In occasione dell’evento “Il club di Aurora” organizzato da Elisa Costa, il nostro blog presenta l’articolo “La distopia in Aurora Stella”.

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Che cos’è questa famosa distopia?

Una parolaccia?

Una maledizione in aramaico antico?

No miei cari lettori è un genere letterario appartenente alla macro categoria della fantascienza.

E da questa se ne distacca soltanto ed esclusivamente per la sua portata di denuncia sociale. Letteralmente dis-topia è il contrario di Utopia, ossia quella forza immaginativa e forse sognatrice che con le sue argomentazioni spesso illusorie e ottimistiche, tentava di dare indicazioni su come sviluppare al meglio e in ogni sana potenzialità il mondo in cui si trovava a muoversi, vivere e agire. Famosi utopistici furono Tommaso Campanella e Tommaso Moro (forse nel nome Tommaso c’è proprio una sorta di DNA della speranza ottimistica?).

Nelle loro opere di portata politica e ontologica immensa concepivano un mondo non soltanto idilliaco, ma organizzato attorno ai valori di saggezza, ordine e sopratutto pace sociale. Questo comportava due conseguenze: uno l’ammissione che i loro tempi erano imperfetti e i governanti gretti e chiusi mentalmente,il secondo era la convinzione di una proto concezione cibernetica del mondo, ossia un organismo interconnesso in cui le singole parti non erano egoisticamente concentrate sul personale concetto di benessere, ma contribuivano a quello che più tardi Rosseau Definirà Volontà Generale.

O Bene supremo secondo la nostra amata zia Jo (Rowling).

Nonostante abbiano nutrito generazione di idealisti ( me compresa) l’utopia appariva evanescente, poco attinente a percorsi reali, troppo incentrata su un ideale quasi illusorio. Allora come tamponare le cesure di un mondo che, mano mano l’avanzamento dei secoli, perdeva la sua legittimità e la sua ragion d’essere? Con il mezzo mutato dalle religioni misteriche orientali, ossia la colpa e la punizione suprema. Ecco che nasce il distopico,quel mondo altamente indesiderabile causato dalla mancanza di responsabilità e di comprensione del sistema sociale e delle sue leggi. Una volta ignorato il cosiddetto effetto farfalla Azione/retroazione/ conseguenza il risultato poteva essere solo uno: il totalitarismo, la manipolazione e l’egoismo portato ai massimi livelli. Ogni libro “distopico” contiene non tanto una visione pessimistica e nichilistica dell’uomo, quanto mette e punta l’attenzione sulle conseguenze di azioni scellerate nutrite soltanto a istinto e passioni PERSONALI.

Non è quindi un caso che la distopia sia il genere preferito dei ribelli o di coloro che esternano con forza e spesso con toni duri la loro non accettazione del sistema. Accanto alla denuncia distopica ecco che si affianca la sua sorella preferita l’ucronia.

In questo caso si tratta di un salto immaginativo ancora più radicale che risponde alla domanda “E se le cose fossero andate in maniera diversa?”.

E spesso l’ucronia fa avverare i nostri peggiori incubi, quelli in cui non esistono i sistemi inconsci di controllo degli eventi, ossia dei meccanismi mentali che ci spingono a fermarci a un passo dal baratro. Ogni volta che siamo sull’orlo del distruzione il sistema mondo, tenta un aggiustamento dell’ultimo secondo: è stato cosi per la guerra fredda, per l’olocausto fermato a un passo dal disastro totale, e viaggia nelle sinapsi più nascoste della nostra psiche. Questi meccanismi di sopravvivenza non ci sono nell’ucronia.

Nella storia alternativa il disastro è portato alle estreme conseguenze: si pensi a George Orwell o al fantastico la Svastica nel sole di Dick, o ancora Fatherland di Robert Harris.

E ora arriviamo a inquadrare Furens in questo filone polemico.

Che Aurora non è un’autrice commerciale risalta agli occhi. Ogni suo scritto ha quella vena anticonformista, ossia fuori dalle norme classiche e soprattutto anti sistema (termine inteso con una non accettazione del sistema moderno basato su vinti e vincitori) abbastanza marcato. Il suo interesse per il filone fantascientifico e horror lo dimostra: considera la società convenzionata come la massima prigione atta a ingabbiare le ali di angeli resi inermi. La sua idea si avvicina a quella di un mistico molto controverso della storia Cattolica un certo Antony de Mello che raccontava una storia curiosa che secondo me, spiega ogni testo della Stella compreso il filone iniziato con Furens: siamo tutte aquile che hanno passato la vita a considerarsi polli. Incapaci, quindi, di spiccare voli pindarici. Ed è il senso della costruzione semantica e ontologica della storia di Sylvein: una vita passata a considerare la nuoca Roma il non plus ultra del progresso umano. Ogni suo pensiero nei primi capitoli esalta le conquiste negando per educazione, il lato oscuro dell’impero. Lato oscuro fatto, ovviamente di manipolazione, di controllo e persino di prigionia: ogni essere umano ha una sua precisa collocazione. E se qualcuno ha una mente più inflessibile, poco incline all’apprendimento statico, atto a mantenere lo status quò è considerata un anomalia.

Da combattere a ogni costo.

E perchè proprio la scelta di Roma?

Perché Roma fu un grande impero, crollato sotto il peso di contraddizioni interne che non è riuscita a sbrogliare a causa di una strana, ma classica tendenza a mantenere i privilegi saldi. Ogni impero, stato, regione, città incapace di adattarsi ai tempi veloci dell’evoluzione, crolla sotto il peso della sua antiquata visione del mondo. UN impero per non crollare DEVE trasformarsi. Roma non si trasformò. Ebbe notevoli atti eroici, personaggi di spicco, tutti sacrificati sull’altare dell’egoismo sociale.

Allora Aurora compie un passo ulteriore, con arguzia e con una conoscenza ottimale dello stile ucronico, ha cercato nel suo libro di raccontare una storia alternativa della storia, evitando il crollo totale del grande impero romano, che sa uscire dalla crisi totalmente restaurata.

Ed ecco che Roma in aurora brilla. Ma…esiste un ma enorme come Arcore. Aurora sa che il patto che si sottoscrive per il mantenimento di un grande impero presuppone il baratto di qualcosa, nel caso di Roma è la sua anima multiculturale e liberale. Il tempo può essere manipolato soltanto se si rinuncia a qualcosa e quindi:

 

Alla fine la rinata Roma non è che una pia illusione. Un perfetto mondo al quale tutti, in qualche modo, aderiscono. Attraverso un’appendice neurale con cui ogni persona nasce, i membri di questo club particolare controllano tutti e li dirigono dove vogliono comandandoli come burattini , solleticando le loro vanità seducendoli , tentandoli e assecondandoli. Il tutto per evitare, non già la fine di un impero, ma quella dell’uomo stesso

 

Ed in questo reale affresco, si note e si deve notare come:

 

E, ho voluto che a distruggere la perfezione, fosse l’Amore. Quello vero, con la A maiuscola, ostacolato , demonizzato , brutalizzato, ma anche perdono, sacrificio e martirio.

 

Perché affinché i palazzi del potere restino intatti, nonostante l’apparente distruzione, non deve esserci amore ma una sottile, atroce coercizione.

In fondo, affinché tutto resti immobile si devono fare cambiamenti.

Ma non della musica ma soltanto dei suonatori.

 

Consiglio di leggere il libro “Furens lupus sum” grazie al quale ho potuto compiere il mio approfondimento. 

 

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A cura di Alessandra Micheli

 

Review party “La chiave dei ricordi” di Kathryn Hughes, Casa editrice nord. A cura di Francesca Giovannetti.

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Sarah decide di scrivere un libro su Ambergate, l’ospedale psichiatrico dove ha lavorato suo padre. Si butta in questo progetto dopo un divorzio doloroso. Di professione bibliotecaria, spinta dalla ricerca di tracce per la sua storia, si imbatterà in una valigia chiusa e dopo averne trovato la chiave, niente sarà più come prima.

Un romanzo magnificamente costruito in cui le storie di tre donne uniche e forti si intrecceranno tra passato e presente.

Ellen, Amy e Sarah. Un’infermiera del reparto psichiatrico, una paziente, una donna che cinquanta anni dopo scioglierà i nodi di molte vite.

Ellen, Amy, Sarah: tre nomi che rimangono scolpiti nel cuore. Tre vite e tre modi di affrontare la vita diversi, tre vissuti così lontani l’uno dall’altro ma intimamente legati, per sempre.

Un’infermiera e una paziente , alla metà del ‘900 , fanno esperienza , su fronti opposti, della vita in un ospedale psichiatrico. L’accuratezza della ricostruzione storica è impeccabile: gli ambienti, le abitudini, i vestiti; tutto ci aiuta a vivere l’oppressione e la violenza che si sopportavano nei corridoi in quegli anni. Viene da pensare che se vi fosse entrato un individuo sano di mente, ne sarebbe uscito malato nell’animo. Il senso di solitudine, di negata speranza, di destino voltato al peggio prende il respiro del lettore, a tratti annientandolo.

Si può sperare di guarire solo allontanandosi da Ambergate, un mostro di mura e mattoni che raramente rilascia le prede che ghermisce. È da questo senso di cupo destino che inizia il romanzo, che pagina dopo pagina svela le persone dietro ai malati e a chi ha il dovere di accudirli. Perdersi è fin troppo facile. L’unica cosa che può accendere la speranza è l’amore, e la fuga.

Sarah raccoglie il testimone di Amy e della sua vita crudele e ingiusta, caparbiamente decisa a dare una risposta a tutto ciò che è contenuto nella valigia, a costo di stravolgere la propria esistenza e quella di chi gli sta accanto.

Amy e Ellen da una parte, giovani donne degli anni Cinquanta , Sarah ai giorni nostri, alla soglia dei quaranta, delusa da un matrimonio fallito e da un uomo che vale ben poco: ma sarà proprio lei, nel peggiore dei momenti, a dare voce alle donne del passato. Sarah è caparbia, coraggiosa, materna: un ritratto di donna ferita che non permette a se stessa di arrendersi.

Amy è una paziente internata, sofferente e a tratti violenta, impertinente e decisa, trattenuta dalle catene di dolori insopportabili.

Ellen, giovane infermiera inesperta ma accorta, empatica, equilibrata, onesta.

Tutte e tre innamorate, giungeranno alla felicità ognuna attraverso il proprio cammino.

Un romanzo al femminile, corale e intenso, scritto con il cuore.

Un libro carico di sofferenze e amore, una miscela curata con sapiente equilibrio.

Una trama piena e coinvolgente, ricca di colpi di scena, un ritmo costante e fluido.

Uno scritto forte e delicato.

Un libro sull’amore vissuto, perso, ricambiato, riscoperto.

Assolutamente consigliato.