“La mistica del carismatico” di Salvatore Dimauro. A cura di Alessandra Micheli

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Sono convinta che il senso del sacro sia paragonabile a un odore che stuzzica ogni narice.

E’ un bisogno di avvertire, in modo più corporeo e meno indefinito, il bisogno di appartenere a qualcosa o a qualcuno che esca dalle pastoie della materialità. Perché anche l’amore terreno è frammentato e invaso da troppe e rigide paranoie, da bisogni intensi che offuscano quel senso di comunione che vorremmo avvertire dal contatto con l’altro.

La materia, seppur cosi bella e varia, cosi emozionante è a volte troppo intensa per noi, tanto da farci sentire sempre sulle montagne russe, in un frenetico via vai di salite e discese.

E quando sembra di aver raggiunto l’apice, quell’acme che tanto bramiamo, si scopre che esso è solo un illusione lontana.

Ed è questa tensione a raggiungere la cima della soddisfazione personale, forse, la colpa di tante incomprensioni e di tanto dolore.

Anzi della nostra incapacità a sopportare la vista del dolore.

Nella religione e nel sacro è la stessa cosa.

Si ha bisogno disperatamente di credere, si cerca di raggiungere quella unione mistica letta e descritta da tanti asceti, caricando di aspettative ogni anelito verso l’infinito.

Fino a trovarsi sempre con la bisaccia vuota.

Per noi, la scoperta di Dio o degli dei, deve essere strepitosa, spettacolare, piena di effetti speciali, come se fossimo sul set di un film potteriano.

Scintille, lacrime di sangue, eventi misteriosi.

E li bramiamo cosi tanto da convincerci che essi accadano.

La volontà di un segno che ci faccia sentire meno soli e meno sperduti, prescelti che un giorno avranno la risposta ai loro perché, perché di tanto male, di tanta morte e di tanta sofferenza.

Ma forse le risposte sono come dice Bob Dylan, “nascoste nel vento” e il vento non sempre ha la voce roboante di un tuono.

Non succede nulla di colossale, come in una scena hollywoodiana.

Come se il sorgere del sole fosse banale, come se l’alternarsi delle stagioni non avesse dell’incredibile, come se il nostro stesso corpo fosse così noioso per nulla mistico.

E’ la perdita di quel senso di meraviglia che ci fa attendere la voce tuonante del dio, che ci fa sperare in qualcosa di straordinario, perché la vita che si risveglia ogni giorno nei nostri occhi non sia abbastanza sconcertante.

Come se il mistero di nascita e morte fosse solo un qualcosa da osservare senza stupore, poiché privo di effetti speciali.

E allora la nostra ricerca spirituale deve avere eclatanti dimostrazioni di essere toccati da dio.

Anche io come il protagonista sono stata attratta dalla spettacolarizzazione del sacro.

Tanto, che decisi nei miei fecondi vent’anni, di partecipare a varie sessioni di preghiera dai carismatici, ai neocatecumenali, ai rosari in onore del pio padre. Attratta dall’entusiasmo di chi si sentiva protagonista di un miracolo.

Lingue sconosciute, luci, immagini, odori e visioni.

Ero lì in attesa, mentre intorno a me estatiche persone si sentivano toccare dalla mano di fuoco della divinità, vedevano la Madonna, sentivano profumi di fiori.

Io nulla.

Mi sentivo ancora peggio perché questi fenomeni, questi eventi “magici” non mi avevano scelta.

Nonostante fossi rinchiusa in queste fredde ma eleganti magioni, immersa in casi di isteria collettiva, non sentivo assolutamente nulla.

Ero già dannata?

Ero io bacata?

Ero così “impura” da essere esclusa dalla mistica?

Ero così imperfetta da essere emarginata dal sacro carisma?

Forse.

O forse dentro di me si sviluppava un diverso senso del sacro, che amava la tranquillità alla cacofonia di voci.

Che preferiva emozionarsi davanti alla magia di un tramonto, piuttosto che credere davanti alla manifestazione miracolosa del sacro.

Ero quella che piangeva non perché trascinata dagli altri, ma solo perché abbracciando un albero lo sentiva vibrare.

Perché sola, immersa nella calma in fermento della natura, ero convinta di vedere la terra alitare e io seguivo il suo respiro con lei sentendomi, per la prima volta, immersa in una delicata ma forte rete di interconnessioni.

In alcuni momenti, per fortuna non rari, io mi sono sentita foglia, pianta, sole, vento e terra.

Ero roccia e insetto.

Era una sensazione di perfetta completezza che nessuna sessione di preghiera, nessun guru, nessuna setta poteva darmi.

Ecco che mi riconosco nella bellissima, divertente avventura, permeata da una sottile malinconia, di Salvatore di Mauro.

E mi riconosco in queste parole che vi lascio, perché stavolta sia il libro a parlare per voi:

Eppure devo ammettere che una specie di bisogno di pregare c’è, non un bisogno ma piuttosto una sensazione, qualunque cosa voglia dire; rivolto a chi o a che cosa poi non saprei; no, questo non è corretto, “a chi o a che cosa?” , “a questo o a quell’altro dio?” A Dio, sicuramente questa sensazione non può che essere rivolta a Dio; chiedersi o scegliere “a quale dio?” equivale a cercare una qualche religione e non Dio, e le religioni sono appunto un insieme sterile di dogmi che sfociano nella massa dei riti: ora solenni allestimenti, ora cortei di baccanti dietro qualche statua, tutti insieme tesi a rappresentare la parodia del divino. Relegare Dio nelle dottrine delle religioni o nelle filosofie significa mortificare l’intuizione del sacro per asservirsi a delle norme che, ben che vada, non sono altro che convenzioni sociali. Gli imperi religiosi nascono dall’appropriarsi e dallo sfruttare, o addirittura schiavizzare, quella naturale “sensazione del divino” che sorge nelle persone e che viene mutata in quella fede che altro non è se non ubbidienza sociale ai ministri della norma.

Vedete, se desiderate il sacro non andate in cerca di santi e medagliette, di santuari o di sessioni estenuanti di preghiera, di sette e guru perché:

Questi infatti sono gli unici interessi delle religioni; gli dei che esse proclamano sono poco più che utili idioti funzionali all’esistenza delle religioni stesse. Null’altro che dei prestanome usati per ratificare in calce le regole sancite dai ministri del rito.

Immergetevi nella natura.

Ascoltate ridere un bambino.

Leggete o vedete un film e emozionatevi.

Correte con la vostra musica preferita nelle orecchie.

Sdraiatevi su un prato e giocate con le nuvole e le loro forme.

Accarezzate un gatto mentre siete davanti la fuoco di un camino.

Ascoltate il ticchettio della pioggia e assaporate l’odore della terra bagnata. Ascoltate il silenzio della neve, fatevi abbagliare da quel biancore.

Amate.

Piangete.

Fatevi strappare il cuore dal dolore ma sentitevi vivi.

Perché di sacro abbiamo solo il fatto di essere qui ora, così amati da essere resi più su di angeli e stelle grazie al nostro libero arbitrio.

Guardate gli occhi dell’altro e abbracciatevi.

E se siete oramai immersi in questa girandola di assurdità ( perché il sacro è già vostro, perché siete parti di dio) fatevi questa domanda:

Quella mattina davanti alla farmacia iniziai a chiedermi se per caso non mi si stesse prendendo per il culo.

Forse allora imparerete che non dovete cercare dio. Ma solo sapere dove si è nascosto, lì in quell’anima dove oramai non cercate più.

perché vedi, l’importante non è che tu ci sia o non ci sia:

l’importante è la mia vita finchè sarà la mia:

con te, Signore è tutto così grande,

così spaventosamente grande,

che non è mio, non fa per me.

Guardami,

io so amare soltanto come un uomo;

guardami,

a malapena ti sento,

e tu sai dove sono…

ti aspetto qui, Signore,

quando ti va..

Roberto Vecchioni

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