Blog tour “L’uomo delle castagne” di SØREN SVEISTRUP. Identikit del Serial Killer.

 

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Introduzione.

La mia passione quasi ossessiva per i thriller nasce da un’esigenza profonda, devo poter studiare il male, inquadrarlo individuarlo per poterlo privare delle sue armi. Il male mi spaventa, mi terrorizza perché sono consapevole da sempre che non riguarda una qualche entità deforme dalle lunghe corna, appartenente a una dimensione diversa, ma vive e prospera dentro di noi: nelle regioni infere dell’uomo.

I demoni sono le nostre pulsioni profonde non riconosciute e ingigantite dal silenzio e dalla noncuranza, rese torbide dalla frustrazione e rese pericolose dalla violenza e da ferite inferte, non sempre ma spesso, nell’infanzia. Il male è prodotto e scarto della società che nella sua ansia di ordine e di organizzazione, elimina e mette negli angoli tutti gli istinti più cupi e oscuri, e tutti i bisogni che minano alla base l’armonica coesione umana. Ecco che nasce il dissidente, il ribelle, il colpevole, il mostro che incarna, in un atto apotropaico, tutte le paure della collettività. Ma in questa nostra volontà di ordine assoluto, rigoroso, questa nostra strana tendenza a nascondere appunto nelle periferie dell’Io cosi come delle città o dietro le porte chiuse di perfette villette a schiera, le parti più scabrose e meno nobili di noi stessi, significa anche dare a tali parti una forza indomita. Chiudere gli occhi davanti alle problematiche psicologiche (ricordo che fino agli anni 50 la schizofrenia veniva curata con l’esorcismo) ma anche etiche, morali ed educative, non fa altro che creare una figura ombrosa, scomoda e terrificante che varia dal disagiato, al malato mentale fino a creare delle figure identificate come serial killer. Mio intento è provare a creare una sorta di identikit per comprendere quando la l’alienazione, il disagio, le ferite e un certo tipo di carattere, diviene preda di impulsi così oscuri e così dominanti da creare questo spaventoso mostro. Perché il serial killer è un mostro, in ogni senso. Dotato di una totale incapacità empatica, di una coscienza distorta che lo rende immune al dolore degli altri, considerato invece, come fonte estrema di potere e di piacere ma anche di un intelligenza fuori dal comune, straordinaria ma asservita alla volontà di rivalsa così eccessiva che, sposandosi con la vendetta, diviene brutale violenza, cieca e malsana.

Ecco il serial killer è fondamentalmente “malsano”, vittima e carnefice della sua distorsione mentale che gli preclude una percezione in grado di considerare come via alternativa alla dominazione la cooperazione e la collaborazione. Il sentirsi parte del tutto. Uccidere e deturpare spersonalizza la vittima e la rende soltanto oggetto, e l’oggetto è nelle mani del demiurgo che infligge la sua volontà dominatrice fornendo dolore e morte come un’oscura divinità ctonia.

Il serial killer non opera la coesione ma opera la distruzione.

 

Chi è il serial killer: prime analisi

Il serial killer non è il frutto della nostra moderna epoca. Forse il post moderno ha esacerbato la tendenza, ma questa figura è presente in ogni tempo. Quello che si è cercato di fare durante la modernità, in particolare quella di fine ottocento, è di circoscrivere scientificamente il fenomeno per studiarlo e quindi per poter trovare una soluzione, di cura e forse di redenzione. A tal proposito non posso esimermi dal citare gli studi, contestati e spesso dileggiati di Cesare Lombroso, che tentò con la fisiognomica di individuare le persone problematiche o i possibili criminali, attraverso dati fisici. Sarebbe stato davvero un passo avanti se gli studi di Lombroso avessero avuto delle certezze. Vero è che l’intelligenza della sua teoria fu quella di collegare interiorità ed esteriorità: le problematiche della mente, secondo lui, non potevano non essere individuate in tratti della fisicità. Forse questo punto sarebbe da indagare più approfonditamente. Valore della fisiognomica, a mio avviso, la ravvisiamo nella comunicazione non verbale, usata anche dalla polizia negli interrogatori. Altro valore delle teorie di Lombroso è quello di aver considerato il criminale come un “malato”, e questo permetterà alla psicologia di rilevare gli aspetti inconsci che permettono di formulare una diagnosi più approfondita sul perché si delinque.

 

Ma si può individuare il serial killer?

Ci sono dei professionisti, i profiler specificatamente, ma anche i criminologi che riescono, tramite osservazioni scientifiche che spaziano dalla biologia alla psicologia a trarre delle conclusioni generali atte a delimitare il fenomeno. Prima di tutto è necessario studiare la scena del crimine. Ogni elemento lasciato dal criminale si rivela utilissimo per poter tracciare un profilo del soggetto ricercato, e da quei dati fisici (impronte, tracce biologiche ) e materiali (oggetti vari e persino marchi di fabbrica del criminale ), si può provare a tracciare il cosiddetto criminal profiling che pone l’attenzione sul comportamento e sul modus operandi del soggetto studiato. Uno dei dati più interessanti è senza dubbio la tipologia della vittima, le caratteristiche di status, geografiche e fisiche, nonché il tipo e la forma delle ferite riportate. Questi possono dirci molto sia del tipo di serial killer sia una prima scrematura delle motivazioni complessive che lo portano a uccidere.

Da queste prime analisi si traccia un primo profilo: il seria killer ha ucciso almeno tre persone in tempi diversi e luoghi diversi, le motivazioni pur non essendo comprensibili a un primo esame, hanno comunque uno sfondo sessuale (il serial killer si eccita all’idea di essere onnipotente), i periodi di tempo sono piuttosto lunghi da giorni a anni, e la sua azione non è localizzata, ma può variare di molti chilometri nel raggio di azione omicidiario.

Da queste basilari norme possiamo distinguere tra :

ritual murder, ossia l’assassino uccide per adempiere ai dettami e ai rituali di sette pseudo-religiose o pseudo-psicologiche o a sfondo esoterico, con scopi di iniziazione, purificazione, propiziatori orgiastici (ne troviamo un caso interessante nel testo di di Tess Gerritsen Il club mefistofele). Un caso di cronaca è sicuramente rappresentativo dalla setta, operante negli anni 60 da Charles Mason;

Serial killer comune, in genere trova il suo sfondo ideale nelle città metropolitane, laddove riesce a emergere dal suo anonimato grazie alla sua azione criminosa, che lo eleva al di sopra della massa. Ovviamente la sua azione si concentra in zone ad alto rischio di marginalità e in condizioni di povertà, ed è per questo che spesso si identifica il serial killer con la sua genesi statunitense. La sua azione è favorita dalla perdita di controllo e monitoraggio sociale (la solidarietà contadina) propria di una società primitiva o rurale.

 

Finalmente un identikit.

Eccoci alla prova del nove, tentare di porre dei dettami generali per inquadrare il soggetto in esame.

1. Sono prevalentemente maschi di razza bianca nel 90% dei casi hanno un età compresa tra 27 e 45 anni. Sono sia eterosessuali che omosessuali;

2. Primogeniti;

3. Hanno trascorso infanzia e adolescenza in famiglie violente con madre dominatrice o patologica e padre assente o violento;

4. Da bambini sono stati trascurati o maltrattati, oggetto di bullismo o di violenze anche sessuali;

5. Da questo loro background hanno sviluppato comportamenti asociali e amorali, quali torture di animali (e conseguente insensibilità al dolore altrui) episodi di piromania e un marcato isolamento sociale;

6. Il mancato sperimentare di rapporti interpersonali e validi modelli di riferimento provoca l’incapacità di relazione con l’altro sesso, e l’accumulo di frustrazione e rabbia;

7. Manifestazione di comportamenti al limite quali furti, violenze, fughe da casa, abuso di alcol e farmaci;

8. Sono dotati un quoziente intellettivo medio/alto;

9. Assumono spesso una facciata di normalità che rasenta l’anonimato;

10. Per sfuggire allo stress e all’insoddisfazione si rifugiano spesso in un mondo immaginario;

11. Prima dell’omicidio vero e proprio attraversano una fase di fantasie onnipotenti di morte che si fanno, con il tempo, sempre più vivide e ingombranti che devono sfociare nell’azione delittuosa.

Le fantasie secondo, Roger Depue esperto dell’FBI, si fondano quasi sempre sul binomio sesso/violenza: con l’eliminazione fisica, con torture e brutalità varie, il serial killer appaga i suoi demoni che reclamano morte e distruzione, concretizzando un fantasma affamato di rivalsa, di vendetta e che lo porti a essere specialo in senso negativo con quella sensazione di onnipotenza. Aver avuto pieno dominio sul libero arbitrio dell’altro gli comunica eccitazione, trasgressione e lo fa sentire Vivo.

Ultimo ma non meno interessante catalogazione è sulle motivazioni:

abbiamo serial killer psicotici (guidati da allucinazioni uditive e visive):

1. Gli edonisti, uccidono per l’emozione e il piacere che provoca il dolore e l’istante in cui la vita abbandona il corpo;

2. I lust killer, ossia che uccidono per raggiungere l’orgasmo;

3. I missionari, ovvero che uccidono sulla base di motivazioni morali, e si rivolgono a una determinata categoria di persone, quali prostitute (ricordo Jack The Ripper) e tutte quelle considerate feccia. Uccidono anche sulla base della vendetta personale.

 

Conclusioni

Ovviamente non tutti i disturbati divengono serial killer. La scienza comportamentista che si occupa di questi soggetti è in continuo divenire. La mente umana è e resta ancora un mistero, ma sicuramente qualcosa dentro di noi ci pone su una sottile fune sospesa sull’abisso.

E forse è meglio imparare a fare amicizia con quell’ombra, se non vogliamo che l’abisso si nutra di noi e ci seduca.

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A cura di Alessandra Micheli