Omaggio al mondo segreto. A cura di Alessandra Micheli


 

 

C’era una volta, è la frase magica per eccellenza che ci proietta in una dimensione fatata, quella che attrasse secoli or sono un abate scozzese un certo Robert Kirk autore del mio libro preferito Il regno segreto.

In queste pagine dal profumo strano quasi di bosco, egli sosteneva, nonostante la sua fede protestante, l’esistenza di un regno segreto popolato da esseri strani e misteriosi, dotati di leggi, di etica e di moralità che a noi sembravano alieni.

Era un mondo di regole distorte, quasi uno specchio deformato e i folletti, le fatine rese bonaria dall’opera di un certo disney qua apparivano meno luminose, meno solari con tinte oserei dire crepuscolari e rarefatte.

Le fiabe stesse, partorite dalle menti in contatto con questa strana dimensione, non erano certo quelle gioiosa che ci raccontiamo oggi.

Erano…crudeli, sanguinarie, gotiche e oscure, come se scaturissero da quella regione animica che più tardi, l’opera del buon vecchio Jung sdoganò dal tabù di non nominarla mai.

Le fiabe e il c’era una volta, sono dunque il lasciapassare per il mondo altro, il regno incantato dei Fearie.

Nascono in un substrato vespertino, in quell’orario che rende, per un istante sospeso il mondo, in bilico tra sogno e realtà.

La stessa fiaba di Peter Pan ha quest’inquietante oscurità.

Per non parlare di Alice immersa in un mondo di non sense, che ammira estasiata il ghigno inquietante del gatto del Cheshire.

Eppure quanto ho amato quel gatto!

Quanto ho sognato di sedere a quel tè bizzarro, quanto ho amato il cappellaio che nei disegni di quel libro che tanto amavo da bambina, risultava,,,spaventoso ai più…

Le mie fantasticherie erano cosi avvolte da una nebbia, dallo strano effluvio di lillà, di glicine ma anche di terra bagnata con un sentore di muffa che alle mie narici appariva come il più esaltante dei profumi.

Io trovavo in quegli strani racconti, una bellezza selvaggia, un canto antico che faceva vibrare corde segrete del mio essere.

E mi sentivo abbracciata da strane ombre, seguita da personaggi bizzarri, come se l’altro regno avesse trovato un varco o uno squarcio tra i veli che separano i mondi, per portare scompiglio e caos nella nostra stantia quotidianità.

Perchè è quello che fanno le fiabe, che creano i racconti che mi hanno nutrito come madri premurose.

E’ quell’atmosfera di terrificante, terribile magia che il libro certi racconti, gallesi e irlandesi sprigionano.

Vi siete mai chiesti il vero senso del termine terribile?

Ve lo svelo.

Nonostante noi preferiamo la dicitura classica ossia di un qualcosa che incute terrore, che atterrisce, esiste un altra strana definizione, quasi nascosta che mi attrae come calamita:grande, fortissimo, eccessivo, e indicare qualità straordinaria, formidabile.

Perchè il mondo numinoso è cosi, spaventoso perché rompe ogni logica regola, ma anche seduttivo, ammaliante, incantato, che avvince come una melodia, come il ritmo di una filastrocca, e che ci trasporta in un altra dimensione.

Non vi svelerò la strada per il Regno, che dovete scoprire da soli, ma vi svelerò il suo segreto più importante: le storie hanno tutte una fonte comune e divengono vere, importanti solo se qualcuno le racconta.

Noi stessi siamo storie che non smettono mai di provare a modificare finali, a inventare alternative e a tentare di staccarci da quella divinità che non fa altro che produrle, pensarle e renderle vive.

Di quel mondo raccontato da tanti autori, abbiamo un disperato bisogno.

Per tendere la nostra vita creativa, per provare perché no il sano orrore quando abbracciamo lo straordinario, cercando di far si che il weird ossia il bizzarro, il meraviglioso irrompano nella nostra vita rendendoci più simili a quella materia fatta di sogno, intessuta di illusioni di cui è fatta la nostra anima.

Siamo storie da raccontare o storia già raccontate, e apparteniamo a un mondo delle idee in cui tutto esiste e in cui tutto torna.

Abbiamo bisogno di credere che l’impossibile accada e possa accadere.

Abbiamo un disperato bisogno di fantasia.

E cosi leggere quelle storie, quegli autori che hanno osato sollevare il velo, mi ha portato indietro a quel passato lontano della me bimba che credeva come credeva Kirk, che il regno segreto fosse reale, tanto che bastava un piede in fallo per esserne per sempre rapito.

Forse meno luminoso dei sogni di oggi, scintillanti e pieni di luci colorate, forse

è ombra e nero ma un nero lucente, è fatto di vita e di magia.

E’ intessuto da rami che hanno una brillantezza diversa dalla nostra, quasi pallida come è pallida la luna.

Tutto brunito, tutto opalescente e al tempo stesso vivido.

Rapiti da questi antichi echi ci si sente sprofondare con una strana gioia e bramosità in un reame fatto di intricati legami con il nostro fatto di incomprensibilità, eppure cosi seduttivo.

E’ il luogo da cui la tradizione e i racconti, le leggende, i nostri archetipi prendono forma e si riversano nella mente elastica e fragile dei narratori di storie.

E il racconto diviene carne tanto che, chi è toccato da questo miracolo, viaggia assieme a loro.

Si siedono con te sull’autobus, prendono un tè e capisci che sono loro perché lasciano un profumo di bosco sui tuoi vestiti.

Sfuggenti flebili, sono il mondo vicino a noi, il passaggio da un regno all’altro, in cui far transitare istinti primordiali e una strana soffusa sete di magia.

E ora scusate, mi aspetta un tè con il mio amato Cappellaio, una grattatina al gatto ghignante e una bella corsa con tetri personaggi in una pazza, folle caccia selvaggia.

E magari una passeggiata al chiar di luna, con uno strano Re dalle lunghe corna e dagli occhi neri, capaci di ingoiare ogni luce, ma che brillano ancora una volta solo per me.

Il gran ballo mi attende.

“Cosa farebbe Frida Kahlo” di Elizabeth Foley e Beth Coates, Sonzogno. A cura di Sabrina Giorgiani.

Viviamo in un’epoca strana e particolare.

Apparentemente ognuno di noi pare sicuro di se stesso e del ruolo che si è dato in questa società.

Con un semplice “click” riusciamo ad arrivare ovunque, commentare ogni cosa, dibattere e ribattere su ogni argomento. Persino gli adolescenti mascherano la loro immaturità con presunzione e supponenza.

Ci sentiamo liberi di dire, di fare, di vestire, liberi nel pensiero e, soprattutto, liberi di giudicare.

Non ci accorgiamo che parliamo per slogan imposti, che vestiamo perché così dice la moda; che ci atteggiamo perché, oggi, apparire è ciò che conta; che discutiamo senza conoscenza perché non importa tanto ciò che si esprime, ma quanto si riesce ad urlarlo con arroganza.

Viviamo in un’epoca povera di ideali, sterile nella conoscenza, distruttiva in tolleranza.

Siamo dei “revisionati” per poi essere “omologati” a nostra insaputa.

Manca la volontà di capire quanto la conoscenza porti alla bellezza; manca l’entusiasmo individuale del voler apprendere, la forza di rischiare per andare contro gli schemi e, soprattutto, mancano i modelli cui prendere ispirazione.

Il libro di E. Foley e B. Coates apre l’introduzione con queste parole:

noi ci siamo trovate a guardare ansiosamente al passato in cerca di rassicurazione e ispirazione: rassicurazione circa il fatto che il mondo continui a diventare sempre più a misura di donna; e ispirazione dalle donne straordinarie che in passato hanno sconfitto il sistema”

Con un pizzico di ironia e leggerezza, le autrici ci descrivono la vita di 50 donne, ognuna vissuta in un’epoca diversa, che può diventare “esempio profondamente ispiratore a nostra disposizione”.

A volerlo leggere, il passato insegna sempre perché, nonostante le epoche storiche e le circostanze siano diverse, si possono trovare esperienze in comune.

Diventa così interessante e formativo riuscire ad individuare come, “dall’antico Egitto all’età d’oro dell’Impero Russo, nel vecchio West come nella Parigi in tempi di guerra” le donne siano riuscite nell’affermazione di sé stesse.

Alcune di loro sono conosciute altre sono quasi anonime, tutte sono state imperfette ma perfette nella loro imperfezione.

Sono tutte figuri femminili che hanno lavorato duramente per avere un peso all’interno della società in cui hanno vissuto. Donne che hanno remato controcorrente per emergere, chi attraverso lo studio, chi attraverso l’ingegno.

Le autrici concludono il loro libro con una poesia che voglio riportare in questa recensione, di Maya Angelou:

Ci estasiamo per la bellezza della farfalla, ma raramente riusciamo ad ammettere i cambiamenti che ha dovuto attraversare per conquistare tale bellezza”.

Questo libro può essere da sprone nell’individuazione del cambiamento che porta alla bellezza, da stimolo a perseguirlo, da incoraggiamento a non mollare mai nella crescita personale.

Questo è ciò che questa narrazione vuole trasmettere ed è per questo motivo che, nonostante siano prese ad esempio figure femminili, mi sento di incoraggiare la lettura sia alle donne che agli uomini.

Un libro formativo, persino motivazionale, scritto con una “leggerezza” che rende ancor più piacevole la lettura.

“Il diario della Verità Perduta” di Giacomo Fratini, edizioni Efesto. A cura di Alessandra Micheli

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E doveva arrivare il giorno X, quello in cui avrei osservato il candore del foglio, rendendomi conto che non ero in grado di inserirvi le mie idee e le mie emozioni.

Non fraintendete.

Vi vedo li a ridacchiare e sussurrare.

Non ci riesco perché il libro non è solo un capolavoro ( e fidatevi, sapete che non uso le parole a caso) ma perché questo testo ( mi inchino di fronte alla magica arte di Fratini) mi colpisce nel profondo, titilla la mia mente, accarezza soave la mia anima, stuzzica la mia curiosità.

Che finalmente si accende di mille bagliori e inizia a viaggiare con la fantasia.

Di libri belli, belli da strapparti cuore e viscere, ne ho letti.

Ma vedete questo, questo piccolo prezioso gioiello, contiene dentro la sua struttura scorrevole, accattivante, seducente, ricca di fasti e di adrenalina, tutti i miei anni di studi.

Quasi 20 per l’esattezza.

E, quindi, potete immaginare la mia emozione, il mio giubilo nel riconoscere i tratti di quelle ricerche abbozzate nei miei dodici saggi, nei miei mille articoli e in chili di fogli contenuti nella mia preziosa cartellina.

Come essere obiettiva?

Beh perdonatemi.

Ma non ci riesco.

Quindi la recensione sarà diversa, sarà ricca di quel piacere sottile ma invadente, che mi procura la ricerca.

Iniziamo, dunque, l’arduo ma intrigante viaggio.

E in che ambiente ci porta il Fratini, tanto da aver conquistato una vecchia orsa come me?

Attraverso la tradizione.

E non la tradizione folcloristica, ma archeologica, mistica, esoterica e occulta, quella che fu definita dal grandioso Renè Guenon, la scienza sacra.

E di scienza sacra, seppur romanzata ma con punti solidi e precisi, questo libro ne è fortemente pervaso.

Ora, prima di raccontarvi il libro dovrei fare qualche necessaria premessa.

Ovviamente non intendo narrarvi la trama, quella penso siate in grado di leggerla da soli.

Forse, io posso solo suggerirvi spunti di riflessione e elementi capaci di affascinare i sensi, ammaliare le menti e spingere a immergervi nella vera letteratura e ad abbracciare la sua reale funzione: quella di comunicare.

La prima precisazione, fondamentale luce per il buio degli scettici, è nella apparente contraddizione, tutta occidentale, tra i termini occulto, esoterico e scienza.

Siamo oramai mentalmente rigidi riguardo alla necessaria distinzione tra materia e spirito, o per dirla alla Gregory Bateson tra pleroma e creatura.

Lo stesso Cartesio divise i due piani di indagine: da un lato la scienza che indaga i fenomeni umani e dall’altro l’afflato alla spiritualità, ai vagheggiamenti mistici che sono soltanto illusioni della materia.

La realtà è concreta e precisa.

La realtà è misurabile, dio no.

La cesura tra spiritualisti e materialisti è, oggi, cosi ampia da provocare quel solco pericoloso dove vengono erroneamente inserite motivazioni meno nobili, oserei dire blasfeme, utili per colmare tale abisso tra le due differenti visioni della realtà.

Beh vi illumino: non sono visioni opposte.

L’esoterismo, ciò che è nascosto, l’occulto, ciò che è sepolto, non rappresentarono altro che una peculiare modalità di indagine scientifica. Ciò che era ignoto sembrava possedere una strana energia, che non quantificabile veniva chiamata magia, mana, o potere. Era la capacità di “manipolare” “plasmare” trasformare la materia dopo una lunga esperienza interiore e esteriore che portava alla conoscenza di precise leggi.

Vi sembra cosi assurdo?

Oggi è possibile compiere gli stessi atti “magici” degli antichi sacerdoti, degli antichi maghi ossia manipolare intervenire sulla materia.

Oggi i zoroastriani si chiamano, udite udite, fisici dei quanti. E tramite l’atto del plasmare la materia si hanno energie che viaggiano su due binari: distruzione e costruzione. La stessa energia nucleare è sia benevola che malevola.

Basta osservare il procedimento scientifico per comprendere come esso assomigli a un atto rituale: strumenti, concentrazione, studio danno la possibilità di interagire con le particelle subatomiche.

E abbiamo anche mantra e formule specifiche: la forza arcana della relatività ha il suo seduttivo potere della formula magica : E=mc².

E grazie a questa si compiono, oggi, strabilianti azioni.

Non vi tedierò con le conseguenze di tale formula ( dall’antimateria alla possibilità dei multiuniversi) certo è che, forse, tale scoperta contrasta con la primitiva legge di Newton, confermando, tramite la genialità della fisica quantistica, la sua inesattezza.

Quindi come si narrerà nel libro : Newton ha sbagliato

Infatti, lo spazio e il tempo ASSOLUTI non esisteranno più e saranno rimpiazzati da un’entità chiamata SPAZIO/TEMPO dove essi si influenzeranno a vicenda.

Insomma protesterete, siamo sempre di fronte alla scienza, che c’entra quindi l’esoterismo?

C’entra miei cari, c’entra.

Avrete oramai capito che il Vangelo della verità perduta, si rivolge all’antica sapienza di popoli persi nei mari del tempo, che un manipolo di arditi uomini, uniti da un antico patto, (quello di migliorare la società civile) si impegneranno a comprendere e a riportare in luce.

Ebbene, queste conoscenze che in fondo sembrano riportare alla nuova fisica, erano in possesso, pare, di vetusti popoli.

Che li descrissero nei loro sacri libri.

Uno di questi concetti scientifici di avanguardia, era il potere del suono.

Per i nostri progenitori, il suono era un’energia capace di influire con le sue vibrazioni, su ogni tipo di materia. Anche quella più pesante, più dotata, cioè di massa.

Quindi, per forza Newton era diciamo sorpassabile.

Le trombe di Gerico, la costruzione delle piramidi egizie, i racconti dei monaci tibetani, erano forse testimonianze di conoscenze scientifiche perdute.

E a chi ribatteva che si trattava di scritti allegorici, un simpatico geniale omuncolo dimostrò che non era cosi.

E nel libro si fa riferimento a Coral Castle.

E non ditemi che non conoscete Coral Castel?!

E come immaginavo a illuminarvi tocca a me.

Trattasi di una struttura architettonica in pietra calcarea progettata da un certo Edward Leedskalnin. E si trova, nientepopodimeno che in Florida ad Homestad.

Ora immaginate un castello, anzi un vero e proprio parco, adornato di blocchi di pietra lavorati e scolpiti a forma di mura, grandi tavoli e sedie, bassorilievi e un torrione abitabile.

Tutto innalzato nell’arco di 28 anni dal 1923 al 1951.

E dove sta il mistero?

Che il nostro Leedskalnin mantenne uno strano, ambiguo riserbo sulle tecniche utilizzate ( il blocco più grande pesava circa 30 tonnellate).

Ogni tanto, stuzzicava l’interesse dei giornalisti l’accenno a segreti costruttivi della grande piramide di Giza. E in più, scrisse brevi memorie autobiografiche come il Magnetic current in cui sono condensava le sue idee come l’elettromagnetismo e anche un accenno all’utilità del suono come strumento per spostare grandi massi.

Intrigante vero?

Ovviamente il riferimento alla piana di Giza, più il fatto che l’Egitto e gli antichi regni sumeri (misteriosi e avvolti da un aura di strano mistero grazie a Sitchin) rimandano la mente ai misteriosi poteri del suono. Il suono stesso, in fondo risulta una forza indispensabile per dare sprint all’umanità: se si legge la bibbia (anch’essa mutuata dagli antichi scritti mesopotamici, come vedete tutto torna) si racconta come era il verbo ( il suono) l’elemento creatore per eccellenza. Anche il famoso tempio di Salomone (sancta sancturoum, fulcro della religiosità ebraica) pare abbia avuto, sopratutto, la funzione di custode di conoscenze complicate. Addirittura c’è chi proponeva l’arca dell’alleanza come prototipo di una macchina ad energia nucleare.

Ardito e blasfemo.

E chi ebbe l’opportunità e l’onore di sostare sotto le rovine del tempio?

Ma si!

Proprio loro!

I Templari!

Ed ecco il secondo riferimento alle arcane conoscenze: l’ordine guerriero fu, secondo molti scritti e molte teorie, il depositario di segreti inconfessabili.

Cosa fossero beh possiamo fare solo congetture.

Chi propone il ritrovamento del vangelo Q, in cui si sancirebbe l’umanità del Cristo.

Chi il ritrovamento della salma di Gesù.

Chi documenti attestano un’altra verità: non Pietro come il fondatore della chiesa, ma la Maddalena.

Chi la stirpe sacra nata dal matrimonio di due nobili stirpi, appunto la Maddalena e Joshua.

Chi addirittura l’arca dell’alleanza.

Chi altri manufatti sacri ebraici.

E chi, appunto, scritti attestanti le conoscenze evolute della mistica ebraica, mutuate proprio dai Sumeri, la cui origine “aliene” viaggia ancora nella fantasie odierna.

Cosa secondo Fratini, i nostri protagonisti ritroveranno, beh lo dovete scoprire voi leggendo.

Altro riferimento.

Quale fu la regione di maggior sviluppo templare?

La Linguadoca.

Il Razes.

La Francia meridionale.

E in quella zona prosperò un altro movimento occulto, capace di dare la sua impronta duratura nella nostra tradizione sacra.

Ed Emile vi ricorderà, ed è qua che la mia emozione raggiunge le stelle, un altro paesino protagonista di strani accadimenti e funestato da orribili morti, con un parroco, anzi due all’avanguardia : Rennes Le Chateau.

Da anni io viaggio a Rennes sia fisicamente, sia con la fantasia.

Sosto nella sua strana chiesa e prego davanti alla tomba di Berenger Saunniere.

Leggo e contemplo il lascito di Henry Boudet, La Vraie Langue Celtique.

Racconto a me stessa la sua arcana storia, sviluppata in un regno di leggende di miracoli e dotato di una geografia arcana, capace di formare, con i suoi monti e le sue fonti, un pentacolo vivente.

Sede di grandi enigmi e di ordini esoterici di fondamentale importanza, alcuni mitici come il priorato di Sion guidato dal geniale Plantard e la massoneria che in quella zona fa sentire la sua acuta voce.

Emile e Rennes, vivono di leggende rese reali dalla legittimazione del pensiero.

La Giana e la Dea Bianca respirano in questo luogo magico, soffuso di bagliori e di incredibili opportunità.

Sono sedi di tesori inestimabili che partono dai visigoti all’eredità templare.

Vivono nelle grotte strani personaggi, strane figure che soltanto il nostro imperituro sentire cattolico ce li fa apparire demoni.

Secondo, Mariano Bizzari, sotto Rennes si dirama una tradizione occulta, demoniaca, iniziata con un lontano esoterista un certo Gerard de Nerval e finita con un vangelo perduto quello dei Cainiti, strana setta gnostica che venerava come salvatore e redentore, non il povero Abele ma il crudele Caino.

Un Caino si fratricida, ma stranamente intoccabile dal marchio che lo stesso dio aveva apposto nelle sue carni.

Nessuno tocchi Caino

è oggi, il mantra di coloro che sono contro la pena di morte.

Peccato che, ehm, secondo la Bibbia, Caino non era uno stinco di santo. Insomma ammazzare il fratello non è contemplato nel manuale del bon ton.

In quella regione, secondo lo storico Louis Fediè, si narra dell’esistenza di cunicoli sotterranei il cui ingresso di collocherebbe sotto il peyte dreto il menhir posto sotto il meridiano zero nel comune di Peyrolles.

E in quegli anfratti vivevano le fate del mondo altro, las Encantados.

Alcuni studiosi, raccontano che questi encantadores, in fondo, non erano altro che una popolazione celtica, la cui caratteristica era un acre odore della pelle ed un incarnato pallido, dai capelli cosi biondi da risultare bianchi, seguaci “sanguinari” di una vetusta divinità chiamata appunto Dea bianca ( la dea oggetto di studi del grandioso Robert Graves).

E quella popolazione, parrebbe essere risorta nelle vesti di una strana etnia, bistrattata durante il medioevo, derisa e oggetto di terrore cieco: i cagots.

Andrei avanti per giorni a raccontarvi di queste tradizioni.

Ma spero che questo viaggio, attraverso la bravura di Fratini, vi abbia intrigato, tanto da farvi immergere in questo libro fantastico e abbeverarvi alla fonte, riconoscendo i passaggi e i capitoli oggetto della mie recensione.

E fidatevi, questo percorso vi trasformerà del tutto, facendovi avvicinare all’incanto, facendo si che il mistero confluisca in voi.

In fondo, è questo il sogno di uno strano abate un certo Boudet che voleva rendere un antico Cromlech una sorta di trasformatore e purificatore di energia.

Una sorta di macchinario capace di spezzettare le particelle subatomiche e ricomporle in una forma nuove e evoluta.

Passando attraverso la porta arcana, noi diventeremmo uomini di intelligenza superiore.

Beh, io non posso offrirvi una struttura fisica, ma posso invitarvi a cambiare attraverso questa piccola, grandiosa porta che è il libro di Fratini.

“La pioggia a Cracovia” di Simone Consorti, Esemble editore. A cura di Rita Z.

 

Cosa accade a una persona quando impazzisce per una delusione d’amore?

O uccide, o si uccide.

In questo libro dalle tinte, ora fosche, ora definite abbiamo la visione della seconda opzione. Anche se nessuno effettivamente muore, diventa però evanescente, inviabile , quasi impalpabile.

Un contesto quasi orrorifico di morti viventi.

Un fotografo e un barbone che potrebbero essere due persone distinte (o una persona che si sdoppia creando un alter ego) che hanno avuto la fortuna di incontrarsi e di scoprire di aver vissuto una storia uguale.

Non ha importanza.

Che sia una persona, due o mille.

Che le loro storie siano simili o uguali o che sia soltanto una la storia.

Chi governa questo libro è il lato oscuro dell’amore. Quello che ci fa percepire l’amato, non già come soggetto senziente, ma come oggetto di desiderio e appagamento. Di possesso.

Quante volte al giorno, ricorre nei telegiornali la parola femminicidio? Quante persone (più spesso uomini ma può accadere anche con le donne) non si rassegnano alla fine di una storia e finiscono per distruggere l’amato bene?

Ma se queste storie tragiche fanno notizia, ci sono anche storie, non meno tragiche, che tuttavia non giungono fino a noi, perché l’occhio dei mass media ha bisogno di macinare di continuo e di proporci immagini forti. In una persona che fotografa e immortala gli istanti e che diviene un invisibile, un barbone, non c’è nulla da vedere. In qualcuno che trascina la propria esistenza in bilico tra la follia e il desiderio di sparire, non c’è niente di interessante. Solo fumo che si dissolve, nebbia mattutina che si solleverà con i primi tiepidi raggi del sole, che diverrà evanescente come una vecchia foto in bianco e nero dai contorni ingialliti. L’unico aggancio alla realtà è il piscio del protagonista, che non lesina di farlo persino sulla statua di Woityla . Compiendo quel gesto tipicamente umano, si libera non solo dei liquidi, degli scarti, ma di tutto ciò che lo ha portato ad essere quel che è.

Un uomo (ma potrebbero essere due) impazzito per gelosia , per incapacità a rassegnarsi di fronte alla fine di un rapporto.

L’ho vista dietro lo specchio
anche stamattina si, era lì seduta
io mi facevo la barba e lei compagnia
poi, non l’ ho più veduta
“sono andata via”
ma solo per un minuto
“ritornerò”
perché ho bevuto
“mi verrai a cercare”
non si cerca il dolore, ma mi batte il cuore.

Parlami di te, bella signora
del tuo mare nero nella notte scura
io ti trovo bella non mi fai paura
signora solitudine, signora solitudine.
parlami di te, bella signora
parlami di te, che non ho paura
portami con…

(G. Morandi)

 

E, per dirla con le parole di Gianni Morandi ecco l’altra faccia della medaglia. La solitudine, meravigliosa se cercata per fare silenzio dentro di sé, per ritrovarsi nel caos della vita moderna, ma terribile se imposta.

E nel libro c’è sovrabbondanza di solitudine, di quella che riduce gli esseri umani a meri oggetti in avanzo, altrimenti noti come scarti, pattume, immondizia.

Ognuno viaggia accanto a lei e non c’è solidarietà.

Nel mondo dimenticato dei barboni, degli invisibili, di coloro che sono umani solo perchè gli scatti fotografici li ritraggono come tali, c’è la donna che non resta incinta nonostante gli stupri che regolarmente subisce da parte di chiunque abbia voglia di togliersi di torno la solitudine, ma non rispetta il lato debole della società, non si chiede il perchè, non gli interessa la sofferenza altrui, lava le proprie malinconie in un amplesso non ricambiato, ma di cui non interessa nulla.

Se la solitudine può far impazzire un uomo, porterà una donna alla devastazione perchè ,oltretutto , incapace di difendersi.

Debole rispetto a una massa che ne considera solo il corpo come fonte di sollievo, di sfogo.

Se da un lato la solitudine abbrutisce, dall’altro annichilisce.

Ma tutto viene lavato via dal consueto gesto dell’orinare da qualche parte: dietro una statua o in un orinatoio. Fosse un rivolo maleodorante o in un intero fiume che lercio e immutabile prosegue il suo percorso.

“Archai. Il blu infinito dell’universo” di Letizia Finato. A cura di Alessandra Micheli


Il viaggio dell’eletto è uno degli elementi guida del fantasy.

E’ un arduo percorso di conoscenza del se e delle proprie potenzialità che causa una sorta di morte interiore. In pratica, la vecchia vita dell’eroe viene totalmente distrutta per far nascere un diverso individuo, meno ancorato alle consuetudini e alle tradizioni sociali e più vicino all’anima del mondo.

Il prescelto, però, non è un uomo nuovo.

E’ sopratutto un innovatore, un precursore e un riformatore sociale che come un novello Artù porta ordine nel caos di una terra inaridita, funestate da lotte fratricide.

Archai segue il canone classico ma lo innova, ponendo come redentore una figura femminile.

E non è un elemento da poco.

In psicologia le due energie paragonabili allo ying e allo yang hanno valenze e potenzialità opposte, ognuno portatore di un determinato modus operandi che serve non solo alla società descritta dal testo, ma sopratutto alla collettività in cui il testo vede la luce.

E Letizia Finato è donna dei nostri gironi e sa quanto oggi la società improntata a un maschio dominio, a una stratificazione societaria netta e poco portata all’innovazione, a una corsa sfrontata al possesso, sia nociva e sia giunta al suo limite.

Cosi i suoi mondi immaginari inseriti in una dimensione meno onirica dei fantasy epici, ci raccontano un po’ di noi e di come si può curare la disgregazione in atto.

Ed è per questo che l’eroe è donna, poiché quello che la Finato pone come elemento primario, come valore portante la nuova società è proprio la cura del se.

Quella capacità compassionevole, empatica che permette alla femminilità all’ethos femminile di piangere le altrui lacrime, quella che per educazione l’uomo, il maschio, il guerriero non ha mai potuto versare.

Grazie!» disse Lham in un sussurro, cogliendola di sorpresa.

Il gelo dentro il cuore di Lham sembrò sciogliersi all’improvviso come la neve sotto il sole e, solo in quel mo‐mento, comprese a pieno il profondo significato di quella parola che i Tesay non usavano mai. «Per cosa?» chiese stranita la ragazza, alzando lo sguardo «Non ho fatto nulla …» «Grazie, Heèri, per aver pianto le lacrime che io non sono più in grado di dare.»

Una frase dalla poeticità bellissima ma non è solo per questo che l’ho scelta per rappresentare il libro.

Le lacrime sono un balsamo usato per ricucire i cuori spaccati, distrutti, lacerati, cosi come raccontato nella bellissima fiaba nordica la Donna scheletro.

Qua è un amore diverso, più profondo, più completo che non si basa solo sull’attrazione fisica, o sullo scambio di effusioni e di dialogo. Ma cura l’anima, pulendola e disinfettandola con le emozioni più pure, acquee capaci di trascinare via ogni impurità.

Del resto chi meglio dell’elemento può raccontarci il vero uomo liberato dalle pastoie di una materialità asservita ai vizi?

La stessa prescelta è compenetrata da due elementi terra e liquido, come a raccontare la bellezza intense dell’emozione non lasciata a briglia sciolta, ma regolata e riorganizzata da un elemento più reale come appunto la terra.

La terra è madre, ma non una madre soltanto corporea, è un misticismo che si espleta e si arricchisce in questa dimensione, non in una eterea e lontana. E cosi che trovando se stessa, e diventando immagine del cosmo, quello vero non quello partorito dalle religioni maschiliste, diventa la vera Maat egizia, quella figura “femminile” che rappresenta il vero ordine cosmico.

Pertanto la ricerca del creatore dei mondi, tutti collegati, tutti appartenenti a questo universo nato da un esplosione di particelle, nato da un sogno o da un ricordo di dio, può portare alla costruzione di un regno di pace senza guerre e contrasti

Ecco che si riuniscono gli elementi imbizzarriti, come molecole impazzite, in un qualcosa che da forma e al tempo stesso sostanza, un elemento di costruzione e non di disgregazione caotica, un mosaico organico, complesso in cui i depositari del sapere arcano sono anche i custodi dell’originario patto con cui gli elementi umani decisero di riunirsi in una compagnie sociale: la sopravvivenza e perché no la ricerca della felicità perché soltanto l’unione porta con se.

Forse gli Archai sono un sogno lontano, inavvicinabile, soffuso. Sono illusione e utopia.

Ma se cosi fosse non svegliatemi.

Voglio continuare a sognare

“Cuore di lupo” di Chiara Casalini, Astro edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Non tutti gli autori sono in grado di usare la tecnica letteraria capace di utilizzare la prima persona.

E’ molto difficile comporre un libro evidenziando, tramite questo escamotage sia gli eventi e i dettagli più nascosti ( quelli che la bravissima poetessa Simona Accarpio chiama la vita negli angoli) sia l’introspezione degli altri protagonisti. Tutto avviene attraverso l’occhio importante ma spesso limitato della protagonista. Diventa, quindi un libro che non indaga la realtà oggettiva, i fatti, gli accadimenti, gli eventi quanto pone l’attenzione sulla prospettiva strettamente personale della prescelta o del prescelto, e ci racconta la modalità con cui la sua percezione unica e speciale, plasma quegli stessi accadimenti.

Un po’ come fece il bravissimo Italo Svevo con la Coscienza di Zeno, perfetto e intenso soliloquio di un anima tormenta non dalle grandi tematiche filosofiche, ma dalle ossessioni che lo rendono incapace di vivere con serenità il suo oggi.

Cuore di lupo appartiene a questo tipo di narrativa, psicologica, personale e soggettiva che evidenzia, attraverso l’ambientazione dell’urban fantasy un argomento controverso e spesso oggetto di dibattito: la femminilità e i suoi atroci ostacoli.

Ecco che Cleo attraverso il suo pensiero assiste essa stessa alla sua crescita e alla conseguente caduta nell’abisso che provoca la stessa. E tutto seguendo un dialogo interiore che tocca temi importanti ma non visti dal punto di osservazione, privilegiato forse, ma strettamente arido dell’osservatore partecipante, ma arricchendolo dei consueti drammi di chi di fronte alla morte dell’io si trova davvero.

Possiamo descrivere l’annientamento della dignità con tutte le tecniche che vogliamo, con miriadi di aggettivi e descrizioni, ma il pathos speciale che può scaturire dal racconto in prima persona, ci è precluso. Solo cosi, inserendo la peculiare riflessione di chi quell’esperienza traumatica la sperimenta, possiamo avere un quadro non oggettivo ma strettamente centrato sulla disperazione e sulla distruzione pieno di quelle sfaccettature di dolore che spesso mancano in tanti libri di denuncia.

L’esperienza di Cleo è claustrofobica.

Talmente tanto che all’inizio leggerla ti fa mancare l’aria. Ed è quello che la nostra provetta autrice vuole comunicare: perdere la propria specificità, la dignità, l’amore per se stessi equivale a rinchiudersi in una gabbia senza uscite.

E’ una sorta di Mrs Dalloway molto più sofferente, mancante della frivolezza e del pensiero quasi pigro che la favolosa Woolf vuole narrarci, Cleo ha una sequela di pensieri a volte apparentemente sconnessi, ma meno equilibrati, perché se la Dalloway non fa altro che, seguire un flusso mentale in grado di dirle quale traguardo è arrivata e delineare il suo futuro percorso, Cleo ha solo una serie di prese di coscienze atroci: lei non è arrivata, lei è statica fissa su un pensiero ossessivo comune, purtroppo a molte donne: siamo solo “Buchi”. Strumenti di piacere, e mai persone.

Il suo non è quindi, un flusso di riflessioni e emozionalità scaturite da un banale evento, ma è un discorso articolato, orrorifico per la sua crudezza, le cui trappe sono scandite dalla ripetizione mentale ossessiva di un evento preciso, disturbante, osceno, degradante per l’umanità ma purtroppo reale, chiamato violenza familiare.

E per violenza intendo dire quella più bieca e vigliacca. E quest’evento è un qualcosa non di immaginario, ma il perno attorno a cui ruota tutta la vicenda, un perno reale, un perno che possiamo toccare con mano ogni sacrosanto giorno e che contesta la teoria evolutiva, restituendoci l’immagine di demoni che banchettano con l’innocenza altrui.
Ma da quest’abisso di schifo, inizia il difficile percorso di rinascita: è proprio quella carica di normale e sana ( ci tengo a sottolinearlo) carica erotica femminile e non erotica nel senso di sessuale ma di eros, ossia un energia che ci circonda dell’aura di fecondità, di creazione, di accoglienza, avvicinandoci a un modello di donna primigenio, in cui il corpo non era un contenitore, ma la modalità con cui l’anima traspariva al di fuori.

Ed è quell’eros, quell’energia chiamata Shakti che rende la femmina Donna.

E’ un’energia positiva, demonizzata, spesso oggetto di conquista e di contesa perché spaventosa, capace di coniugare in una terribile e al tempo stesso degno di riverenza, immagine femminile: Aracne, la divoratrice,  è anche Brigit la pura.

Morrigan è Anche Danu la madre.

Venere la luminosa è anche Ecate l’oscura.

La donna è dicotomica e per questo splendida e meravigliosa.

E sapete l’emozione che muove questa presa di coscienza?

La rabbia.

Non c’è donna che non si sia scaldata a questo fuoco, a volte bruciandosi e a volte riscaldando un anima fredda e ghiacciata. Un cuore imprigionato dalla neve e perciò immobile, una vita statica che solo con la fiamma inizia a creare.

Cleo sperimenta la rabbia.

E la utilizza non contro per sessa ma per se stessa.

L’immagine scelta per questa rinascita non è Medusa.

Colei che vittima di uno stupro diviene pericolo per l’umanità, immortalata in un urlo senza speranza.

Stavolta è il simbolo del lupo a guidare questa “riscossa”.

E non posso non rimembrare le parole di Clarissa Pinkola Estes che nel suo donne che corrono con i lupi, auspica una ribellione diversa, meno violenza delle donne, che inizia con un baluginare di occhi gialli, un sorriso sornione e una coda nascosta sotto strati e strati di crinolina.

Cuore di lupo è il cuore dell’istinto selvaggio ma non irascibile, non senza controllo. Da secoli il lupo è insegnante, è colui che guida il branco e che ne branco ( società) si sente libero. E’ colui che ama una sola compagna e che vive in armonia con i cicli naturali.

Dare alla donne, alle ragazze a alle bambine quel simbolo è restituire alla sua donna il potere di curare, di cantare sulle ossa e di tornare a essere la Dea suprema.

Brava Chiara e grazie da parte di ogni lupa.

I lupi sani e le donne sane hanno in comune talune caratteristiche psichiche: sensibilità acuta, spirito giocoso, e grande devozione. Lupi e donne sono affini per natura, sono curiosi di sapere e possiedono grande forza e resistenza. Sono profondamente intuitivi e si occupano intensamente dei loro piccoli, del compagno, del gruppo. Sono esperti nell’arte di adattarsi a circostanze sempre mutevoli; sono fieramente gagliardi e molto coraggiosi. Eppure le due specie sono state entrambe perseguitate”

Clarissa Pinkola Estes

“La banda degli sconfitti” di Giacomo Tramontano, Scatole parlanti editore. A cura di Vincenzo de Lillo

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Ci sono parole e storie che colpiscono più di altre, che più di altre ti ipnotizzano, ti coinvolgono, ti danno la possibilità di sbirciare il tuo io, facendoti porre delle domande a cui farai fatica a rispondere sinceramente, forse perché non te le sei mai volute porre, perché metteranno in gioco il tuo concetto di giusto o sbagliato, di bianco o nero, di bene e male.
Ecco, La Banda degli sconfitti di Giacomo Tramontano, è uno di questi.


Con un linguaggio semplice, basilare, scarno, in alcuni momenti, il Tramontano ti farà vivere i giorni, le poche gioie, le ambizioni e soprattutto i dolori e le frustrazioni di un ragazzino romano, impegnato a sopravvivere alla rabbia, ai soprusi e alle violenze di cui sono pregne alcune periferie italiane.


Luoghi e strade in cui vige ancora la legge del più forte come nella jungla, come, ahinoi, purtroppo avviene ancora in troppi posti, dal nord al sud, tra la noncuranza e la strafottenza di quelli che avrebbero la possibilità di cambiare le cose.

Se mai qualcuno volesse davvero cambiarle.
Perché forse fa comodo a tutti così, anche se accorgersene fa sempre male, come succede al protagonista, alla fine di una disamina tanto semplice quanto cinica:

 

… semplicemente esistevano dei posti abbandonati a loro stessi. Forse perché non ci viveva nessuno di importante, o perché non erano abbastanza vicini al centro della città dove andavano i turisti, o perché semplicemente erano considerati dei recinti per i poveri disgraziati.”

 

Per tutto il tempo del libro sarai proprio uno di questi disgraziati, Tommaso, un ragazzino a cui hanno ammazzato il padre davanti agli occhi, e a cui successivamente, hanno portato via un oggetto assai caro, proprio perché lo legava all’adorato padre: un pallone con l’autografo e la dedica di Francesco Totti.

 

Nel mio quartiere ti portano sempre via tutto…”

 

Guarderai con i suoi occhi questo mondo fatto di poca scuola, tanto pallone e tanta violenza, con gli occhi impotenti e delusi di chi cerca, in altri disperati come lui, un appiglio, un appoggio, quasi, per affrontare le giornate e la vita o solo una partita di calcio sul cemento armato, dove il giovane si troverà a spartire la propria disperazione con altri coetanei altrettanto sfortunati e delusi, ognuno a suo modo impegnato a lottare con i propri demoni e le proprie esistenze, ma tutti costretti dalla vita e dal luogo a:

 

“superare quella staccionata che divide il mondo dei bambini da quello dei grandi”

 

troppo presto e troppo in fretta.

La banda degli sconfitti è un libro forte e drammatico, di denuncia sociale e con un finale che mi ha strappato più di una lacrima triste e sincera, toccando stomaco, cervello e cuore.

Come fanno tutte le storie scritte bene.

Applausi all’autore.


“Il giro del mondo in sei milioni di anni” di Guido Barbujani e Andrea Brunelli Edizioni il Mulino 2018. A cura di Corrado Leoni

Ho letto questo saggio alcuni mesi fa e i messaggi che contiene continuano a ronzare nel cervello costringendomi a scrivere una recensione, per fissare alcuni punti focali che rendono gli uomini tremendamente uguali a sconfessare razze, diversità culturali, ideologie, sbarazzandosi di tutte le pretese differenze e pregiudizi.

Un personaggio chiamato Esumin accompagna il racconto fin da quando l’uomo ha iniziato a fare il primo passo utilizzando i piedi, viaggia e si evolve toccando tutte le parti della terra e vaga su tutto il mondo fino ravvivare l’odierna vita quotidiana degli umani.

Preponderante è il ragionamento che i due Autori insinuano nella mente del lettore. Viene chiesto al lettore quanti genitori abbia avuto. Non può che rispondere due, padre e madre riconosciuti o meno, ma ad oggi due elementi diversi uno dall’altro. Continuano a chiedere quanti genitori hanno avuto i due genitori e la risposta è sempre la stessa fino ai più lontani antenati. I due Autori chiedono di calcolare all’incirca quante generazioni si alternano nell’arco di cento anni. La risposta è di circa tre generazioni. Gli autori invitano a moltiplicare tre per dieci generazioni, che corrispondono all’incirca a mille anni, e il risultato dà trenta generazioni. Se si pone come base i due genitori e si elevano alla potenza di trenta, risulta una cifra che si aggira a più di un miliardo di esser umani, da cui deriviamo e che influiscono e compongono il nostro DNA e il genoma di ciascuno di noi. Affascinante: ogni uomo e ogni donna hanno in sé una composizione corporea e un’eredità psicofisica derivante dall’influsso di un miliardo di altre persone, solo se consideriamo gli ultimi mille anni; risalendo a ritroso per alcune migliaia di anni si arriva ad avere una misurazione di infinite influenze in ciascuno di noi, sconfessando ogni pregiudizio verso gli altri, verso gli sconosciuti, verso gli africani, da cui i due Autori affermano che provenga l’uomo come noi lo consociamo oggi.

Esumin ci fa viaggiare a est dell’Africa, a sud, a nord, a ovest migrando alla velocità di tre km all’anno fino a giungere a circa diecimila anni fa nel periodo, in cui questi esseri migranti hanno iniziato a applicare le loro conoscenze e impulsi in luoghi fissi, in dimore residenziali riuscendo ad estrarre ferro, rame dai minerali e a costruire comunità complesse come i borghi, le città, ad esprimere e fissare le proprie esperienze nelle tradizioni popolari e nelle scritture, che tramandano le conoscenze di volta in volta conquistate e acquisite.

Esumin sorride e svela il significato del suo acronimo: “esseri umani in movimento” ecco svelato il nocciolo del bellissimo e affascinante saggio di Guido Barbujani e di Andrea Brunelli “Il giro del mondo in sei milioni di anni”. Un saggio a forma di piacevole racconto che è una sfida a qualsiasi rigurgito razzista e condanna a vita breve tutti seminatori di paura verso il diverso, accendendo in ciascuno di noi la consapevolezza che abbiamo tutti lo stesso sangue al di là del colore della pelle, degli usi e costumi, dei pregiudizi in cammino verso una società di gioiosa consapevolezza fraterna.

Durante la lettura di “Il giro del mondo in sei milioni di anni” ha prevalso l’emozione sulla razionalità.

Esumin (esseri umani in movimento) mi ha accompagnato coinvolgendomi in un racconto che spazia nella geografia mondiale suscitando ammirazione, stupore, riconoscenza all’uomo portatore di civiltà e benessere:

“Non si sa quanti anni abbia esattamente Esumin … A volergli credere fin in fondo, Esumin avrebbe partecipato a tutte le grandi migrazioni dell’umanità, fin dalla prima a sentire lui, fin da quando stavamo sugli alberi con un cervellino grande su per giù come quello degli scimpanzé …”

Gli Autori chiosano:

“L’umanità, fin da prima di Homo sapiens, è sempre stata in movimento, e i risultati delle migrazioni e degli scambi si vedono nel nostro DNA, in cui coesistono, oggi come ieri e l’altro ieri, i contributi di antenati di tante origini diverse” (pg. 163).

“Omega. I fuochi della guerra” di Max Peronti, Astro editore. A cura di Arianna C.

 

Da sempre la guerra esercita sugli uomini un fascino irresistibile e, da sempre, essa ha accompagnato l’umanità nella sua evoluzione. Sembra brutto da dire, ma la guerra è imprescindibile dall’umanità, fa parte della cultura del nostro essere umani in quanto tali.

In guerra e in amore tutto è lecito”

La citazione di questo vecchio proverbio non avviene a caso, se non altro per smentirlo. Perché come l’amore, anche la guerra ha le sue regole evolutesi con l’uomo e la sua stessa crescita sociale e personale. Perché se nell’antichità in guerra il nemico andava abbattuto, ucciso, sterminato e catturato per farne schiavi od ottenere ricchi riscatti nel caso di figure importanti, nel tempo all’uccidere l’avversario si preferisce ferirlo e metterne fuori combattimento tre: il ferito e i due che lo portano via dal campo di battaglia.

Nel seguito dell’armata dei ribelli ci si accinge a leggere, vivere e studiare quest’evoluzione, pregnante e collante delle scene epiche di battaglia che in questo volume l’autore non lesina, corroborandone molte anche di aspetti puramente fantasy, incantesimi talvolta anche devastanti e creature del mito capaci di far sognare sempre il lettore.

Affinato lo stile, immersivo pur restando nella terza persona, che rispetto al primo libro è più incisivo e diretto, l’autore sa esprimere i concetti sopra esposti con maestria e senza far pesare nulla, facendo invece vivere al lettore i momenti cruenti degli scontri e non solo quelli sanguinosi delle battaglie, ma anche quelli altrettanto e forse anche più insidiosi delle manovre di palazzo.

I fuochi della guerra sul mondo dipinto da Peronti sono accesi su molteplici fronti, non necessariamente tutti combattuti a fil di spada, anzi spesso intrecciati in scontri di potere tra inganni e diplomazia, laddove il confine tra diplomazia e inganno risulta sempre molto labile.

Un romanzo che al pari del primo volume sa coinvolgere il lettore e portarlo su più piani di lettura e interpretazione, dallo svago alla riflessione. In un mondo chiaramente fantasy, la passione per la storia medievale e per l’antica arte guerresca del periodo emergono prepotenti, mai raggiungono i toni saggistici, ma è innegabile la profonda conoscenza dell’argomento che si fa leggere tra le righe; la trama resta comunque imperniata sulla figura dell’eroe fragile che si erge a roccia e a leader suo malgrado per trascinare i popoli nella più sanguinosa delle guerre, quella per cui chiunque morirebbe, quella per la libertà, un concetto per noi difficile da conciliare con “assenza di”, tanto la diamo per scontata.

Ma nulla in questo libro è scontato, nessuna scena, nessuno sconto e nessun personaggio che, invece, nella sua propria evoluzione mostra nuove sfaccettature e nuove capacità di sacrificio e dovere come espressione del proprio essere e della propria libertà, appunto.

Come ogni buon fantasy che si rispetti, non mancano incontri inconsueti e l’intreccio con “letture di trattati storici” del mondo di Omega danno un senso di alternanza tra azione coinvolgente e momento di riposo, senza una soluzione di continuità e senza tuttavia appesantire la lettura, né interrompere il magico filo conduttore fino al finale, forse scontato o forse no, in cui la summa delle emozioni si libera a invaderci la testa.

Il sacrificio è l’altro leit motif del romanzo, sacrificio per la persona amata, sacrificio per il popolo che si governa, sacrificio per un bene superiore.

Chi può dire quale sia quello giusto?

In coscienza ci sono passaggi in cui il dubbio è più che lecito e lo stesso protagonista è messo in dubbio, il suo stesso sacrificio diventa alibi e giustificazione per sfruttare la sua posizione e il suo potere con l’unico fine di abbattere la tirannia, tuttavia una volta abbattuto il tiranno, cosa succederà?

Si darà la caccia a un altro tiranno?

Se ne creerà uno nuovo da combattere?

Il confine tra bene e male, sempre così labile, in questo romanzo è sfumato per tutto il tragitto dalla prima all’ultima pagina e seppur talvolta sia facile anticipare il personaggio nel compiere determinate scelte o azioni, è la loro grandissima e umana fragilità e incertezza a renderceli cari, a farceli amare e mettere in discussione.

E allora questo uomo, quasi dio, un ambrushur che secondo la filosofia in cui è stato cresciuto e addestrato dovrebbe perseguire il bene dei deboli e la giustizia, se si erge a giudice e boia al contempo, è ancora nel giusto?

E la vendetta avrà il suo peso in questo cammino?

Dubbi leciti e non c’è libro migliore di quello che ti accende il dubbio, poiché esso è il motore del libero pensiero, della filosofia e, in ultima, di quella meravigliosa creatura che è l’uomo. È il dubbio, insomma, il motore della nostra anima.

Quanto proni al dubbio, quanto cauti sono i saggi!”

Omero –

 

“Era una giornata di sole” di Mariano Brustio, Calibano editore. A cura di Alessandra Micheli

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Non viviamo dei tempi facili.

Nonostante abbiamo tutto, abbiamo la tecnologia che ci aiuta e che ci permette di conoscere e superare barriere fisiche e linguistiche, i nostri visi non hanno l’armonia né la serenità che un uomo deve meritare. Tutto e nulla, non viviamo più di orrori di sapori e di bellezza. E quel senso di angoscia sale fino alla gola, rendendoci cosi fragili cosi soggetti a attacchi di panico per ogni nostra mossa.

Non sembra.

Ma il male di vivere oggi è la quotidianità.

Lo vedo nei libri che raccontano di questa nostra ansiogena ricerca della perfezione. O quelli che vogliono svelare l’orrore delle nostre città perbene, laddove dietro ai sorrisi che non arrivano agli occhi si celano i più turpi sentimenti.

E forse ci serve questo schiaffo per distruggere quella certezza che un sistema basato sulla sopraffazione ci ha regalato. Distruggere la convinzione che quello che oggi viviamo è il male necessario come scotto per la nostra evoluzione social economica. Ma che evoluzione è quella che nega i sorrisi più puri?

E’ giusto denunciare, è giusto raccontare il nostro peggior lato, che non va ignorato ma affrontato. Però a volte, dietro questi orrori sarebbe bello, sarebbe salvifico parlare di quel grammo di forza interiore, di quella timida speranza, di quei sentimenti acerbi eppure cosi intensi che ci rendono umani.

Abbiamo bisogno di libri come quelli di Mariano Bustio fatti di sapori antichi, di amicizie fuori dal tempo, dell’ardore di chi affronta quel lato “malvagio” della vita, senza rinunciare a un sogno, credendo che alla fine del viaggio il premio ci aspetta sorridendo. Era una giornata di sole è tutto questo.

E’ bontà semplice, che ci attraversa come un vento fresco, che sa di salsedine, di cibo, di povertà ma di un qualcosa che neanche il nostro tempo cosi ricco può comprare: la dignità.

Tra le storie che si intrecciano con quella fierezza tutta genovese anzi ligure, che intesse i rapporti umani di una burbera scorbutica profondità, si avverte proprio la caparbietà di non cedere di fronte al male, al potere, all’ingordigia, alle difficoltà che qua separano gli amori veri, le amicizia solida nata dalle profondità di un mare che sembra quasi sia una madre benigna, che un maestro severo.

E’ nei porti odorosi di maestrale, è nei viaggi attraverso il mondo che riscopriamo la purezza di un sorriso, di gente che senza nulla sente di avere tutto. E si respira un aria di libertà, perché nonostante le tremende prove Susanne, Eugenio e i loro amici non diventano mai dei bastardi senza cuore. Anzi trasmettono al loro figlio quel valori che oggi deridiamo come antichi, vintage.

Come se aiutare un amico, corteggiare una donna, abbracciarla farne il tuo unico porto sicuro sia da considerarsi antico.

Mentre scrivo questa recensione cercando di rendervi partecipi delle mie emozioni mentre viaggiavo con Eugenio, mentre soffrivo con Susanne, mentre mi innamoravo assieme a lei, ascolto la voce sofferta eppure serena di De Andrè in Creuza de ma.

E una lacrima scende sul viso.

Perché in fondo davvero a volte basta poco, un libro, un autore che cerca di comunicare la bellezza di un giorno di sole, come incentivo per vivere, e vivere con semplicità fino alla fine, tenendo la testa alta e ricevendo semplicemente del bene perché non si perde la meravigliosa magia del vivere mai. Basta un racconto perso in vicoli strani e pieni di vita di Genova, o una campagna in cui un vecchio uomo coltiva la terra sporcandosi le mani per far crescere la vita.

O viaggiare in un Canada misterioso, avvolto dalla neve e trovare negli occhi dell’altro, lo straniero gli stessi occhi, la stessa sofferenza e la stesa forza di occhi conosciuti.

Bastano poche semplici parole avvolte dalla semplicità che in fondo colora la vita, quella vera, non certo questa persa dietro ansie da prestazione, non certo questa voglia di emergere, ma solo il desiderio soave e lieve: di mare.

Ci sono parole nel romanzo di Brustio che non dimenticherò facilmente:

La vita ci ha costretto a starvi lontano per:troppo tempo, ed è per questo che desidero realizzare questo sogno che vi tenga uniti per sempre, perché dalla torre di questo piccolo faro possiate guardare lontano e cercare altre persone come voi. Così che la luce dell’amore che vi possiede possa aiutarvi a scrutare l’orizzonte in cerca di quelle occasioni di sfortuna che abitano sempre troppo vicino a quegli esseri più disgraziati di voi. A tutte quelle persone che di quell’amore e di quella pace sono sempre alla ricerca, ma che il disordine del potere malvagio degli uomini scansa lontano per l’egoismo del denaro. Desidero donare a tutti voi la felicità che cercate

Ecco che alla fine questo conta, esseri fari in questo mare in burrasca per dimostrare a tutti che esiste solo una cosa che il mondo non riuscirà mai a strapparci la speranza. La dignità.

La bellezza.

L’amore, l’amicizia.

Il sole che ci riscalda la pelle anche se noi distratti rincorriamo altro.

Un gatto che dorme sulle scale di una casa ricca di fiori e odori di sugo, come quelle domeniche che passavamo da bambini.

Come quella neve che danza accanto a noi, in piccole spirali e si scioglie sulla mano lasciando un freddo che presto verrà riscaldato dal fuoco di un cammino.

Ci lascia il profumo dei fiori, il vento del maestrale e quel mare infinito che spesso ha accolto le mie e le vostre lacrime.

Mare di sogni incantati di bimbi, con le storie di pirati, di sirene e di marinai furbi.

Ecco quello che questo mondo di reality non potrà mai regalarmi è quest’emozione che sento stasera. Questa coscienza di essere viva nonostante le mie mille ferite. Mi lascia un sogno che ancora stringo per le mani e la speranza di una giornata illuminata da una nuova estate.

La nostra esistenza è sì fatta di lavoro, ma dovrebbe essere anche di momenti in cui ci si dovrebbe permettere di fermarci un attimo e trovare il tempo per leggere un libro, ascoltare della buona musica e tenere al fianco quelle persone che hanno i tuoi propri interessi. Condividere e comprendere e avere il tempo di godere delle bellezze che questa esistenza ci desidera mostrare. Oggi però non è così. Siamo nel ‘59 e tutti corriamo per comprarci un frigidaire e facciamo debiti per un tavolo e una sedia che poi saremo costretti a pagare con le rate o le cambiali. Poi corriamo per il lavoro e poi corriamo per andare a mangiare e ritornare al lavoro e corriamo per andare a dormire e corriamo per tornare al lavoro e poi finalmente la sera, ad aprire una finestra sul nostro dolore e a convincerci tutti della stessa maledetta e dannata bugia che la vita è fatta così.

Non è cambiato molto dal 59.

Ancora siamo qua a relegare la vita negli angoli più bui a convincerci che è normale inaridire la nostra anima.

Leggere questo libro invece, vi farà finalmente immaginare un altro modo di vivere. Che l’esistenza è anche molto altro.

E quando capirete che è cosi allora l’incubo finirà.

Una volta per tutte.