“Nel nido dell’aquila” di Angelo Michele Imbriani, Il terebinto editore. A cura di Alessandra Micheli

il nido dell'aquila

 

 

Ci sono pagine della storia che ci restano appiccicate all’anima come un tatuaggio indelebile, da quale non possiamo scappare e che ci ricorda che, dietro la bellezza del nostro essere umani si apre la voragine cupa chiamata abisso.

Ed è un memento mori importantissimo che ci dovrebbe preservare da altri orrendi errori, ma che spesso nascondiamo sotto il fallace velo del progresso e dell’evoluzione umana.

Sono le scoperte scientifiche che mostriamo con orgoglio a definirci, sono i grandi slanci di civiltà messi in rilievi da foto su instangram o da proclami sui social a farci sentire meno in colpa, meno spaventati dalla nostra ombra che spesso si allarga, in modo maligno, sulla nostra società.

E sono le nostre apparenze che cercano di nascondere le mille mancanze di quell’anima che è stata troppo spesso sedotta dal male.

Ma non è cosi che si riscatta la memoria.

Non è cercando di annichilire il passato che ci laviamo dalla colpa, quella sempre uguale, quella che ancora oggi ci perseguita: la creazione del nemico.

E chi è il prototipo che può asservire questo nostro infimo terrore?

Il diverso, l’altro da noi, quello che, in realtà ci servirebbe per conoscerci meglio, perché funge da specchio non solo dei nostri difetti, delle incognite terrifiche, di un anima sempre braccata dalla parte oscura, ma anche di possibili virtù nascoste in un angolo solitario e silenzioso dell’anima.

La nostra colpa si chiama razzismo.

E questo è sfociato nel più tragico degli eventi: l’olocausto.

Per molti, esso è figlio di tempi distorti, in una costante ricerca di un identità, di un riscatto sociale. Per alcuni studiosi, invece, la persecuzione degli ebrei è nata con un uomo preciso e satanico, un avversario che è risuscito a condensare ogni idea distorta, ogni paura concentrandola su un unico preciso obiettivo, nascondendo la volontà distruttiva, con una sorta di sogno nazionale.

E per molti quell’uomo è profondamente tedesco, nato e nutrito da un ethos particolare che fa della Germania una sorta di fucina di orrori.

E cosi abbiamo da sempre, inutile mentire, condannato un popolo considerato complice di nefandezze impossibili da concepire, lo sterminio organizzato a logico di un intera tradizione o di un intera etnia.

Ed è qua che si individua lo sbaglio storiografico: considerare gli appartenenti alla religione ebraica dotati di un DNA preciso e di una precisa identità di razza. In realtà, sappiamo che tutti i perseguitati erano figli della loro nazione, del loro stato e della cultura che semplicemente arricchivano con altre tradizioni religiose, non dissimili in fondo, da quel cristianesimo che tanto usiamo come bandiera per definirci.

Del resto, so di sembra sconvolgente, Cristo era Ebreo, nato in un contesto ebraico, cresciuto come un rabbino e per nulla intenzionato a costruire una nuova religiosità.

Quella si è sviluppata in un secondo tempo con San Paolo.

Ecco che la persecuzione acquistata l‘amaro sapore di un organismo che si rivolta contro le sue parti, creando una malattia diffusa che ancor oggi stentiamo a curare.

La verità è che l’olocausto è l’ultimo tragico anello di una catena di preconcetti divenuti stereotipi e pregiudizi, iniziata molto tempo prima e che ingrossandosi come un cancro, non ha potuto non infettare tutti noi.

Come ben delineava Christian Delacampage nel suo favoloso “L’invenzione del razzismo”, tutte le peggiori idee partorite a Hitler, erano frutto di idee che già erano attecchite sul terreno sociale non solo della Germania, ma del mondo intero. Idee considerate valide e che appunto perché credute, perché inconsciamente seguite, diedero vita a quell’eggregora blasfema, bestemmiatrice contro la vita chiamata, appunto, persecuzione.

Da sempre, infatti, gli ebrei furono caricati dei peggiori istinti e delle peggiori qualità di un’umanità spaventata e confusa.

Tutti gli stati, nessuno escluso, furono partecipi di questa diffidenza che ha radici antiche in quella paura dell’ignoto proprie di società che non riuscivano a esprimere se stesse.

Troppe incognite, troppa insicurezza, troppa incapacità di accettare i drammi dei secoli.

Ecco che gli ebrei furono caricati di ogni peccato e offerti, nelle orride persecuzioni, come pasto alla divinità affinché in un olocausto purificatore, potesse liberare il suo popolo da ogni male.

Ma c’è di più.

Ogni caricatura degli ebrei fa parte di un patrimonio collettivo ( di cui non vado assolutamente fiera) che si è consolidato nei secoli.

Ogni accusa fu prima rivolta al diverso prescelto: le streghe, gli eretici, i barbari, i Cagot, i catari. E poi una volta formato il corpus delle accuse assurde ma considerate reali, si iniziò a trovare un degno capro espiatorio, una religione e un modo di vivere che contrastavano, apparentemente, con lo status quo. E cosi sorsero i ghetti, ci furono rari ma tragici pogrom, anche ad opera di quei russi che poi liberarono orgogliosi e fieri i campi di concentramento.

Eppure i pogrom furono l’estrema risorsa per calmare un popolo affamato, incazzato se mi si permette il temine, contro i dominanti che preferivano la gestione del potere alla gestione della res pubblica.

Quindi l’orrore non riguardò soltanto la Germania.

Li sorsero forse, le condizioni adatte perché l’orrore diventasse reale.

Tutti i concetti razzisti espressi, si sposarono con il nuovo millennio che non aveva certo portato benefici per nessuno. Spesso si dibatte se le punizioni che si riservarono alla nascente nazione dopo la sconfitta della prima guerra mondiale, fossero necessarie da sole a spiegare l’avvento del nazismo.

Io dico di si.

Basta uno sgarbo, basta un senso di frustrazione conseguente alla perdita della dignità, per far crollare ogni sentinella che ci difende dall’impulso oscuro.

Ma la Germania, cosi bistrattata resa colpevole non è stata silenziosa e acquiescente durante l’evolversi della pazzia collettiva.

E il libro di Imbriani ce lo dimostra.

Il racconto della forza di questo teologo che, superati tutti i suoi scrupoli etici e morali, decise di agire, redime quella nazione che oggi guardiamo con sospetto.

E non la redime a parer mio soltanto con il gesto che gli costò la vita.

Ma con un opera monumentale, importantissima ancor oggi, chiamata L’etica.

Ma andiamo con ordine.

Di chi parla nel suo libro Imbriani?

Il racconto narra le gesta ma sopratutto le idee di un certo Dietrich Bonoffher un teologo protestante coinvolto nella congiura per uccidere, nientedimeno, Hitler.

E questa sua scelta nasce in un contesto storico preciso.

Non è un mistero che il regime nazista cercò in un primo tempo, di utilizzare i cristiano tedeschi (ossia filonazisti) per penetrare nel contesto religioso del mondo protestante. Perché ben sapeva come l’ansia religiosa, unita al concetto di razza eletta contro i figli del diavolo ( gli ebrei appunto) avrebbe avuto una presa sulla parte più oscura della psicologia delle masse.

La religione, infatti, è sempre stata strumentalizzata per i fini politici e rappresenta una sorta di utile “coperta” atta a mascherare il vero volto del potere. E il potere non è niente di meno che un mostro capace di raggiungere i propri fini pratici e spesso devoti al dio pecunia, senza lesinare l’attitudine a divorare chiunque gli intralci la strada.

Per fortuna, il progetto hitleriano non ebbe risonanza e anzi, lungi dal creare un organo religioso di controllo, ebbe l’effetto opposto: quello di disunire il mondo protestante creando utili e accesi contrasti. Questi ebbero come reazione la costituzione di una chiesa confessante con l’approvazione di una dichiarazione che rendeva PALESE l’atteggiamento di opposizione al nazismo e sopratutto la sua pretesa di controllo sulla chiesa.

E la forza di questa dichiarazione non stava in un manifesto politico ( ogni manifesto politico, non dimenticatelo mai, ha sempre un lato macchiavellico di difesa dei propri personali e occulti fini) ma si trattò di una:

limpida, coerente, altissima affermazione della propria fede in Cristo come unico Signore, molto più efficace, in fondo, di un attacco diretto o di tante polemiche politiche. «Noi crediamo che Gesù Cristo», si leggeva all’inizio di questa dichiarazione e confessione, «così come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, sia l’unica parola di Dio. A essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e a essa dobbiamo obbedire in vita e in morte». In tal modo, si metteva l’obbedienza a Cristo e alla sua parola al di sopra dell’obbedienza a qualsiasi autorità terrena, Führer compreso.

Mettere quindi, la fede e la fiducia nella realtà delle parole e dell’esempio cristiano, era un atto ribelle di altissimo valore anche politico, intendendo la politica nel suo senso originario di polis ossia come società interconnessa, che apriva spiragli per un’azione concreta contro il male incarnato. La decisione di agire contro la vita di un uomo, anche dittatore, costò alla coscienza di Dietrich un prezzo incredibile.

Eppure, questa sua riflessione etica apre la porta a una riflessione attuale, ed è il punto su cui voglio fondare tutta la mia intera recensione.

Per favore un po’ di pazienza e seguitemi.

Questo è il punto cruciale.

Rinchiuso a Ethel un convento di monaci, Dietrich iniziò a riflettere sul dramma che stava vivendo la sua nazione, e riguardava:

problemi di coscienza che un uomo, un cittadino, un cristiano doveva porsi in quel frangente così drammatico.

Qual’era l’unica azione possibile per fermare questa lucida follia?

bisognava prima uccidere Hitler e gli altri capi nazisti e poi cercare un approccio risolutivo con gli inglesi. Ma ciò riportava in primo piano i ben noti problemi di coscienza.

Vedete, Dietrich formulò due interessanti considerazioni che oggi ci servono per capire, comprendere e isolare il male. Il primo, è espresso da una metafora che ha l’inquietante sapore di attualità:

rispose a un tale che gli chiedeva come potesse un uomo di chiesa e di fede partecipare a una cospirazione politica che prevedesse anche lo spargimento di sangue: «Quando un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede»disse, «io non posso, come pastore, contentarmi di sotterrare i morti e consolare le famiglie. Io devo, se mi trovo in quel posto, afferrare il conducente al volante».

E’ un sdoganare la violenza per fini elevati?

No.

E’ un invitare il cristiano, all’azione, alla presa di responsabilità quando il disordine creato è spinto troppo avanti per poter pensare di arginarlo. Quando iniziamo a ignorare le conseguenze di ogni nostra infinitesimale scelta, gettiamo le basi per il disastro o per la rinascita.

Secondo concetto. Dobbiamo essere Consapevoli che esistono due piani di esistenza: il mondo spirituale e il mondo terreno e che entrambi sono aspetti di quel divino che, ogni religione venere a esalta.

Ed è quel dio che si fa carne il modello che Dietrich decide di seguire.

E’ l’amore per la creazione che Dietirch decide di proteggere anche a costo della sua coscienza.

E’ quell’uomo dotato di bassi istinti eppure cosi amato, tanto da renderlo superiore agli angeli e coronato di gloria e stelle, che va protetto.

E Imbriani questo concetto lo esplica cosi:

E tuttavia, certe anime belle e pie del giorno di oggi hanno dimenticato la lezione: piangono le vittime, con lacrime inutili, ma si scandalizzano se qualcuno parla di saltare addosso al guidatore. Anzi, per evitare il rischio dell’azione responsabile, occultano anche il fatto che l’auto abbia un conducente…..ci si rifiuta di riconoscere e di definire il nemico. Anzi, se parli di nemico” trovi sempre qualche buon cristiano, evidentemente più cristiano di Dietrich, che ti redarguisce severamente, ricordandoti le parole di Gesù. Come se Gesù, quando invitava a porgere l’altra guancia, intendesse non la propria, ma quella degli altri! Buonisti con il sangue degli altri! La potente parola di Cristo, la sua parola che è spada e fuoco, addomesticata, edulcorata, ridotta a melassa retorica. Come se, per dirla con Leonhard Ragaz– un altro cristiano che Gesù avesse invitato i suoi discepoli ad essere lo zucchero e il miele della terra. Niente affatto: i cristiani devono essere il sale della terra

Parole forti, parole anticonformiste eppure potenti che non possono non toccare quelle corde nascoste dell’anima che rendono umano il movimento e la scelta tra tapparsi occhi e orecchie o buttarsi nella mischia e prendersi le responsabilità totali di un azione che ha come scopo, quello di fermare il male.

l’azione che si sforza di essere obbediente a Dio, ma cerca di ascoltare il suo comandamento nel cuore della realtà, senza trasformarlo mai in un principio astratto.

Ma Deitrich non scrive soltanto un saggio che invita ad agire quando è oramai troppo tardi.

Ci fa riflettere su un senso di responsabilità più ampio che riguarda le CAUSE per cui si arriva alla distruzione.

I tempi in cui visse Dietrich non erano tempi sani.

Ne normali.

Erano tempi in cui ogni legge umana, ogni atto di compassione veniva totalmente stravolto. Erano i tempi di tutti contro tutti, di sospetti, di sopravvivenza a ogni costo. Si viveva accanto all’orrore e spesso se ne veniva assuefatti.

Bombe e rastrellamenti erano la quotidianità.

E per questo:

bisognava ridefinire l’idea del bene e della virtù, pronti anche a rovesciare le convenzioni: il “tradimento” era ora diventato il vero amor di patria e il vecchio amor di patria era ormai il più vile tradimento.

E il primo passo era comprendere che cosa era successo ai suoi connazionali, quali mostri li stavano fagocitando e il motivo occulto per cui appoggiarono, apparentemente, questo turpe regime.

E la conclusioni sono sconvolgenti e attuali.

Molti tedeschi non sostennero Hitler perché impauriti o consapevoli, ma perché istruiti a convincersi che un certo senso del dovere, l’obbedienza cieca a acritica ai principi etici tradizionali, fosse incontestabile.

Se io cresco convincendomi che la nazione è l’unico valore e non ho alternative per contestare questo assunto, io accetterò ogni persona che, in nome della nazione, si presenta come guida.

Vi sembra tanto assurdo?

Vi faccio un esempio pratico.

Molti oggi aderiscono al partito democratico, perché si presenta come unica forza di sinistra. Poco importa se tra le sue file ci sono imprenditori, ci sono identità che venerano il denaro e sfruttano gli operai. E’ sinistra e come tale va seguita.

In occasione del voto, si sente spesso usare la frase “ ho sempre votato a sinistra e sempre voterò” e questo perché il padre del padre del padre ha inaugurato questa tradizione.

Ed è cosi per ogni valore.

Se io credo alla famiglia la difenderò a ogni costo, anche a discapito della mia felicità e di quella di ogni componente. Sotterrerò le infamie e la scorie sotto il tappeto, perché è un valore incontestabile. In sostanza, per tutti noi è più importante il sabato dell’uomo.

Cambiare idea è un atto infame.

E cosi noi continuiamo a comportarci come quei tedeschi che:

servirsi delle «armi» etiche che avevano ereditato dai loro padri, che lo stesso Dietrich aveva ricevuto in dotazione, che ben conosceva e si guardava bene dal disprezzare.

Ma appoggiare pedissequamente la tradizione significa:

tuttavia, bisognava riconoscere che quei principi etici erano ormai inservibili, erano come «armi arrugginite» e bisognava sostituirli. Affidarsi ancora a quei principi significava andare incontro a disastrosi fallimenti.

Capite la portata ontologica di questo libro?

Quando la Grande mascherata del male inizia a danzare sulle piazze dobbiamo prenderci carico della responsabilità di fermarla. E per fermarla dobbiamo guardalo in faccia quel male e capire il suo lato più pericoloso, quello che Hannah Arendet aveva ribattezzato La banalità del male.

L’agnello è spesso in realtà un lupo famelico, e bisogna stare attenti e vigili.

Ma un ultimo concetto voglio portare alla vostra attenzione, a me molto caro: la responsabilità del ceto dominante.

O dell’elite al potere.

Dietrich si era accorto, osservando appunto la banalità del male, che spesso l’essere “mostri” riguardava uomini comuni, normali e quasi invisibili. E questi uomini erano i responsabili, erano i cardini di un sistema che si nutriva dal basso e dal basso, dalle masse, veniva legittimato. E legittimare un uomo, dotarlo di potere assoluto è come condannarlo ad abbracciare l’abisso. Il ceto considerato superiore e dotato della sovranità di cui si è spogliato il popolo, alimenta ed è alimentato da un concetto politicamente scorretto, ma attuale: ossia la stupidità delle masse.

E spieghiamolo bene questo senso prima che voci indignate si alzino tacciando me e Dietrich di snobbismo.

In realtà la stupidità è la condizione in cui, oggi, siamo precipitati noi.

E’ l’incapacità di esercitare il libero pensiero, persino di controllare se le fonti potatrici di notizie dicano il vero o no.

Ci beviamo tutto e abbiamo come unico valore quello dell’apparenza.

Un click e il mondo è nostro, una partita di calcio, un reality, un social, un libro che addormenta i neuroni, e il resto del mondo sparisce.

Che ci frega a noi della politica?

Non siamo capaci di parlarne lasciamo fare ai potenti.

Io devo assolutamente postare un link per colpire quella che è tanto invidiosa di me.

E intanto il potere sotterra scorie nocive nel terreno vicino casa, sapendo che sei troppo imbambolato di fronte al computer per accorgertene.

La stupidità descritta da Imbriani:

non è un difetto che riguarda l’intelletto e non è nemmeno un problema congenito. È piuttosto una condizione determinata da certe circostanze che hanno il potere di rendere gli uomini stupidi. Si tratta, quindi, di un problema sociologico

E’ l’ostentazione della potenza, o dell’onnipotenza sia essa politica che religiosa a provocare questa condizione: il dominante ha bisogno di un dominato addormentato e zombie.

L’uomo non pensa più.

Parla per slogan e per frasi fatte, luoghi comuni e stereotipi che ripete meccanicamente.

Ammaliato accecato vittima inconsapevole di un orrendo abuso diviene perciò sturamento di qualsiasi malvagità.

E lo viviamo anche oggi.

Ne siamo felici, sorridendo come una massa di ebeti davanti al PC.

Spero mi avrete seguita fino qua.

Perché se l’avete fatto ogni concetto espresso che parte dall’olocausto ma si ferma, oggi, alle nostre incapacità di reagire e di costruire una società degna di tale nome, a noi che ci nascondiamo dietro l’assuefazione per scordare impotenza e frustrazioni, vi entrerà dentro, come uno spillo, facendovi magari sanguinare, ma risvegliandovi da un pericoloso torpore.

E magari Dietrich rinascerà nella coscienza intatta e cauta di ognuno di voi.

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