscienza di un mondo meno organizzato e più multiforme che le nostre limitatezze ci mostrano.

Frank è anche la guerra e la scoperta, è l’ambiente in cui vive e la follia di chi se ne discosta.

Dorothy è amore e maternità, ma anche accettazione tutta femminile che non esiste la fine.

Bobby è l’antenna che tutto collega in una fantasmagorico organismo vivente fatto si sottili ragnatele di eventi e ricorsi.

Elena è la volontà di uscire da se stessa e iniziare a provare a vivere in un modo più passionale.

O magari folle.

E il programmatore sarà l’uomo capace di dire no al suo passato e al suo presente, di dare un calcio al marciume e iniziare a crearsi un futuro in cui le catene sono solo un bel ricordo o un soprammobile.

E Il nostro sindaco sarà il potere che corrompe e che ne frega dei poveri coglioni dei cittadini che servono solo per produrre utili.

Ecco.

I personaggi sono dentro di noi.

E una volta attivati essi vivranno da soli, saranno loro a guidare l’autore e non viceversa.

Affinché il libro divenga soltanto un magico mondo in cui vedere l’altra soglia. Sta a noi decidere se sia abisso.

O paradiso.

Tryte è un inno alla creatività quella vera, quella che vive a prescindere dal nostro pensiero, e che grazie al nostro pensiero nasce.

Ma come un figlio poi si forma da sola e va per la sua strada.

E a noi lettori non resta che seguirla attonita e iniziare a raccontare ogni storia della storia, per poterci fondere con questo mondo chiamato iperuranio.

E tornare a essere persone senza l’ansia di cercare l’autore.

Magari fare le nostre battute e scrivere da soli il nostro finale o il nostro inizio.

Scrivere è un po’ come vivere.

E’ tutto un viaggio ammantato dall’incognita.

E con la libertà di scegliere il bivio che più ci aggrada.

Ecco che lo scrittore non diviene più autoreferenziale, cosi come Tryte non è più il libro di Luca, ma diventa mio, tuo e di Frank.

Diventa vita e carne, corpo e sogno.

Pensiero e materia.

E solo rari, rarissimi eletti, avranno la gioia di capire che quella bella stanza con il calcolatore, è solo una facciata.

La scrittura è soltanto una porta.

E l’autore, in fondo non fa altro che aprirla.

Ma non per lui.

Per noi e per il mondo intero.

Sono dei pazzi?

Forse.

Ma come direbbe De Gregori:

siamo quei pazzi che venite a cercare

e di cui abbiamo tanto bisogno.

“In carne e ossa” di Alessandro Maria Artistico, Nero Press editore. A cura di Vito Di Taranto

Non esistono minacce con un volto, non ci sono antagonisti in carne e ossa, il pericolo è qualcosa di invisibile agli occhi.

“…Il mio compito non si limita a far sparire un po’ di animali in eccesso: diciamo che io, con grande maestria, “riutilizzo le scorte”…”

Alessandro Maria Artistico racconta con stile semplice la storia di persone come Matteo che cerca di vivere una vita a modo suo, con sogni deliranti che si trasformano in realtà. Lo fa senza voler giudicare niente e nessuno, inserito in una situazione limite, che a un certo punto si ritrova a dover fronteggiare l’impossibilità di poter portare avanti la sua idea di mondo.

Vive un mondo riflesso in uno specchio.

“…Lo specchio è sempre sincero, anche oggi, ma non vero…”

Matteo proverà giorno dopo giorno ad adattarsi alle nuove situazioni, che muteranno senza che lui se ne renda conto, senza mai riuscire a sentirsi veramente cosciente di ciò che gli accade intorno.

In carne e ossa, si trasforma pian piano dall’essere una riflessione sulla vita e le speranze di un ragazzo, al racconto di puro e semplice rito di sangue e frattaglie da difendere da un branco di lupi affamati.

Riconoscere l’ombra, l’abisso di male che ci abita dentro, ritirare le proiezioni che ne abbiamo fatto sugli altri, integrare le parti scisse, è un processo terribilmente doloroso che si esprime in versi, attraverso le sensazioni del protagonista.

Folgorante potenza del buio… In carne e ossa è il racconto di emozioni terrificanti vissuti attraverso gli occhi del protagonista. Su questo palcoscenico oscuro, letteralmente senza luce, i personaggi iniziano a comportarsi in maniera strana, manifestando paure, ricordi, desideri perversi e repressi: un microcosmo apparentemente ordinato che va irrimediabilmente a rotoli.

“…Un germoglio, il germoglio, fresco, vivo, il primo della creazione. Che cos’è un uomo? Una voce lontana, poi buio…”

Il rischio che correte non leggendo questo libro con occhi attenti è quello di perdere il vostro senso del reale, il vostro spirito si piegherebbe facilmente e senza fatica a visioni chimeriche, l’illusione potrebbe divenire la vostra realtà.

Non è esagerato definire quest’opera un ottimo lavoro.

Un libro che comunque si legge in poco tempo e in maniera veloce e difficile da interrompere.

La scrittura di Alessandro Maria Artistico è degna di nota: il suo stile è elegante eppure semplice descrivendo situazioni che lasciano spesso basito il lettore.

Non si rimane annoiati, la narrazione è veloce come veloce è il sogno e l’incubo dentro al quale si crede di vivere.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

“Propechy man”di Simone Lari. A cura di Alessandra Micheli

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Ricordo ancora il terrore per il Millennium Bug.

Era una sensazione di catastrofe imminente, degna dei più foschi scenari medievali. Mi sentivo davvero riportata indietro all’anno mille, quando si attendeva l’Armageddon, che avrebbe finalmente spazzato via questa assurda umanità.

Eppure non successe nulla.

L’altra profezia che incuteva timore agli animi sempre più fintamente smaliziati dell’homo moderno, fu la profezia Maya del 2012. Anche lì attendevamo, chi con terrore, chi con speranza (io non vedevo l’ora che qualcuno mi caricasse sulla sua astronave) l’avvento della fine del mondo. A guadagnarci, in realtà, furono solo film e libri. Io ancora aspetto il sommo sacerdote Maya. Sto aspettando che mi porti dentro le tenebre della terra, dove sogno di trovare lo stesso mondo perduto che affascinò Conan Doyle, capace di prospettarmi novità, oltre che opportunità originali e creative.

Le profezie servono a noi esseri mortali per due motivi.

Il primo: i sognatori attendono con speranza nuovi bivi, consci di vivere in un mondo decadente, invecchiato, che ha bisogno di una bella spinta verso l’evoluzione.

Il secondo: coloro che sono i virtuosi dello status quo temono il nuovo che avanza, quella distruzione necessaria di apparati sociali che hanno dimostrato la loro perniciosa fallacia.

La profezia a un esame più approfondito, non è altro che il riconoscimento dell’impossibilità di superare e di andare oltre certi limiti ecologici, sociali o semplicemente etici.

L’immaginazione della catastrofe e della conseguente distruzione non è altro che il riconoscimento dell’ineluttabilità dei cicli naturali.

I Maya, protagonisti loro malgrado di questo libro, lo sapevano.

A cambiare e a morire, non era il mondo così come lo intendiamo noi, era semplicemente la consapevolezza che la loro società, la loro conoscenza, spunta troppo oltre, verso un apice incredibile, sofisticato ma al tempo stesso permeato di una superstizione radicata, poteva avere la sua parabola discendente. Le civiltà sono la rappresentazione del ciclo naturale: nascono, crescono e si sviluppano, toccano l’apice della grandiosità e poi implodono. E cosi che Vico raccontava i corsi e ricorsi storici, non la storia che si ripete ma l’uomo che, cosi cieco nella sua corsa verso il progresso, ripete sempre gli stessi sbagli.

E che sbagli sono?

Potere.

Deliri di onnipotenza, incomprensibilità del mondo ecologico.

Corsa verso la vittoria (quale vittoria non ci è dato sapere), volontà di ricchezza che significa sfruttamento eccessivo delle risorse, fino all’erosione delle stesse.

Il libro di Lari, oltre che un inquietante fantasy dalle tinte apocalittiche, non è altro che il racconto romanzato di queste tendenze umane. I prophecy man, che sono altro che quella coscienza radicata in noi che ci spinge a proteggere la creatura umana:

i prophecy man impediscono il verificarsi delle profezie più catastrofiche che riguardano il genere umano, dalle minacce localizzate e circoscritte, alle potenziali crisi globali con conseguente rischio di estinzione di massa.

Insomma sono una sorta di sovra-coscienza in grado di intercettare impulsi distruttivi, incanalarli in altre dimensioni e impedire all’uomo stesso di autodistruggersi. Non a caso nel testo si parla di una sorta di mappa fisica, già individuata da Graham Hancock nel suo splendido libro lo specchio del cielo. In questo testo ipotizza che le grandi strutture megalitiche e le grandi costruzioni maestose, lasciateci da un lontano passato (Tipo Angkor Wat in Cambogia) non siamo altro che una sorta di protettori della terra, in grado di garantire la stabilità delle forze telluriche, di indirizzare il magnetismo verso il cielo onde evitare il risvegliarsi del pericoloso serpente Wyrd, ossia un’energia serpentina che, se non adeguatamente controllata, provocherebbe disastri: terremoti, inondazioni e altri eventi catastrofici.

Insomma una sorta di autentica geo agopuntura.

E leggete questo passo:

vi sono sette torre presidio…inizialmente erano cinque una per ciascun continente, poi sono diventate sette per essere posizionate nei pressi dei sette chackra della terra. Punti di particolare interesse e potere per il nostro pianeta

Questo significa che i prophecy non si interessano di tutte le profezie.

Quelle relative a aventi cosmici o che riguardano l’evoluzione sociale, o eventi che possono portare a guerre globali, sono collegate profondamente alla crescita non solo della terra ma dell’essere umano. Sono i nostri insegnamenti che, secondo la bellissima teoria di Igor Sibaldi, dovrebbero spingerci verso la strada della perfezione.

Più si cade, più ci si dovrebbe rialzare con un apprendimento ogni volta diverso, fatto di esperienza acquisita proprio durante il fatto increscioso. Ecco che dovremmo poter riconoscere quelle situazioni potenziali o particolari capaci di innescare un effetto a catena, che ovviamente una volta reso incontrollabile, trascina tutto con sé.

Un effetto domino che può essere evitato se si riconosce l’azione che spinge la prima tessera.

È quella che poi garantisce gli effetti concatenanti che portano allo sfacelo. Ma è pur vero che, senza quelle guerre, senza molti degli orrori, nessuna evoluzione sia possibile.

Nessun apprendimento è in grado di far germogliare non solo grandi azioni che sono il simbolo della meraviglia umana (conquiste scientifiche o sociali come il welfare state, il voto universale, le dichiarazioni dei diritti di membri della società prima ignorati, tutela del lavoro minorile, grandi leggi che cambiano la storia) ma anche uomini straordinari (scienziati lungimiranti come Tesla, eroi, studenti che si immolano per la libertà come Palach, uomini che cambiano la storia solo con il silenzio come Ghandi).

Ed eccoci al secondo archetipo inserito da Lari: l’antagonista. Ecco questi antagonisti sono quelli che hanno fatto scattare il mio interesse, perché rappresentano la maggioranza delle persone che non solo si arrendono (liberissimi di farlo), ma che usano la loro personale frustrazione contro il mondo di cui fanno parte.

Sono fermamente convinti che le profezie non vadano ostacolate e che per rimediare ai nostri errori passati debbano favorire ogni profezia nota. Allora vanno fermati! Non sopporto le persone che inneggiano all’estinzione del genere umano e alla fine della vita della terra solo perché al mondo ci sono un sacco di stronzi.

Una grande verità.

Non si rifiuta un dono solo perché alcuni tentano di inquinarlo con i loro irresponsabili gesti. Il dono lo si protegge a ogni costo, facendo la propria piccola parte senza aspettarsi nulla in cambio.

Perché, se alla vita ci credi, se la vita la rispetti davvero, non sarà la profezia di estinzione a tutelarla: quella è l’ultima spiaggia dei vigliacchi.

Proteggere il nostro cosmo significa sperimentare, cambiare e arrivare alla semplice conclusione: siamo tutti parte di un sistema interconnesso, e siamo responsabili di ogni nostra minima azione.

I catastrofisti che inneggiano alla morte di ogni forma vivente, sono gli alleati migliori di quel male che “rosica” perché dio, un dio, non mi importa il nome che gli date, ha scommesso su di noi, e ci ha tanto creduto da renderci più importanti degli angeli e coronati di gloria e di stelle.

Io preferisco essere un prophecy man.

E voi?

 

 

“All’alba saremo liberi” di Deborah Muscaritolo, Eclipsed World editore. A cura di Sabrina Giorgiani

Anna Muscaritoli non è un’autrice. E’ una nipote devota e amorevole che ha deciso di mettere per iscritto le esperienze vissute dal nonno durante la Seconda Guerra Mondiale.

Lo dice lei stessa nell’introduzione del “diario”:

“… ho sentito la necessità, il dovere e la responsabilità di scriverlo…”

Non lo scrive per se stessa, ma in memoria di quanti come lui hanno combattuto e sofferto e, soprattutto, per le nuove generazioni affinché:

sia testimonianza diretta di quanto accaduto… perché è necessario conoscere il passato onde evitare che gli errori si ripetano…”

Ecco che il libro diventa staffetta, e Anna Muscaritoli, passa il testimone verso il futuro.

Antonio viene chiamato alle armi il 4 gennaio 1941, messo alla ferma per due anni in qualità di allievo marconista. Orgoglioso di servire il suo Paese, mette tutto se stesso nello svolgimento del compito a cui è assegnato, collegamento radio tra l’aeroporto di Albenga e il comando militare.

Grazie alla sua posizione, viene a conoscenza di informazioni riservate tra queste la dislocazione delle truppe sui vari fronti. Quindi si può ben affermare che svolge un ruolo delicato e di responsabilità che richiede grande fiducia da parte del Comando Militare cui appartiene.

A seguito dell’armistizio, le truppe tedesche catturarono centinaia di migliaia di soldati italiani, tra cui Antonio che, rifiutandosi di collaborare con i tedeschi, venne deportato nel Lager Nazista Dora-Mittelbau, nel quale trascorse due drammatici anni. Nel libro, tutto ciò che ha visto e subito viene accuratamente attestato da documenti originali rinvenuti negli archivi storici di competenza.

Non mi voglio soffermare sulle sofferenze patite da Antonio e da quanti come lui, all’interno dei lager, invece, mi piacerebbe soffermarmi su quanto accadde successivamente l’Armistizio.

Questa parte di storia italiana, ben sviluppata nel libro tanto da indurmi ad approfondire il tema, è poco accennata sia in narrativa che in storiografia, presupposto questo, che induce a far dimenticare, a far rimuovere dalla nostra conoscenza culturale nazionale.

Il Generale Badoglio ritenne opportuno non informare dell’armistizio neanche i suoi collaboratori più stretti allo scopo di salvaguardare gli interessi della Casa Reale e se stesso. Il proclama pubblico colse il nostro esercito completamente impreparato, al contrario di quello tedesco che già dal mese di luglio aveva posto in essere piani in vista di un eventuale “tradimento” italiano. Le truppe tedesche, perfettamente istruite, vennero trasferite al Nord Italia, punto militare strategico per la protezione dei confini, ricco di industrie e di potenziale manodopera. Inoltre, il Comando Militare, aveva da tempo dato ordine di affiancare le truppe italiane ovunque fossero dislocate, fu quindi immediato e facile, circondarle e disarmarle.

Ai nostri militari venne chiesto di combattere al fianco delle truppe tedesche, l’alternativa era la prigionia, ma oltre 600.000 militari rifiutarono di collaborare; vennero ammassati in vagoni bestiame e rinchiusi in campi di lavoro in qualità di Internati Militari a vantaggio del Duce, che propagandò l’avvenimento come successo politico dovuto alla sua influenza sul Reich e a vantaggio del Fuhrer che guadagnò una massa di lavoratori a costo zero. Inoltre, non riconoscerli come prigionieri di guerra, permise la non applicazione dei diritti stabiliti dalla Convenzione di Ginevra del ‘29

Nel ’44, a seguito di forti pressioni della Croce Rossa Internazionale che voleva sapere le sorti degli IMI, Mussolini promosse un nuovo accordo con Hitler che prevedeva la trasformazione degli IMI in “liberi lavoratori civili” dietro firma di un apposito documento da parte degli internati. I nostri militari rifiutarono tale accordo, nonostante le vessazioni e prevaricazioni che dovettero subire, tanto che Hitler dovette, nel settembre del ’44, trasformare “d’ufficio” le loro figure. Questo accordo prevedeva la cosiddetta “libertà nei campi”, ovvero potevano uscire dal campo di prigionia e andare a lavorare nei paesi vicini sotto scorta delle SS. In realtà fu una prigionia odiosa, progettata a tavolino, avallata da Mussolini, accompagnata dal silenzio più totale del Governo Italiano e considerata “collaborazionismo” dagli Alleati. Un marchio di infamia che i soldati italiani subirono fin oltre la fine della guerra che avvenne nel Settembre del 1945.

A Giugno 1946 il Governo Italiano non aveva ancora inviato in Germania alcuna Commissione incaricata a proteggere gli IMI e ad organizzarne il rientro in Patria.

Questa parte di storia italiana, a mio avviso, meriterebbe essere approfondita anche a livello scolastico perché, se è vero che gli errori e gli orrori dovrebbero insegnare e renderci migliori, non è oscurandoli che si possono migliorare le future generazioni né, tantomeno, approfondire solo quelli perpetrati da un solo fronte.

Un libro che riapre ferite non sanate a causa dell’ostracismo che ancor oggi si perpetra.

La Quixote editore ci presenta oggi “Kage” di Maris Black. Per tutti gli amanti del genere!!

 

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Trama:
Mi chiamo Jamie Atwood e ho un problema di dipendenza. Non ho mai pensato che avrei detto una cosa del genere. Non ho mai avuto problemi di eccessivo attaccamento a qualcosa nella mia vita. Provengo da una perfetta famiglia della classe media, ho frequentato delle buone scuole e avevo una fidanzata molto carina che faceva la cheerleader… ma la verità è che nulla mi ha mai colpito davvero. Allora come ha fatto un ragazzo come me a diventare dipendente da qualcosa?
Ho conosciuto Michael Kage.
Kage è un lottatore di Arti Marziali Miste, MMA. Uno di quelli famosi. Mi piace pensare di averlo aiutato a intraprendere quella strada.
È bello da morire, e il suo aspetto e il suo talento potrebbero competere con qualunque star del cinema. Allora perché ha avuto bisogno di assumere me come addetto stampa? Semplice. C’è un lato oscuro dentro di lui, una sorta di buco nero così profondo che potrebbe ingoiare lui, me e chiunque conosciamo, che non è l’ideale per gli affari.
La prima volta che l’ho incontrato, mi sono sentito subito attratto da lui. Penso che la dipendenza sia iniziata proprio in quel momento. E anche se avessi saputo quello che so adesso, mi sarei comunque innamorato di lui. Come avrei potuto fare diversamente?
Per me, Kage è tutto.

L’autore 

Maris Black vive nel sud degli Stati Uniti. Ha fatto l’università, si è laureata in inglese e poi ha scoperto le gioie della scrittura creativa e dell’interpretazione letteraria. Dopo aver affinato le proprie capacità di scoprire i significati nascosti nelle parole, che gli autori probabilmente non avevano mai voluto inserire, ha preso la sua laurea e l’ha usata per trovare un impiego in un giornale. Ma ha capito presto che occuparsi della cronaca di una cittadina non era sufficiente a pagare le bollette, perciò è passata a lavorare nel settore medico. Una progressione logica, giusto? Ma non importava cosa facesse; essendo un’inventrice compulsiva di trame (autodenunciata) non riusciva a smettere di scrivere fiction.

“Il genere M/M è stato come tornare a casa”, dice. “Non riesco a spiegarlo esattamente. Ho sempre avuto amici e parenti apertamente gay e bisessuali, e per me che abbiano i loro diritti e che siano accettati è molto importante, per cui celebrare questa cosa con la scrittura è fantastico. Ma è anche perché nell’amore tra due uomini c’è qualcosa di puro e sincero, che fa appello al mio cuore e mi ispira a scrivere.”

Dati libro 

TITOLO: Kage
TITOLO ORIGINALE: Kage
AUTRICE: Maris Black
TRADUZIONE: Mirta Augusto
AMBIENTAZIONE: Las Vegas
COVER ARTIST: PF Graphic Design
SERIE: Kage #1
GENERE: QLGBT Sport Romance
FORMATO: E-book (Mobi, Epub, Pdf) e cartaceo
PAGINE: 306
PREZZO: 4,49 € (e-book) su Amazon, Kobo, iTunes, Google Play, Store QE
DATA DI USCITA: 28 gennaio 2019

 

 

Oggi il blog vi consiglia “Stormhaven ” di Jordan L. Hawk. Imperdibile!!

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Sinossi:
Gli eventi misteriosi non sono una novità per il solitario studioso Percival Endicott Whyborne, ma trovare uno dei suoi colleghi che urla per strada chiedendo aiuto è piuttosto insolito. Allan Tambling afferma di non ricordare cosa gli sia successo nelle ore precedenti, ma qualcuno ha assassinato suo zio e Allan è coperto di sangue.

L’amante di Whyborne, l’affascinante ex-Pinkerton e detective Griffin Flaherty, acconsente a dimostrare l’innocenza di Allan. Ma quando il giovane viene dichiarato pazzo e rinchiuso nel manicomio di Stormhaven, Griffin è costretto a rivivere gli orribili ricordi della sua reclusione in un istituto psichiatrico.

Insieme alla loro amica Christine, i due uomini si addentrano sempre più a fondo in un’oscura ragnatela di cospirazioni, magie e omicidi. Il loro unico indizio è un artefatto scomparso che ritrae un dio sconosciuto. Chi l’ha rubato, e perché Allan non ricorda cosa sia successo? E qual è la verità dietro ai terribili esperimenti condotti all’inquietante terzo piano di Stormhaven?

Ci vorranno tutti gli incantesimi di Whyborne e tutta la temerarietà di Griffin per fermare gli assassini e salvare Allan. Prima, però, dovranno sopravvivere a una sfida ancora più grande: una visita della famiglia di Griffin.

 

 

Dati libro 

Data di pubblicazione: 28 Gennaio

COLLANA: RAINBOW

Titolo: Stormhaven (edizione italiana)
Titolo originale: Stormhaven 
Serie: Whyborne & Griffin #3
Autrice: Jordan L. Hawk
Traduttrice: Victor Millais

ISBN EBOOK: 978-88-9312-471-3
ISBN CARTACEO:

Genere: Horror/Fantasy, Storico, Investigativo
Lunghezza: 282 pagine

Prezzo Ebook: € 4.99