“Propechy man”di Simone Lari. A cura di Alessandra Micheli

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Ricordo ancora il terrore per il Millennium Bug.

Era una sensazione di catastrofe imminente, degna dei più foschi scenari medievali. Mi sentivo davvero riportata indietro all’anno mille, quando si attendeva l’Armageddon, che avrebbe finalmente spazzato via questa assurda umanità.

Eppure non successe nulla.

L’altra profezia che incuteva timore agli animi sempre più fintamente smaliziati dell’homo moderno, fu la profezia Maya del 2012. Anche lì attendevamo, chi con terrore, chi con speranza (io non vedevo l’ora che qualcuno mi caricasse sulla sua astronave) l’avvento della fine del mondo. A guadagnarci, in realtà, furono solo film e libri. Io ancora aspetto il sommo sacerdote Maya. Sto aspettando che mi porti dentro le tenebre della terra, dove sogno di trovare lo stesso mondo perduto che affascinò Conan Doyle, capace di prospettarmi novità, oltre che opportunità originali e creative.

Le profezie servono a noi esseri mortali per due motivi.

Il primo: i sognatori attendono con speranza nuovi bivi, consci di vivere in un mondo decadente, invecchiato, che ha bisogno di una bella spinta verso l’evoluzione.

Il secondo: coloro che sono i virtuosi dello status quo temono il nuovo che avanza, quella distruzione necessaria di apparati sociali che hanno dimostrato la loro perniciosa fallacia.

La profezia a un esame più approfondito, non è altro che il riconoscimento dell’impossibilità di superare e di andare oltre certi limiti ecologici, sociali o semplicemente etici.

L’immaginazione della catastrofe e della conseguente distruzione non è altro che il riconoscimento dell’ineluttabilità dei cicli naturali.

I Maya, protagonisti loro malgrado di questo libro, lo sapevano.

A cambiare e a morire, non era il mondo così come lo intendiamo noi, era semplicemente la consapevolezza che la loro società, la loro conoscenza, spunta troppo oltre, verso un apice incredibile, sofisticato ma al tempo stesso permeato di una superstizione radicata, poteva avere la sua parabola discendente. Le civiltà sono la rappresentazione del ciclo naturale: nascono, crescono e si sviluppano, toccano l’apice della grandiosità e poi implodono. E cosi che Vico raccontava i corsi e ricorsi storici, non la storia che si ripete ma l’uomo che, cosi cieco nella sua corsa verso il progresso, ripete sempre gli stessi sbagli.

E che sbagli sono?

Potere.

Deliri di onnipotenza, incomprensibilità del mondo ecologico.

Corsa verso la vittoria (quale vittoria non ci è dato sapere), volontà di ricchezza che significa sfruttamento eccessivo delle risorse, fino all’erosione delle stesse.

Il libro di Lari, oltre che un inquietante fantasy dalle tinte apocalittiche, non è altro che il racconto romanzato di queste tendenze umane. I prophecy man, che sono altro che quella coscienza radicata in noi che ci spinge a proteggere la creatura umana:

i prophecy man impediscono il verificarsi delle profezie più catastrofiche che riguardano il genere umano, dalle minacce localizzate e circoscritte, alle potenziali crisi globali con conseguente rischio di estinzione di massa.

Insomma sono una sorta di sovra-coscienza in grado di intercettare impulsi distruttivi, incanalarli in altre dimensioni e impedire all’uomo stesso di autodistruggersi. Non a caso nel testo si parla di una sorta di mappa fisica, già individuata da Graham Hancock nel suo splendido libro lo specchio del cielo. In questo testo ipotizza che le grandi strutture megalitiche e le grandi costruzioni maestose, lasciateci da un lontano passato (Tipo Angkor Wat in Cambogia) non siamo altro che una sorta di protettori della terra, in grado di garantire la stabilità delle forze telluriche, di indirizzare il magnetismo verso il cielo onde evitare il risvegliarsi del pericoloso serpente Wyrd, ossia un’energia serpentina che, se non adeguatamente controllata, provocherebbe disastri: terremoti, inondazioni e altri eventi catastrofici.

Insomma una sorta di autentica geo agopuntura.

E leggete questo passo:

vi sono sette torre presidio…inizialmente erano cinque una per ciascun continente, poi sono diventate sette per essere posizionate nei pressi dei sette chackra della terra. Punti di particolare interesse e potere per il nostro pianeta

Questo significa che i prophecy non si interessano di tutte le profezie.

Quelle relative a aventi cosmici o che riguardano l’evoluzione sociale, o eventi che possono portare a guerre globali, sono collegate profondamente alla crescita non solo della terra ma dell’essere umano. Sono i nostri insegnamenti che, secondo la bellissima teoria di Igor Sibaldi, dovrebbero spingerci verso la strada della perfezione.

Più si cade, più ci si dovrebbe rialzare con un apprendimento ogni volta diverso, fatto di esperienza acquisita proprio durante il fatto increscioso. Ecco che dovremmo poter riconoscere quelle situazioni potenziali o particolari capaci di innescare un effetto a catena, che ovviamente una volta reso incontrollabile, trascina tutto con sé.

Un effetto domino che può essere evitato se si riconosce l’azione che spinge la prima tessera.

È quella che poi garantisce gli effetti concatenanti che portano allo sfacelo. Ma è pur vero che, senza quelle guerre, senza molti degli orrori, nessuna evoluzione sia possibile.

Nessun apprendimento è in grado di far germogliare non solo grandi azioni che sono il simbolo della meraviglia umana (conquiste scientifiche o sociali come il welfare state, il voto universale, le dichiarazioni dei diritti di membri della società prima ignorati, tutela del lavoro minorile, grandi leggi che cambiano la storia) ma anche uomini straordinari (scienziati lungimiranti come Tesla, eroi, studenti che si immolano per la libertà come Palach, uomini che cambiano la storia solo con il silenzio come Ghandi).

Ed eccoci al secondo archetipo inserito da Lari: l’antagonista. Ecco questi antagonisti sono quelli che hanno fatto scattare il mio interesse, perché rappresentano la maggioranza delle persone che non solo si arrendono (liberissimi di farlo), ma che usano la loro personale frustrazione contro il mondo di cui fanno parte.

Sono fermamente convinti che le profezie non vadano ostacolate e che per rimediare ai nostri errori passati debbano favorire ogni profezia nota. Allora vanno fermati! Non sopporto le persone che inneggiano all’estinzione del genere umano e alla fine della vita della terra solo perché al mondo ci sono un sacco di stronzi.

Una grande verità.

Non si rifiuta un dono solo perché alcuni tentano di inquinarlo con i loro irresponsabili gesti. Il dono lo si protegge a ogni costo, facendo la propria piccola parte senza aspettarsi nulla in cambio.

Perché, se alla vita ci credi, se la vita la rispetti davvero, non sarà la profezia di estinzione a tutelarla: quella è l’ultima spiaggia dei vigliacchi.

Proteggere il nostro cosmo significa sperimentare, cambiare e arrivare alla semplice conclusione: siamo tutti parte di un sistema interconnesso, e siamo responsabili di ogni nostra minima azione.

I catastrofisti che inneggiano alla morte di ogni forma vivente, sono gli alleati migliori di quel male che “rosica” perché dio, un dio, non mi importa il nome che gli date, ha scommesso su di noi, e ci ha tanto creduto da renderci più importanti degli angeli e coronati di gloria e di stelle.

Io preferisco essere un prophecy man.

E voi?

 

 

“All’alba saremo liberi” di Deborah Muscaritolo, Eclipsed World editore. A cura di Sabrina Giorgiani

Deborah Muscaritoli non è un’autrice. E’ una nipote devota e amorevole che ha deciso di mettere per iscritto le esperienze vissute dal nonno durante la Seconda Guerra Mondiale.

Lo dice lei stessa nell’introduzione del “diario”:

“… ho sentito la necessità, il dovere e la responsabilità di scriverlo…”

Non lo scrive per se stessa, ma in memoria di quanti come lui hanno combattuto e sofferto e, soprattutto, per le nuove generazioni affinché:

sia testimonianza diretta di quanto accaduto… perché è necessario conoscere il passato onde evitare che gli errori si ripetano…

Ecco che il libro diventa staffetta, e Deborah Muscaritoli, passa il testimone verso il futuro.

Antonio viene chiamato alle armi il 4 gennaio 1941, messo alla ferma per due anni in qualità di allievo marconista. Orgoglioso di servire il suo Paese, mette tutto se stesso nello svolgimento del compito a cui è assegnato, collegamento radio tra l’aeroporto di Albenga e il comando militare.

Grazie alla sua posizione, viene a conoscenza di informazioni riservate tra queste la dislocazione delle truppe sui vari fronti. Quindi si può ben affermare che svolge un ruolo delicato e di responsabilità che richiede grande fiducia da parte del Comando Militare cui appartiene.

A seguito dell’armistizio, le truppe tedesche catturarono centinaia di migliaia di soldati italiani, tra cui Antonio che, rifiutandosi di collaborare con i tedeschi, venne deportato nel Lager Nazista Dora-Mittelbau, nel quale trascorse due drammatici anni. Nel libro, tutto ciò che ha visto e subito viene accuratamente attestato da documenti originali rinvenuti negli archivi storici di competenza.

Non mi voglio soffermare sulle sofferenze patite da Antonio e da quanti come lui, all’interno dei lager, invece, mi piacerebbe soffermarmi su quanto accadde successivamente l’Armistizio.

Questa parte di storia italiana, ben sviluppata nel libro tanto da indurmi ad approfondire il tema, è poco accennata sia in narrativa che in storiografia, presupposto questo, che induce a far dimenticare, a far rimuovere dalla nostra conoscenza culturale nazionale.

Il Generale Badoglio ritenne opportuno non informare dell’armistizio neanche i suoi collaboratori più stretti allo scopo di salvaguardare gli interessi della Casa Reale e se stesso. Il proclama pubblico colse il nostro esercito completamente impreparato, al contrario di quello tedesco che già dal mese di luglio aveva posto in essere piani in vista di un eventuale “tradimento” italiano. Le truppe tedesche, perfettamente istruite, vennero trasferite al Nord Italia, punto militare strategico per la protezione dei confini, ricco di industrie e di potenziale manodopera. Inoltre, il Comando Militare, aveva da tempo dato ordine di affiancare le truppe italiane ovunque fossero dislocate, fu quindi immediato e facile, circondarle e disarmarle.

Ai nostri militari venne chiesto di combattere al fianco delle truppe tedesche, l’alternativa era la prigionia, ma oltre 600.000 militari rifiutarono di collaborare; vennero ammassati in vagoni bestiame e rinchiusi in campi di lavoro in qualità di Internati Militari a vantaggio del Duce, che propagandò l’avvenimento come successo politico dovuto alla sua influenza sul Reich e a vantaggio del Fuhrer che guadagnò una massa di lavoratori a costo zero. Inoltre, non riconoscerli come prigionieri di guerra, permise la non applicazione dei diritti stabiliti dalla Convenzione di Ginevra del ‘29

Nel ’44, a seguito di forti pressioni della Croce Rossa Internazionale che voleva sapere le sorti degli IMI, Mussolini promosse un nuovo accordo con Hitler che prevedeva la trasformazione degli IMI in “liberi lavoratori civili” dietro firma di un apposito documento da parte degli internati. I nostri militari rifiutarono tale accordo, nonostante le vessazioni e prevaricazioni che dovettero subire, tanto che Hitler dovette, nel settembre del ’44, trasformare “d’ufficio” le loro figure. Questo accordo prevedeva la cosiddetta “libertà nei campi”, ovvero potevano uscire dal campo di prigionia e andare a lavorare nei paesi vicini sotto scorta delle SS. In realtà fu una prigionia odiosa, progettata a tavolino, avallata da Mussolini, accompagnata dal silenzio più totale del Governo Italiano e considerata “collaborazionismo” dagli Alleati. Un marchio di infamia che i soldati italiani subirono fin oltre la fine della guerra che avvenne nel Settembre del 1945.

A Giugno 1946 il Governo Italiano non aveva ancora inviato in Germania alcuna Commissione incaricata a proteggere gli IMI e ad organizzarne il rientro in Patria.

Questa parte di storia italiana, a mio avviso, meriterebbe essere approfondita anche a livello scolastico perché, se è vero che gli errori e gli orrori dovrebbero insegnare e renderci migliori, non è oscurandoli che si possono migliorare le future generazioni né, tantomeno, approfondire solo quelli perpetrati da un solo fronte.

Un libro che riapre ferite non sanate a causa dell’ostracismo che ancor oggi si perpetra.