Il nostro blog è lieto di partecipare al blog tour di Tiziana Silvestrin “La profezia dei Gonzaga” edito da Scrittura e scritture. Oggi andremo a esplorare, “La citta di Mantova”.

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L’importanza dell’ambientazione per un libro è tutto.

Ne determina sia l’impatto emotivo e la capacità di immedesimazione sia il messaggio.

E’ il contesto a dare più corpo e significato alla scrittura, rendendola meno evanescente e più corposa, quasi una sorta di rappresentazione materiale della commedia umana in atto.

Perché sicuramente, il libro è e resta, un guitto che si mostra entusiasta e spavaldo al pubblico.

Nel caso di Tiziana Silvestrin, non sono solo gli accadimenti a parlare, ma è la città stessa che è la vera voce narrante. Quindi, nel libro la profezia dei Gonzaga, oltre alla descrizioni dei luoghi, spesso ombrosi e chiusi, come a sottolineare l’atmosfera di tragicità in conseguenza dell’atto doloso, è Mantova con la sua bellezza da regina mai sfiorita a darci il suo saluto, con quel sorriso saggio e vetusto, tipico delle classi alti, laddove eleganza, classe e accettazione della miseria, sempre nobile e mai totalmente disperata, convivono in un armonia indiscussa.

Com’è la Mantova della Silvestrin?

Oserei dire dicotomica.

Ha una parte oscura, poco luminosa, adombrata da una sorta di aria tetra :

un antica profezia si è avverata…un’oscura minaccia incombe sul ducato.

E una che la rende quasi irreale, eterea come una Avalon sbucata dalle nebbie.

Soffiava un vento leggero e umido, si sentiva l’odore del lago era una bella sera rischiarata da un cielo luminoso e non servivano fiaccole per attraversare la città.

E’ una città acquea, quasi a sottolineare la profonda emotività del testo incentrato sullo scorrere del tempo incessante e minaccioso, sulla costante sensazione di pericolo, di perdita, di catastrofe, di claustrofobia.

La privazione della sicurezza, garantita dalla dinastia “sacra”, rende Mantova sperduta, in cerca di un appiglio, in balia di burrasche e allagamenti.

Eppure, certe scenografie non possono non dare quel senso di immensa libertà al lettore, che cozza contro le catene della superstizione:

Tra i folti canneti che invadevano le acque dei laghi e le valli del Mincio esistevano percorsi nascosti che permettevano ai pescatori di raggiungere i posti dove si nasconde il luccio e il carpione…

Un luogo quasi mistico, laddove terra e cielo si confondono in chiare fresche e dolci distese limpide. Dove la pioggia, altro elemento acqueo, si fonde con la terra creando fango, elemento primigenio di ogni creazione:

il giorno dopo, sotto il dolce tepore di un sole ancora estivo una carrozza avanzava lentamente lungo la strada su cui insistevano larghe pozzanghere di acqua fangosa…..dopo il violento temporale notturno i fossi erano pieni di acqua, i germani nuotavano allegramente sulla strada nei punti il in cui il Mincio era straripato costringendo il cocchiere a rallentare i cavalli oramai ricoperti di fango…

Si tocca quasi la Mantova, il libro è profondamente vivo, quasi una sorta di magico portale per quella città cosi intimamente legata a questa dinastia, cosi antica e moderna al tempo stesso, cosi sonnacchiosa eppur viva…

Del resto seppur di origini antichissime (Fu città sotto il dominio etrusco così profondamente legato agli elementi di terra e ai galli così invece profondamente intrisi di un sacro timore e una sacra venerazione per le fonti, e per le polle in cui la divinità esprimeva il suo volere. ) il suo destino fu da sempre legato alla dinastia dei Gonzaga, che conquistarono il potere nel 1328 (sottraendolo, tramite una congiura ai Bonaccolsi. Pinamonte Bonaccolsi nel 1276 di fece proclamare capitano e generale perpetuo di Mantova).

Potere che tennero fino al 1707.

E furono gli anni del ducato di Guglielmo fino al sacco di Mantova del 1630, che videro fiorire una corte al suo massimo splendore. I tre duchi furono capaci, con la loro personalità estremamente peculiare di trasformare completamente ( in apparenza almeno) l’atmosfera che vi regnava.

La città stessa, fitta di palazzi , chiese, conventi, botteghe laboratori artigianali, negozi e mercati, interagirà con la corte ducale accogliendola al centro del suo enorme pulsante cuore.

Personaggi affaccendati come api operose, ricoprono le cariche e i ruoli più importanti, un microcosmo perfettamente organizzato, autonomo che vive e respira in un continuo scambio dialettico tra entità diverse ma tenute assieme dalla stessa tradizione e dalla stessa idea fondante: i Gonzaga sono i protettori, i garanti dell’ordine e della stabilità, demiurghi magici in grado di difendere il talismano della loro autorevolezza: la mummia del passerino.

Ecco che la città cosi moderna per l’epoca convive con una superstizione che richiama i miti della fondazione di altre città importanti.

La torre di Londra per esempio, difesa dalla regale testa di Bran il Benedetto.

Accanto a un variopinto mondo intellettuale, alla egregia manualità dei suoi artigiani, la religiosa venerazione del sacro domina le atmosfere del testo, sussurri di quella fornita compagine di alchimisti, chiromanti, e perché no ciarlatani che mantengono viva una sorta di tradizione esoterica.

Ecco allora che nebbia dei dubbi, ma anche intensi e torbidi laghi dell’inconscio collettivo, laddove il bisogno di simboli e di archetipi diviene impellente, fanno da sfondo a una ctonia natura di Mantova, custode di una sapienza che spesso trattiamo in modo superficiale e svogliato:

La profezia…vi siete dimenticati della profezia! “ sulla porta era apparsa la figura aguzza di Ludovico Ghisolfi. “ La dinastia dei Gonzaga governerà il mantovano, fintanto la mummia del passerino resterà in suo possesso. Aveva aggiunto in tono lugubre. “Finiscila Ludovico! E’ meglio che non ripeti più questa scemenza o qualcuno potrebbe buttarti da una finestra” gli intimò Menapace. “Scemenza alla quale tutti credono. E’ da quando è stata rubata la mummia che si respira un’aria pesante. Tutti abbiamo paura “

Mantova diviene cosi simbolo dell’eterna ricerca dell’uomo, la stabilità una legge superiore capace di convertire la barbarie:

il freddo si era fatto veramente intenso, il fiato formava piccole nuvole davanti alle facce e i residui di sangue rimasti sul pavimento delle Beccherie erano ormai diventati pezzi di ghiaccio scuro, le acque del rio si vedevano appena attraverso la foschia.

in sublime bellezza:

stando attenti a non scivolare attraversarono il ponte ammirando sotto di loro lo spettacolo dei laghi ghiacciati.

Stavolta non ho voluto raccontarvi i dati storici, o farvi rivivere Mantova attraverso un moderno viaggio turistico.

Una città non è formata solo da edifici, vie, monumenti, per quanto meravigliosi essi possano essere.

Ma da un ethos inscritto in un DNA profondo, che solo l’arte della scrittura può farvi conoscere.

E la Silvestrin, quest’arte la possiede appieno.

Buon Viaggio.

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A cura di Alessandra Micheli.

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