“Yohnna e il baluardo del deserto” di Andreina Grieco. A cura di Alessandra Micheli

 

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Mentre leggevo il libro di Andreina Grieco, nelle mie cuffie  udivo le soavi poesie in musica di Angelo Branduardi.

 Nel suo album incredibile altro e altrove, mise in musica tutti i versi d’amore più belli di ogni parte del mondo.

Abbiamo la dolce Laila che è paragonata al profumo dell’erba, al biancore delle perle, alla morbidezza delle sete preziose di Lahore e all’ebbrezza del vino di Shiraz.

Pur essendo di un diverso e lontano luogo (il Nepal) la canzone ha quella dolcezza zuccherina del dattero, il profumo di spezie lontane che sanno di cannella e fiori di garofano. Quell’effluvio che sa di acqua e deserti, di spazi lontani, incantati che da Damasco fino all’Iran riempiva i miei sogni di bambina. Eh si cari miei.

Sono cresciuta con la favolosa raccolta delle mille e una notte, sognando e sperando fino all’ultimo, che la meravigliosa Shaharazad riuscisse ad addomesticare il livore del malvagio re, con la sua dolce cantilenante voce.

E mi immergevo nelle avventure incantate di Simbad, o della bella persiana, adagiata su morbidi cuscini, irrorata di acque di fiori, petali di rosa che accarezzavano a ogni mio passo, bella  fiera come le loro eroine, regale ma tremenda come una spada, pronta a ferire il cuore del mio spasimante. Immagini di una femminilità passata, per nulla vinta, ma capace di addomesticare la violenza con la fantasia.

Oh dolci sogni di diserti ricchi di geni come il mio Aladin!

 Sogni di oasi e dai bellissimi guerrieri in blu, dagli occhi di ghiaccio.

Di libri magici, di tappeti maestosi e fatati, di dune e montagne, di albe e tramonti di fuoco.

Se oggi per noi l’Arabia è solo guerra e terrorismo, maschilismo sfrenato senza rispetto per il corpo, un tempo le poesie ci ricordano una femmina diversa, anzi una donna completamente aliena dai nostri stereotipi.

 Leggete questo anonimo arabo:

io canto la ragazza dalla pelle scura

 come una quercia la vento lei cammina ondeggiando

 io avido ho bevuto il suo amore a pieni sorsi

finchè non ho sentito il mio cuore farsi acqua

 lei muove i suoi capelli come le piume del pavone

 che scuote le sue Ali

 ma non potrà mail volare

un ragazzo coraggioso oso prenderla di mira

Al cuore lo ha colpito ed a morte lo ha ferito

lo canto la ragazza dalla pelle scura,

come una quercia al vento, cammina ondeggiando.

Un lampo tra le nubi, lo sguardo dei suoi occhi

rischiara all’improvviso il buio della notte.

Le sue guance sono rose nella mano del sultano,

corallo la sua bocca, rosse le sue calde labbra.

La copre un mantello che le sfiora la caviglia,

esile, il suo braccio e una spada sguainata.

La cadenza regolare del suo corpo

è un vascello che naviga sicuro…

Lascia il porto, prende il largo e va…

Come si nota dalle frasi, l’ideale femminile arabo era un misto incredibile tra forza, grazia, acume, sensualità portata da elementi visivi e olfattivi (spesso la pelle profuma di mirra o i capelli sono setosi quasi a sottolineare l’identità sovrannaturale della donna) senza che questo ledi la sua dignità regale.

 La donna è pericolosa perché sa “difendersi” da assalti non graditi e al tempo stesso è porto sicuro per gli affetti e simbolo della stabilità di un anima che vagava persa nei suo sogni.

Come Simbad insegna.

E non a caso la nostra Grieco, accanto a un protagonista Yohnna, erede della scaltrezza di Aladin e Sinbad, esiste una perfetta figura femminile, indomita e forse pazza, capace di mostrarsi di fronte alla divinità del Jinn in tutta la sua fierezza, come la ragazza cantata da Angelo Branduardi, Salima:

 

La donna in piedi davanti a un tavolo di madreperla, fasciata in un haik grigio chiaro che le lasciava scoperto solo il viso, mi accolse a braccia aperte. La strinsi a me con lo slancio di un bambino separato troppo a lungo dalla madre. Notai quanto fossi cresciuto dall’ultima volta: il suo viso, in cui campeggiavano due occhi d’ebano simili ai miei e un naso grosso e aquilino, ora si abbandonava sul mio petto e le mie braccia riuscivano a cingerla per intero.

 

Salima è una donna dai mille segreti, capace di affrontare con ferocia la malvagità e il potere maschile senza mai abbassare la testa, senza mai chiedere perdono, quasi orgogliosa delle sue cicatrici di battaglia:

 

Le guardie entrarono in quella stanza semi-buia. Un sibilo. Una freccia attraversò il mio campo visivo. Una freccia d’oro.

Il dardo andò a spezzare la corda. Un’ anta di un armadio cadde dal soffitto e colpì alla testa tre guardie. Altre due, colte di sorpresa, si ritrovarono un mio coltello dietro la schiena, mentre l’ultima rimasta fu seccata da una freccia lucente comparsa come la precedente da un angolo buio.

«Yohnna!»

Salima uscì dalla penombra coperta da un velo, con l’arco in mano e mi abbracciò forte. Ricambiai fino a sollevarla da terra per un istante.

«Sorella, sei stata magnifica, come diamine hai fatto?»

«Quando i tuoi avversari sono più forti di te non ti resta che superarli in ingegno

 

Come non rivedere in questo racconto dalle mille sfaccettature i miei adorati, amati racconti di infanzia, rinchiusi nel cuore?

Come non ritrovare Shaharazade negli occhi di giaietto di Salima?

I racconti del Baluardo del deserto, non solo ataviche rimembranze, ma incentrano la sua riflessione su un diverso concetto di divinità.  Il folle custode della natura, reso schiavo dalla saggezza del grande Salomone, è in cerca della sua salvezza e perché no, della redenzione, che solo il contatto con l’umano può dare, e che trova nell’ammirazione per un piccolo uomo, una fonte di divertimento ma anche di passione persa nei secoli, passati a fondare e rifondare templi in grado di osannare la grandiosità dell’uomo.

Ecco che non è l’uomo a riverire la divinità, è la divinità che per mezzo dell’uomo sale verso le regioni superiori dello spirito, liberandosi dai suoi peccati. Una divinità che pecca, non ha uno squisito sapore gnostico?

Ed è questa grandezza immeritata, questa non comprensione della meraviglia della materialità, che forse fa impazzire di gelosia le divinità minori: non sono forse gli uomini semplici schiavi?

Eppure esiste un Dio superiore persino al Baluardo, che li ha resi più importanti degli angeli e coronati di gloria e stelle.

Resi padroni dell’universo mentre i suoi Jiin, sue emanazioni,  semplici custodi della bellezza del creato.

E nonostante la pazzia di questi ibridi capaci solo di scannarsi l’uno con l’altro, il Baluardo deve poterli venerare, comprendere, capire e perché no, amare.

E in fondo, nonostante i suoi tentativi spavaldi di sopraffare il piccolo Yhonna, si rende conto che la scaltrezza, i sentimenti, la sua imperfezione ma anche l’orgoglio di essere un fragile essere umano,  lo rendono grandiosamente degno di rispetto.

 

Forse io, col mio discorso, l’ho aiutato ad aggiungere qualcos’altro sul piatto della bilancia: non è più degno di onore chi fa quello che gli pare senza pensare alle conseguenze, ma chi decide di crescere e accettare i propri limiti.

 

 

E sono i limiti lo sprone che ci permette di creare attraverso le nostre storie quei  riti che danno valore e consistenza al passato, creando il presente e invitando alla danza il futuro.

Ecco che attraverso la lettura incantata d un libro che è antico e moderno al tempo stesso, possiamo ricreare il passato di un Arabia diversa, di una Siria regno fatato, di una tradizione che poco ha da spartire con quella oscurantista del post moderno:

’Islam non deve soffrire di questi arcaici terrori perché fu in grado di spezzare questo circolo e insegnò agli arabi a riappropriarsi delle stelle e del tempo per fabbricarsi un presente. L’Islam ha cambiato completamente la relazione del credente col tempo, l’ha arricchita e ha collegato strettamente la sua vita con il movimento delle stelle. L’Islam ha dato ai fedeli l’immortalità in cambio della sottomissione e dava la possibilità di entrare nella storia attraverso la porta principale attraverso la sottomissione del mondo al calendario musulmano. Questa idea ricorre in tutto il Corano. La consapevolezza delle stelle della loro luce che riflette la luminosità dei corpi celesti fu la causa principe della fioritura della matematica dell’astronomia. Comprendere il cosmo  e i movimenti delle stelle significa comprendere le meraviglie create da Allah.  Galileo non sarebbe stato perseguitato nell’Islam perché le scoperte astronomiche non possono minacciarlo la minaccia all’autorità infatti pero viene non dall’esterno ma dall’interno dell’uomo; è l’immaginazione e l’irriducibile sovranità dell’individuo a generare squilibri e caos.

La visione islamica è quella di un cosmo in continuo movimento, la ricchezza della terra e dei cieli appartiene a chi vincola il governo celeste alla traiettoria delle stelle come se queste fossero in grado di dare a loro la saggezza necessaria a gestire le cose umane come specchio della perfezione del cielo. È un’idea antica suggestiva ma che fa comprendere l’immenso patrimonio filosofico e scientifico dell’Islam e non si capisce come mai oggi ci appaia come una religione terroristica oscurantistica, violenta, inconciliabile con la civile Europa. Piuttosto vedo intere generazioni di Arabi allontanati dalle sue conoscenze e dalle autentiche tradizioni ridotti a consumatori di gadget occidentali.

Islam e democrazia

 

E in omaggio al vero patrimonio islamico, quello della venerazione del creato come immagine dell’ordine divino, in onore alla bellissimo concetto di Maat egizia, il libro di Andreina Grieco rende feconde quelle zone oggi distrutte dalla guerra, dall’odio e dalla rigidità mentale, che tanto disonorano la meravigliosa ricchezza dell’antica ricchezza scientifica, quella che portò a osare e a abbracciare il cosmo considerato scrigno di meraviglia.

Questi racconti sono questo, moderni paladini di una civiltà che ha ancora molto da dare e da dire.

Che la Siria come simbolo del mondo arabo, possa rifiorire tra le macerie del suo passato grazie alla genialità di Yohnna, alla follia di Horeb, e alla forza indomita di Salima.

Perché soltanto grazie all’arte del raccontar storie che si rimanda di notte in notte, il giorno della carneficina.

Shaharazad insegna.

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