“Tryte” di Luca Giribone, Europa Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho pensato molto a cosa scrivere per Tryte.

O meglio quale suo aspetto raccontare.

Perché sicuramente Luca ha inserito molte idee dentro al libro.

E sta a me fare da mediatore tra voi e questo strano autore, cosi ricco di fantasia e cosi profondo.

E so benissimo che non è stato facile scovarlo quest’autore, perché si nasconde dietro al testo, seminando inizi e deliziandosi della confusione di noi lettori appassionati.

Ma non perché ama metterci in difficoltà.

Ma perché già il senso stesso della ricerca è importante.

È importante il muoversi e poi iniziare a farsi domande fino ad arrivare alla stanza segreta, dove esistono i segreti, lo svelamento del fine della trama, dove tutte le storie tornano semplicemente una storia.

E cosa dobbiamo cercare allora mi sono chiesta?

Apparentemente il libro sembra raccontare della nostra società e di una Roma funestata dall’orrore della corruzione.

Storia patetica di oggi.

Ma qualcosa, dentro di me, mi diceva non è solo quello.

Perché Roma si accorge di essere perduta solo quando viene raccontata.

Prima dello svelamento tutto era immobile e stantio.

Uso spesso questa parola, stantio, che racconta molto bene della nostra triste società attuale.

Ecco il segreto allora mi sono detta.

Il libro parla del mestiere dello scrivere.

E scrivere in fondo significa dare corpo alla nostra realtà.

Scrivere è come il nominare di Adamo, spaesato in mezzo a un mondo appena creato iniziava a dare forma e consistenza al sogno di dio, tutto nato dalla parola, dal verbo, dal suo respiro.

Scrivere è creare si, ma anche dare vita, come i demiurghi, non solo a personaggi e fantasia ma ai messaggi, ai valori, ai concetti, agli ideali a tutto ciò che sostiene e fa da impalcatura alla nostra realtà.

Noi scrittori e voi i personaggi che prendete vita, fino a arricchire quella che Jung chiamava la coscienza collettiva.

Forse ecco perché Pirandello scriveva di sei personaggi in cerca d’autore.

Come se per esistere, archetipi e idee, dovessero per forza essere partorite dalla mente di qualcuno, dotato di un minimo di raziocino adatto per procedere per esperimenti e tentativi, fino a intersecare le giuste combinazioni di parole frasi e creare storie.

Non è quello che raccontate voi oggi editor?

Non è la vostra idea di scrittura quella di un calcolatore intelligente capace, con raffinati giochi di byte, a produrre racconti?

Non siete voi che in fondo considerate lo scrivere solo un tentativo, nutrito da qualche manuale da qualche regola?

Alcuni addirittura usano la matematica per formare personaggi, convinti che basta dividere in frazioni l’unità per poi riunirla.

E cosi che il progetto si chiama Tryte, un progetto di intelligenze artificiali quelle che oggi inseriamo nella letteratura.

Siamo noi calcolatori umani a dare origine per un caso o per una favola cibernetica a quelle storie.

Ma davvero il conte di Montecristo è soltanto questo?

È soltanto una causalità di incontri perfetti tra grammatica sintassi e una forma di pro-scienza?

Io non credo.

Credo che i personaggi non sono creati dall’autore.

Non è un Dio che modella creta.

O che produce parole.

L’autore è soltanto una porta.

E se è in connessione con quel magico mondo delle idee serve soltanto per portare Edmond Dantes, Elizabeth Bennet, David ma anche Frank E Elena in questo mondo.

E una volta accolti loro divengono reali, non soltanto forme abbozzate di pensiero.

Divento io, diventi tu, diventano tutti noi.

Frank è la giustizia che non vuole mai stare zitta, ma anche la coscienza di un mondo meno organizzato e più multiforme che le nostre limitatezze ci mostrano.

Frank è anche la guerra e la scoperta, è l’ambiente in cui vive e la follia di chi se ne discosta.

Dorothy è amore e maternità, ma anche accettazione tutta femminile che non esiste la fine.

Bobby è l’antenna che tutto collega in una fantasmagorico organismo vivente fatto si sottili ragnatele di eventi e ricorsi.

Elena è la volontà di uscire da se stessa e iniziare a provare a vivere in un modo più passionale.

O magari folle.

E il programmatore sarà l’uomo capace di dire no al suo passato e al suo presente, di dare un calcio al marciume e iniziare a crearsi un futuro in cui le catene sono solo un bel ricordo o un soprammobile.

E Il nostro sindaco sarà il potere che corrompe e che ne frega dei poveri coglioni dei cittadini che servono solo per produrre utili.

Ecco.

I personaggi sono dentro di noi.

E una volta attivati essi vivranno da soli, saranno loro a guidare l’autore e non viceversa.

Affinché il libro divenga soltanto un magico mondo in cui vedere l’altra soglia. Sta a noi decidere se sia abisso.

O paradiso.

Tryte è un inno alla creatività quella vera, quella che vive a prescindere dal nostro pensiero, e che grazie al nostro pensiero nasce.

Ma come un figlio poi si forma da sola e va per la sua strada.

E a noi lettori non resta che seguirla attonita e iniziare a raccontare ogni storia della storia, per poterci fondere con questo mondo chiamato iperuranio.

E tornare a essere persone senza l’ansia di cercare l’autore.

Magari fare le nostre battute e scrivere da soli il nostro finale o il nostro inizio.

Scrivere è un po’ come vivere.

E’ tutto un viaggio ammantato dall’incognita.

E con la libertà di scegliere il bivio che più ci aggrada.

Ecco che lo scrittore non diviene più autoreferenziale, cosi come Tryte non è più il libro di Luca, ma diventa mio, tuo e di Frank.

Diventa vita e carne, corpo e sogno.

Pensiero e materia.

E solo rari, rarissimi eletti, avranno la gioia di capire che quella bella stanza con il calcolatore, è solo una facciata.

La scrittura è soltanto una porta.

E l’autore, in fondo non fa altro che aprirla.

Ma non per lui.

Per noi e per il mondo intero.

Sono dei pazzi?

Forse.

Ma come direbbe De Gregori:

siamo quei pazzi che venite a cercare

e di cui abbiamo tanto bisogno.

“In carne e ossa” di Alessandro Maria Artistico, Nero Press editore. A cura di Vito Di Taranto

Non esistono minacce con un volto, non ci sono antagonisti in carne e ossa, il pericolo è qualcosa di invisibile agli occhi.

“…Il mio compito non si limita a far sparire un po’ di animali in eccesso: diciamo che io, con grande maestria, “riutilizzo le scorte”…”

Alessandro Maria Artistico racconta con stile semplice la storia di persone come Matteo che cerca di vivere una vita a modo suo, con sogni deliranti che si trasformano in realtà. Lo fa senza voler giudicare niente e nessuno, inserito in una situazione limite, che a un certo punto si ritrova a dover fronteggiare l’impossibilità di poter portare avanti la sua idea di mondo.

Vive un mondo riflesso in uno specchio.

“…Lo specchio è sempre sincero, anche oggi, ma non vero…”

Matteo proverà giorno dopo giorno ad adattarsi alle nuove situazioni, che muteranno senza che lui se ne renda conto, senza mai riuscire a sentirsi veramente cosciente di ciò che gli accade intorno.

In carne e ossa, si trasforma pian piano dall’essere una riflessione sulla vita e le speranze di un ragazzo, al racconto di puro e semplice rito di sangue e frattaglie da difendere da un branco di lupi affamati.

Riconoscere l’ombra, l’abisso di male che ci abita dentro, ritirare le proiezioni che ne abbiamo fatto sugli altri, integrare le parti scisse, è un processo terribilmente doloroso che si esprime in versi, attraverso le sensazioni del protagonista.

Folgorante potenza del buio… In carne e ossa è il racconto di emozioni terrificanti vissuti attraverso gli occhi del protagonista. Su questo palcoscenico oscuro, letteralmente senza luce, i personaggi iniziano a comportarsi in maniera strana, manifestando paure, ricordi, desideri perversi e repressi: un microcosmo apparentemente ordinato che va irrimediabilmente a rotoli.

“…Un germoglio, il germoglio, fresco, vivo, il primo della creazione. Che cos’è un uomo? Una voce lontana, poi buio…”

Il rischio che correte non leggendo questo libro con occhi attenti è quello di perdere il vostro senso del reale, il vostro spirito si piegherebbe facilmente e senza fatica a visioni chimeriche, l’illusione potrebbe divenire la vostra realtà.

Non è esagerato definire quest’opera un ottimo lavoro.

Un libro che comunque si legge in poco tempo e in maniera veloce e difficile da interrompere.

La scrittura di Alessandro Maria Artistico è degna di nota: il suo stile è elegante eppure semplice descrivendo situazioni che lasciano spesso basito il lettore.

Non si rimane annoiati, la narrazione è veloce come veloce è il sogno e l’incubo dentro al quale si crede di vivere.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.