Il blog oggi presenta il libro “Lucrezia Borgia” a cura di Beniamino Malavasi, Pluriversum. Per tutti gli amanti della storia e non.

49841006_2364408560236080_8704375872502628352_n.jpg

 

 

Il libro è diviso in due parti.

La prima propone una panoramica sulla vita di Lucrezia, con qualche curiosità (esempio: perchè si chiama Lucrezia?

Sapete che è stata una valente amministratrice?).

La seconda parte, invece, presenta un racconto incentrato sull’ipotetico incontro fra Lucrezia e suo figlio naturale…

E’ un libro che, data la complessità del personaggio, non può certo pretendere di essere esaustivo.

Tuttavia, ben può essere visto come punto di partenza per approfondimenti e ricerche mirate sugli aspetti ivi menzionati.

Omaggio al mondo segreto. A cura di Alessandra Micheli


 

 

C’era una volta, è la frase magica per eccellenza che ci proietta in una dimensione fatata, quella che attrasse secoli or sono un abate scozzese un certo Robert Kirk autore del mio libro preferito Il regno segreto.

In queste pagine dal profumo strano quasi di bosco, egli sosteneva, nonostante la sua fede protestante, l’esistenza di un regno segreto popolato da esseri strani e misteriosi, dotati di leggi, di etica e di moralità che a noi sembravano alieni.

Era un mondo di regole distorte, quasi uno specchio deformato e i folletti, le fatine rese bonaria dall’opera di un certo disney qua apparivano meno luminose, meno solari con tinte oserei dire crepuscolari e rarefatte.

Le fiabe stesse, partorite dalle menti in contatto con questa strana dimensione, non erano certo quelle gioiosa che ci raccontiamo oggi.

Erano…crudeli, sanguinarie, gotiche e oscure, come se scaturissero da quella regione animica che più tardi, l’opera del buon vecchio Jung sdoganò dal tabù di non nominarla mai.

Le fiabe e il c’era una volta, sono dunque il lasciapassare per il mondo altro, il regno incantato dei Fearie.

Nascono in un substrato vespertino, in quell’orario che rende, per un istante sospeso il mondo, in bilico tra sogno e realtà.

La stessa fiaba di Peter Pan ha quest’inquietante oscurità.

Per non parlare di Alice immersa in un mondo di non sense, che ammira estasiata il ghigno inquietante del gatto del Cheshire.

Eppure quanto ho amato quel gatto!

Quanto ho sognato di sedere a quel tè bizzarro, quanto ho amato il cappellaio che nei disegni di quel libro che tanto amavo da bambina, risultava,,,spaventoso ai più…

Le mie fantasticherie erano cosi avvolte da una nebbia, dallo strano effluvio di lillà, di glicine ma anche di terra bagnata con un sentore di muffa che alle mie narici appariva come il più esaltante dei profumi.

Io trovavo in quegli strani racconti, una bellezza selvaggia, un canto antico che faceva vibrare corde segrete del mio essere.

E mi sentivo abbracciata da strane ombre, seguita da personaggi bizzarri, come se l’altro regno avesse trovato un varco o uno squarcio tra i veli che separano i mondi, per portare scompiglio e caos nella nostra stantia quotidianità.

Perchè è quello che fanno le fiabe, che creano i racconti che mi hanno nutrito come madri premurose.

E’ quell’atmosfera di terrificante, terribile magia che il libro certi racconti, gallesi e irlandesi sprigionano.

Vi siete mai chiesti il vero senso del termine terribile?

Ve lo svelo.

Nonostante noi preferiamo la dicitura classica ossia di un qualcosa che incute terrore, che atterrisce, esiste un altra strana definizione, quasi nascosta che mi attrae come calamita:grande, fortissimo, eccessivo, e indicare qualità straordinaria, formidabile.

Perchè il mondo numinoso è cosi, spaventoso perché rompe ogni logica regola, ma anche seduttivo, ammaliante, incantato, che avvince come una melodia, come il ritmo di una filastrocca, e che ci trasporta in un altra dimensione.

Non vi svelerò la strada per il Regno, che dovete scoprire da soli, ma vi svelerò il suo segreto più importante: le storie hanno tutte una fonte comune e divengono vere, importanti solo se qualcuno le racconta.

Noi stessi siamo storie che non smettono mai di provare a modificare finali, a inventare alternative e a tentare di staccarci da quella divinità che non fa altro che produrle, pensarle e renderle vive.

Di quel mondo raccontato da tanti autori, abbiamo un disperato bisogno.

Per tendere la nostra vita creativa, per provare perché no il sano orrore quando abbracciamo lo straordinario, cercando di far si che il weird ossia il bizzarro, il meraviglioso irrompano nella nostra vita rendendoci più simili a quella materia fatta di sogno, intessuta di illusioni di cui è fatta la nostra anima.

Siamo storie da raccontare o storia già raccontate, e apparteniamo a un mondo delle idee in cui tutto esiste e in cui tutto torna.

Abbiamo bisogno di credere che l’impossibile accada e possa accadere.

Abbiamo un disperato bisogno di fantasia.

E cosi leggere quelle storie, quegli autori che hanno osato sollevare il velo, mi ha portato indietro a quel passato lontano della me bimba che credeva come credeva Kirk, che il regno segreto fosse reale, tanto che bastava un piede in fallo per esserne per sempre rapito.

Forse meno luminoso dei sogni di oggi, scintillanti e pieni di luci colorate, forse

è ombra e nero ma un nero lucente, è fatto di vita e di magia.

E’ intessuto da rami che hanno una brillantezza diversa dalla nostra, quasi pallida come è pallida la luna.

Tutto brunito, tutto opalescente e al tempo stesso vivido.

Rapiti da questi antichi echi ci si sente sprofondare con una strana gioia e bramosità in un reame fatto di intricati legami con il nostro fatto di incomprensibilità, eppure cosi seduttivo.

E’ il luogo da cui la tradizione e i racconti, le leggende, i nostri archetipi prendono forma e si riversano nella mente elastica e fragile dei narratori di storie.

E il racconto diviene carne tanto che, chi è toccato da questo miracolo, viaggia assieme a loro.

Si siedono con te sull’autobus, prendono un tè e capisci che sono loro perché lasciano un profumo di bosco sui tuoi vestiti.

Sfuggenti flebili, sono il mondo vicino a noi, il passaggio da un regno all’altro, in cui far transitare istinti primordiali e una strana soffusa sete di magia.

E ora scusate, mi aspetta un tè con il mio amato Cappellaio, una grattatina al gatto ghignante e una bella corsa con tetri personaggi in una pazza, folle caccia selvaggia.

E magari una passeggiata al chiar di luna, con uno strano Re dalle lunghe corna e dagli occhi neri, capaci di ingoiare ogni luce, ma che brillano ancora una volta solo per me.

Il gran ballo mi attende.

“Cosa farebbe Frida Kahlo” di Elizabeth Foley e Beth Coates, Sonzogno. A cura di Sabrina Giorgiani.

Viviamo in un’epoca strana e particolare.

Apparentemente ognuno di noi pare sicuro di se stesso e del ruolo che si è dato in questa società.

Con un semplice “click” riusciamo ad arrivare ovunque, commentare ogni cosa, dibattere e ribattere su ogni argomento. Persino gli adolescenti mascherano la loro immaturità con presunzione e supponenza.

Ci sentiamo liberi di dire, di fare, di vestire, liberi nel pensiero e, soprattutto, liberi di giudicare.

Non ci accorgiamo che parliamo per slogan imposti, che vestiamo perché così dice la moda; che ci atteggiamo perché, oggi, apparire è ciò che conta; che discutiamo senza conoscenza perché non importa tanto ciò che si esprime, ma quanto si riesce ad urlarlo con arroganza.

Viviamo in un’epoca povera di ideali, sterile nella conoscenza, distruttiva in tolleranza.

Siamo dei “revisionati” per poi essere “omologati” a nostra insaputa.

Manca la volontà di capire quanto la conoscenza porti alla bellezza; manca l’entusiasmo individuale del voler apprendere, la forza di rischiare per andare contro gli schemi e, soprattutto, mancano i modelli cui prendere ispirazione.

Il libro di E. Foley e B. Coates apre l’introduzione con queste parole:

noi ci siamo trovate a guardare ansiosamente al passato in cerca di rassicurazione e ispirazione: rassicurazione circa il fatto che il mondo continui a diventare sempre più a misura di donna; e ispirazione dalle donne straordinarie che in passato hanno sconfitto il sistema”

Con un pizzico di ironia e leggerezza, le autrici ci descrivono la vita di 50 donne, ognuna vissuta in un’epoca diversa, che può diventare “esempio profondamente ispiratore a nostra disposizione”.

A volerlo leggere, il passato insegna sempre perché, nonostante le epoche storiche e le circostanze siano diverse, si possono trovare esperienze in comune.

Diventa così interessante e formativo riuscire ad individuare come, “dall’antico Egitto all’età d’oro dell’Impero Russo, nel vecchio West come nella Parigi in tempi di guerra” le donne siano riuscite nell’affermazione di sé stesse.

Alcune di loro sono conosciute altre sono quasi anonime, tutte sono state imperfette ma perfette nella loro imperfezione.

Sono tutte figuri femminili che hanno lavorato duramente per avere un peso all’interno della società in cui hanno vissuto. Donne che hanno remato controcorrente per emergere, chi attraverso lo studio, chi attraverso l’ingegno.

Le autrici concludono il loro libro con una poesia che voglio riportare in questa recensione, di Maya Angelou:

Ci estasiamo per la bellezza della farfalla, ma raramente riusciamo ad ammettere i cambiamenti che ha dovuto attraversare per conquistare tale bellezza”.

Questo libro può essere da sprone nell’individuazione del cambiamento che porta alla bellezza, da stimolo a perseguirlo, da incoraggiamento a non mollare mai nella crescita personale.

Questo è ciò che questa narrazione vuole trasmettere ed è per questo motivo che, nonostante siano prese ad esempio figure femminili, mi sento di incoraggiare la lettura sia alle donne che agli uomini.

Un libro formativo, persino motivazionale, scritto con una “leggerezza” che rende ancor più piacevole la lettura.

La Quixote editore presenta “Bello in rosa” di Jay Northcote. Imperdibile!!

Bello in rosa- cover.jpg

 

 

TRAMA:
Ryan non sta cercando una relazione con un ragazzo… e Johnny non sta cercando una relazione, punto.
Ryan è sempre stato attratto da altezza, gambe lunghe e capelli biondi, preferibilmente femminili. Quando Johnny attira il suo sguardo a una festa, Ryan si scopre interessato, anche se con un maschio non gli era mai successo. L’attrazione è reciproca, e la notte fantastica che segue gli apre gli occhi sulla sua bisessualità.
L’esperienza ha insegnato a Johnny che l’amore fa male. Rimanere single è più sicuro, e non c’è bisogno di relazioni complicate visto che rimorchiare è facile. Quando si trasferisce nella casa accanto a quella di Ryan, tutti e due sono interessati a riprendere da dove avevano interrotto, e sembra un accordo ideale: comodo, di reciproca soddisfazione, e senza implicazioni.
Nonostante le loro migliori intenzioni di mantenere tutto occasionale, oltre al legame fisico ne sviluppano uno emotivo. Entrambi cominciano a volere di più da quel rapporto, ma hanno paura di ammetterlo. Se vogliono far funzionare le cose bisogna che comincino a essere sinceri; prima con se stessi, e poi l’uno con l’altro.

L’autore. 
Jay vive appena fuori Bristol, nel West England. Viene da una famiglia di scrittori, ma ha sempre pensato che con lui il dono per la narrativa avesse saltato una generazione. Ha passato anni a scrivere solo e soltanto email, articoli, o contenuti internet.
Un giorno ha deciso di provare con un racconto, giusto per vedere se ne era capace, e ha scoperto che dava dipendenza. Non ha più smesso da allora.
Jay è transgender, e in precedenza era noto come ‘lei’.

 

 

Dati libro 

TITOLO: Bello in Rosa

TITOLO ORIGINALE: Pretty in Pink

AMBIENTAZIONE: Inghilterra

AUTORE: Jay Northcote

TRADUZIONE: Sara Linda Benatti

GENERE: Contemporaneo

SERIE: Housemates #6

FORMATO: E-book e Cartaceo

PREZZO: € 3,49 (e-book)

PAGINE: 230

DATA DI USCITA: 22 febbraio 2019

Oggi il blog consiglia “Non ne abbiamo la più pallida idea” di Jorge Cham e Daniel Whiteson, Longanesi editore. Da non perdere.

3A2434C0-8662-40AA-86AF-BE10D351CEE7.jpg

 

“Ti piacerebbe sapere come ha avuto inizio l’universo, di cosa e fatto e come finirà? Ti interesserebbe capire da dove vengono lo spazio e il tempo? Vorresti sapere se siamo soli nel cosmo sterminato oppure no? Peccato! Questo libro non risponderà a nessuna delle precedenti domande. Al contrario, parlerà di quello che non sappiamo, cioè di tutte quelle grandi questioni che pensavi fossero già state chiarite, ma che invece non lo sono. Spesso si sente parlare di grandi scoperte che finalmente consentono di fornire risposte importanti, ma quanti di noi conoscevano la domanda prima di scoprirne la risposta? E quante sono ancora le sfide da affrontare? Lo scopo di questo libro e appunto quello di farti conoscere gli enigmi tuttora irrisolti.”

 

Non ne abbiamo la più pallida idea è un saggio divulgativo che con rigore, ironia e grande facilità divulgativa, guida il lettore alla scoperta di argomenti complicati con parole semplici e con l’ausilio di infografiche e illustrazioni. Dalla materia oscura all’antimateria, dalle onde gravitazionali ai buchi neri, Cham e Whiteson ci invitano a vedere l’universo sotto una nuova luce: una immensa distesa di territori ancora selvaggi e inesplorati.
Jorge Cham, PhD in Robotica a Stanford e creatore di una nota striscia di divulgazione scientifica a fumetti, e Daniel Whiteson, docente di fisica delle particelle che collabora con il Cern, uniscono le forze in un libro che esplora i più grandi misteri insoluti dell’universo e spiega come mai siano ancora tanto misteriosi e che cosa hanno fatto, finora, gli scienziati per trovare delle risposte (o almeno per farsi le domande giuste). Un caso editoriale internazionale i cui diritti di pubblicazione sono già stati acquistati in 25 paesi.

Gli autori.

JORGE CHAM, originario di Panama, ha conseguito un dottorato in robotica alla Stanford University. È il creatore di una nota e pluripremiata striscia a fumetti che tratta temi di divulgazione scientifica e vita accademica, “PHD Comics”.

DANIEL WHITESON è fisico delle particelle e lavora al progetto ATLAS del Cern, al centro della scoperta del bosone di Higgs. Attualmente insegna Fisica e Astronomia all’Università della California.

 

 

“Il diario della Verità Perduta” di Giacomo Fratini, edizioni Efesto. A cura di Alessandra Micheli

il diario.jpg

 

 

E doveva arrivare il giorno X, quello in cui avrei osservato il candore del foglio, rendendomi conto che non ero in grado di inserirvi le mie idee e le mie emozioni.

Non fraintendete.

Vi vedo li a ridacchiare e sussurrare.

Non ci riesco perché il libro non è solo un capolavoro ( e fidatevi, sapete che non uso le parole a caso) ma perché questo testo ( mi inchino di fronte alla magica arte di Fratini) mi colpisce nel profondo, titilla la mia mente, accarezza soave la mia anima, stuzzica la mia curiosità.

Che finalmente si accende di mille bagliori e inizia a viaggiare con la fantasia.

Di libri belli, belli da strapparti cuore e viscere, ne ho letti.

Ma vedete questo, questo piccolo prezioso gioiello, contiene dentro la sua struttura scorrevole, accattivante, seducente, ricca di fasti e di adrenalina, tutti i miei anni di studi.

Quasi 20 per l’esattezza.

E, quindi, potete immaginare la mia emozione, il mio giubilo nel riconoscere i tratti di quelle ricerche abbozzate nei miei dodici saggi, nei miei mille articoli e in chili di fogli contenuti nella mia preziosa cartellina.

Come essere obiettiva?

Beh perdonatemi.

Ma non ci riesco.

Quindi la recensione sarà diversa, sarà ricca di quel piacere sottile ma invadente, che mi procura la ricerca.

Iniziamo, dunque, l’arduo ma intrigante viaggio.

E in che ambiente ci porta il Fratini, tanto da aver conquistato una vecchia orsa come me?

Attraverso la tradizione.

E non la tradizione folcloristica, ma archeologica, mistica, esoterica e occulta, quella che fu definita dal grandioso Renè Guenon, la scienza sacra.

E di scienza sacra, seppur romanzata ma con punti solidi e precisi, questo libro ne è fortemente pervaso.

Ora, prima di raccontarvi il libro dovrei fare qualche necessaria premessa.

Ovviamente non intendo narrarvi la trama, quella penso siate in grado di leggerla da soli.

Forse, io posso solo suggerirvi spunti di riflessione e elementi capaci di affascinare i sensi, ammaliare le menti e spingere a immergervi nella vera letteratura e ad abbracciare la sua reale funzione: quella di comunicare.

La prima precisazione, fondamentale luce per il buio degli scettici, è nella apparente contraddizione, tutta occidentale, tra i termini occulto, esoterico e scienza.

Siamo oramai mentalmente rigidi riguardo alla necessaria distinzione tra materia e spirito, o per dirla alla Gregory Bateson tra pleroma e creatura.

Lo stesso Cartesio divise i due piani di indagine: da un lato la scienza che indaga i fenomeni umani e dall’altro l’afflato alla spiritualità, ai vagheggiamenti mistici che sono soltanto illusioni della materia.

La realtà è concreta e precisa.

La realtà è misurabile, dio no.

La cesura tra spiritualisti e materialisti è, oggi, cosi ampia da provocare quel solco pericoloso dove vengono erroneamente inserite motivazioni meno nobili, oserei dire blasfeme, utili per colmare tale abisso tra le due differenti visioni della realtà.

Beh vi illumino: non sono visioni opposte.

L’esoterismo, ciò che è nascosto, l’occulto, ciò che è sepolto, non rappresentarono altro che una peculiare modalità di indagine scientifica. Ciò che era ignoto sembrava possedere una strana energia, che non quantificabile veniva chiamata magia, mana, o potere. Era la capacità di “manipolare” “plasmare” trasformare la materia dopo una lunga esperienza interiore e esteriore che portava alla conoscenza di precise leggi.

Vi sembra cosi assurdo?

Oggi è possibile compiere gli stessi atti “magici” degli antichi sacerdoti, degli antichi maghi ossia manipolare intervenire sulla materia.

Oggi i zoroastriani si chiamano, udite udite, fisici dei quanti. E tramite l’atto del plasmare la materia si hanno energie che viaggiano su due binari: distruzione e costruzione. La stessa energia nucleare è sia benevola che malevola.

Basta osservare il procedimento scientifico per comprendere come esso assomigli a un atto rituale: strumenti, concentrazione, studio danno la possibilità di interagire con le particelle subatomiche.

E abbiamo anche mantra e formule specifiche: la forza arcana della relatività ha il suo seduttivo potere della formula magica : E=mc².

E grazie a questa si compiono, oggi, strabilianti azioni.

Non vi tedierò con le conseguenze di tale formula ( dall’antimateria alla possibilità dei multiuniversi) certo è che, forse, tale scoperta contrasta con la primitiva legge di Newton, confermando, tramite la genialità della fisica quantistica, la sua inesattezza.

Quindi come si narrerà nel libro : Newton ha sbagliato

Infatti, lo spazio e il tempo ASSOLUTI non esisteranno più e saranno rimpiazzati da un’entità chiamata SPAZIO/TEMPO dove essi si influenzeranno a vicenda.

Insomma protesterete, siamo sempre di fronte alla scienza, che c’entra quindi l’esoterismo?

C’entra miei cari, c’entra.

Avrete oramai capito che il Vangelo della verità perduta, si rivolge all’antica sapienza di popoli persi nei mari del tempo, che un manipolo di arditi uomini, uniti da un antico patto, (quello di migliorare la società civile) si impegneranno a comprendere e a riportare in luce.

Ebbene, queste conoscenze che in fondo sembrano riportare alla nuova fisica, erano in possesso, pare, di vetusti popoli.

Che li descrissero nei loro sacri libri.

Uno di questi concetti scientifici di avanguardia, era il potere del suono.

Per i nostri progenitori, il suono era un’energia capace di influire con le sue vibrazioni, su ogni tipo di materia. Anche quella più pesante, più dotata, cioè di massa.

Quindi, per forza Newton era diciamo sorpassabile.

Le trombe di Gerico, la costruzione delle piramidi egizie, i racconti dei monaci tibetani, erano forse testimonianze di conoscenze scientifiche perdute.

E a chi ribatteva che si trattava di scritti allegorici, un simpatico geniale omuncolo dimostrò che non era cosi.

E nel libro si fa riferimento a Coral Castle.

E non ditemi che non conoscete Coral Castel?!

E come immaginavo a illuminarvi tocca a me.

Trattasi di una struttura architettonica in pietra calcarea progettata da un certo Edward Leedskalnin. E si trova, nientepopodimeno che in Florida ad Homestad.

Ora immaginate un castello, anzi un vero e proprio parco, adornato di blocchi di pietra lavorati e scolpiti a forma di mura, grandi tavoli e sedie, bassorilievi e un torrione abitabile.

Tutto innalzato nell’arco di 28 anni dal 1923 al 1951.

E dove sta il mistero?

Che il nostro Leedskalnin mantenne uno strano, ambiguo riserbo sulle tecniche utilizzate ( il blocco più grande pesava circa 30 tonnellate).

Ogni tanto, stuzzicava l’interesse dei giornalisti l’accenno a segreti costruttivi della grande piramide di Giza. E in più, scrisse brevi memorie autobiografiche come il Magnetic current in cui sono condensava le sue idee come l’elettromagnetismo e anche un accenno all’utilità del suono come strumento per spostare grandi massi.

Intrigante vero?

Ovviamente il riferimento alla piana di Giza, più il fatto che l’Egitto e gli antichi regni sumeri (misteriosi e avvolti da un aura di strano mistero grazie a Sitchin) rimandano la mente ai misteriosi poteri del suono. Il suono stesso, in fondo risulta una forza indispensabile per dare sprint all’umanità: se si legge la bibbia (anch’essa mutuata dagli antichi scritti mesopotamici, come vedete tutto torna) si racconta come era il verbo ( il suono) l’elemento creatore per eccellenza. Anche il famoso tempio di Salomone (sancta sancturoum, fulcro della religiosità ebraica) pare abbia avuto, sopratutto, la funzione di custode di conoscenze complicate. Addirittura c’è chi proponeva l’arca dell’alleanza come prototipo di una macchina ad energia nucleare.

Ardito e blasfemo.

E chi ebbe l’opportunità e l’onore di sostare sotto le rovine del tempio?

Ma si!

Proprio loro!

I Templari!

Ed ecco il secondo riferimento alle arcane conoscenze: l’ordine guerriero fu, secondo molti scritti e molte teorie, il depositario di segreti inconfessabili.

Cosa fossero beh possiamo fare solo congetture.

Chi propone il ritrovamento del vangelo Q, in cui si sancirebbe l’umanità del Cristo.

Chi il ritrovamento della salma di Gesù.

Chi documenti attestano un’altra verità: non Pietro come il fondatore della chiesa, ma la Maddalena.

Chi la stirpe sacra nata dal matrimonio di due nobili stirpi, appunto la Maddalena e Joshua.

Chi addirittura l’arca dell’alleanza.

Chi altri manufatti sacri ebraici.

E chi, appunto, scritti attestanti le conoscenze evolute della mistica ebraica, mutuate proprio dai Sumeri, la cui origine “aliene” viaggia ancora nella fantasie odierna.

Cosa secondo Fratini, i nostri protagonisti ritroveranno, beh lo dovete scoprire voi leggendo.

Altro riferimento.

Quale fu la regione di maggior sviluppo templare?

La Linguadoca.

Il Razes.

La Francia meridionale.

E in quella zona prosperò un altro movimento occulto, capace di dare la sua impronta duratura nella nostra tradizione sacra.

Ed Emile vi ricorderà, ed è qua che la mia emozione raggiunge le stelle, un altro paesino protagonista di strani accadimenti e funestato da orribili morti, con un parroco, anzi due all’avanguardia : Rennes Le Chateau.

Da anni io viaggio a Rennes sia fisicamente, sia con la fantasia.

Sosto nella sua strana chiesa e prego davanti alla tomba di Berenger Saunniere.

Leggo e contemplo il lascito di Henry Boudet, La Vraie Langue Celtique.

Racconto a me stessa la sua arcana storia, sviluppata in un regno di leggende di miracoli e dotato di una geografia arcana, capace di formare, con i suoi monti e le sue fonti, un pentacolo vivente.

Sede di grandi enigmi e di ordini esoterici di fondamentale importanza, alcuni mitici come il priorato di Sion guidato dal geniale Plantard e la massoneria che in quella zona fa sentire la sua acuta voce.

Emile e Rennes, vivono di leggende rese reali dalla legittimazione del pensiero.

La Giana e la Dea Bianca respirano in questo luogo magico, soffuso di bagliori e di incredibili opportunità.

Sono sedi di tesori inestimabili che partono dai visigoti all’eredità templare.

Vivono nelle grotte strani personaggi, strane figure che soltanto il nostro imperituro sentire cattolico ce li fa apparire demoni.

Secondo, Mariano Bizzari, sotto Rennes si dirama una tradizione occulta, demoniaca, iniziata con un lontano esoterista un certo Gerard de Nerval e finita con un vangelo perduto quello dei Cainiti, strana setta gnostica che venerava come salvatore e redentore, non il povero Abele ma il crudele Caino.

Un Caino si fratricida, ma stranamente intoccabile dal marchio che lo stesso dio aveva apposto nelle sue carni.

Nessuno tocchi Caino

è oggi, il mantra di coloro che sono contro la pena di morte.

Peccato che, ehm, secondo la Bibbia, Caino non era uno stinco di santo. Insomma ammazzare il fratello non è contemplato nel manuale del bon ton.

In quella regione, secondo lo storico Louis Fediè, si narra dell’esistenza di cunicoli sotterranei il cui ingresso di collocherebbe sotto il peyte dreto il menhir posto sotto il meridiano zero nel comune di Peyrolles.

E in quegli anfratti vivevano le fate del mondo altro, las Encantados.

Alcuni studiosi, raccontano che questi encantadores, in fondo, non erano altro che una popolazione celtica, la cui caratteristica era un acre odore della pelle ed un incarnato pallido, dai capelli cosi biondi da risultare bianchi, seguaci “sanguinari” di una vetusta divinità chiamata appunto Dea bianca ( la dea oggetto di studi del grandioso Robert Graves).

E quella popolazione, parrebbe essere risorta nelle vesti di una strana etnia, bistrattata durante il medioevo, derisa e oggetto di terrore cieco: i cagots.

Andrei avanti per giorni a raccontarvi di queste tradizioni.

Ma spero che questo viaggio, attraverso la bravura di Fratini, vi abbia intrigato, tanto da farvi immergere in questo libro fantastico e abbeverarvi alla fonte, riconoscendo i passaggi e i capitoli oggetto della mie recensione.

E fidatevi, questo percorso vi trasformerà del tutto, facendovi avvicinare all’incanto, facendo si che il mistero confluisca in voi.

In fondo, è questo il sogno di uno strano abate un certo Boudet che voleva rendere un antico Cromlech una sorta di trasformatore e purificatore di energia.

Una sorta di macchinario capace di spezzettare le particelle subatomiche e ricomporle in una forma nuove e evoluta.

Passando attraverso la porta arcana, noi diventeremmo uomini di intelligenza superiore.

Beh, io non posso offrirvi una struttura fisica, ma posso invitarvi a cambiare attraverso questa piccola, grandiosa porta che è il libro di Fratini.

La Triskell editore presenta “True colors” di Thea Harrison. Imperdibile”

image001.jpg

 

Sinossi:
Alice Clark, wyr e insegnante, subito dopo aver saputo che due suoi amici sono stati uccisi in altrettanti giorni, trova il corpo in una terza vittima, anch’essa sua amica. Arriva sulla scena del crimine solo pochi minuti prima di Gideon Riehl, lupo wyr e detective della divisione wyr per i crimini violenti… e, come Alice lo riconosce a prima vista, suo compagno.
Ma l’improvvisa connessione tra Riehl e Alice si fa complicata quando scoprono che gli omicidi sono collegati a un serial killer che ha già colpito sette anni prima, uccidendo sette persone in sette giorni. Hanno solo una notte prima che l’assassino colpisca di nuovo. E ogni segno indica Alice come prossima vittima.
Avvertenze
Questo libro contiene un sexy detective della polizia, un violento assassino e un’eroina che può mimetizzarsi ovunque…

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 25 Febbraio

Collana: Reserve

Titolo: True colors – Edizione italiana
Titolo originale: True colors
Serie: Razze Antiche #3.5

Autore: Thea Harrison
Traduttore: Laura Di Berardino

Genere: Fantasy
Lunghezza: 106 pagine

ISBN ebook: 978-88-9312-486-7


Prezzo: € 2,99

“La pioggia a Cracovia” di Simone Consorti, Esemble editore. A cura di Rita Z.

 

Cosa accade a una persona quando impazzisce per una delusione d’amore?

O uccide, o si uccide.

In questo libro dalle tinte, ora fosche, ora definite abbiamo la visione della seconda opzione. Anche se nessuno effettivamente muore, diventa però evanescente, inviabile , quasi impalpabile.

Un contesto quasi orrorifico di morti viventi.

Un fotografo e un barbone che potrebbero essere due persone distinte (o una persona che si sdoppia creando un alter ego) che hanno avuto la fortuna di incontrarsi e di scoprire di aver vissuto una storia uguale.

Non ha importanza.

Che sia una persona, due o mille.

Che le loro storie siano simili o uguali o che sia soltanto una la storia.

Chi governa questo libro è il lato oscuro dell’amore. Quello che ci fa percepire l’amato, non già come soggetto senziente, ma come oggetto di desiderio e appagamento. Di possesso.

Quante volte al giorno, ricorre nei telegiornali la parola femminicidio? Quante persone (più spesso uomini ma può accadere anche con le donne) non si rassegnano alla fine di una storia e finiscono per distruggere l’amato bene?

Ma se queste storie tragiche fanno notizia, ci sono anche storie, non meno tragiche, che tuttavia non giungono fino a noi, perché l’occhio dei mass media ha bisogno di macinare di continuo e di proporci immagini forti. In una persona che fotografa e immortala gli istanti e che diviene un invisibile, un barbone, non c’è nulla da vedere. In qualcuno che trascina la propria esistenza in bilico tra la follia e il desiderio di sparire, non c’è niente di interessante. Solo fumo che si dissolve, nebbia mattutina che si solleverà con i primi tiepidi raggi del sole, che diverrà evanescente come una vecchia foto in bianco e nero dai contorni ingialliti. L’unico aggancio alla realtà è il piscio del protagonista, che non lesina di farlo persino sulla statua di Woityla . Compiendo quel gesto tipicamente umano, si libera non solo dei liquidi, degli scarti, ma di tutto ciò che lo ha portato ad essere quel che è.

Un uomo (ma potrebbero essere due) impazzito per gelosia , per incapacità a rassegnarsi di fronte alla fine di un rapporto.

L’ho vista dietro lo specchio
anche stamattina si, era lì seduta
io mi facevo la barba e lei compagnia
poi, non l’ ho più veduta
“sono andata via”
ma solo per un minuto
“ritornerò”
perché ho bevuto
“mi verrai a cercare”
non si cerca il dolore, ma mi batte il cuore.

Parlami di te, bella signora
del tuo mare nero nella notte scura
io ti trovo bella non mi fai paura
signora solitudine, signora solitudine.
parlami di te, bella signora
parlami di te, che non ho paura
portami con…

(G. Morandi)

 

E, per dirla con le parole di Gianni Morandi ecco l’altra faccia della medaglia. La solitudine, meravigliosa se cercata per fare silenzio dentro di sé, per ritrovarsi nel caos della vita moderna, ma terribile se imposta.

E nel libro c’è sovrabbondanza di solitudine, di quella che riduce gli esseri umani a meri oggetti in avanzo, altrimenti noti come scarti, pattume, immondizia.

Ognuno viaggia accanto a lei e non c’è solidarietà.

Nel mondo dimenticato dei barboni, degli invisibili, di coloro che sono umani solo perchè gli scatti fotografici li ritraggono come tali, c’è la donna che non resta incinta nonostante gli stupri che regolarmente subisce da parte di chiunque abbia voglia di togliersi di torno la solitudine, ma non rispetta il lato debole della società, non si chiede il perchè, non gli interessa la sofferenza altrui, lava le proprie malinconie in un amplesso non ricambiato, ma di cui non interessa nulla.

Se la solitudine può far impazzire un uomo, porterà una donna alla devastazione perchè ,oltretutto , incapace di difendersi.

Debole rispetto a una massa che ne considera solo il corpo come fonte di sollievo, di sfogo.

Se da un lato la solitudine abbrutisce, dall’altro annichilisce.

Ma tutto viene lavato via dal consueto gesto dell’orinare da qualche parte: dietro una statua o in un orinatoio. Fosse un rivolo maleodorante o in un intero fiume che lercio e immutabile prosegue il suo percorso.

“Archai. Il blu infinito dell’universo” di Letizia Finato. A cura di Alessandra Micheli


Il viaggio dell’eletto è uno degli elementi guida del fantasy.

E’ un arduo percorso di conoscenza del se e delle proprie potenzialità che causa una sorta di morte interiore. In pratica, la vecchia vita dell’eroe viene totalmente distrutta per far nascere un diverso individuo, meno ancorato alle consuetudini e alle tradizioni sociali e più vicino all’anima del mondo.

Il prescelto, però, non è un uomo nuovo.

E’ sopratutto un innovatore, un precursore e un riformatore sociale che come un novello Artù porta ordine nel caos di una terra inaridita, funestate da lotte fratricide.

Archai segue il canone classico ma lo innova, ponendo come redentore una figura femminile.

E non è un elemento da poco.

In psicologia le due energie paragonabili allo ying e allo yang hanno valenze e potenzialità opposte, ognuno portatore di un determinato modus operandi che serve non solo alla società descritta dal testo, ma sopratutto alla collettività in cui il testo vede la luce.

E Letizia Finato è donna dei nostri gironi e sa quanto oggi la società improntata a un maschio dominio, a una stratificazione societaria netta e poco portata all’innovazione, a una corsa sfrontata al possesso, sia nociva e sia giunta al suo limite.

Cosi i suoi mondi immaginari inseriti in una dimensione meno onirica dei fantasy epici, ci raccontano un po’ di noi e di come si può curare la disgregazione in atto.

Ed è per questo che l’eroe è donna, poiché quello che la Finato pone come elemento primario, come valore portante la nuova società è proprio la cura del se.

Quella capacità compassionevole, empatica che permette alla femminilità all’ethos femminile di piangere le altrui lacrime, quella che per educazione l’uomo, il maschio, il guerriero non ha mai potuto versare.

Grazie!» disse Lham in un sussurro, cogliendola di sorpresa.

Il gelo dentro il cuore di Lham sembrò sciogliersi all’improvviso come la neve sotto il sole e, solo in quel mo‐mento, comprese a pieno il profondo significato di quella parola che i Tesay non usavano mai. «Per cosa?» chiese stranita la ragazza, alzando lo sguardo «Non ho fatto nulla …» «Grazie, Heèri, per aver pianto le lacrime che io non sono più in grado di dare.»

Una frase dalla poeticità bellissima ma non è solo per questo che l’ho scelta per rappresentare il libro.

Le lacrime sono un balsamo usato per ricucire i cuori spaccati, distrutti, lacerati, cosi come raccontato nella bellissima fiaba nordica la Donna scheletro.

Qua è un amore diverso, più profondo, più completo che non si basa solo sull’attrazione fisica, o sullo scambio di effusioni e di dialogo. Ma cura l’anima, pulendola e disinfettandola con le emozioni più pure, acquee capaci di trascinare via ogni impurità.

Del resto chi meglio dell’elemento può raccontarci il vero uomo liberato dalle pastoie di una materialità asservita ai vizi?

La stessa prescelta è compenetrata da due elementi terra e liquido, come a raccontare la bellezza intense dell’emozione non lasciata a briglia sciolta, ma regolata e riorganizzata da un elemento più reale come appunto la terra.

La terra è madre, ma non una madre soltanto corporea, è un misticismo che si espleta e si arricchisce in questa dimensione, non in una eterea e lontana. E cosi che trovando se stessa, e diventando immagine del cosmo, quello vero non quello partorito dalle religioni maschiliste, diventa la vera Maat egizia, quella figura “femminile” che rappresenta il vero ordine cosmico.

Pertanto la ricerca del creatore dei mondi, tutti collegati, tutti appartenenti a questo universo nato da un esplosione di particelle, nato da un sogno o da un ricordo di dio, può portare alla costruzione di un regno di pace senza guerre e contrasti

Ecco che si riuniscono gli elementi imbizzarriti, come molecole impazzite, in un qualcosa che da forma e al tempo stesso sostanza, un elemento di costruzione e non di disgregazione caotica, un mosaico organico, complesso in cui i depositari del sapere arcano sono anche i custodi dell’originario patto con cui gli elementi umani decisero di riunirsi in una compagnie sociale: la sopravvivenza e perché no la ricerca della felicità perché soltanto l’unione porta con se.

Forse gli Archai sono un sogno lontano, inavvicinabile, soffuso. Sono illusione e utopia.

Ma se cosi fosse non svegliatemi.

Voglio continuare a sognare

Oggi il blog è lieto di consigliarvi un altro grande libro scritto da due mani, indimenticabile e intenso “Dio e il cinema” di Antonio G. D’Errico (candidato al premio nobel per la letteratura) e Donato Placido (scrittore sceneggiatore e drammaturgo,fratello d’arte),Ferrari editore. E stavolta, davvero, non potete perdervi questa piccola perla letteraria.

Duo.png

 

 

Sta per uscire a fine mese, per Ferrari Editore, DIO E IL CINEMA. UNA VITA MALEDETTA TRA CIELO E TERRAun libro nato dal sodalizio umano e creativo tra  Antonio G. D’Errico (scrittore, poeta, vincitore, per ben due volte, del Premio Pavese, candidato al Nobel per la letteratura) e Donato Placido (poeta, drammaturgo, interprete di film di successo, fratello del noto attore Michele). La loro amicizia, che li ha visti firmare insieme molti progetti editoriali, ha dato vita a  un sorprendente autoritratto di Donato Placido che, per la prima volta, racconta la sua parabola esistenziale.

In una recente intervista, in cui i due autori anticipano l’uscita del volume, è stato chiesto a entrambi di rispondere a due domande strutturate specularmente.

Antonio G. D’Errico, che cosa significa raccontare?

 

 “La mia scrittura è metafora e rappresentazione dell’esistenza come riflesso del mondo circostante”.

 

Donato Placido, che cosa significa raccontarsi?

 

 “Raccontarmi rappresenta l’eterna apertura verso verità intime che raggiungono il cuore e la mente di tutti”.

 

Ed è questo il traguardo emozionale verso cui ci proiettano, attraverso un libro intimistico e profondo come un memoir, lucido come un saggio di denuncia e decisamente sincero come un romanzo. Il volume è accompagnato dai testi introduttivi di Michela Zanarella e Antonio Pascotto. In copertina Donato Placido (dx) sul set di Io, Caligola, di Tinto Brass, con Malcolm McDowell.

 

(Fonte http://www.ferrarieditorenews.it/dio-e-il-cinema/)

 

Gli autori

ANTONIO G. D’ERRICO
Antonio G. D’Errico, scrittore, poeta e sceneggiatore, nasce a Monteverde e vive a Milano. Autore di romanzi, come “Montalto. Fino all’ultimo respiro” (G. Laterza) e “Morte a Milano” (Macchione Editore), ha vinto, tra gli altri, il Premio Pavese per ben due volte. Nel 2011 lavora, con Eugenio Finardi, al libro “Spostare l’orizzonte” (Rizzoli), seguito nel 2012 da “Segnali di distensione, incontri con Marco Pannella” (A nordest). Nel 2015 scrive “Je sto vicino a te”, biografia di Pino Daniele, scritta con Nello Daniele, fratello del cantautore partenopeo (Mondadori). Nel 2019, insieme all’amico Donato Placido pubblica “Dio e il cinema” (Ferrari Editore). È candidato al Premio Nobel per la letteratura.
DONATO PLACIDO
Donato Placido, attore, scrittore e drammaturgo. Fratello del noto Michele, ha lavorato in fiction televisive di successo come Il “fauno di marmo”, “L’ultimo padrino”, “Romanzo criminale”. Nel mondo del cinema ha recitato in diversi film, tra cui “Io, Caligola” di Tinto Brass, “L’ora di religione” di Marco Bellocchio, “Il mattino ha l’oro in bocca” di Francesco Patierno, “Tre giorni dopo” di Daniele Grassetti, “Ovunque sei” diretto dal fratello Michele. Ha scritto e interpretato raccolte di poesie, romanzi e testi per il teatro