“L’assassino che donava girasoli ai cadaveri” di Giorgia Vasaperna, Dark Zone editore. A cura di Alessandra Micheli

l'assassino.jpg

 

Quando il sole tramonta e la luna domina il cielo notturno dimentichiamo di soffermarci sulla maestosità dell’universo.

Nasciamo innocenti, puri in ogni angolo della nostra anima, ma crescendo diventiamo avidi di possesso, di attenzioni, di noi stessi. Ci ossessioniamo all’idea di vivere una vita migliore no, noi poveri stolti vediamo solo un mero meccanismo e di-dei nostri genitori, vogliamo essere qualcosa che va oltre la nostra natura. Siamo così schifosamente ambiziosi da non guardare un attimo indietro per ricordarci da dove proveniamo ; cosa, in sintesi, eravamo.

Darwin avrebbe detto « scimmie ». L’inclinazione umana a sovrastare qualcuno,proprio come un animale farebbe, è una prova più che sufficiente. Come fanno alcuni a negare ancora una verità così palese ? Bisogna essere accecati per non vedere. Del resto, viviamo a testa bassa. Alziamo lo sguardo solo per giudicare, per accrescere il nostro ego dinanzi agli errori altrui ; e non dimentichiamo il potere, il desiderio di dominare, di fare in modo che gli altri temano il tuo giudizio quanto quello universale.

Giorgia Vasaperna

 

 

Stranamente non inizierò la mia recensione parlandovi del thriller e del serial killer.

Non perché il libro della Vasaperna non sia attinente al genere.

Ma perché trovo che i contenuti, i messaggi, gli intenti di questa giovanissima autrice siano stavolta più importanti del genere.

Si lo so che sono fissata con la mappa con cui esplorate il territorio chiamato letteratura.

Ma è pur vero e lo dovreste aver oramai tautato in fronte, che il libro è comunicazione.

E la comunicazione influisce, volenti o nolenti, nel substrato culturale di ognuno di noi,

Anche il più infimo e misconosciuto autore avrà e potrà avere un impatto sui lettori.

Che siano pochi o tanti non importa, Jung (non io) insegna che la coscienza collettiva funziona come una ragnatela e basta stuzzicare un filo, farlo vibrare per influire sul disegno complessivo.

Quindi voi, si mi rivolgo a voi autori, avete e avrete sempre una responsabilità verso non solo ciò che scrivete, ma verso il sistema di pensiero che sosterrete anche incoscientemente, con i vostri scritti.

Ed è ormai assodato che nella maggior parte dei casi non ve ne frega una benamata minkia di questa responsabilità.

Anzi spesso contribuite a legittimare il sistema ontologico, prediligendo la creazione di finti libri di evasione, il cui contenuto e concetto è un calcio in viso non solo al femminismo e alle pari opportunità, ma anche all’etica.

Se poi il vostro sostenere quanto sia bello essere piastrellate, quanto sia importante l’amore anche se l’oggetto del desiderio è un mafioso, beh contente voi contenti tutti.

E siccome io sono una vecchia acida, quando mi arriva il libro di una giovanissima autrice mi dico ecco preparati Ale a smadonnare in greco turco e aramaico (qualche parola dell’antica lingua la conosco davvero).

E ritrovarmi un testo pieno di messaggi “sani” non solo mi commuove, ma mi fa decidere di buttare tutti i concetti classici della recensione ossia stile, maturità, e refusi in un solo contenitore da regalare all’AMA e mettermi a raccontarvi che, nonostante le vostre fisime da editor casarecci, certi libri sono FONDAMENTALI.

Sicuramente Giorgia crescerà, e anzi deve crescere.

E per assicurarmi di ciò metterò a stalkerare sia lei che la casa editrice che il suo editor.

Che sicuramente leggendo queste mie parole piangeranno lacrime di commozione.

Eh beh siete fortunelli.

Il pregio di questo testo è nel coraggio dimostrato non solo da Giorgia ma anche della sua CE, che ha compreso l’effettiva validità del messaggio ivi veicolato e ha deciso di darlo a voi.

Sperando di non consegnare perle ai porci.

Ne cose sante ai cani.

In questo libro, come in altri ( ringrazio santa Agatha Christie perché finalmente si è compreso che il genere DEVE semplicemente veicolare un significato ) l’omicidio e il serial killer sono solo “strumenti” con cui si intende parlare di altro.

Ma attenzione, questo altro non è solo il solito trito e ritrito ( ma necessario perché pare che non venga recepito da queste menti assonnate) di protesta contro il sistema societario denominato borghese.

E sapete bene che per borghese si intende quello in cui conta l’apparenza a discapito della sostanza, conta il ruolo sociale a discapito dell’essenza della persona, è fondamentale mantenere lo status quo affinché nulla cambi. (questa non è mia, l’ho presa in prestito da Tommaso di Lampedusa. Il gattopardo. Si quel film con Alain Delon…santa musa aiutami tu).

Qua il concetto si estende affrontando uno dei nostri problemi principali: l’apparenza e l’appartenenza.

Come animale sociale, l’uomo è incapace per tradizione a vivere da solo.

Ha bisogno dell’interazione con l’altro, questo strano elemento dotato di meravigliose infinite variabili, che ma al tempo intrigano e spaventano, perché difficilmente rispondono ai cliché.

Infatti, il cosiddetto luogo comune o modello di comportamento è fondamentale per regolare i rapporti umani.

A secondo della collocazione sociali ci sono una serie di regole non scritte con cui approcciarsi in un preliminare incontro con il fantomatico altro.

Il problema è che per pigrizia, o per educazione, o per manipolazione, questi modelli divengono fissi e rigidi e si hanno gli stereotipi.

Ecco le frasi fatte: il medico non sa scrivere ad esempio, gli avvocati sono furbi, i commercialisti ladri, fino alle più pericolose quelle che identificano non solo una tradizione religiosa o sociale, ma persino una tendenza intima e interiore.

Ecco che certe parole divengono etichette da cui l’altro non può scappare.

E che limitano la straordinaria flessibilità umana e quelle sfaccettature che ci rendono tutti diversi e tutti speciali.

E per essere accettati si cerca l’approvazione, l’accettazione di un certo status sociale, di ruoli o di clan ben definiti.

Che siano sette religiose, o religioni, o semplicemente gruppi.

E chi ne fa spesso le spese?

I giovani.

Quelli che stanno crescendo, che si affacciano alla vita e che forse sono malleabili. Anzi faccio un je t’accuse, noi li rendiamo malleabili. Li convinciamo che i poeti sono dei falliti, che la diversità è un peccato, che i valori, il sabato, conta più dell’uomo stesso. Che esistono peccati, che esiste bene e male e ognuno deve essere combattente sacrificabile sulla linea maginot della guerra in corso.

Beh vi informo che non esiste nessuna guerra.

E che a dio, all’ideale, delle nostre trite stronzate non frega assolutamente nulla. Perchè la Vasaperna lo dice (e una ragazza giovane, lo insegna a voi tromboni ammuffiti) che Dio, ci vuole solamente vivi.

E possibilmente felici.

E poco gli interessa se lo siamo con un uomo, una donna, un sogno, o una canzone.

Ecco questo libro racconta dei pericoli di chi si fa gabbare delle falsità societarie, quelle che preferiscono uomini che venerano la sopraffazione, ogni santo giorno, che si scontrano, che sono isole. Perché una volta uniti saremmo imbattibili.

Ecco io spero che questo libro, con la redenzione di chi decide di lasciare da parte le proprie debolezze spacciate per forze, possiate fare lo stesso salto che ha fatto la protagonista Amanda, e vedere che quello che oggi vi spacciano per giusto è solo una triste stupida bugia.

Grazie Francesca Pace per aver osato.

Grazie Stefano Mancini, per la sua bravura, per aver  lasciato intatta questa innocenza che salva.

E Grazie Giorgia tu si che hai compreso che noi sognatori, alla fine, la forma la guardiamo poco.

Ma abbiamo tanto bisogno di sostanza, per continuare a sognare.

Giorgia cresci stilisticamente, ma non cambiare mai di una virgola.

 

“Venite a prendere Tommaso Renise” di Alessio Degli Incerti Giazira Scritture. A cura di Ilaria Grossi

51769783_386413655469225_8618826918604570624_n

 

 

Roma.

Sfratto esecutivo, ufficiali giudiziari, occupazione abusiva di case popolari, precarietà, povertà, disperazione, debiti, spostarsi per anni da una casa all’altra con le valigie piene di vestiti e ogni volta lasciare un pezzetto di te e del tuo cuore in quella casa che ti ha temporaneamente protetto.

Alberto Renise, decide di tornare nella prima casa, quella che l’ha visto più sereno con la sua famiglia, decide di occupare abusivamente una casa che sente sua anche se non lo è. Decide di autorecludersi in casa, di diventare prigioniero di quattro mura, di non aprire più a nessuno, soprattutto agli ufficiali giudiziari. Di rinchiudere Tommaso, il padre anziano in un stanzino la cui porta sono le ante dell’armadio, perché nessuno lo venisse a cercare. Nella sua decisione disperata di vivere come un’eremita, lontano dal mondo che non ha mai reso giustizia alla sua condizione precaria, si coglie tutto il dramma nella vita di Alberto, strano, cinico, in continua competizione con Tommaso che cercava di spronarlo e otteneva la sua aggressione solo temporanea, non riusciva a stare troppo tempo in collera con lui.

Alberto, aveva due grandi paure, perdere la casa e perdere Tommaso, cosa avrebbe fatto senza Tommaso?

Alberto esisteva dopo Tommaso?

Ecco, la paura è capace di innescare meccanismi inspiegabili, assurdi, non c’è ragionamento lucido che tenga. La paura divora da dentro per poi coinvolgere tutto quello che ti circonda.

Ecco cosa ho colto nelle primissime pagine del libro.

Alberto è un protagonista che non lascia indifferente il lettore.

Quanta amara verità c’è nella condizione di chi si sente per una vita emarginato, non considerato, un pacco indesiderato che può essere spostato senza problemi? Precarietà, incertezza, debiti: c’è chi combatte ogni giorno, c’è chi crea mura intorno alla propria vita difendendola con ogni mezzo a sua disposizione anche se si chiama disperazione e se un aiuto concreto non arriva, scatta la lotta per la sopravvivenza, si è disposti a tutto, anche ad annullarsi, a rifiutare l’amore, a chiudere la porta ad un mondo non sempre giusto.

Alberto è figlio della precarietà, rassegnazione e di chi non vuole combattere ma solo resistere.

Mi fermo qui, perché a metà libro ho intuito un finale sorprendente, un po’ mi ha intristito e al tempo stesso mi ha fatto riflettere.

Lascio a te lettore, la curiosità di scoprire una lettura particolare, con un finale tutto da cogliere tra le ultime righe.

Lo stile di Alessio Degli Incerti arriva dritto al lettore, attento ai dettagli, così vero nelle sue riflessioni, profondamente sincero e quella punta di ironia che piace, mette in luce il dramma che si cela dietro chi vive la povertà, la precarietà, chi non riesce a trovare un posto nel mondo capace di proteggerlo e finisce per crearlo con la sua accesa fantasia e disperazione.

Buona Lettura

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario