“Nero di Siena” di Mario Falcone, Ianieri editore. A cura di Alessandra Micheli

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Quando ho finito di leggere Nero di Siena, ho sperato vivamente di poter dire “in fondo è solo un libro” e continuare la mia vita con la stessa spensieratezza. Purtroppo non è possibile.

Perché Falcone non scrive un romanzo ci narra la realtà con una penna disincantata e feroce.

E quello che ne emerge è un ritratto agghiacciante che nessuno horror potrà mai creare, un mondo marcio brulicante di panciuti vermi che si nutrono della nostra abbondanza.

E’ cosi che va la vita.

La giustizia rannicchiata lacera in un angolo, il popolo, quella massa informe resa addormentata, ipnotizzata dal finto mito del self made man, e l’élite che si diverte in festini, in gozzoviglie degna di un racconto di Poe.

Come nella maschera rossa sono rinchiusi in un castello dorato, lontano tengono le malattie e il dolore, mentre balli sfrenati e allegria malsana accompagnano i lamenti della povera gente.

Vi sembra un quadro troppo crudo?

Beh è ora che vi svegliate e iniziate a osservare con occhi diversi la realtà.

Il potere corrotto è tentacolare, e arriva dappertutto, nella politica nata per garantire a tutti, e sottolineo tutti, stabilità e benessere, all’economia che dovrebbe soddisfare i bisogno dei cittadini e portare progresso civile e sociale, nella cultura asservendo giornalisti e coloro che sono impegnati nella socializzazione del giovane.

E che messaggio arriva?

Che basta vendersi per assicurarsi una fetta della torta.

Che bisogna assecondare i vizi più che le virtù, perché il baratro fa paura, non va mai osservato ma coperto con foglie di alloro.

E non fa nulla se diventa tanto esteso da fagocitare tutto, la nostra finta civiltà oramai decadente e morta e tutti i nostri sogni.

E’ una triste commedia dall’arte quella scritta da Falcone.

Un inferno dantesco reso più cupo dalla sua invisibilità: tutti sanno, ma pochi possono sbrogliare la matassa.

E forse neanche hanno l’intenzione di farlo.

E si lasciano sedurre.

Il male in fondo è questo.

Sotto la superficie di perfetta cittadina si nasconde la più bieca delinquenza.

E non parlo dei piccoli spacciatori, dei piccoli criminali.

Parlo dei poteri forti, quelli con la responsabilità più alta, quelli che dovrebbero essere da esempio, quella dei voti, quella delle banche, quella dei giornalisti e degli avvocati, dei questori e degli ispettori.

In questa girandola di voci e di facce, sembrano tutti complici, tutti interconnessi.

Non bisogna mai sollevare il tappeto, perché esso rivela il vero turpe piano quello di godere fino in fondo dei benefici, fregandosene degli altri.

Ma la storia la facciamo noi, e se smettiamo di crearla essa si adagia tra gli angoli polverosi e smette di esistere.

E sono solo ripetitive immagini di gesti già compiuti, di patti lontani che si ripetono come una litania funerea.

L’Italia e la Siena di Falcone ne son l’esempio.

Non siamo uno stato nato non da un gesto di libertà ma da uno scellerato patto con la criminalità organizzata. Oramai sdoganata la reale natura dello sbarco degli alleati, fatta con la complicità dei clan mafiosi.

Allora in fondo Siena non fa altro che ripetere lo schema: il banchiere che viene ucciso dal suo avido successore, cosi come capitò a Mattei, scomparso in un misterioso incidente d’aereo.

E felice di quella morte improvvisa, non fu altro che il suo “gregario” Cefis che poi prese il posto dell’imprenditore facendo fare all’ENI uno strano balzo…

E non può non ricordarmi una lontana italiaca vicenda, la diatriba, descritta nel libro, tra il banchiere Volpi e il sui discepolo Greganti. Diventati membri della creme delal società, grazie a ricatti e azioni alquanto discutibili fino a diventare una banca di riciclaggio alla barba dei codici editi.

Vi sembra un racconto assurdo?

Davvero?

Vi ricordo lo strano “suicidio” di Calvi e il caso del banco ambrosiano, con le sue oscure infiltrazioni. Licio Gelli. Paul Marcinkus. Michele Sindona. Off Shore in Lussemburgo.

Questo non sono solo elenchi di nomi. Sono fatti.

E cosa dire dei giornalisti?

Quelli prezzolati dal potere o i testimoni azzittiti da qualche mano altra, intervenuta non soltanto per paura ma anche per dare l’esempio a chi avesse solo un’idea di staccarsi dal branco.

Volete qualche nome?

Eccolo.

Il caso OP con l’omicidio Pecorelli, quasi un monito per tutti coloro pronti a sputare sul piatto in cui si mangia.

E cosa dire del patto tra potere politico e mafia?

Basta un nome Ciancimino e tutte le nostre difese crollano e ci accorgiamo che, in fondo, la nostra storia, non è altro che un lungo grosso intrigo.

Solo che oggi lo scordiamo.

E siamo cosi imbambolati, assuefatti da dimenticare quella storia scomoda.

E ci sentiamo liberi se guardiamo certi strani film o cartoon finto anticonformisti in TV con la loro ansia di ribellione finto distopica, o i programmi in cui si fa una agiografica difesa del popolo, dal giornalista prezzolato di turno.

Ma non è quella finta propaganda che ci rende liberi.

Ecco le parole, profetiche e intense, di un grande autore, Antonio Lucarini:

 

 Il sistema crea per primo falsi anticorpi che fingono di combatterlo. Molti guru anti sistema sono in realta’ globuli bianchi che proteggono l’organismo e lo status quo. Tutti oggi gridano contro l’omologazione e la disparita’ sociale ma spesso indossano abiti e calzature firmate da multinazionali che sfruttano il disagio e ottundono le menti.

 

Capite l’inganno?

Ci illudono con le parole e le immagini affinché tutto cambi perché nulla cambi.

Allora sono libri come quello di Mario Falcone, che raccontano una verità forse scomoda, che narrano anche dell’azione di pochi uomini che tentano di ribellarsi, che del loro dolore fanno una spada per combattere la corruzione a poterci svegliare.

Il suo noir è terrificante, ma bello con quell’aria di speranza che fa del suo eroe una persona semplice nata e cresciuta con concetti puliti di rettitudine e di dovere.

Ma che in mezzo a questa fogna scoperta nella perbene Siena, deve per forza allearsi con il lato oscuro della giustizia e iniziare, per una vera pulizia, a cercare compromessi.

Lorenzo Brandi è tutti noi, e al tempo stesso è un archetipo affascinante: perduto tenta di ritrovarsi cercando di fare la differenza.

Forse non ci riesce.

Forse è cosi pieno di dolore che davvero non ha più nulla da “perdere” ed è forse per quello che come un segugio non molla la preda.

Nonostante i rischi, nonostante le lusinghe, nonostante le minacce.

Nonostante gli agitino davanti la soluzione ai suoi problemi.

Non è un santo.

Lui l’abisso lo conosce perché troppo spesso c’è caduto dentro.

Non disdegna il vizio, ma lo rifiuta quando esso è comprato.

Capite?

Tra piacere e costrizione esiste una sottile linea e Brandi la conosce.

E non la sorpassa.

Non ha bisogno di festini di coca e sesso per avere il suo momento di trasgressione.

Non ha bisogno di comprare le donne o di corrompere anime.

Se si vuol vivere in modo sfrenato, basta soltanto scegliere una via che sia lontana dalla perversione.

Perché in questo libro di perversi orrori ce ne sono parecchi.

E vi sconvolgeranno, vi faranno incazzare, vi faranno dire no.

E forse io spero, come credo che lo speri Mario, che la rabbia sarà la vostra reazione.

Perché forse poi dalla rabbia e dai no, si inizierà a combattere quei vermi brulicanti nel marcio.

Ricordatevi che la libertà:

 

non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione.

 

E chiunque volti il viso dall’altra parte, non partecipa.

 

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