“L’impero dipinto” di Barbara Stefanini. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni persona ha bisogno di qualcosa di più alto di un istinto capace di guidarlo.

Non prendiamoci in giro.

Anche il materialista più intransigente ha una sua forma di venerazione.

Magari son veri i numeri o quel dio dei quanti che permette all’universo di esistere in una forma precisa.

Anche l’ateo più convinto in fondo ha la sua religiosità ed è nell’ideologia che permette il paradiso nella forma del sistema politico tanto sognato, agognato e desiderato, su cui orientare ogni azione possibile.

Animisti, cattolici, pagani, scintoisti, tutti sperano che quel volto onnisciente, imperscrutabile faccia sentire la sua voce nella nostra testa o magari presentarsi come a Giobbe avvolto da una nuova voce tonante a dirci cosa dobbiamo fare e come salvare il profondo legame tra noi e l’altro, tra noi e il cosmo, tra noi e il reale.

Presupponendo sempre che la vita che viviamo sia davvero reale, ma quella è un altra storia.

Ecco che lo scenario che si presenta agli occhi del fedele è simile a un quadro: siamo personaggi di un dipinto o di un mosaico, dove ogni colore si armonizza uno con l’altro.

Un impero sognato e forse mai realizzato.

Perché la divinità beffarda alla prova ci mette sempre.

Ci amano davvero i nostri Dei?

Non so dirlo.

So che per ogni prova noi dobbiamo avere una precisa reazione perché in fondo il dio o gli dei si aspettano da noi un comportamento ineccepibile.

Ma se alla fine il dio si aspetta qualcosa, forse è meno inavvicinabile di quanto pensiamo e molto più vicino alla nostra astrusa umanità.

Ecco che si gioca con il destino, si intersecano azioni e reazioni, si impostano ruoli o compiti precisi affinché il meccanismo si svolga in modo perfetto.

MA…se il dio è la nostra proiezione interiore, alla fine siamo quindi noi a darci quelle regole?

I personaggi dell’impero dipinto sono davvero liberi?

O a forza di accettare il volere altro non fanno che ripetere comportamenti sempre uguali, sempre ligi al dovere.

E se il dovere è una nostra percezione, allora siamo noi a incatenare noi stessi?

Allora la volontà degli dei, quel legame speciale raccontato da Barbara, in fondo, non è che la ripetizione di uno stadio umano infantile, in cui accettare il volere senza farsi domande, solo con fede.

Un po’ come chinare la testa davanti al padre che ti dice di fare o non fare qualcosa, senza però capire l’origine del divieto o dell’invito.

La decisione di essere un pantelico alla fine è una sorta di comunicazione esterna al proprio sé che va a cozzare, come ci dimostra la storia tra Brando e Vittoria con qualcosa di molto più intimo e profondo, come l’incontro e il successivo sentimento di amore. I sogni di una fanciulla vengono sacrificati sull’altare della ragion di stato perché la divina volontà così vuole.

E persino la scelta di partecipare la bene comune è in fondo dovuta e scontata, tanto che alla fine la vera unica libera scelta è appoggiare il male e il senso di vendetta perché proviene dal profondo del sé. L’uomo è un essere imperfetto. Dotato di grandi potenzialità ma anche di una costante e perenna tentazione ad abbracciare l’abisso. Fatti di logica e istinto, di sogno e ragione, siamo strattonati da diverse forze, contro cui dobbiamo lottare per decidere chi davvero siamo.

Eppure è proprio quella lotta costante a farci muovere, a farci cambiare e evolvere.

Credo che alla fine l’abbandono degli dei del regno dipinto sia l’unica vera opportunità per gli uomini, ivi rappresentati in ogni loro lato, benevolo e malevolo, per costruire finalmente una storia propria, senza l’incessante ingombrante fardello della legge divina.

Perché alla fine quello che conta davvero è poter parlare con la nostra coscienza, ed è solo lei a farci distinguere tra bene e male.

Sarà lei a dirci cosa dobbiamo e possiamo ottenere, è dentro il lato più nascosto di noi che si nasconde la fame di fantasia, la sete di creatività e i nostri veri talenti.

Un dio è solo una proiezione di quello che abbiamo dentro.

E quindi dobbiamo crescere.

Anche se questo significa affrontare una delle prove più dure che ci aspettano: lottare con dio, combatterlo persino maledirlo per essere alla fine, da lui benedetti con un nome e una storia nuova.

Credo che l’impero dipinto sia uno splendido affresco sul percorso umano più duro e difficoltoso, quello che portò Giacobbe una notte di luna a lottare fino allo strenuo con una presenza misteriosa, riportando sì una ferita alla gamba, ma con la promessa di un nome nuovo.

E chi ha un nuovo nome è un uomo nuovo.

 

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