Oggi il blog consiglia un fantasy che vi affascinerà sicuramente “Vanthùku. Il risveglio del draghetto rosso” di Burt O. Z. Wilson. Non potete perdervelo!

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Quarta di Copertina

Risentimento, egoismo, paura: la sorte alterata da forma umana a mostruosa, volta alla rinascita. Burt O.Z. Wilson presenta un fantasy senza scrupoli di eroi vigliacchi e predatori, dominato da sangue, acciaio, artigli e ossa spezzate, evocazioni di morte da polvere e roccia rossa.

Nessun abitante dell’Impero conosce Vanthúku: le terre rosse oltre le montagne est, un tempo dominate dai grandi draghi estinti e i giganti del Mhòrk, ora avvelenate dai negromanti e infestate dai draghetti.

Ma cosa succederebbe se i due mondi fossero costretti ad incontrarsi?

E mentre antiche leggende raccontano di un errante nell’Impero ovest, e di un popolo delle ombre all’estremo sud, le terre rosse cadono al dominio di un uomo e all’unicità di un essere. Nel risveglio di forze antiche, scontri e tradimenti verso la supremazia di Vanthúku, s’intrecciano ambiguità, solitudine e rabbia di un soldato ripudiato e una donna portatrice di magia pura; di un furbo negromante e una coraggiosa guerriera; trafficanti mossi dalla cupidigia e uomini bestia.

Qual è il vero nemico da combattere?

 

 

L’autore

Il collegamento con l’aldilà, la rinascita, la facoltà di ascoltare le anime: nella sua prima pubblicazione Burt O.Z. Wilson racconta la propria esperienza paranormale attraverso una metafora. Cerca di trasmettere come tali esperienze non siano lo stereotipo di un’attività onirica o creata dalla suggestione o dalla fantasia, ma trascendentale come esperienza possibile a qualsiasi livello e persona, come intuizione e incontro nello spazio e nel tempo reali.

Quante volte, spesso senza volerlo, sentiamo di non essere soli mentre la nostra interiorità è allineata ad un preciso ricordo? E così la possibilità di osservare i segni delle anime è alla portata di tutti – anche se sottovalutata – e spesso sotto ai nostri occhi. È il motivo che spinge Burt O.Z. Wilson a raccontare una storia incentrata su quella piccola parte umana spesso lasciata in ombra, meno razionale e spontanea, che molti hanno vergogna di mostrare. Prende forma nella figura dei negromanti, nella percezione comune sono definiti in modo negativo: praticanti di arti oscure e divinatori della morte. Ma esiste un equilibrio, e in quello il negromante diventa una metafora: quel flusso di coscienza, lasciato nell’oscurità, in basso, riemerge come personaggio che lotta per sopravvivere. Il negromante è in grado di evocare gli spiriti e dargli una forma: è artefice di una rinascita.

 

Dati libro

Titolo: Vanthúku – Il risveglio del draghetto rosso

Autore: Burt O.Z. Wilson

Genere: Fantasy

Pagine: 254

Prezzo (solo cartaceo al momento): € 9,90

Link acquisto: https://www.amazon.it/dp/179329318X/

Link Pagina Facebook: https://www.facebook.com/vanthukupress/

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Review party “Le replicanti” di Laura Mercuri. A cura di Alessandra Micheli

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In genere inizio ogni recensione inquadrando il genere letterario, perché è da quello che si definisce e si incastra perfettamente il significato del libro.

Nel caso di Laura Mercuri, il paradigma solito è totalmente rovesciato; è, infatti, il messaggio a utilizzare il genere. Per questo non è importante tanto il fatto criminoso, quanto le conseguenze che quell’atto disturbante provoca.

O oserei dire svela.

Perché la morte di una ragazzina apparentemente tranquilla e benvoluta, sconvolge la tranquilla routine di una immaginaria cittadina di mare, borghese (mi si conceda il termine) e ligia all’ordine e, purtroppo, all’apparenza. E già da questa semplice “descrizione” ne conseguono due temi fondamentali per noi, oggi.

Uno è appunto quello dell’apparenza. Troppo spesso la facciata esteriore serve da maschera e da protezione a ogni basso istinto. E questo si nutre ed è nutrite da una sorta di anonimato consenziente, un patto oscuro tra il demone che si nutre di ogni società chiusa, e che in cambio ti elargisce un potere e una vita agiata. Senza scossoni e senza la denuncia aperta delle proprie perversioni.

Il secondo tema è racchiuso è proprio nell’immagine irreale del luogo scelto. Esso diviene cosi simbolo e archetipo di una tendenza umana che riguarda un po’ tutte le città, le cittadine e gli agglomerati urbani e si carica di ogni stereotipo per evidenziare non tanto un ambiente preciso, ma una tendenza che, a conti fatti, deve essere mostrata per quella che è: disordine deleterio.

Infatti, scegliere come ambientazione un posto preciso, significa a volte raccontare una problematica altrettanto precisa. Un ambiente che sia urbano o sociale vive e prospera in condizioni particolari. Ad esempio certe città del sud Italia che risentono di una storia e di una consuetudine da essa scaturita considerata propria di quella determinata tradizione.

O la scelta di un preciso spaccato della società odierna anch’esso frutto di un percorso sociologico preciso e peculiare. E seppur è ovvio che, il sistema in toto, sia si frutto di condizioni particolari e precise, ma è altrettanto ovvio che riguarda un concetto più ampio, ossia quello di sistema sociale, politico o di pensiero. Spesso nell’identificazione di un luogo preciso tendiamo a rimuovere il senso di appartenenza della problematica.

Ecco che esistono problemi del sud, problemi del nord, problemi borghesi o problemi dello strato più basso della società.

Invece no.

I problemi e le difficoltà appartengono al mondo delle idee che distorciamo e sviluppiamo per assecondare i bisogni profondi e nascosti delle nostre azioni. Pareto li chiamava i residui non logici delle nostre azioni.

Ed è quelli che la Mercuri vuole far emergere.

Perché sollevare il tappeto sotto il quale nascondiamo la sporcizia, serve a noi per “redimerci”.

La verità rende liberi.

Ecco che da uno shock come quello di un omicidio si svelano verità nascoste: bullismo, violenza, pedofilia, corruzione, asservimento dei mezzi di comunicazione allo show.

Troverete di tutto e in un certo senso questo noir dalle tinte di detective story, vi farà rabbrividire più di un libro thriller classico.

Perché vederci in uno specchi deformato, vedere tutte le nostre ossessioni e i vizi, beh non può non sconvolgervi.

Vedrete una generazione allo sbando, il senso di una maternità corrotta alla sua radice, divento mezzo per poter esistere.

Ecco cosa denuncia il libro: quel vuoto che noi oggi, società perduta avvertiamo acuto.

E’ un vuoto conseguente a una certa tradizione ribelle che, contestando e distruggendo i valori fondanti la nostra società, non ha provveduto a sostituirli con quelli nuovi, più aderenti a un evoluzione che oggi è sfuggita di mano trasformandosi in involuzione.

I social sembrano renderci più vicini ma acutizzano il senso di solitudine.

La violenza è il modo per provare emozioni, e per ottenere dei risarcimenti a danni reali o immaginari.

La rabbia non è usata per difendere se stessi ma è usata contro noi stesi. Perché quel vuoto urla nel silenzio di un mondo che pensa egoisticamente soltanto a se.

E dividendosi, rende gli esseri umani fragili.

L’adolescenza qua rappresentata non è analizzata secondo modelli sociologici a volte troppo aridi, ma in modo empatico capendo come oggi per esistere dobbiamo farci vedere. E non provare a “contemplare”, un atto che presuppone una profonda compassione verso l’altro (compassione provare assieme a qualcuno) ma vedere, ossia soltanto un atto di apparenza che mostra la facciata, quella che è forte, sprezzante ma profondamente infelice.

E’ una storia cupa, nera di dolore.

Il dolore di chi deve seguire una via prestabilita per chiamarsi donna e che prova nella lacerazione del proprio se e dei propri sogni asserviti alla consuetudine. donna è madre, la realizzazione primaria di una donna è nella maternità a ogni costo, anche a costo dei suoi privati e intimi sogni.

Una frase del testo è drammatica in tutta la sua attualità:

La stessa donna a cui raccontavo il mio sogno di viaggiare, di scrivere libri, di cambiare paese ogni due anni, quella stessa donna credeva che una donna senza figli non fosse niente. Capii che anch’io, se alla fine non avessi messo la testa a partito e non avessi deciso di buttarmi in mezzo a pannolini e pappe, anch’io, sua figlia, sarei diventata un niente, per lei.

Nel libro alla fine non ci sono né vinti né vincitori.

La risoluzione del caso, lo sbrogliamento della matassa, non porta a una vera redenzione, perché quel vuoto, non è la giustizia ufficiale che può colmarlo. Non sono le leggi, né la prigione, né lo scampato pericolo.

Perché il vero carnefice, il vero burattinaio, la Mercuri non lo identifica negli attori di questa farsa, ma in un sistema di pensiero che possiamo modificare, solo se modifichiamo noi stessi.

E’ solo la consapevolezza di aver bisogno di nuovi pensieri, di nuovi stimoli, di nuovi ideali, forse ci può salvare da quell’idra dalle mille teste. E se ne tagliamo una, stiamo sicura che ricrescerà.

Almeno che non usiamo il fuoco della passione.

La Mercuri ha compreso come un libro possa essere strumento di cambiamento.

Badate bene, non arma.

Ma il mezzo con cui tornare a brillare come stelle lucenti nel firmamento.

Consiglio questo libro a chi cerca una storia coinvolgente, emozionante e sopratutto capace di far riflettere su noi stessi. E Ribadisco che considero il libro uno strumento per comprendere tanti lati del nostro vivere che sono pericolosi, come il bullismo, come le aspettative esagerate di una società che ci vuole allineati prima che felici.

E’ un libro adatto a tutti, sicuramente di qualità, e che consiglio vivamente a tutti, specie ai ragazzi. Perchè in fondo parla di loro.

Ottimo lo stile e ottima scrittura fluida e scorrevole nonostante la complessità del tema trattato e del genere scelto.