Review party “April è scomparsa di Sarah A. Denzil, Newton e Compton editore.. A cura di Alessandra Micheli.

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Molti mi hanno chiesto il motivo che giustifica il mio immenso amore per il genere thriller.

Sono consapevole che spesso questi testi trasudano male, visto che si occupano dalla parte più infernale del nostro essere umani, la malvagità che deriva da una sorta di malfunzionamento della nostra mente, o causata da un trauma.

I motivi sono tutt’oggi oggetto di dibattito, ancora esistono lombrosiani (e ammetto che le loro conclusioni mi attraggono) che sono convinti che esista una sorta di gene della delinquenza, magari assopito e che necessita di uno strano input per accendersi. Un po’ come avere dentro la testa un interruttore nascosto che si attiva in certi tipi di condizioni, quando manca la luce e speriamo che accendendolo scacci le ombre, invece le ingrandisce e le rende reali; per altri è una sorta di apprendimento al male.

Quando non si parla non si fa pace con l’ombra junghiana, si rischia di cadere tra le braccia dell’abisso. Il problema è che forse entrambi hanno ragione. Siamo fatti purtroppo, o per fortuna, di materia che sperimenta il deterioramento costante, quindi la corsa verso il punto di non ritorno è connaturata in noi stessi.

A un certo punto, forse al pari dell’azione dei telomeri, quei meccanismi che rigenerano costantemente le spirali del DNA, anche dentro il cervello le sentinelle smettono di lavorare, e così si va verso una sorta di morte. Solo che la morte della mente non è la stessa morte che sperimenta la biologia del corpo, ma è ben peggiore. È come la tanto declamata morte dell’anima, tanto ben raccontata da Zia Jo Rowling. Lei stessa, nel descrivere la genesi di Voldemort, racconta di come esso abbia fatto la pazzia di spezzettare la sua anima.

E un’anima integra è oramai cosa morta, retta solo da oscuri istinti.

Ecco che perdendo empatia, compassione, capacità di piangere e di toccare con mano il dolore, si diventa così vuoti che per combattere questo stesso vuoto ci si riempie di potenti emozioni, e fidatevi non sono certo quelle come amore, amicizia e passione.

Il problema di questa sorta di cesura dell’anima/mente è che spesso si nutre di negatività. Una persona disturbata, che non è scesa a patti con il proprio inferno ma lo ha subito, diventerà simile a un vampiro psichico nutrendosi di ogni pensiero malsano presente nel circondario. Ecco che nel testo “April è scomparsa” i segreti più scabrosi, le ossessioni, le problematiche profonde non fanno altro che creare una rete viziosa in grado di incentivare e incrementare il senso di rivalsa e vendetta. Il serial killer si nutre di questo, si nutre di ogni sensazione che conferma la sua visione distorta del mondo e si sente investito di una sorta si ruolo salvifico e redentore, capace di scoperchiare il vaso di Pandora e tirarne fuori i suoi demoni. L’imperfezione umana, in questo testo, non serve per accettarsi, per iniziare una sorta di auro-terapia, ma per confermare costantemente la visione distorta dell’assassino.

Ecco che l’ipocrisia, la non volontà di accettare il disastro e da esso ripartire, i sensi di colpa di chi non si accetta e non accetta gli eventi luttuosi che purtroppo accompagnano la vita, divengono scusanti per atti di una violenza indicibile e manipolatoria: un modo improntato sui difetti deve essere purificato dal prescelto. E questo libro ci da la visione di un mondo che non accetta il dolore, che non accetta il fallimento, troppo occupato a assecondare un’immagine idilliaca che la società pretende da noi. Il matrimonio perfetto deve nascondere le sue crepe tentando il tutto per tutto, per mantenersi.

Chi vive il dolore non riesce ad accettare che esso irrompa spezzando tutto di un tratto, la sua perfetta idea di vita familiare. E entrambe le protagoniste Hannah e Laura non si rendono conto di essere semplici anelli di una lunga catena di visioni malsane, che dalla famiglia si perpetuano nella loro realtà. È solo l’incontro con il male vero che le risveglia da questo torpore. Vedete, il libro ci illumina su una grande realtà: il male non è un matrimonio fallito. Non è il perpetuare modelli di relazioni insani; non è il reiterare comportamenti distruttivi e lesivi della nostra dignità; non è il dolore sordo, la rabbia che ci accompagna quando le nostre immagini mentali non corrispondono alla realtà. Il male vero è mancanza profonda di empatia, di rispetto per l’altro, di capacità di commuoversi, di piangere, di provare compassione. Il male è quello che rende la purezza odio cieco e brutalità atta a dominare una vita che sentiamo aliena. Finché soffriremo, finché il dolore ci strazia, finché sembra di morire ogni volta, finché le ferite sanguinano, beh allora siamo salvi.

Quando nessun atto avrà quel calore, quel fuoco capace di scaldarci (perché anche il tormento è identificabile con un fuoco che brucia), saremo perfettamente sani; sanguinanti, forse, barcollanti, rannicchiati in noi stessi, ma salvi.

Perché il male non è emozione. È un lungo tunnel scuro senza rumori, senza luce, senza spine. È il nulla assoluto.

E questo libro ce lo insegna. Però è anche vero che forse, toccando con mano questa cupezza stantia e immobile, possiamo riconoscere che, in fondo, anche quello strazio di chi perde qualcosa di caro, è strazio perché in fondo si è amato. E ci si perdona di ogni colpa, felici, in fondo, di provare ancora turbamenti.

Perché se esiste la felicità è perché, come disse Coelho, ci scontriamo sempre  con la colonna del rigore.

Del resto esistono rose senza spine?