“Forno inferno” di Daniele Botti Alter Ego editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ridere.

C’è tanto bisogno di ridere.

Sopratutto per toglierci quell’insopportabile aura di seriosità che infiamma oggi la letteratura. E invece c’è bisogno di realtà e quindi di tante critiche capaci di evidenziare tanti, tanti difetti che non devono diventare un biglietto da visita, ma una grottesca, realistica caricatura.

L’essere umano quando si trova a contatto con quelle imperfezioni deve provare indignazione, orrore, stupore, rifiuto, non considerarle un male necessario o peggio la consuetudine.

Quando leggiamo Forno Inferno, dobbiamo non riconoscerci nei personaggi, ma allontanarci da un cliché che stiamo sostituendo alla nostra vera natura, quella di esseri tanto sacri che una lontana divinità, un giorno che non teneva nulla che fa, per dirla alla napoletana, ci ha scelti per nominare il mondo.

Botti ride.

Sorride e prende in giro se stesso, nonostante possieda una tecnica da inchino. Ma sopratutto, immortala con i suoi lazzi, quell’idea di potere che è oramai cosi tanto tatuata sulla nostra pelle da essere considerata indelebile e cosi ovvia da non stupirci più.

Ogni volta che leggo un thriller con un je t’accuse, io quel modus operandi e quella distorta percezione del mondo e dei rapporti umani, lo ravviso in ogni mio incontro quotidiano, tanto che non sono più in grado di sorridere davanti ai vizi e alle ossessioni, perché li ritengo, purtroppo, il marchio di fabbrica della nostra società.

E mi arrabbio in ogni recensione facendo uscire sicuramente la pasionaria che è in me, ma annichilendo, invece, quell’ironia salvifica che ha da sempre sostenuto le società.

E Forno inferno ha quella capacità di leggerezza ma non di superficialità, che anche secondo Calvino era il miglior mezzo per parlare di noi stessi, considerando la caduta nell’errore solo un’eccezione, non la costanza.

Ecco che nella storia si inizia a ironizzare non solo sui poteri forti, ma anche sulla nostra snobbistica considerazione della letteratura, che da troppo tempo ha quasi ignorato la fantastica opera di Jerome e di Vamba come quisquilie adatte a un pubblico medio basso.

E innalzando, invece, il nome della rosa nella lista dell’alta letteratura, cosi alta da essere irraggiungibile ai più.

E, in effetti, il buon vecchio Umberto Eco è cosi immenso, cosi autorevole e autoritario da essere persino citato con voci sussurrate.

E quasi mai letto.

Perché se fosse davvero “letto” si capirebbe che il nostro maestro, l’ironia l’ha usata a profusione, complice la sua perfetta e quella si autorevole, conoscenza dei misteri della semantica e della semiotica.

E questa tendenza elitaria, che a parer di questa misera appassionata che tenta di scrivere a voi lettori assetati (spero di bellezza) riflessioni tinte del rigore analitico, è assurda e nociva, deve essere contestata in modo garbato da autori coraggiosi, come il mio adorato ( non lo nego) Daniele Botti.

Perché, seppur vero che Forno inferno è parodia, è al pari passo da considerarsi vera contestazione di un sistema universale che si fa beffe dell’umana creatività, è anche capace di proporre non solo “demolizioni” ma anche proposte alternative: e se oltre a denunciare, confutare, correre a indossare i panni del vendicatore, ci facessimo una sana, autentica risata in barba a quel cliché che infarcisce di stereotipi gli uomini?

A volte in questa corsa alla ribellione anticonformista ( spesso molto radical chic ma poco utile al cambiamento sociale) si perde di vista il valore del sarcasmo, dell’umorismo come azione e reazione contro l’omologazione.

Sembra uno scioglilingua?

Però pensateci, soprattutto se come auspico, leggerete forno inferno.

Io stessa nella mia battaglia per l’autenticità e la specificità umana scevra e libera da quel sistema di contrapposizione, di apparenze e mai dedito alla sostanza, quello in cui la competizione è cosi esacerbata dal fine ultimo di conquistare un potere effimero ma che ci fa sentire vivi e ci permette di esistere, mi sento troppo convinta di me.

E rischio in questa mia posizione intellettualoide, contornata da tomi di sociologia, da libri molto complicati e di nicchia, di diventare come quegli eremiti che deridevo nelle mie giovanili escursioni nei terreni del fantasy, la cui lunga barba non è più sinonimo di saggezza, ma diventa anch’esso uno status quo.

Io stessa rischio di concentrarmi tanto sul ruolo moraleggiante da dimenticare la meraviglia di una risata, in faccia proprio a quel sistema che vorrebbe l’uomo “ammanicato”, la norma e mai l’eccezione.

Ecco che il grottesco, è proprio questo: rendere un quartiere un concentrato comico di vizi, e un ispettore Saverio Tinca l’archetipo dell’uomo sottomesso al potere.

Ma non vincente e tronfio, ma assurdo, sfigato, comico e anche…tenero.

E tutti i personaggi sono altro che disegni satirici, distanti anni e anni dalla complessità umana.

Questo non fa di forno inferno un libro soltanto di svago.

Isolare e “deridere” la pomposità e la banalità del male è un modo intelligente di combatterlo.

Scriverne in modo serio e convinto lo rende intrigante, seducente, quasi affascinante perché l’aura di potere ne viene quasi esaltata.

Magari inconsciamente.

Invece, ecco che il sarcasmo sconfigge quell’armatura di legittimità e ci dice “guardate i vostri eroi. Sono fragili, assurdi, ridicoli e quasi teneri nella loro ricerca di certezze”.

E allora dopo la grassa, sana risata con un Tinca in lotta con il dimonio, alla ricerca di un manoscritto occulto, cosi segreto da risultare più interessante della sua reale natura ( in questo libro si sfata il mito arcano del manoscritto Voinch: non è altro che un ricettario come quello che ho amato da bimba ossia i segreti della nonna. E di arcano troverete il mistero del limone che sconfigge il maligno calcare).

E nella sua assurda irriverente ricerca di farà accompagnare nientedimeno che da Fra Atzo da Velletri.

L:o ammetto.

Con fra Atzo da Velletri, Botti mi ha definitivamente conquistata, tanto da farmi infrangere la sacralità della notte con una risata assurdamente lunga, irrispettosa per l’ora magica, che mi ha lasciata sfinita, incredula, leggera ma sopratutto convinta che, l’unica vera arma ribelle è smontarli i miti.

Non esaltarli.

So di non essere una grande analista, che le mie recensioni non sono le solite, quelle che si leggono a iosa nei nostri amati social.

So che magari avreste voluto conoscere i dettagli della trama, o vedermi lanciata in agiografici panegirici sullo stile dell’autore, o diventare come il buon Morelli impegnata in un ardita e complicata un’analisi psicologica degli autori.

Ma nel primo caso non vi ritengo cosi imbecilli da essere incapaci di leggervi la quarta di copertina.

Nel secondo esistono gli editor e i critici letterari: andate a rompere gli Azti a loro.

Nel terzo caso, non sono Morelli, ne mi chiamo Meluzzi, né partecipo ai programmi di Quarto Grado.

Io posso solo fare da mediatore tra voi e la genialità dell’autore, stuzzicarvi, incuriosirvi e dirvi con tutta l’obiettività di cui sono capace: Botti è un fottuto genio.

Cosi geniale che questo libro l’ho letto e riletto almeno cinque volte.

E non vi nego che ce ne sarà una sesta, una settima e un ottava.

Ridete.

Siate immensamente ironici.

E sopratutto state attenti alle Sante Marie Goretti che parlano pilippino.

E se volete sapere perché, beh leggetevi una volta tanto un buon libro.

Non ve lo addebitano sul conto.

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