“Voci tra gli alberi” di Stefano Dati, Geeko editor. A cura di Alessandra Micheli.

voci .jpg

 

Avete mai provato ad abbracciare un albero?

Fatelo.

E’ un esperienza indimenticabile.

In quel contatto si sente la linfa scorrere dentro il tronco, è come perdere l’equilibrio, cadere e trovarsi in una dimensione diversa.

Quell’abbraccio ci fonde con quel maestoso gigante e ci dona una forza, una consapevolezza diversa: quella di essere totalmente immensi nella vita.

Ecco che ci si scopre privi di un vero equilibrio personale e ricchi di quello che la società ci dona, costringendoci, già in fasce, a una socializzazione atta a sostenere assunti culturali decisi da altri.

Non da noi.

Abbracciare l’albero è un atto ribelle quasi un ribaltamento non violento, di una società precostituita, semplicemente cercando e desiderando con tutta l’anima, il sogno di una vita interconnessa, armonica e comunitaria.

Capisco benissimo Stefano Dati.

Capisco il suo amore per gli alberi.

Gli alberi non sono solo ossigeno, sono la memoria del nostro vivere, la sintesi di cosa significa davvero ciclo vitale.

Nascono, muoiono e dal seme rinascono.

E non solo.

Guardate la quercia, regale imponente, maestosa.

Essa ospita una specie diversa tra i suoi rami, che è da essa protetta e resa feconda, una pianta dai molteplici significati esoterici: il vischio.

E se la quercia, il re del bosco, riesce sostenere e accettare l’altro da se, quasi alieno, spesso considerato solo un parassita, instaurando con esso una sorta di strano ma favoloso connubio, noi la la specie evoluta non riusciamo a vivere in consonanza con il nostro simile, reo solo di vivere dalla parte sbagliata del mondo.

E’ difficile far capire l’importanza del progetto di Stefano Dati.

Vedete, come ci ricorda il Barone rampante, dagli alberi si gode di una diversa prospettiva del mondo.

Il cielo non appare cosi lontano.

Nei rami si sviluppa una comunità interdipendente.

Il tronco è forte e sopporta tempeste, neve, calore rovente.

Le foglie sembrano simili ma ognuna ha la sua specificità.

E le radici assorbono nutrimenti dalla terra e la considerano davvero loro madre.

E che dire della sintesi clorofilliana?

E’ il sistema in cui si assorbe energia nociva e si rigettano elementi che contribuiscono alla vita.

Capite la bellezza e l’insegnamento dell’albero?

Arrampicarsi fino in cima è fatica, un piacere corporeo e una sfida costante.

E si vede l’orizzonte, sempre più vicino.

Si vede un pullulare di vitalità, nidi, scoiattoli, formiche, tutto un brulicare di esistenze che dipendono uno dall’altra.

Non sono in conflitto.

Hanno trovato il loro modo di collaborare.

Leggere la meraviglia sognante di Stefano, mi ricorda l’emozione della bellissima canzone dei Nomadi:

I signori della morte hanno detto sì,

l’albero più bello è stato abbattuto,

I signori della morte non vogliono capire,

non si uccide la vita, la memoria resta.

Così l’albero cadendo, ha sparso i suoi semi

e in ogni angolo del mondo, nasceranno foreste.

Ma salvare le foreste vuol dire salvare l’uomo,

perché l’uomo non può vivere tra acciaio e cemento,

non ci sarà mai pace, mai vero amore,

finché l’uomo non imparerà a rispettare la vita.

Per questo l’albero abbattuto non è caduto invano,

cresceranno foreste

e una nuova idea dell’uomo.

Ma lunga sarà la strada e tanti gli alberi abbattuti,

prima che l’idea trionfi,

senza che nessuno muoia,

forse un giorno uomo e foresta
vivranno insieme,

speriamo che quel giorno ci sia ancora.

Ricordati di Cico”

Vedete, se davvero volete vivere una vita diversa, se desiderate che la società e la scuola uno dei canali socializzatori primari, vi diano una visione alternativa del mondo, discorde dall’ottica dello scontro, della competizione, del potere a ogni costo, se desiderate una vita in cui ogni singola entità dipenda dall’altro in un patto di sopravvivenza, se desiderate che foglie diverse, insieme, formino la bellezza, dovete cambiare la vostra visuale.

Dovete considerare ogni elemento dell’ecosistema non solo un tassello colorato del mosaico, ma una sorta di leggiadro insegnante in grado di spiegarci la vita.

Perché la vita è comunità, collaborazione, unione, dialogo e comprensione.

E’ empatia è bellezza ma la bellezza nasce della reciprocità.

Leggete “Voci tra gli alberi”, e abbracciata querce, faggi, salici, meli.

Ascoltate le loro storie e la loro saggezza.

Sentite dentro di voi la linfa che vi scalda il cuore, mettendo in moto le vostre meravigliose capacità.

Siate alberi, foglie, fili d’erba, terra brulla e pioggia.

Siate uccello e volpe.

Siate tutto e solo allora sarete voi stessi.

Perché questo mondo fatto per amore, a cui noi abbiamo dato nomi, e che stiamo rovinando convinti di essere dominatori, è semplicemente una estensione della nostra anima.

Dalla terra nasciamo e la terrà di accoglierà.

Dalle nostre ceneri che nascerà nuova vita.

E solo in quel momento in cui ci sentiremo parte del cosmo, capiremo la voce rombante di quel dio che al suo fedele servo rimproverò la mancanza di una saggezza sistemica.

Grazie Stefano.

Per lottare assieme fregandocene di chi ci forgia con l’appellativo di pazzi.

E continueremo a sentire le voci di quei saggi arbusti pieni di incanti e meraviglie.

Ma un popolo non può morire, non si uccidono idee

sopra una tomba senza nome, nasceva la coscienza.

Facciamola nascere questa coscienza su ogni albero annerito dalla nostra folle pazzia.

Da ogni tronco reciso come sogni nati all’alba, di questa generazione perduta, illusa, sconfitta.

Facciamo rinascere la nostra forza, e ergiamoci verso il cielo come querce fiere, e maestose.

Riprendiamoci il nostro essere umano, in barba a questa pallida, squallida imitazione di vita.

“Quel che non sai di me” di Silvia Meconcelli, Scatole Parlanti. A cura di Ilaria Grossi

Quel-che-non-sai-di-me.jpg

 

 

Il silenzio è lo specchio dell’anima, ci obbliga alla riflessione. E io non mi sento a mio agio se sto zitta, perché tu mi osservi e non so cosa pensi. Se tu potessi parlarmi ti chiederei cosa pensi, ma non puoi e allora non te lo chiedo. Mi sono sopravvalutata, credevo di essere molto più forte e invece mi sento vulnerabile di fronte al tuo sguardo muto”

 

Si apre così “Quel che non sai di me”, Nina accanto alla mamma anziana, capace di comunicare solo con gli occhi, occhi che la fissano e sembrano finalmente ascoltarla per tutto il tempo che staranno assieme.

Nina apre cuore e mente: i ricordi iniziano a uscir fuori, l’infanzia a Grosseto, una data che segna tragicamente la vita dei grossetani, quel 26 aprile 1943 il cuore della Maremma colpito dagli aerei statunitensi, tante vittime innocenti di una guerra che “uccide l’anima”.

Attraverso gli occhi di Nina come la pellicola di un film, scorrono le immagini di un’infanzia fatta di povertà, pochissimo cibo, il freddo, i nonni, un babbo scorbutico e violento e una piccola Nina che aveva sete di crescere, di imparare, di non restare intrappolata ad una mentalità troppo bassa e ignorante. Era già una piccola guerriera con ali pronte per volare, dove i libri hanno un ruolo fondamentale, un grande potere di crescita, non prima di un percorso non sempre semplice.

Nina dalla casa popolare ad un convento, ospitata dopo la sua guarigione e “sola”. I genitori avevano deciso di lavorare in una Vergheria e la mamma aveva intenzione di restare accanto al padre. Sarà un periodo di crescita, tra regole severe, punizioni, dubbi, paure e quella sensazione di abbandono sarà compensata dalla presenza e dalle attenzioni di Suor Teresa.

Suor Teresa ha un ruolo fondamentale nella crescita di Nina, da bambina ad adolescente sino al giorno in cui dovrà abbandonare il convento per dimostrare di essere una vera guerriera, tenace, decisa per la sua strada nonostante il ritorno alla casa popolare della madre, dopo le ripetute violenze fisiche e psicologiche da parte del marito.

Nina, Suor Teresa, la mamma di Nina, storie di donne che si intrecciano, guerriere, combattenti, sopportano e supportano, ho amato queste tre donne, ognuna con la propria storia e personalità, debolezze e tenacia, accomunate da una forza disarmante, forti come “fiori d’acciaio”.

 

Io ho capito che voglio stare con le persone che mi guardano negli occhi e mi riconoscono. Che mi dispensano pensieri. Che mi regalano un loro attimo di vita. Mamma, questa è la mia rivoluzione”

 

Nina è una protagonista che amerete, ha dovuto lottare con vuoti e un perenne senso di abbandono per riscoprirsi forte nonostante tutto, nonostante le sue fragilità.

Lo stile di Silvia Meconcelli è cristallino, diretto, scorrevole, il libro l’ho letteralmente divorato in pochi giorni e ammetto di essere stata molto fortunata, quando mi è stata proposta questa lettura, non conoscevo l’autrice, un esordiente davvero brava per Scatole Parlanti e mi auguro di poter ancora leggere della sensibile e attenta penna di Silvia.

Quando riesco a trovare un pezzetto di me nelle pieghe di un libro, non posso non ringraziare l’autrice e Nina ha tanto da insegnare.

Grazie.

Buona Lettura

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario