“Miss Miles” di Mary Taylor, Darcy edizioni. A cura di Alessandra Micheli ( Fonte https://thedirtyclubofbooks.it/miss-miles-di-mary-taylor/?fbclid=IwAR1XoHgdK7BC217tynaEF9JXW4M9t7_rsyEGmJMZoa7i4Hhfqs22hB4LlIs)

Miss-Miles-WEB.png

 

Inizio a scrivere questa recensione dopo aver ascoltato un servizio su una TV nazionale sulle baby squillo. Immagino conosciate il fenomeno: prestazioni sessuali in cambio di favori, regali, versioni di latino, ricariche telefoniche e quanto altro.

Sono ragazzine dai 13 fino ai 18 anni che hanno scelto la via più facile, più immediata, per ottenere tutto ciò che oggi viene considerato indispensabile: un’elevazione di status sociale. Perché vedete i gadget richiesti non sono necessità primarie.

Sono semplicemente simboli di un certo tenore di vita, modalità in cui si urla la propria appartenenza a un determinato sistema sociale dove predomina apparenza, narcisismo e volontà pedissequa di esistere tramite i social. Senza simbolo di status la persona non esiste.

Senza foto che attestino ogni fase della vita, dal cibo alle vacanze, ai festeggiamenti di rito nelle festività concordate, la realtà non si manifesta. E’ il dramma raccontato da Baudrillard quando ci profetizzava una società basta sulla tecnologia a ogni costo. La televisione, ma anche internet e i social network, hanno fagocitato la realtà.

La realtà ora non viene più rappresentata dalla percezione e dalla rappresentazione operata dalle nostre sinapsi, ma solo da un like o dall’approvazione del mondo web. Siamo perché ci fanno esistere, in baffo alla libertà. E cosa significa questo per una giovane? Che i valori cambiano.

Da esseri umani in formazione, in cerca della propria nicchia in cui sviluppare doni e potenzialità, spesso in contrasto aperto con le consuetudini sociali, siamo marionette in balia degli stessi, in affannata ricerca di catene.

E una delle catene per noi donne è il corpo. Badate bene, non un corpo reale, ma un corpo oggetto, relegato in cambio della brama di essere, al burattinaio di turno. Vittime e carnefici si contendono di volta in volta il ruolo, fino a che i confini tra di loro svaniscono.

Per chi come me è cresciuto in un mondo fatto di modelli diversi e spesso controcorrente, tutto ciò è più spaventoso dei suo adorati horror. Per chi come me non ha avuto come miti i partecipanti a un reality o i protagonisti del gossip, tutto questo risulta alieno e inconcepibile.

Io sono cresciuta con Jo March che si scagliava contro le limitazioni femminili, tanto da voler andare in guerra a sostenere i soldati, invece che sferruzzare davanti al fuoco.

Sono cresciuta con la Polly di Una ragazza fuori moda, impegnata a proporre un nuovo modello femminile (scandaloso per l’epoca) senza leziosità e senza l’ansia di essere in vetrina per accaparrarsi il buon partito. Sono cresciuta con Elizabeth Bennet sprezzante dei ruoli sociali, tanto da sfidare la perfida lady Catherine, e sposarne il nobile e ricco nipote.

E quindi leggere Miss Miles, il primo, e sottolineo primo, manifesto femminista, non è altro che un ricordarmi che essere donna non è solo un fatto biologico, ma sopratutto mentale.

Inquadriamo prima di tutto la sua autrice Mary Taylor. Già soltanto leggendo la sua biografia, e conoscendo anche superficialmente l’ethos dell’epoca (stiamo in pieno vittoriano) possiamo carpirne la forza rivoluzionaria, ribelle, quella che oggi ci manca. E parecchio .

Per periodo vittoriano si intende indicare un arco di tempo che va dal 1837 fino al 1901 ed è caratterizzato, come dice il nome, dalla personalità maestosa e ingombrante della regina Vittoria.

Fu un’età contraddittoria, prospera in quanto caratterizzata da un notevole progresso scientifico, grazie al razionalismo che soppiantò l’idea romantica e mistica che definì invece il periodo georgiano.

Ma al tempo stesso, accanto a questo balzo in avanti (ricordo che di quel periodo furono le invenzioni e la scoperte di Charles Babbage e di Nikola Tesla) si accompagnò uno strano e costante decadimento dei costumi.

La società, nonostante il progresso, si chiuse in se stessa per impedire allo stesso di operare un totale stravolgimento del sistema sociale. Come a dire che l’evoluzione doveva riguardare la materialità e l’apparenza e lasciare intatta l’essenza stessa dell’Inghilterra.

Non si dovevano toccare, cioè, privilegi e classi sociali. Semmai si operò un finto cambiamento che, invece di cambiare la musica, cambiò semplicemente i suonatori. Borghesi al posto di nobili di lunga data, una straordinaria fusione di ricchezza mercantile e nobili natali.

Ecco che questo strano modus operandi causò lacerazioni psicologiche e culturali nel tessuto sociale, improntato a una sorta di ipocrisia e di profondo perbenismo.

Banditi gli impulsi che potevano sfociare in una vera rivoluzione, banditi i tentativi di incidere sulla stratificazione sociale, provocarono un vero e proprio disastro etico e morale, spesso denunciato dal grande Dickens.

E le donne, direte voi?

Eccoci al clou della mia recensione e che riguarda profondamente la nostra Mary e il libro in questione. Nell’epoca vittoriana la condizione femminile divenne sempre più difficoltosa a causa di una strana diffusione di un’idea balzana che tutt’oggi resiste, ossia la donna angelo.

I diritti legali non esistevano; le stesse mogli erano semplici oggetti ad uso e consumo dell’uomo, ( ciò valeva anche per le figlie femmine), non potevano votare, citare qualcuno in giudizio, né possedere alcuna proprietà.

A causa poi di questa visione purista, i loro corpi erano visti come templi che non dovevano essere adornati con gioielli né essere utilizzati per nessuno, e sottolineo nessuno, sforzo fisico.

Si doveva soltanto occupare di portare avanti la stirpe, tenere pulita la casa e dire sempre di sì. Non poteva esercitare una professione a meno che non fosse insegnante o domestica, né le era riconosciuto il diritto di avere un proprio conto corrente.

Diversa e peggiore era la condizione della donna delle classi inferiori. Oltre che al lavoro duro, la donna doveva mantenere anche quest’immagine idilliaca, tenere la casa pulita, garantire il decoro familiare. Spesso come unica strada aveva quella della prostituzione.

Qualcosa iniziò a mutare nel 1848 quando fu fondato il Queens College con l’obiettivo di incentivare l’insegnamento del mestiere di istitutrice. Ma questa è un altra storia.

Ecco perché Mary Taylor con la sua vita straordinaria fu considerata una delle prima sostenitrici dei diritti delle donne. Amica intima di Charlotte Bronte, alla morte del padre intraprese un tour europeo per la sua ansia di vita.

Nelle sue lettere con Charlotte descrisse ogni sua esperienza e anche una delle sue azioni anticonformiste, quella cioè di trovare lavoro in Germania insegnando a giovani uomini. Capite la portata rivoluzionaria in quest’epoca strana e confusa?

Ed eccoci al suo lavoro, reso disponibile a noi lettori da una grandiosa Darcy edizioni, “Miss Miles”. Questo è il suo unico romanzo a cui ha, secondo le fonti, lavorato per circa quarant’anni.

E questo romanzo contiene tutte le questioni tanto care alla nostra Mary: il lavoro femminile, il diritto allo studio (ricordo che per le donne era considerata non necessaria la formazione universitaria) e soprattutto i diritti alla proprietà (splendidamente espressi dalla tristi vicende di Dora).

In questa dimensione tayloriana si incoraggia l’indipendenza femminile e il lavoro, opponendosi a una visione rigida e chiusa che vedeva il matrimonio come unica scappatoia a una vita dignitosa.

Lo stesso contrasto che la fantastica eroina Maria subisce una volta trasferitasi (dopo la morte del padre) a Redfort, non è altro che il simbolo della difficoltà per la donna, di ritagliarsi un proprio peculiare posto all’interno di una società strutturata in modo intransigente.

In questa ottica si avvicina molto alle opere eccelse di un’altra grande femminista, ossia Jane Austen, con quel rifiuto di considerare il matrimonio unica ragion di vita della creatura donna.

Ecco che questa storia, che tocca profondamente il nostro io, la nostra femminilità in divenire, è la storia di una donna che non ha intenzione di annullarsi come persona per aderire a standard poco dignitosi e avvilenti, a cui risponde con un’unica parola: realizzazione personale.

E questa avviene per mezzo del lavoro considerato profonda espressione delle proprie potenzialità, con quella voglia di farsi strada nel mondo cozzando, se necessario, con strutture mentali e gerarchiche rigide.

Basta un libro per cambiare? Forse no. Ma sicuramente Miss Miles ci ricorda che oltre al nostro corpo esiste una grande mente che lo sostiene, una mente in grado di creare il cambiamento e che va oltre i cosiddetti impedimenti di genere.

E’ la volontà che rende reali i nostri sogni. Leggetelo. E tornate a essere prima persone e poi dopo, semmai, donne.

Grazie Darcy edizioni per aver dato la possibilità a tante giovani di identificarsi (lo spero con tutto il mio cuore) in eroine diverse, per nulla antiche ma sempre attuali, come sono quelle di gloriosi romanzi, nati per darci la possibilità, oggi, di essere. E non di apparire.

“Il rumore del pallone” di Dario Santonico, Bookabook editore. A cura di Ilaria Grossi

il rumore del pallone.jpg

 

 

A come amicizia.

Quella vera, quella di una volta.

Vi chiederete il perché di tanta nostalgia come se non riconoscessi più ad oggi quel significato che attribuivo un tempo alla parola amicizia, semplice, oggi è tutto social e virtuale: cuoricini e faccine hanno sostituito importanti domande come stai?

Sei felice?

Ci vediamo?

Occhi incollati a smartphone, ipnotizzati.

Mancano quegli occhi che ti cercano anche in mezzo a cento persone, occhi che parlano e afferrano a volo stati d’animo ed emozioni.

La storia di Domenico e Giulio, è una storia d’amicizia di altri tempi. Nasce con il lancio di un pallone, nel cortile della casa di campagna dei nonni di Domenico.

Domenico e Giulio, 9 anni, iniziano un percorso di vita assieme, ognuno con il proprio carattere, a tratti diversi, ma un fil rouge li avrebbe legati per sempre perché “la vita è tutto un equilibrio sopra la follia” recitava una famosa canzone di Vasco.

Ripercorriamo l’adolescenza, i primi amori, le gite, la scuola sino al primo anno dell’università e un distacco non facile tra Domenico e Giulio, a causa della mentalità chiusa della mamma di quest’ultimo. Domenico, sfida se stesso e chi non aveva mai creduto nelle sue potenzialità. Primo anno di università a Roma, grazie al suo impegno e un monolocale da dove poter ricominciare.

Un giorno alla sua porta bussa Giulio e il monolocale inizia così a profumare dei caffè mattutini, di progetti, sacrifici, sogni, l’amore all’improvviso, un viaggio per l’America del sud nel cassetto, un’altra vita. Lo stile di Dario Santonico è sincero, semplice, cristallino, leggere la storia di Domenico e Giulio è come sfogliare le pagine di un diario, dove nero su bianco si butta giù tutto senza vergogna, errori, ricordi, sentimenti contrastanti, delusioni, l’imprevedibilità della vita e qui la commozione sarà protagonista e il coraggio di cambiare strada nonostante tutto e tutti, in nome di un’amicizia con la A maiuscola.

Immagino così Domenico e Giulio, l’uno accanto all’altro, sorridenti come in quella foto al lago, per sempre amici.

“Non volevo ammetterlo, ma Giulio era un po’ un maestro di vita per me. Eravamo complementari. Io lo portavo nel mondo reale, lui mi spingeva a inoltrarmi nella tortuosità della mia mente. Mi faceva sempre osare un passo più nell’oscurità dei miei pensieri. Lui era la mia torcia, un lume artificiale che mi aiutava a vedere dove mettevo i piedi in modo da non inciampare”

Buona Lettura.

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario